martedì 31 maggio 2016

Come eravamo: un documentario sugli echolyn


Probabilmente molti di voi (o pochi?) conoscono gli echolyn grazie agli album più recenti dove hanno intrapreso una via prog molto differente dal loro passato e che magari, per molti dei vecchi fan (me incluso), non hanno saputo ritrovare le stesse favorevoli impressioni dei primi tre lavori in studio. Casualmente ho trovato caricato su YouTube il documentario che fu incluso nel DVD Stars and Gardens del 2004, nel quale il gruppo racconta e ripercorre la propria storia dagli esordi fino alla pubblicazione di Mei (2002). Per chi non conoscesse gli echolyn del passato ne consiglio caldamente la visione, magari dopo aver dato un'occhiata anche al fantastico concerto che la band tenne all'edizione del Progfest 1995 che potete trovare di seguito e, perché no, dopo aver ascoltato due classici come Suffocating the Bloom e As the World.




lunedì 30 maggio 2016

Altprogcore 50 best records: 1960-1969


La seguente lista è stata forse la più difficoltosa da compilare, dato che, a livello personale, ho avuto sempre di fronte un muro metaforico di divisione tra gli anni '60 e '70. In pratica, musicalmente parlando, considero il decennio dei '60 come un'epoca estremamente remota e datata, certo non priva di eccezioni, mentre a partire dagli anni '70 è come se il rock, nella sua evoluzione, suoni ancora dopo tutti questi anni fresco e attuale. Ad esempio, ho inserito Beatles e Rolling Stones, con i due album che reputo le loro prove migliori, giusto per essere equilibrato, ma come gruppi non hanno mai fatto veramente breccia su di me, nonostante la loro popolarità abbia portato a consensi unanimi e plebiscitari (e guai a pensarla diversamente!). Credo dipenda dal fatto di essere sempre stato un grande ascoltatore di progressive rock ed ecco anche il motivo per il quale trovate in questa lista anche alcuni album di jazz.


50.Big Brother & The Holding Company - Cheap Thrills
49. Nazz - Nazz
48.Donovan - The Hurdy Gurdy Man
47.Simon and Garfunkel - Parsley, Sage Rosemary and Thyme
46.Love - Forever Changes
45.Iron Butterfly - In-A-Gadda-Da-Vida
44.The Kinks - Arthur or the Decline and Fall of the British Empire
43.The Allman Brothers Band - The Allman Brothers Band
42.Pretty Things - S.F. Sorrow
41.Chicago Transit Authority - Chicago Transit Authority
40.The Moody Blues - To Our Children's Children's Children
39.Procol Harum - A Salty Dog
38.Terry Reid - Terry Reid
37.The Mothers of Invention - Freak Out!
36.Caravan - If I Could Do It All Over Again, I'd Do It All Over You
35.Kevin Ayers - Joy of a Toy
34.Traffic - Mr. Fantasy
33.Deep Purple - Deep Purple
32.Jethro Tull - This Was
31.John McLaughlin - Extrapolation
30.Tim Buckley - Happy Sad
29.The Beatles - The Beatles (White Album)
28.The Dave Brubeck Quartet - Time Changes
27.Stan Getz & João Gilberto featuring Antônio Carlos Jobim - Getz / Gilberto
26.The Beach Boys - Pet Sounds
25.Jefferson Airplane - Surrealistic Pillow
24.High Tide - Sea Shanties
23.Jethro Tull - Stand Up
22.Miles Davis - Sketches of Spain
21.Colosseum - Valentyne Suite
20.The Nice - The Thoughts of Emerlist Davjack
19.Jeff Beck Group - Beck-Ola
18.The Rolling Stones - Let It Bleed
17.The Who - Tommy
16.The Soft Machine - The Soft Machine
15.The Jimi Hendrix Experience - Electric Ladyland
14.The Nice - Ars Longa Vita Brevis
13.Jeff Beck - Truth
12.John Coltrane - A Love Supreme
11.Miles Davis - In a Silent Way
10.Van Morrison - Astral Weeks
9.Pink Floyd - Ummagumma
8.Nick Drake - Five Leaves Left
7.Blind Faith - Blind Faith
6.Jimi Hendrix - Axis: Bold As Love
5.Led Zeppelin - II
4.Frank Zappa - Hot Rats
3.Pink Floyd - A Saucerful of Secrets
2.King Crimson - In the Court of the Crimson King
1.The Soft Machine - Volume Two

domenica 29 maggio 2016

Gates - Parallel Lives (2016)


I Gates sono tra quelle band catalogate comunemente all'interno del post rock ma, come molte altre che si trovano nei confini di questa definizione, le loro sfumature portano ad includere diversi ambiti, tra cui shoegaze, post hardcore, psichedelia. Tutto questo hanno conseguito e perseguito i Gates dal 2011 ad oggi con la pubblicazione di due EP e un full length d'esordio pubblicato due anni fa, Bloom & Breathe, davvero notevole. Parallel Lives è il secondo album che uscirà il 3 giugno e che va a smorzare e alleggerire l'epica caleidoscopica del suo predecessore. Questa volta i Gates si aprono a sonorità e trame meno complesse, con una direzione sonora alleggerita già ben chiara e delineata nei due singoli Habit e Empty Canvas, mantenendo quel tocco di impalpabilità elettrica che è un po' il loro tratto distintivo. Un'altra conseguenza di tale linea è che i Gates ricorrono con parsimonia a quei momenti di crescendo emotivi o esplosioni improvvise, con la stessa carica dei Caspian per fare un esempio, lasciandone traccia sporadicamente su Eyes, nel finale di Shiver, ma anche da altre parti.

Tra spirali di riverberi, dolci suoni acustici ed elettrici, vocalità delicate con armonie sapientemente dosate, Parallel Lives aggiunge semmai alla tavolozza del gruppo una leggera componente modello midwest emo che si può cogliere su House & Home e Left Behind. E, nonostante alcuni pezzi si avvalgono di impeti che molto spesso sfiorano il romanticismo malinconico dell'emo, essi sono immediatamente sedati dalla calma che trasmette la musica e la voce di Kevin Dye. Color Worn e la dimensione quasi da preghiera con la quale è avvolta Fade ne rispettano adeguatamente il copione. Ma gli indizi che questo secondo album sia possibilmente una prova interlocutoria e di transizione li danno le arie introspettive di Forget e della title-track poste, quasi simbolicamente, in apertura e in chiusura rispettivamente.





www.gatesnj.com

sabato 28 maggio 2016

Stage Kids - Intra Mental (2016)


Quando si pensa che in musica non c'è più niente da inventare forse non siamo del tutto  in torto. Il discorso non è che il rock è morto o assurdità del genere, il fatto è piuttosto che ormai il livello di commistioni tra generi è arrivato ad un tale punto di emancipazione che, se ascoltiamo una musica che sa vagamente di fresco e nuovo, dipende più da accostamenti stilistici spregiudicati che non da una vera e propria inedita proposta musicale. L'ultimo interessante abbinamento che ha cancellato virtualmente la distanza tra jazz e math rock era stato effettuato dai Monobody e prosegue nel nuovo EP degli Stage Kids Intra Mental.

