venerdì 22 dicembre 2017

ALTPROGCORE BEST OF 2017


Quindi com'è stato questo 2017? Qualitativamente, salvo qualche eccezione, alcuni gradini sotto il 2016, ma comunque buono. Sono usciti album che hanno compiaciuto parecchio la critica di settore in generale, dei plausi che personalmente mi hanno entusiasmato molto meno, tipo per fare qualche nome: Wobbler, Big Big Train, Caligula's Horse e il solito Steven Wilson. Da una parte mi è dispiaciuto perché pensavo che Wobbler e Caligula's Horse mi avrebbero potuto colpire di più, invece ho preferito altre cose e immagino che, se siete qui, non credo vi interessi vedere gli stessi nomi degli altri siti nelle mia lista, ma scoprire qualcosa di differente che eventualmente non compare da nessuna altra parte. Anche per questo ci terrei a ribadire che il best of di fine anno non deve essere considerato per forza come un giudizio definitivo, ma piuttosto come una lista di spunti di ascolto degni di nota.

Passando al particolare c'è da sottolineare come il 2017 sia stato l'anno dei grandi e insperati ritorni. Innanzitutto il post hardcore ha visto riaccendere la propria fiamma con i due pilastri degli anni Zero At the Drive-In e Glassjaw che avevano abbandonato le scene lasciando in eredità i due capolavori Relationship of Command (2000) e Worship and Tribute (2002) rispettivamente. Entrambi si sono fatti onore con nuove pubblicazioni dignitosissime alle quali va aggiunto assolutamente Interiors dei Quicksand, gloriosi padrini del post hardcore anni '90 discograficamente fermi ai box addirittura dal 1995. Nel progressive rock sono invece sono tornati i Bubblemath in formissima dopo una pausa lunga quindici anni. Per il resto non è stato un anno che ha regalato particolari sorprese o capolavori, ma comunque degli ottimi album ai quali però è mancato quello slancio da lasciare il segno.

Il 2017 ha segnato anche da parte mia un distaccamento emotivo totale dai canoni del genere. La cosa, come sapete, cova dentro da quando ho inaugurato questo blog nove anni fa e non è stato un fulmine a ciel sereno, ma una sensazione che ha raggiunto la saturazione dopo l'ascolto di From Silence to Somewhere dei Wobbler, che poi è un album di tutto rispetto del quale non posso parlar male o che sia brutto, ma ha solamente fatto scattare in me un meccanismo che aspettava solo il momento giusto per palesarsi. Per spiegarmi questo fenomeno sono dovuto ricorrere a un'ipotesi esistente che mi è venuta proprio in mente durante l'ascolto e ho pensato di applicare alla mia situazione. Avete presente la teoria chiamata "uncanny valley"associata alla robotica artificiale e poi estesa di conseguenza agli effetti speciali utilizzati nel cinema per creare creature digitali? In pratica è una sensazione che viene suscitata in noi quando un artefatto antropomorfo viene ricreato in modo perfetto, talmente somigliante e dettagliato che nella nostra percezione si forma un certo disagio e repulsione poiché intuiamo la sua artificiosità. L'uncanny valley come parallelismo in musica rappresenta per me quel punto di non ritorno presente oggi nel progressive rock cosiddetto "sinfonico". È vero che anche negli altri generi si può ritrovare tale familiarità, ma credo che il progressive rock ne sia più vittima proprio perché utilizza un'estetica meno adatta a rinnovarsi e ad essere ripetuta all'infinito. Naturalmente sarò sempre ben lieto di sbagliarmi ed essere smentito da future pubblicazioni, ma per ora è questa la situazione. Buon proseguimento, see you on the other side.



#40.At the Drive-In
in•ter a•li•a
Nonostante la defezione di Jim Ward gli At the Drive-In sono riusciti a tornare alla forma post hardcore dopo le varie avventure nel progressive rock senza sbavature e senza risultare nostalgici. A diciassette anni da Relationship of Command il primo album della reunion in•ter a•li•a è un lavoro che suona moderno ma che potrebbe benissimo essere stato pubblicato dopo In-Casino-Out. Un elemento da non sottovalutare per capire quanto siano attuali ancora gli ATD-I e quanto siano stati lungimiranti. Certo, è un post hardcore edulcorato e prodotto benissimo, ancora una volta senza sovranincisioni che ne camufferebbero l'urgenza genuina punk, ma impacchettato in una veste più presentabile e accattivante, come se fosse diventato improvvisamente popolare anche al di fuori della scena alternativa. Esercizio portato a termine a pieni voti, ben inteso: solo Bixler-Zavala e Rodriguez-Lopez, dopo aver rivoluzionato il progressive rock da indomiti guastatori con i The Mars Volta, sanno ancora come riportare a galla la loro natura hardcore delle origini.



#39.Arcane Roots
Melancholia Hymns
La maggior parte dei brani di Melancholia Hymns è costruita a grandi linee in questa maniera: si parte sommessamente con tastiere atmosferiche che consolidano una tensione, la quale percepiamo scaturirà in qualcosa di più grande, attraverso lo sfoggiò di chitarre elettriche e potenti bordate hardcore, cosa che puntualmente avviene. L'aspetto inedito che questa volta hanno provato a testare gli Arcane Roots è il forte contrasto trasmesso dai vari registri di tastiere e qualche intervento di batteria elettronica che si impongono nell'estetica sonora come un richiamo ai contemporanei ritorni alla synthwave, ma che li avvicina anche al modo di operare di band che stanno coniugando caratteristiche antitetiche, tra arie intimiste e sonorità più aggressive, come stanno facendo gli Sleep Token ad esempio. Alla fine però Melancholia Hymns sembra soffra del ripetersi di queste soluzioni e sulla lunga distanza perde quel fascino che comunque sicuramente trattengono alcune tracce se prese singolarmente. Una musica che in ogni caso acquista in suggestività se abbinata alle giuste immagini come il video di Curtains sta a dimostrare.




