giovedì 26 maggio 2016

BIG BIG TRAIN - Folklore (2016)


I Big Big Train si sono sempre mostrati un gruppo in evoluzione, non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello della line-up. Guidati sempre dal duo Andy Poole e Gregory Spawton, ultimamente si sono compattati in un ottimo schieramento che vede David Langdon alla voce, Nick D'Virgilio alla batteria e l'ex XTC Dave Gregory alla chitarra, ma in occasione del primo concerto della band dopo tantissimi anni, tenuto nell'agosto 2014 negli studi Real World (e da poco pubblicato in Bluray con il titolo di Stone And Steele), si sono aggiunti alla formazione la violinista Rachel Hall e nientemeno che il band leader dei Beardfish, Rikard Sjöblom, facendo dei Big Big Train la sua seconda band a tutti gli effetti.

Quindi, è con questa ricca line-up che i Big Big Train sono arrivati, dopo una storia che dura ormai da cinque lustri, al nono album Folklore, a distanza di un anno dall'EP Wassail la cui title-track è qui contenuta. Ormai stabilizzati su un neo progressive sinfonico molto adulto che prosegue la vena degli ultimi tre lavori in studio, tra questi Folklore è forse l'album più raffinato, levigato e patinato a livello di arrangiamenti al punto che, se esistesse un corrispettivo dell'AOR per il progressive rock, esso ne sarebbe un degno rappresentante. Spiegando meglio, la nuova opera dei Big Big Train è una di quelle che ti puoi gustare, paradossalmente, con disimpegno, seduto sul tuo sofà con un bicchiere di brandy in una mano e un sigaro nell'altra, il caminetto acceso e un'atmosfera raccolta. Un prog della mezza età che si lascia ascoltare con piacere anche se non si è particolarmente dentro la materia, fatto di ballad malinconiche in forma di suite e belle armonie (Along the Ridgeway, Booklands), fanfare militari e echi di danze irlandesi. Probabilmente i fan dei Genesis lo adoreranno in passaggi come Salisbury Giant e Transit of Venus Across the Sun, ma un parallelismo che viene in mente con questo "nuovo" approccio pastorale e introverso, quasi cantautorale oserei dire, è quello con l'ultimo corso degli Echolyn.

I Big Big Train hanno incrementato l'uso di ottoni e archi, polifonie vocali e orchestrazioni, palesando velleità di provare anche cose nuove con il risultato di compilare una raccolta di brani a livelli di resa qualitativa altalenante. Ad esempio, l'ormai abusato ricorrere al folk irlandese, che ha stancato anche al di fuori del progressive rock, per dare un tocco di traditional, lascia un po' il tempo che trova sulla title-track, su Telling the Bees e su Wassail, consegnandole alla schiera non certo indimenticabile di tante altre prove simili all'interno del prog. Inoltre, i Big Big Train questa volta si vanno ad uniformare a quel prog sinfonico contemporaneo simile a Spock's Beard, Neal Morse e Transatlantic dove il citazionismo sonoro dei seventies costituisce la cifra stilistica più marcata, un vezzo evidente soprattutto su Winkie. Il respiro generale dell'opera è poi un po' viziato da una sensazione di omogeneità che ricade su arrangiamenti troppo studiati e freddi, simile ad una sorta di Steely Dan e Dire Straits ancora più macchinosi come accade nelle belle ma lambiccate arie di London Plane. I Big Big Train, a partire da The Difference Machine che aveva aperto un nuovo corso, erano riusciti a progredire su un fronte, se non originale, almeno personale. In questo caso si bloccano e la mia impressione è che, il pur bravo David Langdon che sta avendo sempre più spazio dal punto di vista di scrittura, li stia deviando su schemi progressivi più omologati.



 www.bigbigtrain.com

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