Nei brevi pezzi strumentali non ci sono assoli o momenti singolari, e forse un po' di individualismo non avrebbe guastato all'insieme, ma tutto è studiato per essere un'unità con l'interplay tra il tapping delle chitarre, i caldi registri delle tastiere e i ritmi molto pacati, come una versione in miniatura degli Ozric Tentacles. Anche perché il gusto per amalgamare stili in libertà è lo stesso della band inglese: Intra Mental è una dimostrazione in piccolo di un gran calderone nel quale troviamo balck music soul funk, R&B, electro synth wave che vanno ad interagire con psichedelia, fusion e dance da club anni '70.



Per conoscerli meglio gli Stage Kids hanno realizzato anche questo mini documentario.



http://stagekidsmusic.com/

venerdì 27 maggio 2016

Thrice - To Be Everywhere Is to Be Nowhere (2016)


Quando, nel 2012, i Thrice decisero quasi di comune accordo di prendersi una pausa indefinita, erano reduci dall'album più maturo della loro carriera e, avendo affrontato vari generi dal post hardcore all'alternative rock, diciamo che, a partire da Vheissu (2005), per la band era stata una costante crescita artistica che li aveva portati all'apice di un percorso post grunge con la perfezione di Major / Minor (2011). La principale ragione di questo iato, durato cinque anni, fu dettata soprattutto dalla scelta del cantante Dustin Kensrue di dedicarsi alla sua congregazione religiosa e pubblicare album da solista essenzialmente di "worship songs". Se parliamo dei tempi discografici del mondo musicale, ormai cinque anni non sono nulla, ma nella vita di una persona accadono molte cose ed infatti i Thrice, tornati insieme lo scorso anno per qualche concerto e per questo nuovo lavoro, vivono adesso in città differenti e ognuno di loro ha una famiglia e dei figli.

Proprio per questo motivo To Be Everywhere Is to Be Nowhere è nato grazie allo scambio di demo che i quattro si inviavano tramite Dropbox, per poi ritrovarsi a Los Angeles per registrare l'album. Musicalmente, questo ritorno dei Thrice, andrebbe quindi visto come un nuovo inizio, To Be Everywhere Is to Be Nowhere non rappresenta ciò che si potrebbe considerare un passo avanti rispetto a Major / Minor, ma racchiude tutte le peculiarità del sound che i Thrice hanno sapientemente levigato nel tempo da un album all'altro, poste su un piano più abbordabile. C'è quel tocco di sperimentazione di The Alchemy Index, il post hardcore diretto di Vheissu e quello più meditabondo e cupo di Beggars e, infine, anche la carica granitica di Major / Minor.

Quindi, accanto a canzoni dal retrogusto sanguigno e molto immediato come i singoli Black Honey e Blood on the Sand, ce ne sono altre che impongono raccoglimento come The Long Defeat e Death from Above. Kensrue, nel suo tono ruvido ed elastico, è impressionante come al solito, certificandosi come uno dei migliori cantanti oggi in circolazione, sia che si tratti di mantenere il ruggito orgoglioso di Wake Up, quanto nei vari umori che riversa sulla poderosa ballad di apertura Hurricane - che sembra scritta per essere suonata dai Kings of Leon. Ecco, To Be Everywhere Is to Be Nowhere potrebbe essere l'album dei Thrice che, partendo dalle loro radici post hardcore, si va ad avvicinare alla sensibilità rock alternativa del sound di molte band americane da radio FM. Ed in questo è il lavoro più accessibile, in un certo senso popular, che i Thrice abbiano mai tentato di fare, anche passando attraverso canzoni dalla spiccata melodia tipo Salt and Shadow e Stay with Me. Il fatto non toglie che, nel momento in cui il gruppo riprende saldamente le redini ruvide dell'abrasivo suono hardcore, escono fuori concentrati di dinamite come The Window e Wistleblower (ispirata a Edward Snowden).

giovedì 26 maggio 2016

BIG BIG TRAIN - Folklore (2016)


I Big Big Train si sono sempre mostrati un gruppo in evoluzione, non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello della line-up. Guidati sempre dal duo Andy Poole e Gregory Spawton, ultimamente si sono compattati in un ottimo schieramento che vede David Langdon alla voce, Nick D'Virgilio alla batteria e l'ex XTC Dave Gregory alla chitarra, ma in occasione del primo concerto della band dopo tantissimi anni, tenuto nell'agosto 2014 negli studi Real World (e da poco pubblicato in Bluray con il titolo di Stone And Steele), si sono aggiunti alla formazione la violinista Rachel Hall e nientemeno che il band leader dei Beardfish, Rikard Sjöblom, facendo dei Big Big Train la sua seconda band a tutti gli effetti.

Quindi, è con questa ricca line-up che i Big Big Train sono arrivati, dopo una storia che dura ormai da cinque lustri, al nono album Folklore, a distanza di un anno dall'EP Wassail la cui title-track è qui contenuta. Ormai stabilizzati su un neo progressive sinfonico molto adulto che prosegue la vena degli ultimi tre lavori in studio, tra questi Folklore è forse l'album più raffinato, levigato e patinato a livello di arrangiamenti al punto che, se esistesse un corrispettivo dell'AOR per il progressive rock, esso ne sarebbe un degno rappresentante. Spiegando meglio, la nuova opera dei Big Big Train è una di quelle che ti puoi gustare, paradossalmente, con disimpegno, seduto sul tuo sofà con un bicchiere di brandy in una mano e un sigaro nell'altra, il caminetto acceso e un'atmosfera raccolta. Un prog della mezza età che si lascia ascoltare con piacere anche se non si è particolarmente dentro la materia, fatto di ballad malinconiche in forma di suite e belle armonie (Along the Ridgeway, Booklands), fanfare militari e echi di danze irlandesi. Probabilmente i fan dei Genesis lo adoreranno in passaggi come Salisbury Giant e Transit of Venus Across the Sun, ma un parallelismo che viene in mente con questo "nuovo" approccio pastorale e introverso, quasi cantautorale oserei dire, è quello con l'ultimo corso degli Echolyn.