#38.Circa Survive
The Amulet
The Amulet presenta un gruppo stilisticamente emancipato che ha trovato una propria identità sonora, anche se non è semplice penetrare nell'essenza delle canzoni presenti nell'album a causa di elementi melodici talvolta sfocati. I Circa Survive non suonano più un post hardcore progressivo per adolescenti, ma nella loro maturità sembrano aver raggiunto un rapporto intellettuale con il proprio sound simile ai Dredg. Come per Juturna, qui siamo di fronte ad un lavoro che va assaporato lentamente: all'inizio può lasciare perplessi e indifferenti proprio per la sua omogeneità nel fluire tra un brano e l'altro, però poi si faranno strada alcuni particolari e qualità nascoste. La maggior parte della musica composta per l'album conserva una miscela hard psichedelica, ancora e sempre orchestrata dall'interplay delle chitarre di Colin Frangicetto e Brendan Ekstrom, che sembra non avere contorni ben definiti ma sfumature frutto, ora più che in passato, di sessioni di scrittura fatte di jam collettive e improvvisazioni trasformate in strutture. Sicuramente non è un album che convincerà tutti, dato che comunque resta nell'aria qualcosa di lasciato in sospeso che dipende forse dalla rinuncia nella ricerca di trame più complesse ed incisive.




#37.Caligula's Horse
In Contact
Uno degli album prog metal più osannati del 2017 e in effetti a ragione. I Caligula's Horse dimostrano di essere cresciuti ancora rispetto a Bloom, che avevo apprezzato molto. Su In Contact si sono messi alla prova vincendo una sfida con brani molto articolati e affascinanti, però per una questione del tutto personale non sono riuscito ad entrare completamente in sintonia con questo album. Non so se è per la sua durata o per un'omogeneità nel loro stile che non mi ha trasmesso quell'emozione necessaria per apprezzarlo fino in fondo. Riconosco che è un grande lavoro, ma c'è qualcosa che manca.





#36.RIVIẼRE
Heal
Karnivool copycat, e allora? A me son piaciuti. I RIVIẼRE si inseriscono in quella deviazione di prog metal che ormai è mutata verso un territorio di confine che comprende djent, ambient, shoegaze e post rock. Quindi dimenticate i canoni più pesanti, barocchi e virtuosi del genere, in questo caso la tecnica è al servizio della creazione di paesaggi sonori elettrici diluiti in lunghe cavalcate i cui riferimenti possono essere soprattutto i Karnivool (appunto), ma anche una gran parte del metal alternativo americano a partire dai Deftones e dagli A Perfect Circle. Nel metal psichedelico dei RIVIẼRE tracce come New Cancer, Yosemite, Symbol e Satin Night sembrano concepite come un trip psichedelico nel quale viene dato uno spazio equamente distribuito tra parti strumentali e parti cantate. Un appunto che si potrebbe fare è che la chitarre escono troppo pastose e un suono più limpido ne avrebbe giovato, inoltre, se da una parte forse qualche pezzo potrà sembrare eccessivamente prolisso capiterà, di contro, di imbattersi in momenti suggestivi che comunque aiutano a godersi la prospettiva sonora.



#35.Mew
Visuals
Gli ultimi lavori ci avevano presentato una band curiosa di sperimentare ed evolversi nel proprio universo di synth pop e math prog ed erano stati così radicali in una direzione o nell'altra - No More Stories più prog e avventuroso, +- più orientato su sonorità pop da lasciare interrogativi su come la band potesse ancora aggiungere qualcosa di nuovo e degno di interesse. Visuals riesce in tale compito, raggiungendo un equilibrio tra prog e pop davvero encomiabile, anche se è il secondo aspetto ad essere privilegiato. Probabilmente le melodie accessibili, pastose e orecchiabili dei Mew sono le uniche a richiedere un ascolto attento ed assorto, senza necessariamente dover battere mani e piedi, dovuto al fatto delle molteplici stratificazioni e Visuals spinge molto su tale effetto. A parte la voce angelica di Bjerre, i paesaggi sonori immaginati dai Mew hanno un fascino del tutto particolare, creando un insieme di timbri veramente unici.
  




#34.tricot
3
Arrivate al terzo album le tricot sono riuscite a fare il grande salto che porterà finalmente la loro musica oltre i confini del Giappone. O meglio, le tre ragazze di Kyoto c'erano già riuscite con una serie di concerti, EP e con i due album (T H E e A N D), assicurandosi la fedeltà di molti fan dediti sia al math rock che al J-pop. Rispetto ai due album precedenti 3 si concentra sull'essenzialità, sostituendo le deviazioni prog con un uso più prominente di dinamiche quiet/loud, viene così mostrato un lato che ben sintetizza quanto le tricot abbaino da offrire sia in ambito math rock sia in ambito pop rock, incoronandole maestre del crossover tra queste due discipline.



#33.David Crosby
Sky Trails
Sky Trails conferma un momento di felicissima vena creativa per Crosby, smentendo ogni luogo comune sul calo di qualità espressiva degli artisti in tarda carriera. Dopo il soft rock di CROZ (2014) e il passaggio acustico di Lighthouse (2016), Sky Trails pare chiudere momentaneamente nel migliore dei modi un’ideale trilogia sulle declinazioni del folk. Come sempre Crosby ci delizia di armonie acustiche di rara suggestione, ma in questa sede a prendere campo è il suo amore per il jazz. Con tutte le rockstar che sono passate a miglior vita di recente, ringraziamo il cielo che non solo ci ha preservato il genio di David Crosby, ma che l’artista americano sia ancora qui a sfornare capolavori.




#32.Quicksand
Interiors
Dopo una pausa durata ben 22 anni, i pionieri del post hardcore Quicksand tornano con un album in studio molto atteso, annunciato ormai da qualche mese, dal titolo Interiors. Solo due album negli anni '90, Slip (1993) e Manic Compression (1995), bastarono a consolidarli come autorevoli esponenti del genere. Nel 2012 finalmente i Quicksand si sono riuniti per suonare saltuariamente qualche data live, ma l'arrivo di un nuovo album è stata praticamente una sorpresa (a parte qualche indizio in passato mai confermato dalla band). Interiors non delude ed è tutto ciò che si poteva aspettarsi dai Quicksand: un album solido che ben si adatta al presente rispolverando l'estetica sonora della band.




#31.Eidola
To Speak, to Listen 
Gli Eidola sono cresciuti immensamente a livello strumentale e riportano in vita quell'hardcore progressivo di fine anni Zero che vedeva spuntare band come funghi (Closure in Moscow, Children of Nova, Emarosa e Tides of Man), riassumendone i connotati però elevandolo ad una nuova dimensione sperimentale. Ma se da una parte elaborano delle trame armoniche veramente sorprendenti e complesse, dall'altra i momenti harsh vocals che colpiscono all'improvviso sembrano talvolta fuori contesto.