I Big Big Train hanno incrementato l'uso di ottoni e archi, polifonie vocali e orchestrazioni, palesando velleità di provare anche cose nuove con il risultato di compilare una raccolta di brani a livelli di resa qualitativa altalenante. Ad esempio, l'ormai abusato ricorrere al folk irlandese, che ha stancato anche al di fuori del progressive rock, per dare un tocco di traditional, lascia un po' il tempo che trova sulla title-track, su Telling the Bees e su Wassail, consegnandole alla schiera non certo indimenticabile di tante altre prove simili all'interno del prog. Inoltre, i Big Big Train questa volta si vanno ad uniformare a quel prog sinfonico contemporaneo simile a Spock's Beard, Neal Morse e Transatlantic dove il citazionismo sonoro dei seventies costituisce la cifra stilistica più marcata, un vezzo evidente soprattutto su Winkie. Il respiro generale dell'opera è poi un po' viziato da una sensazione di omogeneità che ricade su arrangiamenti troppo studiati e freddi, simile ad una sorta di Steely Dan e Dire Straits ancora più macchinosi come accade nelle belle ma lambiccate arie di London Plane. I Big Big Train, a partire da The Difference Machine che aveva aperto un nuovo corso, erano riusciti a progredire su un fronte, se non originale, almeno personale. In questo caso si bloccano e la mia impressione è che, il pur bravo David Langdon che sta avendo sempre più spazio dal punto di vista di scrittura, li stia deviando su schemi progressivi più omologati.



 www.bigbigtrain.com

mercoledì 25 maggio 2016

FROST* - Falling Satellites (2016)


Se Jem Godfrey nel 2008 non avesse gettato la spugna con i Frost* dopo il secondo album Experiments in Mass Appeal, avrebbe potuto essere considerato a tutti gli effetti una specie di messia del prog moderno. Invece, in mezzo a questo lasso di tempo c'è stata una pausa di otto lunghi anni nei quali Godfrey ha deciso di eclissarsi dal suo progetto prog e ritornare dietro le quinte, concentrandosi sui suoi lavori di produzione per rallentare i ritmi per lui usuranti imposti dall'essere il leader di una band. Il ritorno dei Frost* è avvenuto quindi lentamente con la pubblicazione di un DVD live nel 2013, qualche data dal vivo e l'annuncio di due nuovi album che avrebbero costituito un progetto unitario intitolato Six Minutes In September, idea poi abbandonata in favore di questo Falling Satellites che nasce sotto i migliori auspici. Godfrey ha ricostituito il gruppo con il fidato John Mitchell alla chitarra (Arena, It Bites,Kino, Lonely Robot) e richiamando Nathan King al basso (che aveva sostituito John Jowitt) e Craig Blundell alla batteria, ma senza più Dec Burke. Come sempre, Mitchell condivide le parti vocali con Godfrey e questa volta anche il songwriting. Al che, questa notizia non può che creare un valore aggiunto all'opera, dato che che Mitchell, oltre ad essere un chitarrista di livello eccelso (vogliamo ricordare Black Light Machine?), è anche un ottimo compositore.



Nonostante lo stop forzato, Godfrey ha sempre dichiarato fin dall'inizio che sarebbe ritornato con i Frost* per un altro lavoro, anche per onorare il contratto con la InsideOut che prevedeva tre album, ma nessuno sapeva esattamente quando. Nel frattempo, il culto della band è giustamente cresciuto e con esso anche l'attesa. Considerando che i primi due lavori dei Frost* sono ormai dei classici indispensabili per capire come si possa produrre oggigiorno progressive rock con le moderne tecnologie, sfruttando tutte le commistioni ibride che ha da offrirci l'elettronica tanto detestata dai puristi, Falling Satellites si spinge ancora più in là. Non che vada a concorrere con l'ipetrofia sintetica di Experiments in Mass Appeal ma, partendo da quelle premesse, Falling Satellites osa aggiungerci tonnellate di chorus epici che scaturiscono da progressioni audaci e synth a profusione come sottolineano Numbers, Signs (molto nello stile di Mitchell e degli It Bites) e Heartstrings, raggiungendo livelli eccelsi sulla multiforme The Raging Against the Dying of the Light Blues in 7/8.

Godfrey rischia seriamente di inventare un nuovo genere che andrebbe catalogato sotto il nome di techno prog rock, non avendo paura di confrontarsi con beat a metà strada tra il drum n' bass e l'R&B (confondendo batteria umana ed elettronica) sulla sorprendente Towerblock, un'impressionante opera di montaggio digitale da rimanerne storditi, senza tralasciare le inclinazioni pop con cui spesso ha a che fare nelle vesti di produttore, mettendo sul piatto momenti più riflessivi come Lights Out e Last Day. L'esperimento con il pop continua su Closer to the Sun (che vede una breve comparsata di Joe Satriani nel solo centrale) e viene declinato in ambiti sempre pronti allo sconfinamento con quel prog anni '90 di Porcupine Tree, Ozric Tentacles e Steve Hillage che andava a flirtare con la cultura trance/dance molto vicina ai The Orb. Con la strumentale Nice Day for It... (una citazione da "Guida Galattica per Autostoppisti") si ritorna a quelle citazioni sonore che ricordano le soundtrack plastiche degli anni '80 di cui parlavamo già nella recensione di Affinity degli Haken (e quando si decideranno a fare un monumento postumo all'ingiustamente dimenticato Vince DiCola sarà sempre troppo tardi). Con Falling Satellites i Frost* non fanno altro che farci rimpiangere la loro assenza durata anche troppo tempo, regalandoci un altro album pazzesco.



 http://frost.life/

domenica 22 maggio 2016

Introducing Project RnL


Avrei voluto lasciare questa band per il consueto appuntamento delle scoperte mensili, ma il materiale audiovisivo era talmente abbondante e di buona qualità, da farmi cambiare idea per puntare il riflettore sui Project RnL (che sta per Rock n LOL) e non rischiare così che si disperdessero in mezzo ad altre band. Qui non parliamo di progressive rock in qualche modo "alternativo" raccontato spesso tra queste pagine, ma di quel prog rock che si rifà ai classici e ha come riferimento Gentle Giant e Yes. Quindi parliamo di una musica molto elaborata, ricca di armonie vocali e virtuosismi strumentali. Comunque, i Project RnL rimodellano la materia a modo loro con forti dosi di fusion e un'abilità esecutiva che li porta vicini al moderno prog pirotecnico degli Echolyn vecchia maniera.