#30.Jeremy Enigk
Ghosts
Senza un'etichetta e senza promozione l'ex Sunny Day Real Estate Jeremy Enigk per il suo nuovo capitolo solista si è fatto aiutare dai fan tramite PledgeMusic. Dopo qualche anno di silenzio artistico Enigk si mette alla prova dimostrando che nulla è cambiato nel suo mondo intimo ed acustico, neanche la sua incredibile ed emozionante voce che è sempre un valore aggiunto a queste canzoni.




#29.Bryan and the Aardvarks
Sounds From The Deep Field
Sounds From The Deep Field è fondamentalmente un disco jazz, ma anche così trasversalmente chamber pop da far risuonare il Canterbury Sound nei ricordi di ogni appassionato, aggiungendo negli aspetti fusion anche qualcosa del lirismo del Pat Metheny più orchestrale.




#28.Oceanic
Trappist
Non si discosta molto da queste coordinate un altro trio di Halifax, gli Oceanic, con il loro secondo album Trappist. L'album si pone in un'area vicina al djent ultra tecnico degli Animals As Leaders, anche se fortunatamente l'algido approccio della band di Abasi viene stemperato in una prospettiva più indirizzata alle dinamiche math rock e a stratificazioni strumentali psichedeliche e post rock. In definitiva gli Oceanic sono un'altra band da segnalare e tenere d'occhio, magari recuperando anche il primo album Origin.



#27.Dialects
Because Your Path Is Unlike Any Other
Con un solo EP alle spalle e con l'album d'esordio qui presente ancora da pubblicare, dal 2013 gli scozzesi (di Glasgow) Dialects hanno già alle spalle prestigiose partecipazioni a festival prestigiosi come ArcTanGent e nella serie di sessioni live in studio di Audiotree. Da queste poche tracce lasciate si era capito che il quartetto di math rock/post rock era da tenere d'occhio, andandosi ad inserire stilisticamente in un ideale incontro tra Three Trapped Tigers, Alpha Male Tea Party e Strawberry Girls. Il bagaglio d'esperienza accumulato in questi quattro anni di attività si palesa in tutta la sua potenza su Because Your Path Is Unlike Any Other che bilancia i toni aggressivi e le ritmiche inconsulte del math rock con i paesaggi sonori psichedelici descritti dal post rock.




#26.Chameleon Culture
The Universe Is A New Year's Day Parade
Nella propria biografia i Chameleon Culture citano influenze nobili come Jeff Buckley, Radiohead e Pink Floyd, ma di questi artisti vi si ritrova piuttosto la concezione di costruire flussi musicali indipendenti da una forma preimpostata. Nel rock sperimentale dei Chameleon Culture si possono invece rintracciare, a grandi linee, generi come blues, funk, indie rock e soprattutto psichedelia. E' quest'ultimo aspetto che viene sviscerato tramite suoni riverberati di chitarra, elettrici e celestiali, tastiere fluttuanti e la voce emozionale di Gaston che si estende con sicurezza tra acuti e crescendo, dando vita a delle jam torrenziali che ricordano un po' il modo di fare dal vivo di Prince. La cifra stilistica di The Universe is a New Year's Day Parade è proprio caratterizzata da un songwriting che predilige la lenta costruzione atmosferica del pezzo attraverso un inizio "di presentazione" che pone le basi per dei crescendo strumentali emotivi che possano coinvolgere l'ascoltatore. Un ottimo biglietto da visita che apre a prospettive ad ampio margine di crescita.





#25.A.M. Overcast
Drown to You
Tecnicamente un EP, ma per gli standard di Alex Litinsky alias A.M. Overcast Drown to You si tratta di un album a tutti gli effetti. Le trovate math pop che ogni volta vengono spremute e condensate in pochi minuti valgono come un full length.




#24.Lambhorn
Cascade
Come album d'esordio Cascade ha il pregio di imporre immediatamente un'identità sonora ai Lambhorn con i suoi peculiari intrecci suadenti e psichedelici di chitarre che formano una specie di post rock new age. La dimensione sonora rimane onirica anche nei momenti più accesi e l'evoluzione dei lunghi pezzi è ben orchestrata. Cascade imbocca una via più morbida e sommessa rispetto ai colleghi a cui piace alzare il volume dell'amplificatore ed è sicuramente da conservare come una delle migliori uscite post rock del 2017.




#23.Picturesque
Back to Beautiful
Back to Beautiful è un prodotto che va ad inserirsi nella scena contemporanea post hardcore americana ormai ricca di nomi, come Amarionette, Stolas e molti altri, cresciuta e affollata al pari di quella dei nuovi talenti chitarristici fusion djent. Le canzoni rimangono concepite per una durata essenziale e con delle strutture piuttosto convenzionali, ma in particolare sono le tessiture strumentali dei due chitarristi Zach Williamson, Dylan Forrester e del bassista Jordan MGreenway a creare tensione, facendo leva sul mettere in risalto la voce acuta di Kyle Hollis (del quale in giro si leggono lodi alla sua prodigiosa estensione vocale) e creando un mix melodico tra l'hardcore emo dei Circa Survive e le sezioni più aggressive vicine allo screamo dei Saosin.



 
#22.Tetrafusion
 Dreaming of Sleep
Il primo album in studio dei Tetrafusion dopo sette anni è un imponente e monolitico lavoro che unisce le digressioni pesanti del prog metal con le pratiche virtuose della fusion. Dreaming of Sleep definisce quindi un nuovo percorso per la band che ha avuto il suo preludio con il prezioso EP Horizons



#21.Once and Future Band
 Once and Future Band
Una delle sorprese dell'anno. I Once and Future Band, tra le altre cose, hanno aperto alcuni concerti dei Tool del 2017, però nel loro stile macinano con competenza un AOR anni '70, mischiando le raffinatezze degli Steely Dan e Todd Rundgren, le melodie pop dei Beatles, i primi Yes e i Supertramp in un caleidoscopio nostalgico, ma senza essere pedanti.

 

#20.Bent Knee
Land Animal 
I Bent Knee continuano a progredire nel loro unico mondo musicale. Il bello è che non puoi paragonarli a nessun'altra band in particolare, nella propria e particolare visione di art rock o avant pop, il sestetto di Boston produce uno stile molto teatrale, melodrammatico, sperimentale e accessibile allo stesso tempo che in Land Animal si mette alla prova spingendo il tutto al massimo delle possibilità. Sotto alcuni aspetti risulta meno complesso di Say So, ma paradossalmente è meno immediato, forse per i suoi arrangiamenti più meditati che guidano il tessuto strumentale su diversi fronti.