I Project RnL arrivano da Tel Aviv e, guarda caso, condividono il cantante Ray Livnat con gli Anakdota (altra band israeliana presentata su altprogcore qualche tempo fa) che ha fondato il gruppo insieme al tastierista Eyal Amir, compositore principale dei PRnL che ha studiato jazz e musica contemporanea e che ha collaborato con Jordan Rudess. Il gruppo è da poco reduce da un tour insieme agli Ozric Tentacles, sta ultimando il primo album che dovrebbe vedere la luce entro l'anno e ha un vasto catalogo di video su YouTube e audio su Soundcloud. Quindi, invece che scelgliere un video solo per presentarli, ho preferito caricarne di più per l'effettiva qualità di ogni brano. Date un ascolto.















www.projectrnl.com

giovedì 19 maggio 2016

Altprogcore 50 best records: 1990-1999


Gli anni '90 sono quelli in cui sono musicalmente cresciuto da adolescente. Praticamente facevo le mie scoperte di progressive rock vecchia scuola e allo stesso tempo cercavo di stare al passo con la musica contemporanea. Erano i tempi del grunge e del brit pop, ma anche una stagione che riportò in auge il prog come non accadeva dai tempi dei Marillion. Su questa linea uscirono svariati capolavori in grado di competere e surclassare il neo prog degli anni '80, ma senza ancora l'avvento di Internet era molto difficile reperire alcuni titoli. Basti dire che riuscii ad ascoltare per intero Suffocating the Bloom, secondo album degli Echolyn pubblicato nel 1992, soltanto nel 2000 grazie alla ristampa rimasterizzata dopo un'infinita e infruttuosa ricerca iniziata nel 1995, quando acquistai As the World (che, per chi fosse curioso, rimane il mio album preferito di tutti i tempi).

Un altro aneddoto legato ai Porcupine Tree spiega ancora meglio la distanza di allora con questa epoca digitalizzata. Credo fosse il Natale del 1991 quando un amico di Roma che tornava per le vacanze scolastiche al paesello natio, con il quale condividevo la passione per la musica e i Pink Floyd, mi portò un mixtape con la raccomandazione di ascoltare Nine Cats, dicendomi che comunque il resto dell'album da cui era tratta risultava molto ben più strano. Da lì scoccò la scintilla che mi portò a cercare e ordinare invano altro materiale, girovagando per molti negozi di dischi del centro Italia. Purtroppo scoprii in seguito che la Delerium Records (la defunta etichetta dei PT) non aveva una distribuzione così capillare. E solo nel 1995, con l'uscita di The Sky Moves Sideways, riuscii a recuperare tutta la discografia grazie ai servizi di mail order dei negozi specializzati. Qundi, pensate alla frustrazione di un giovane musicofilo che per anni non riesce a trovare altro materiale di un artista di cui è appassionato. Non ci riuscite? Eh beh! Oggi non ci sono di questi problemi!

50.All About Eve - Touched By Jesus (1991)
49.Iluvatar - ...A Story Two Days Wide (1999)
48.Iona - Beyond These Shores (1993)
47.Jonatha Brooke / The Story - Plumb (1995)
46.Pink Floyd - The Division Bell (1994)
45.The Gathering - How to Measure a Planet? (1998)
44.Ritual - Ritual (1995)
43.David Bowie - 1.Outside (1995)
42.Pearl Jam - Ten (1991)
41.IQ - Ever (1993)
40.Bel Canto - Shimmering, Warm and Bright (1992)
39.Deus Ex Machina - Gladium Caeli (1991)
38.Peter Hammill - Roaring Forties (1994)
37.XTC - Nonsuch (1992)
36.Dream Theater - Images and Words (1992)
35.Sting - The Soul Cages (1991)
34.Spin Doctor - Pocket Full of Kryptonite (1991)
33.Anthony Phillips - Private Parts and Pieces VIII: New England (1992)
32.October Project - October Project (1993)
31.Roger Waters - Amused to Death (1992)
30.Todd Rundgren - Live in Chicago '91 (1999)
29.Pearl Jam - Vs. (1993)
28.Ani DiFranco - Not a Pretty Girl (1995)
27.Mansun - Six (1998)
26.U2 - Achtung Baby (1991)
25.Motorpsycho - Trust Us (1998)
24.At the Drive-In - In/Casino/Out (1998)
23.Radiohead - Ok Computer (1997)
22.Three Mile Pilot - The Chief Assassin of the Sinister (1994)
21.Spock's Beard - Day for Night (1999)
20.Sunny Day Real Estate - Sunny Day Real Estate (Pink Album/LP2) (1995)
19.Marillion - Brave (1994)
18.Anglagard - Epilog (1995)
17.Mike Keneally - Boil That Dust Speck (1994)
16.Deus Ex Machina - De Republica (1995)
15.Bark Psychosis - Hex (1994)
14.Kevin Gilbert - Thud (1994)
13.Steve Vai - Sex & Religion (1993)
12.Kite - Gravity (1997)
11.Tool - Aenema (1996)
10.Jellyfish - Spilt Milk (1993)
9.Finneus Gauge - More Once More (1997)
8.Jeff Buckley - Grace (1994)
7.Echolyn - When the Sweet Turns Sour (1996)
6.Porcupine Tree - The Sky Moves Sideways (1995)
5.Motorpsycho - Timothy's Monster (1994)
4.Toy Matinee - Toy Matinee (1990)
3.Soundgarden - Superunknown (1994)
2.Echolyn - Suffocating the Bloom (1992)
1.Echolyn - As the World (1995)

mercoledì 18 maggio 2016

Signals. - i nuovi singoli "Lungs Apart" e "Paraesthesia"


Avevamo lasciato il quartetto di math pop Signals. con tre EP (che potete reperire su Bandcamp) di ottima fattura, dei quali l'ultimo conteneva il singolo Sleep Talk. Dopo di ciò, invece che dare alle stampe un album d'esordio vero e proprio, i Signals. si stanno concentrando nella produzione di nuovi singoli. Il primo è stato Lungs Apart, ed è uscito lo scorso ottobre, mentre adesso è stato realizzato il nuovo video per Paraesthesia che segna un'impronta più elaborata e jazzy, soprattutto nella seconda parte della canzone. Per ora i Signals. sono una di quelle poche band che stanno mantendo le promesse fatte trasparire dai loro EP, un full length a questo punto sarebbe cosa molto gradita.




sabato 14 maggio 2016

Altprogcore 50 best records: 1980-1989


Dato che qualcuno di voi me lo ha chiesto ho provato a stilare le liste dei migliori album secondo altprogcore divisi per decadi ('60-'70-'80-'90-'00) e a partire da questa settimana inizierò a pubblicarle (non so con quale cadenza). Premetto che questa cosa è nata come un gioco su Rate Your Music - dove potete trovare le mie varie liste - e tale deve rimanere, nel senso che vale il discorso per le classifiche di fine anno: la presente lista ha valore soggettivo e nasce anche per dare suggerimenti di ascolto. Essendo gli album che reputo i migliori dei rispettivi decenni, per me sono come classifiche, ma voi potete vederle come una lista.
Si inizia con un decennio abbastanza ostico a livello qualitativo musicale, gli anni '80, però, ehi!, dando un'occhiata a questi titoli tanto male non sembra.


50.Ezra Winston - Myth of the Chrysavides
49.However - Calling
48.Minutemen - Double Nickles on the Dime
47.A.R. Kane - 69
46.Univers Zéro - Uzed
45.Pat Metheny Group - Letter from Home
44.Kenso - III
43.Picchio dal Pozzo - Abbiamo Tutti i suoi Problemi 
42.IQ - The Wake
41.Michael Hedges - Aerial Boundaries
40.All About Eve - All About Eve
39.Birdsongs of the Mesozoic - Faultline
38.Edie Brickell and New Bohemians - Shooting Rubberbands at the Stars
37.Pink Floyd - The Final Cut
36.Tears for Fears - Songs from the Big Chair
35.Rush - Moving Pictures
34.Anthony Phillips - Private Parts and Pieces II: Back to the Pavillion
33.NRG - No Reasons Given
32.Yes - Drama
31.Tears for Fears - The Seeds of Love
30.Thinking Plague - In This Life
29.The Cure - Disintegration
28.Ozric Tentacles - Pungent Effulgent
27.Peter Hammill - And Close As This
26.U2 - The Joshua Tree
25.Dire Straits - Making Movies
24.Queen - A Kind of Magic
23.Journey - Escape
22.U2 - The Unforgettable Fire
21.Genesis - Duke
20.Dire Straits - Love Over Gold
19.Marillion - Seasons End
18.The Police - Synchronicity
17.Jane Siberry - No Borders Here
16.Van Halen - 5150
15.Peter Hammill and the K Group - The Margin
14.King Crimson - Discipline
13.Talk Talk - Spirit of Eden
12.Wendy & Lisa - Wendy & Lisa
11.Twelfth Night - Fact and Fiction 
10.Todd Rundgren - Nearly Human
9.XTC - Skylarking
8.Giraffe - The View from Here
7.Peter Hammill - A Black Box
6.Marillion - Clutching at Straws
5.David Sylvian - Gone to Earth
4.Yes - 90125
3.However - Sudden Dusk
2.Allan Holdsworth - I.O.U
1.Phish - Junta

giovedì 12 maggio 2016

Tiny Giant - Joely (single, 2016)


Fino ad ora avevamo a disposizione solo due canzoni caricate su Soundcloud ad anticipare il carattere e la direzione dei Tiny Giant, il nuovo progetto della ex Pure Reason Revolution Chloë Alper, messo in piedi insieme al produttore e polistrumentista Mat Collis (che ha lavorato anche con Steven Wilson come ingegnere del suono). Adesso, per farsi un'idea di come sarà il full length prossimamente in uscita, si aggiungono altri due brani, Joely e How, che fanno parte del nuovo singolo disponibile su iTunes e lanciato la settimana scorsa dal duo. Le nuove canzoni sono ancora più dirette delle precedenti ad andare a sondare un aspetto più accessibile dei Tiny Giant, portando alla luce un art dream pop a cui calzerebbe la definizione di una versione electro prog di Kate Bush, soprattutto la seconda potente traccia How.





http://tinygiantmusic.com/

martedì 10 maggio 2016

BENT KNEE - Say So (2016)


Quando qui su altprogcore segnalammo Shiny Eyed Babies e lo eleggemmo miglior disco del 2014, i Bent Knee erano ancora una band poco conosciuta. Da allora, nonostante siano passati solo due anni, ne hanno fatta di strada. Come avevamo previsto quell'album così originale ha superato i confini degli Stati Uniti, colpendo in modo globale l'immaginario degli appassionati di progressive rock, dell'avant-garde, ma anche dell'art rock, grazie ad una trasversalità che include al suo interno sperimentazione, arrangiamenti originali e belle melodie, segnate in modo indelebile dalla magnifica voce di Courtney Swain. I Bent Knee hanno poi meritatamente firmato un contratto con la storica etichetta Cuneiform Records, specializzata in forme di musica di confine, a partire dal Rock In Opposition e arrivando fino al jazz, ed è pure successo che qualcuno si sia svegliato in ritardo e abbia incluso Shiny Eyed Babies nella lista dei migliori album del 2015 (!).

Come il gruppo aveva già avuto modo di anticipare, Say So è un'opera molto differente da Shiny Eyed Babies e, per esordire sotto l'egida dell'etichetta fondata da Steven Feigenbaum, non poteva esserci album migliore di questo, visti i suoi connotati che abbracciano ampiamente nuovi territori avant-garde. E così, il singolo Leak Water che ha anticipato l'album, sarà la massima concessione all'immediatezza e all'orecchiabilità che potrete ottenere da parte di Say So. Il resto è ben distante da queste atmosfere e si occupa di allargare gli orizzonti dell'art rock tramite un saliscendi schizofrenico che inizia con l'ottima intro di Black Tar Water, circospetta sulle prime battute per poi promettere e mantenere un crescendo emozionale da ballad melodrammatica. E' quindi sempre ben presente quel lento edificare che porta verso un climax liberatorio, ma questa volta messo a punto con alcune differenze formali non indifferenti.