#19.Andromeda Mega Express Orchestra
Vula
Ascoltare un'orchestra con divertimento mentre ti mostra la sua abilità nel frullare le soundtrack degli anni '50, le big band anni '40, lo swing, il jazz e la sperimentazione della classica contemporanea non è cosa che si trova molto facilmente. Vula, terzo album in studio della Andromeda Mega Express Orchestra, riesce nell'impresa risultando cerebrale con leggerezza. 


#18.blis
No One Loves You
Il primo Lp dei blis si staglia all'orizzonte come un futuro nuovo classico nel calderone emo/post hardcore, applicando le giuste proporzioni tra potenza e malinconia saggiamente dosati su canzoni fieramente emo. Forse è anche per la voce androgina del chitarrista Aaron Gosset che aleggia un sottile paragone con i Sunny Day Real Estate e infatti No One Loves You aggiorna i canoni di Diary e LP2 per una nuova generazione di emo fan. Molto probabilmente il miglior album che potrete ascoltare quest'anno all'interno di questo genere.



#17.Everything Everything
A Fever Dream 
Come per i Dutch Uncles anche qui con gli Everything Everything ci troviamo di fronte ad una versione intelligente di pop rock con derive dance e new wave. L'album precedente del gruppo di Manchester mi aveva parzialmente deluso per un avvicinamento troppo marcato a dettami più commerciali, lasciando sullo sfondo la vena sperimentale. A Fever Dream si reimpossessa di quella forma e si spinge in meandri più dark del solito. Il loro album migliore dai tempi del primo capolavoro Man Alive




#16.Dutch Uncles
Big Balloon
Art pop, prog pop, avant pop, comunque la mettiate i Dutch Uncles, come i loro cugini Field Music, smontano la materia pop per ricrearla in modo intelligente e trascinante. La title-track per me rimane uno dei pezzi di punta del 2017, ma tutto l'album è un piccolo gioiello di maestria funambolica pop.



#15.The Swan Thief
II
Il secondo album degli Swan Thief è intriso di atmosfere lente e dilatate che si dipanano con pazienza. La band californiana suona un melodrammatico post rock comprensivo di voce, molto malinconico e atmosferico nella sua vorticosa veste sonica. Nel loro bilanciare aggressivi crescendo e romantici lenti mi fanno pensare agli indimenticabili contrasti sonori degli Aereogramme. Ogni cosa però qui concorre a creare dei lunghi e riverberati paesaggi sonori dove gli abbondanti 14 minuti dell'ultima traccia Edax Mare funzionano da catarsi e compendio finale.



#14.Nova Collective
The Further Side
Supergruppo di fusion progressiva moderna, come l'esordio degli Arch Echo i Nova Collective dimostrano talento virtuoso senza dimenticarsi della musica suonata con il cuore formato da musicisti ampiamente stimati nell'ambiente, ovvero il bassista Dan Briggs (Between the Buried and Me, Trioscapes), il chitarrista Richard Henshall (Haken), il batterista Matt Lynch (Trioscapes, Cynic) e il tastierista Pete Jones (ex-Haken).




#13.Tiny Hazard
Greyland
E' mai capitato di ascoltare un album pop che non sia per tutti? Greyland con le sue melodie folli e oblique è uno di questi. Art pop e avant-garde si uniscono in canzoni singolari, rese ancora più uniche dalla voce elastica e infantile di Alena Spanger. 




#12.Project RnL
Internet Releases
Internet Releases è il primo album degli israeliani Project RnL: pubblicato ufficialmente quest'anno, in realtà è un "best of" di tutti i pezzi che il gruppo ha realizzato negli anni e che circolava nei loro live da qualche tempo. Se conoscete gli Anakdota, band con cui i Project RnL condividono il cantante, anche loro vi colpiranno in modo positivo per quell'approccio fresco alla materia art pop con dosi ingenti di virtuosismo fusion e classico. Echi di Gentle Giant, ELP e Echolyn li rendono praticamente una garanzia.




#11.Charlie Cawood
The Divine Abstract
The Divine Abstract è un arsenale di musiche per strumenti a corde dalle connotazioni esotiche e spirituali. World music, new age, etno rock o quello che possono voler dire...Charlie Cawood, conosciuto per essere il bassista dei Knifeworld, compone un'opera suggestiva e dai contenuti colti e preziosi. 




#10.Twin Pyramid Complex
Jinx Equilibria
Uno dei lavori più ostici e forse controversi dell'anno, dove si incontrano caos e geometrie progressive risalenti come ispirazione ai The Mars Volta più sperimentali. Comunque la sua carica apocalittica è equivalente al fascino che nascondono in profondità le trame sonore.




#9.The Knells 
Knells II
Nel secondo album i The Knells cercano un approccio meno cerebrale, ma parlando di una band come questa è comunque difficile parlare di apertura verso canoni più accessibili. Rimane sempre la sperimentazione progressiva nei suoni psichedelici e sinfonici delle chitarre, nelle voci femminili utilizzate come in ambito classico, negli arrangiamenti art rock. Uno sguardo trasversale tra colto e popolare che ancora una volta trova la giusta formula per colpire dato che non c'è nessun'altra band che suoni come i The Knells.




#8.Elder
Reflections of a Floating World
Generalmente non sono un fan dello stoner rock e infatti il tanto lodato "Lore" non mi ha mai fatto scattare l'amore per gli Elder. Al contrario, Reflections of a Floating World mi ha convinto fin dal primo ascolto. Dei riff uno più memorabile dell'altro, cavalcate strumentali mai sopra le righe e un uso encomiabilmente gustoso del Mellotron per me ne fanno un nuovo classico del genere.




 #7.Icarus the Owl
Rearm Circuits
Al quinto album in studio gli Icarus The Owl mostrano una maturità inattesa che li rende capaci di modellare un pop punk complesso con dosi equamente divise di math rock, post hardcore, progressive e djent.



#6.DispersE
Foreword
I Disperse con il loro album precedente avevano tracciato una nuova affascinante via per il genere djent. Le visioni mistiche e zen del gruppo si sono ripercosse in un sound metal delle forti tinte psichedeliche e new age. Con Foreword si sono spinti in territori più accattivanti e, per così dire "pop", ma la sostanza rimane invariabilmente influenzata da architetture ambient. Forse qualcuno sarà rimasto deluso da questo leggero cambio di rotta, ma i Disperse si confermano tra i migliori rappresentanti del genere, che almeno tentano di dire qualcosa di nuovo.




#5.A Lot Like Birds
DIVISI
Un cambio di rotta inaspettato quanto ben orchestrato. Gli A Lot Like Birds perdono il cantato harsh di Kurt Travis e alleggeriscono le parti da experimental hardcore ma ne guadagnano in termini di melodie cristalline, trame chitarristiche propulsive, ritmiche meticolose e comunque un altro modo di approcciarsi con il prog hardcore. 



#4.Molly the Lollypop
 Party with Imaginary Friends 
Fresco ed inventivo duo formato da Andy Irwin e Sean Hilton che si inoltra nel prog metal avvalendosi di pesanti dosi di space rock mutuato da dance e trance-ambient. Sempre in bilico tra trip popedelico e aggressività post metal, Party with Imaginary Friends è un ascolto consigliato sia ai fan dei Porcupine Tree e Ozric Tentacles versione anni '90, sia ai moderni cultori del djent.



#3.Arch Echo
Arch Echo
La rivelazione metal-fusion dell'anno: gli Arch Echo portano una ventata di aria fresca nel sempre asfittico e affollato panorama djent con sonorità anni '80 che si incontrano con le evoluzioni sonore del presente.




#2.The Contortionist 
 Clairvoyant
Un cambio di direzione che sicuramente diviso i giudizi sul nuovo corso dei The Contortionist. Per quanto mi riguarda io sto dalla parte di chi ha apprezzato Clairvoyant perché nelle sue stratificazioni sonore è un album che ti invita a molteplici ascolti per arrivare in profondità e alla fine essere vittima del suo incantesimo. Ciò che colpisce è l'atmosfera monocromatica, nebulosa e ultraterrena: ogni traccia è differente, ma pare appartenga tutto ad un'unica suite con variazioni sul tema. Qui si va oltre il metal o il djent: un album prog di altra specie che con le sue tessiture strumentali avvolge e ipnotizza.




#1.Bubblemath
Edit Peptide
Una gestazione lunga tredici anni ha portato i Bubblemath ad un secondo album rifinito e complesso come un mandala. Math rock, progressive rock, avant-garde, jazz, fusion, art pop e ironia zappiana si connettono in una caleidoscopica e frenetica visione futurista della musica. A qualcuno potrà sembrare un freddo sfoggio di tecnica, ma c'è della genialità nella lucida follia dei Bubblemath. Saltando repentinamente da un umore all'altro è comunque completamente inutile assegnare un'atmosfera ben precisa ai brani, ma la cosa più incredibile ascoltando Edit Peptide è che nelle sue continue evoluzioni non dà l'idea di toccare generi ben precisi come metal, jazz, classica, folk, ma fluttua in un universo a sé stante. Questa è musica che, molto semplicemente (o meglio, complicatamente), si spinge ai limiti nella frenetica ricerca di qualcosa di nuovo, in due parole: "progressive rock" nella sua accezione più compiuta.

giovedì 21 dicembre 2017

Gli ultimi ascolti di dicembre


 Avevo presentato gli scozzesi Atlas: Empire nel 2013 al tempo del loro secondo EP Somnus. The Stratosphere Beneath Our Feet Part 1: For The Satellites risale al 2015 e mi era sfuggito, ma è un EP da non perdere, un passo avanti in cui il post hardcore progressive del gruppo si fa più profondo con forti impulsi di Oceansize, Aereogramme e Biffy Clyro vecchia maniera. Il gruppo, i cui 2/4 fanno parte anche dei Dialects, sta attualmente preparando l'album d'esordio previsto per il prossimo anno.



Secondo EP dell'anno per il chitarrista dei Disperse Jakub Zytecki. Questo Ladder Head e il suo gemello Feather Bed, pubblicato in aprile, formano un ideale album unico che stilisticamente prosegue l'estetica di Foreword, terzo album in studio dei Disperse uscito ad inizio anno.



VAVÁ è lo pseudonimo usato dalla chitarrista e cantante Vanessa Wheeler che ha aperto i recenti concerti dei The Dear Hunter. The Other Side è il suo EP di esordio.



Cobalt Blue è un quintetto brasiliano che ha pubblicato il proprio primo album ad aprile ed è un'interessante rilettura dei canoni marsvoltiani in una chiave più blues e psichedelica, ma meno cervellotica.



The Venus De Melos è un duo formato da Mikhail Kokirtsev e Francisco Garcia i quali in questa uscita risalente al 2015 si dedicano ad un math prog rock in qualche inclinazione di nuovo debitore dei Mars Volta.

mercoledì 13 dicembre 2017

ALTPROGCORE 2017 BEST EPs


Siete pronti per la classifica di fine anno di altprogcore? Per riscaldarvi ecco come sempre la preliminare lista dei migliori EP che comunque non va ritenuta come un qualcosa di secondario. Specialmente questo anno abbiamo dei titoli forse più intriganti dei full length in quanto a novità e interesse. Per l'appunto credo che questa del 2017 sia la lista più corposa compilata nella storia di altprogcore per ciò che riguarda gli EP, decidendo di includere alla fine venti titoli degni di nota. Le didascalie di accompagnamento saranno riservate agli album, sempre per motivi di tempo, ma almeno se siete curiosi avete l'opportunità di premere "play" e ascoltare voi stessi cosa vi piace e cosa no.




20.Medals
 Dust




19.Hail the Sun
Secret Wars



18.Blue Taboo
Morning Fog



17.The Physics House Band
Mercury Fountain




16.Cauls
Recherché



15.Hakanai
Hakanai


14.Shipley Hollow
Change



13.Terra Collective
Emerge



12.Palm
Shadow Expert



11.Courtney Swain
Growing Pains



10.Childish Japes
After You're Born



9.Mercury Sky
Infra



8.AfterWake
TIL 



7.Time King
The 1955: Frontierland



6.JYOCHO
Days in the Bluish House



5.gP.
Destroy, So as to Build




4.SEIMS
3



3.Sleep Token
Two 



2.Snooze
Actually, Extremely



1.The Dear Hunter
All Is As All Should Be

domenica 10 dicembre 2017

Aereogramme - "My Heart Has A Wish That You Would Not Go" 10th Anniversary Remaster


Dieci anni fa veniva pubblicato My Heart Has A Wish That You Would Not Go, terzo e ultimo album in studio degli Aereogramme, band scozzese di cui oggi si è quasi persa memoria, anche se il loro contributo al genere post hardcore e post rock è stato molto importante. My Heart Has A Wish That You Would Not Go, che rimane per me uno degli album preferiti del decennio, fu quasi un'anomalia nella discografia del gruppo, allora reduce da due lavori altrettanto influenti ed amati come A Story in White (2001) e Sleep and Release (2003). Adesso è il momento di celebrare quell'opera e l'ex chitarrista della band Iain Cook ha curato la nuova edizione rimasterizzata del disco che da oggi è disponibile su Bandcamp.