Da una parte si ritorna al rock teatrale di Way Too Long, costruendo un chamber rock intellettuale sulle basi delle canzonette vaudeville con Counselor e su quelle da musical con Hands Up, oppure provando ad allontanarsi con eclettismo e spingersi verso le folleggianti latitudini avant-rock di Frank Zappa e 5uu's imbastite da Commercial. Dall'altro lato, ciò che colpisce di Say So è che dà l'impressione di non essere guidato da schemi predefiniti, ma da una continua e precaria ricerca del non prestabilito, in ogni brano gli sconvolgimenti tematici non appaiono mai ben delineati e netti, ma si dipanano più come un flusso di coscienza. La loro varietà interna è l'equivalente di una guida alla cieca e EVE, uno dei brani chiave dell'album, nei suoi quasi dieci minuti racchiude e riassume un po' questa essenza, mettendo in scena vari umori, dalla Swain che canta sopra un tappeto musicale disomogeneo e caotico che si consolida in un'armonia malinconica e sbilenca, fino alla volatilità aleatoria del finale.

Inoltre, da un sestetto che include un'ampia tavolozza timbrica grazie alla presenza di violino, tastiere, chitarre e ciò che loro chiamano "sound design", ci si aspetterebbe un suono denso e virtuosistico, invece i Bent Knee spiazzano con la scelta sorprendente, per certi aspetti minimale, di fondare le composizioni sull'edificazione atmosferica, sulle stratificazioni sottili e su strutture dalle trasformazioni impercettibili. Così accade nel cupo blues della conclusiva Good Girl e nelle delicate arie romantiche di The Things You Love e Nakami. In definitiva, su Say So è come se il gruppo fosse maturato, presentando un lavoro nel quale ha adottato alla lettera e fatto tesoro del motto anglosassone "less is more", dove anche la Swain con la sua voce stentorea appare più misurata del solito. Dimenticate quindi il passato, i Bent Knee, con tre album all'attivo ognuno diverso dall'altro, sono tra le poche band che oggi hanno il coraggio di misurarsi con il cambiamento e guardare costantemente al futuro.



www.bentkneemusic.com

giovedì 5 maggio 2016

Outrun the Sunlight & sleepmakeswaves on Audiotree Live

Ecco altre due eccellenti esibizioni che si sono svolte a Audiotree Live e che vedono protagonisti due band dalle sonorità affini. Gli statunitensi Outrun the Sunlight e gli australiani sleepmakeswaves si cimentano entrambi in un post rock molto massiccio ai confini con il metal. Per chi volesse saperne di più aggiungo una mia recensione dell'ultimo album degli Outrun the Sunlight, Terrapin del 2014, che scrissi per OPEN:

Per chi odia le catalogazioni, il cosiddetto djent deve essere una bestia nera. Innanzi tutto: esiste il djent o è solamente un sottogenere di un sottogenere (il prog metal)? E, se esiste, è già morto da un pezzo o è vivo e lotta insieme a noi? Per molti, il fatto che esso si possa distinguere dal prog metal grazie a peculiari toni bassi di chitarra e ad un tecnicismo quasi esasperato, non rappresenta un requisito sufficiente per considerarlo un vero e proprio genere a sé. Fatto sta che, dopo l’avvento di Meshuggah e Animals As Leaders, sempre più band fanno uso di tale termine per dare un’idea immediata di ciò che producono e gli Outrun the Sunlight non fanno eccezione. Nati nel 2011 dall’unione dei due chitarristi Austin Peters e Cody McCarty, nel 2013 si sono stabilizzati come quartetto strumentale e Terrapin è il primo album ad essere realizzato con tale formazione. Come altri colleghi che si stanno facendo un nome su questa scena tipo Cloudkicker e Scale the Summit, gli Outrun the Sunlight sono specializzati in complesse musiche non statiche, ma strutturate e dinamiche. Il pregio di Terrapin è, infatti, la varietà di spezie sonore che il gruppo sa amalgamare oltre al metal, mescolandoci dentro anche ambient, post rock e psichedelia. Il brano di punta, l’avventurosa The Pace of Glaciers, è proprio un percorso attraverso le estremità sonore che possono produrre tali generi, muovendo da eterei passaggi spaziali a raffiche metalliche. In questo gli Outrun the Sunlight sembrano dei novelli Canvas Solaris, ottimi creatori di prog metal cosmico intricato ed evocativo che punta a non far trasparire freddezza e metodo, ma cercando di andare oltre la cerebralità.




mercoledì 4 maggio 2016

Cult of Luna & Julie Christmas - Mariner (2016)


Non avrei mai pensato di includere qui un pezzo dedicato ai Cult of Luna, poiché non sono proprio il mio genere o, per dirla con gli inglesi, "not my cup of tea". Qualche volta, però, succede che ti capiti tra le mani un determinato album che riesce a superare le tue idiosincrasie e ciò che pensavi non avresti mai ascoltato ti apre immediatamente la porta su nuovi mondi. Successe così, ad esempio, con Relationship of Command degli At the Drive-In, quando mai avrei pensato neanche lontanamente di avvicinarmi al post hardcore. In genere al primo rantolo di growl o alla massiccia presenza di harsh vocals premo d'istinto "stop", al contrario questa volta non solo sono arrivato fino in fondo, ma mi sono ritrovato a suonare Mariner più e più volte con piacere. La motivazione, naturalmente, non è poi così tanto difficile da intuire, dato che l'album in questione è il frutto di una collaborazione che, in questo caso particolare, pone in una diversa prospettiva proprio il ruolo vocale, ma non solo. Cercherò quindi di spiegare le motivazioni per le quali ho trovato Mariner non solo un'eccezione meritevole, ma anche un'opera rilevante e di alto spessore all'interno dei confini del suo genere, ovvero proprio perché riesce ad andare oltre.

Se consideriamo le caratteristiche del post metal, esplicitamente suggerite dal termine, come una fusione tra le reiterazioni che fanno da soggetto principale e gl'imponenti muri di suono in crescendo, a partire dai pionieri Isis e Neurosis quasi ogni band ha sviluppato l'approccio con il post rock più come una deviazione lisergica del doom e dello sludge che non come un sottogenere indipendente che valorizza determinate caratteristiche (tipo il djent che ultimamente ha trovato una propria forma fondendosi con l'ambient). Al contrario, su Mariner si raggiungono livelli di alterazioni sonore talmente in sintonia con le ricerche che ricadono sotto l'accezione "post" (crescendo, minimalismo, elettronica derivata dal krautrock) da fare di esso un testo base e fondamentale per il futuro del genere con tutte le caratteristiche della pietra miliare.