Probabilmente nel presente molti conoscono i componenti degli Aereogramme per altri motivi: Cook è divenuto un produttore e, nel 2013, ha conseguito un meritato successo di pubblico con il gruppo electro-pop CHVRCHES, formato insieme alla cantante Lauren Mayberry, dei Blue Sky Archives, e a Martin Doherty (co-produttore di My Heart Has A Wish That You Would Not Go). Il batterista Martin Scott è diventato il tour manager dei The Temper Trap e dei CHVRCHES, così come il bassista Campbell McNeil ha ripreso e continuato la sua vecchia attività di tour manager dei Biffy Clyro che aveva abbandonato con la nascita degli Aereogramme. Infine il cantante Craig B. è colui che, tra tutti e quattro, forse, è rimasto un precario della musica: oltre ad iscriversi all’università per studiare teologia, ha poi creato, insieme a Cook, i The Unwinding Hours, raccogliendo il nostalgico pubblico che aveva amato gli Aereogramme e riallacciandosi idealmente a quella strada, ed oggi continua come solista con il progetto A Mote of Dust.

E proprio Craig B. fu indirettamente responsabile del cambio di rotta intrapreso con My Heart Has A Wish That You Would Not Go. Il prolungato periodo di fermo che infatti precedette la sua pubblicazione fu dovuto ai problemi vocali del cantante che, praticamente, svanì per sei mesi. “L’estensione più acuta della mia voce semplicemente scomparve”, spiegò Craig in un’intervista, “e penso sia in parte dovuto alle urla che ero solito fare durante i concerti, specialmente nel tour per il secondo album. È stato un terribile mix di tabacco, whiskey e urla. […] Non c’era alcuna cura medica, ho anche visto dei dottori, ma solo il riposo l’avrebbe riportata indietro. Fu un momento veramente spaventoso”. Craig si trovò in quella situazione a causa dell’estensivo tour che seguì la promozione per Sleep and Release. Così, quando gli Aereogramme riuscirono a tornare in tour, al fine di preservare la voce di Craig B., fu aggiunto un membro esterno che si occupava delle parti urlate. Questo inaspettato incidente in parte influenzò la direzione musicale del nuovo album, dove veniva dato largo spazio alla vena orchestrale/sinfonica della band (tanto che loro stessi coniarono il termine “score-core”), sicuramente meno sperimentale rispetto agli esordi, ma ugualmente affascinante.

L’album fu registrato nei 4th Street Studios e, riguardo alla piega musicale che prese, McNeil spiegò: “Discutemmo a lungo a proposito dell’indirizzo che avrebbe dovuto prendere l’album e molto presto capimmo che apparentemente avevamo due scelte. La prima sarebbe stata quella di abbracciare volontariamente i nostri ottusi individualismi e provare a creare il più incasinato e generalmente discordante album immaginabile. La seconda era scegliere un aspetto del nostro sound precedente ed esplorare pienamente il suo potenziale. […] Convenimmo che l’opzione due sembrava il giusto percorso per noi, così decidemmo di aprirci alla nostra parte più orchestrale, cinematica e abbandonare il nostro metallico Mr. Hyde”. My Heart Has A Wish That You Would Not Go uscì il 5 febbraio 2007 e il lungo titolo era una citazione tratta dal libro “L’Esorcista” di William Peter Blatty, scelta che quasi funzionava da metafora per il contenuto del disco, molto più soft rispetto al passato, ma che conservava l’inquietudine tipica del gruppo. È come se gli Aereogramme con questo titolo avessero voluto dire: ci siamo lasciati andare a sonorità romantiche, ma la nostra anima rimane tenebrosa. Forse i fan della prima ora del quartetto scozzese rimasero spiazzati da tale scelta, ma, a ben vedere, le atmosfere languide e orchestrali dell’album erano un naturale sviluppo di quanto già fatto in passato. Se, infatti, nei lavori precedenti il gruppo aveva lasciato convivere furiose aggressioni e arie dal respiro sentimentale, ora erano queste ultime a prevalere.



Le rasoiate di chitarra elettrica di Conscious Life for Coma Boy traevano quasi in inganno nell’introduzione, il brano diventava subito un lento dai connotati country rock con tanto di intermezzo da camera. Il clima romantico rimaneva tale su Exits, in seguito punteggiata da un piano minimale che sottolineava l’andamento dondolante del pezzo. Il valzer di Barriers e la sinfonica Finding a Light rimanevano i brani simbolo di questa nuova prospettiva solenne e coinvolgente. Dove prima c’erano le chitarre a dare l’impeto dei crescendo ora ecco arrivare fiati e violini che, però, non superavano mai il livello di guardia. Dall’altro lato potevano costituire un legame con il passato le residue tracce elettriche che facevano la loro comparsa nel finale di Living Backwards o il clima morboso di Nightmares, che si collegava alle spire elettroniche nelle quali si consumava il dramma della notevole The Running Man. Gli Aereogramme scelsero coraggiosamente di allontanarsi dall’asprezza dei loro suoni, inerpicandosi in una materia delicata come il melodismo sinfonico, restando però ancorati al loro substrato melanconico.

Per la promozione dell’album gli Aereogramme riuscirono ad organizzare un nuovo tour negli Stati Uniti, un’esperienza che questa volta non si rivelò affatto positiva per la band. Le cose cominciarono a prendere una brutta piega fin dall’inizio, quando si presentarono i problemi per ottenere il visto. I cavilli burocratici ritardarono la partenza del gruppo con il risultato di dover cancellare la prima settimana del tour e ripianificare le date interessate, rimandandole. Anche una volta giunti negli Stati Uniti niente andò per il verso giusto: il tour si rivelò un vero inferno, sia dal punto di vista organizzativo, sia dal punto di vista logistico, fiaccando definitivamente il morale della band. Fu in quel momento che, durante alcune discussioni nelle varie stanze d’albergo, gli Aereogramme decisero di farla finita e sciogliersi.

sabato 9 dicembre 2017

Glassjaw - Material Control (2017)


Riferendosi a Material Control il chitarrista Justin Beck e il frontman Daryl Palumbo parlano di un album dalla natura urgente, ignorante e acuta, registrato molto velocemente per mantenere intatte queste caratteristiche spontanee. Il terzo album in studio del duo di Long Island arriva a quindici anni di distanza dal seminale Worship and Tribute, un silenzio che era stato interrotto solo da qualche EP, l'ultimo dei quali, Coloring Book, sembrava segnare una nuova strada con influssi dub, vibrazioni caraibiche e il cantato più composto di Palumbo (che durante la pausa dei Glassjaw ha avviato nuovi progetti musicali come Head Automatica e Color Film, mentre Beck ha messo su famiglia e si è dedicato al business con il sito Merch Direct). Dopo tutto questo tempo quindi i Glassjaw avevano interrotto la stesura di nuovo materiale ed è forse anche per questo che Material Control non trabocca di inediti come ci si sarebbe potuto aspettare, visto che la sua durata non oltrepassa i trentasei minuti.

Material Control corrisponde proprio a quanto dichiarato dai propri autori: è un album grezzo, di una pesantezza ruvida portata all'eccesso, quasi nichilista, con brani a volte molto brevi e affilati come rasoi. Quello che stupisce, oltre alla selvaggia performance, è la chitarra di Beck che va ad implementare la già imponente barriera invalicabile di feedback e wah wah prolungati, creando una cacofonia di suoni indefiniti, un confusionario grumo elettrico privo di qualsiasi musicalità molto simile al rumore bianco della TV. Privandosi di riff o accordi rimane Palumbo l'unico motore melodico dei Glassjaw che comunque adatta la sua voce al contesto e si lascia trasportare dal flusso viscerale. Se il singolo di lancio Shiba è una nuova Cosmopolitan Bloodless dove ti aspetti che il suo ritornello parta da un momento all'altro, dimenticatevi invece cose come la seconda parte di Worship and Tribute, più sperimentale, quasi tutta dedicata ad un mistico post hardcore psichedelico, su Material Control anche i chorus che di solito si contrappongono alla furia portando distensione con un po' di melodia, vengono inglobati nel caos generale. Il risultato è la cosa più dura e monolitica prodotta dai Glassjaw.

mercoledì 6 dicembre 2017

Dialects - Because Your Path Is Unlike Any Other (2017)


Con un solo EP alle spalle e con l'album d'esordio qui presente ancora da pubblicare, dal 2013 gli scozzesi (di Glasgow) Dialects hanno già alle spalle prestigiose partecipazioni a festival prestigiosi come ArcTanGent e nella serie di sessioni live in studio di Audiotree. Da queste poche tracce lasciate si era capito che il quartetto di math rock/post rock era da tenere d'occhio, andandosi ad inserire stilisticamente in un ideale incontro tra Three Trapped Tigers, Alpha Male Tea Party e Strawberry Girls. La band nacque su impulso del chitarrista Conor Anderson, grazie all'amicizia con gli Atlas: Empire, un altro gruppo di Glasgow, coinvolse il batterista Liam McAteer a provare del materiale insieme. McAteer entrò in pianta stabile nei Dialects, lasciando gli Atlas: Empire, ma quella musica doveva essere piaciuta anche al loro chitarrtista Steven Gillies che da allora si divide tra le due band. A completare il quadro il bassista Ali Walker, compagno d'appartamento di Gillies. Il bagaglio d'esperienza accumulato in questi quattro anni di attività si palesa in tutta la sua potenza su Because Your Path Is Unlike Any Other che bilancia i toni aggressivi e le ritmiche inconsulte del math rock con i paesaggi sonori psichedelici descritti dal post rock.


domenica 3 dicembre 2017

Icarus the Owl - Rearm Circuits (2017)


Partiti come un progetto solista del cantante/chitarrista Joey Rubenstein insieme ad altri musicisti, gli Icarus the Owl dal 2009 ad oggi si sono mossi nel sottobosco indipendente dell'experimental post hardcore con una formazione in costante movimento e pubblicando tre album divenuti negli anni dei bestseller su Bandcamp. Nel 2015 la svolta con Pilot Waves che ha avuto un più rilevante impatto commerciale grazie all'intervento dell'etichetta Blue Swan Records (di Will Swan dei Dance Gavin Dance), fino ad arrivare al presente quinto album Rearm Circuits che raggiunge di fatto la coronazione del quartetto di Portland come band di punta all'interno del cosiddetto "swancore". Non sono mai pienamente entrato in sintonia con la musica degli Icarus the Owl almeno fino a Pilot Waves e adesso Rearm Circuits certifica una paziente ma costante crescita dal punto di vista della scrittura. Il bello di Rubenstein è stato (ed è) un autore nel quale si possono trovare varie influenze che vanno dal post hardcore al math rock, dal metal al pop punk e solo ultimamente sembra aver messo a punto la propria formula vincente.

Capirete che ce n'è abbastanza per accattivarsi e incuriosire i fan di Hail the Sun, Eidola, Artifex Pereo e Sianvar ed infatti gli Icarus si sono sempre mossi fianco a fianco di questa scena. Ma, se ognuna delle band citate nella propria estetica tende a marcare tra i vari stilemi un aspetto in particolare, gli Icarus the Owl su Rearm Circuits sembrano muoversi con molta naturalezza ed equilibrio tanto nell'aspetto progressivo, virtuoso e aggressivo, quanto nel lato melodico, armonico e accessibile. L'euforia di Dream Shade e Do Not Resuscitate trapela anche dalla melodrammaticità di certi passaggi che arrivano a sfiorare le cupe tonalità djent. Ci avviciniamo sempre di più a quelle latitudini (si potrebbero menzionare i Protest the Hero) nelle frenetiche trame math metal di Failed Transmission e The Vanishing Point. Ghosts of Former Lives invece porta quasi una ventata d'aria fresca emo pop rock sulle coordinate degli ultimi Paramore, per dire quanto gli Icarus the Owl possano trasmettere vibrazioni dalle differenti prospettive.