Mariner dovrebbe quindi essere visto come un corpo a sé stante nella discografia dei Cult of Luna, poiché chi li apprezza da lunga data non è detto che rimarrà soddisfatto dall'incontro con Julie Christmas, dato che la sua presenza per certi versi sradica e ribalta il senso stesso di atmospheric sludge metal, ma le collaborazioni servono anche a questo: a confrontarsi con la sensibilità altrui ed eventualmente essere pilotati su nuove strade. In tal caso, mentre i Cult of Luna si sono aperti al loro lato femminile, la Christmas, da parte sua, si cala in un contesto interamente progressive se confrontato con le proprie precedenti esperienze nei Battle of Mice e nei Made Out of Babies, dediti ad un metal certo non proprio convenzionale, ma ad ogni modo più ortodosso. Julie Christmas, come un'oscura sacerdotessa del metal alla maniera di Rose Kemp e Chelsea Wolfe, ci guida in uno "Space Ritual" dove il suo compito sembra controbilanciare il carattere doom della band. Veterana del post metal underground, la Christmas non ci risparmia interpretazioni al limite, ma nel quadro generale la sua voce squillante e talvolta con sembianze infantili, emerge come quella di un angelo dal lento fiume di magma che sfocia nello spazio ordito dai Cult of Luna, tracciando strade (forse sarà prematuro dirlo) che lasceranno il segno.

Il risultato raggiunto su Mariner è un ottimo riassunto tra i due mondi, senza per questo sacrificare componenti metal-sludge che comunque accompagnano i substrati atmosferici. Poi, da un punto di vista squisitamente estetico, mettiamola in questi termini: il post metal possiede già di suo connotazioni claustrofobiche - che i Cult of Luna non hanno mancato di sottolineare nei loro lavori precedenti - e il massiccio uso delle harsh vocals non fa che soffocare il già flebile potenziale melodico, portandolo quasi alla soglia dell'annullamento. La Christmas non fa altro che liberare la musica dalle catene oppressive, aggiungendovi un senso di indipendenza totalmente estraneo alla musica dei Cult of Luna. Cioè, la firma del gruppo svedese è ben salda, ma è anche del tutto differente da quanto ha fatto finora, mentre la cantante di Brooklyn non solo si muove a proprio agio, ma sfoggia una sicurezza tale che potrebbe entrare con merito in un album di Peter Hammill quanto in uno degli Ulver e mantenere la stessa efficacia.

In pratica i Cult of Luna hanno scavato nei meandri di un sound meditabondo e quasi ossessivo, preservandone la componente deflagrante e, proprio come un lavoro di questo tipo dovrebbe fare, ci apre le porte verso un'altra dimensione (in questo caso quella spaziale), anziché appesantirci la mente con distorsioni gratuite ed insensate. E' ciò che accade sin dall'inizio con A Greater Call che rivela sommessamente, solo grazie ad una cantilena da tregenda, in quale modo il canto della Christmas si bilanci ottimamente in una tensione continua con le voci dei Cult of Luna .

E allora sotto con Chevron tramite un basso-rullo compressore devastante nel suo incedere e con quel finale che diventa qualcosa di splendido, illuminato come un cielo stellato in quell'intreccio tra tastiera e chitarra elettrica. E poi ancora con i bordoni di tastiere e le suggestioni cinematiche alla Mogwai e GY!BE di The Wreck of S.S. Needle, ricongiungendosi in un unico monolite come fosse una colonna sonora di John Carpenter. Approaching Transition rimane simile nell'umore, ma è l'unico pezzo che potrebbe ricollegarsi ai soli Cult of Luna, dato che la Christmas è stranamente assente in questo episodio (e infatti rimane un gradino sotto a tutto il resto). L'ultimo pezzo Cygnus, tour de force di quasi quindici minuti, con cadenza marziale e un affastellarsi di strati psichedelici, racchiude idealmente tutto il concept dell'album dedicato alla contemplazione delle profondità cosmiche e ispirato alla sequenza finale di 2001 Odissea nello Spazio. "Space is the Place" diceva Sun Ra, l'essenza di Mariner è tutta qui: cinque pezzi da antologia per un colpo da maestro.


martedì 3 maggio 2016

BRITISH THEATRE - Mastery (2016)


Sembra tutto calcolato al millimetro negli impegni musicali di Mike Vennart. Dismesso temporaneamente il ruolo di live guitarist per i Biffy Clyro dopo il tour di Opposites, in contemporanea alla pausa di questi ultimi per produrre il nuovo album (in uscita a luglio), ha lavorato alacremente ai suoi progetti personali dai quali è stato partorito un lavoro solista lo scorso anno e adesso la prima opera dei British Theatre, Mastery, in collaborazione con Richard A. Ingram (aka Gambler), tutto realizzato appena in tempo per tornare a salire sul carrozzone live dei Biffy Clyro. A chi non avesse mai sentito nominare Mike Vennart e Richard Ingram basti sapere che hanno fatto parte degli Oceansize, una tra le più importanti e significative band della scorsa decade, definitivamente disciolti nel febbraio 2011.

Fin dalla prematura conclusione, comunque, Vennart e Ingram hanno proseguito a collaborare con due EP nel 2012 sotto il nome di British Theatre e poi come musicisti di supporto nei concerti dei Biffy Clyro appunto. Con The Demon Joke, Vennart si era riavvicinato e allo stesso tempo distanziato dal complesso post progressive della sua ex band, ma i British Theatre sono sempre rimasti un oggetto differente dal potenziale tutto in divenire. I due EP pubblicati ad un anno di distanza esatta dallo scioglimento degli Oceansize ci mostravano un duo affiatato che non si rassegnava ad abbandonare il proprio stile, consegnandoci un pugno di brani tra il rock sperimentale e il minimalismo elettronico. Ci sono però voluti altri quattro anni per arrivare a Mastery, una pausa che probabilmente è servita per mettere a punto il sound e lasciarsi alle spalle esperimenti già collaudati. Giunti al presente, possiamo affermare che i due EP erano solo delle prove generali per far comprendere ai due musicisti in quale direzione orientarsi e che Mastery, come ci anticipò Vennart nella nostra intervista, è molto, molto differente da tutto ciò che i due hanno prodotto finora.



Parlando di ruoli, Vennart si è occupato esclusivamente delle liriche e delle linee melodiche del canto, lasciando per il resto il timone musicale interamente a Ingram, il quale, nel frattempo, si era dato inoltre alla sperimentazione spinta nel campo dell'ambient esoterica, con l'inevitabile risultato di importare quelle spore dall'influsso elettronico nel primo album dei British Theatre. Se infatti nei due EP era evidente più di qualche residuo rock, qui ci troviamo di fronte ad un coacervo di drum machines, percussioni programmate, sequencer e sintetizzatori, riducendo al minimo indispensabile l'intervento di strumenti a corda. Pensate ad una versione dark punk e sperimentale dell'electro dream pop che è oggi in voga e collegatela ad un'evoluzione strutturata e progressive dei Suicide, e forse avrete una vaga idea di ciò che vi aspetta su Mastery. O almeno è quello a cui ci troviamo di fronte mentre scorrono i droni industriali di Blue Horror, l'orgia tribal synth di Dinosaur e le insidiose ragnatele di Newman che si dispiega in un trip finale di glitch music. Tra tappeti di synth, pulsazioni e beat elettronici, viene risaltata soprattutto la prova vocale di Vennart, che praticamente rappresenta l'unico strumento melodico all'interno dell'architettura sonora, firmando delle intuizioni che portano a brillare quasi di luce pop brani come CapraCross the Sword.

Per chi ha amato gli Oceansize, senza fare inutili paragoni, nella siderale differenza saprà trovare comunque delle attinenze, ad esempio, su Gold Bruise (ripresa direttamente dal primo EP) e The Cull, affini a quelle deviazioni atmosferiche post rock alle quali il gruppo si era dedicato nel proprio eclettismo su Everyone Into Position (penso a Music for a Nurse e Meredith) e Home & Minor. Oltre a ritrovare quella maestosità che praticamente faceva da suggello ad ogni album degli Oceansize, qui preservata dalle repentine oscillazioni tra calma/tempesta di Favour the Brave e nella title-track, posta in chiusura, dove Vennart canta sopra un campionamento del secondo movimento della Sinfonia n.1 op. 39 in mi minore di Jean Sibelius. Mastery è un capitolo spiazzante (o meglio, sorprendente?) solo per chi conosce il retaggio dal quale provengono i British Theatre, altrimenti rimane un buon album di synthrock, ma ci fermiamo qui. Non so, dando ascolto alla mia parte nostalgica avrei preferito un maggiore bilanciamento nella direzione tra le due anime rock ed elettronica presenti sull'EP Dyed in the Wool Ghost, piuttosto che optare per un esclusivo privilegio del secondo aspetto.





www.britishtheatremusic.com

domenica 1 maggio 2016

Altprogcore May discoveries



Il secondo album dei Pinnacles, scoperti ora con Convolve & Reflect, si dedica ad atmosfere eteree/elettriche, partendo dall'alternative rock post grunge e dilatando i tempi con shoegaze e post rock in un riflesso psichedelico con l'ausilio di armonie vocali riverberate per aumentare l'effetto lisergico. C'è un pizzico di quell'incontro tra le progressioni statiche e le evoluzioni in crescendo di Oceansize e Gates, anche se i Pinnacles non si inoltrano mai in variazioni che possano donare slancio ai brani.




Gloe è un quartetto di Salt Lake City che ha da qualche mese pubblicato il proprio EP d'esordio dal titolo Vestige, prendendo come base di partenza il post hardcore progressivo dei The Mars Volta (Vestigial/Ascension) per poi svilupparlo con risvolti math rock e con dei curiosi innesti ambient che, collocati all'interno delle sonorità elettriche e psichedeliche, potremmo ricondurre allo shoegaze. E' un singolare connubio di elementi che porta a degli accostamenti impensabili come se i Circa Survive suonassero jazz - ascoltare Macropsia per provare.




Gli A Kew's Tag mi sono stati suggeriti su Twitter e devo dire che li ho trovati abbastanza interessanti da includerli qui. Tedeschi di Hannover, i quattro ragazzi suonano un progressive rock alternativo che, per le ritmiche e i riff pronunciati alla maniera del math rock, potrebbe essere accomunato a band nord europee come 22 e Agent Fresco. Se non che, gli A Kew's Tag fanno uso esclusivo della chitarra acustica per donare incisività a tale formula e la scelta funziona abbastanza bene. Silence of the Sirens è il loro primo album ed è stato pubblicato lo scorso anno.




Per chi avesse apprezzato le segnalazioni di GoGo Penguin e Roller Trio, ecco un altro trio jazz-minimal-classic composto da sassofono, batteria e piano. Floa è il secondo album dei Mammal Hands ed uscirà il 27 maggio.




Gli Stage Kids sono una scoperta recente e ho appreso che il 28 maggio uscirà il loro nuovo lavoro intitolato Intra Mental. Nel frattempo, per familiarizzare, potete ascoltare l'EP Killer Tofu risalente al 2011. Lo stile è un math rock che flirta con jazz ed elettronica alla maniera dei Monobody con risultati molto interessanti.




Ecco un'altra prog metal band proveniente dall'Australia sull'onda di Karnivool, Chaos Divine e Cog. Anche se, effettivamente, "metal" non sarebbe proprio il termine più appropriato per gli Stare at the Clouds, dato che la loro opera prima, This Clear Divide, è più concentrata su atmosfere ambient djent e post rock e ha solo qualche sussulto hard, come un misto tra gli ultimi TesseracT e gli A Perfect Circle. Il gruppo è nato inizialmente come un progetto tra il chitarrista Seb Key e sua moglie Cassandra nel ruolo di batterista (proprio così!) - nel quale se la cava più che egregiamente nel dettare le poliritmie all'interno delle strutture sempre in evoluzione dei brani -, per poi aggiungere Keelan Butterick, Evan Jackson e Jacob Grindrod, divenendo un quintetto. This Clear Divide è un concept album sulle stimolazioni di un soggetto in seguito ad un trauma e vede nella suite in sei parti Concurrent Abreaction il suo snodo centrale.




Infine un EP risalente al 2012 consigliatomi direttamente dagli Oh Malô. L'omonimo esordio dei Tiny Hazard - guidati dal piano e dalla voce di Alena Sparger - è fatto di canzoni singolari prepotentemente avant-garde, come una versione ancora più art rock dei Bent Knee e di Joanna Newsom, solo che qui, appena vengono lambiti degli accenni al pop rock, si ritorna immediatamente a strutture aleatorie.