La prima parte dell'album viene chiusa dai due pezzi di punta Coma Dreams e DoubleSleep, i quali seppur diversi tra loro, svelano ognuno a suo modo come la scrittura di Rubenstein può eccellere in direzioni contrapposte come una power ballad (la prima) e un mini tour de force progressivo con incipit pop punk (la seconda), mantenendo alto il livello con brillanti melodie e tessiture chitarristiche. Rubenstein è inoltre cresciuto molto come vocalist, dando in questa sede la sua prova migliore non solo come modulazione e intonazione, ma pure come ideatore di ottime linee melodiche, prova ne sono The Renaissance of Killing Art e Dimensions. Infine, da sottolineare con plauso sono le piccole intermissioni strumentali, le variazioni, o bridge che dir si voglia, costantemente inventive sul versante progressivo e math rock, brevi ma estremamente curate, come tutto l'album del resto. Peccato per chi si è precipitato già a compilare la lista di fine anno dei migliori album perché dicembre ha portato la sorpresa Icarus the Owl.

venerdì 1 dicembre 2017

The Dear Hunter - All Is As All Should Be (2017)


La prolificità di Casey Crescenzo è veramente impressionante, soprattutto se si tiene conto della qualità delle sue uscite. L'improvviso annuncio, di punto in bianco, di una nuova produzione a firma The Dear Hunter è motivo di un'ulteriore sorpresa. Questa volta si tratta di un EP che spezza di nuovo la narrazione dell'epopea degli Act, come fece Migrant, spiazzando coloro (praticamente tutti credo) che si aspettavano una continuità con l'imminente conclusione del sesto capitolo del quale però è stato già annunciato che si tratterà di qualcosa di speciale, molto probabilmente di natura extra musicale. Nel comunicato che ha accompagnato All Is As All Should Be si scopre però qualcosa di altrettanto particolare e cioè che nella sua realizzazione sono stati coinvolti anche fan e amici della band, come una sorta di sessione di scrittura aperta ad una famiglia estesa. Per chi volesse saperne di più, la storia dietro le quinte della produzione è narrata qui, ma sinteticamente diciamo che i The Dear Hunter sono stati accolti durante il tour di Act V da sei persone differenti con le quali hanno realizzato altrettanti brani.

Lo stile della band rimane naturalmente intatto e invariato e la recensione di All Is As All Should Be potrebbe essere simile ad altre scritte in passato. Anche se qui non si parla della saga messa in piedi con gli Act (virtualmente conclusa), ma di una collezione di sei tracce dalla durata di meno di venticinque minuti, il risultato eccellente è più o meno il medesimo. Come una versione condensata di Migrant e The Color Spectrum, All Is As All Should Be fa in tempo ad esporre tutta la poetica e l'estetica musicale di Casey Crescenzo, ricordandoci quale sopraffino arrangiatore egli sia. In più, si diceva nonostante i collaboratori, si riconoscono i vari caratteri della sua scrittura che vanno dal folk al prog, dal musical al psichedelia pop degli anni ’60. Beyond the Pale e Shake Me (Awake), non a caso collegate tra loro, risplendono di una piena lucentezza acustica, orchestrale e polifonica, così come i primi due singoli Blame Paradise e The Right Wrong mostrano una carica che riporta agli episodi più marcatamente rock di Act IV e Act V. Witness Me è ancora più esplicita nel riassumere tali aspetti, accennando una natura da ballata acustica e poi aggiungendo una strumentazione più ampia che spazia dall'elettronica con accenni alla retrowave e ciò che sembra un omaggio al prog inglese nella coda finale. La perfetta conclusione della title-track, un requiem blues moderno, è il suggello ad un altro capitolo importante di questa band. Per evitare paragoni ingombranti che per qualcuno potrebbero risultare a sproposito, ribadiamolo chiaramente: Casey Crescanzo è l'autore più rilevante del prog contemporaneo e non chiamatelo "genio", ma "maestro".


 
http://thedearhunter.com/

venerdì 24 novembre 2017

AfterWake - TIL (2017)


Scoperti un anno fa con l'EP Alive, i canadesi AfterWake ne hanno da poco realizzato un secondo con altre tre tracce inedite che accrescono il potenziale che faceva intravedere il suo predecessore. Il quartetto porta sul piatto un djent professionalmente tirato a lucido con ottime melodie, aperture chitarristiche armoniche molto spaziali e qualche ammiccamento alla frangia più aggressiva del genere. In Misdirection, ad esempio, si inseriscono dei growl anche non necessari, ma il brano con il suo incedere marziale penso piacerà ai fan dei Karnivool. This is Living ha come ospite il chitarrista Nick Johnston con un intervento breve ma incisivo e, insieme a The Way You Were, forma una coppia di pezzi che riprende l'ultima sterzata psych new age degli Skyharbor con grande stile. Riassumendo, non stiamo qui a riportare chissà quali rivoluzioni, ma TIL è un signor EP che si ascolta con gran piacere e, chissà, se fosse stato un album completo adesso saremmo qui a tesserne le lodi come uno dei più interessanti dell'anno.


martedì 14 novembre 2017

Courtney Swain - Growing Pains (2017)


Dopo che i Bent Knee si sono costruiti un'autorevole carriera in brevissimo tempo gli amanti del prog, ma credo anche della musica in generale, si sono avvicinati a loro in modo naturale. Merito di una musica particolare che sa essere avventurosa e accessibile senza dimenticarsi il coinvolgimento emotivo. Una parte del merito va senz'altro alla distintiva e potente voce della cantante Courtney Swain che forse non molti sanno da qualche anno si è cimentata in alcune prove soliste parallelamente al gruppo, delle quali l'EP Growing Pains, da poco pubblicato, è l'ultimo capitolo. Abituati al ricco e versatile pianeta sonoro che sanno edificare i Bent Knee, l'opera solista della Swain ci trasporta in un altro mondo altrettanto affascinante. Dotata solo di piano, qualche intervento di archi e della sua voce espressiva, Courtney riporta la musica ad uno stato primario e intimo come uno sguardo alla sua parte di autrice sensibile a nuovi stimoli e sfide.

Non stupisce quindi che anche i testi rispecchino un'estetica musicale così malinconica e personale. Le ballate per piano presentate su Growing Pains crescono emotivamente d'intensità insieme al loro dipanarsi, iniziando con scarni grappoli di note pizzicate e finendo per allargarsi dinamicamente ad armonie più corpose. Se Glitter Bomb pone la Swain accanto alle migliori cose della tradizione cantautorale americana, con il piccolo pezzo da musical Snow Globe fino alla sentita interpretazione di Prickly Thorn, la musica sembra seguire il flusso di coscienza passionale della Swain mentre declama le sue storie di vita attraverso metafore e immagini forti. Anche in questo caso, come accade nei Bent Knee, Courtney Swain non è solo una cantautrice, ma mostra una volontà di caratterizzare la propria scrittura e le proprie ballate con elementi inusuali e originali come si addice ad ogni musicista che sa distinguersi.



www.courtneyswain.com

domenica 12 novembre 2017

Hail the Sun - Secret Wars (2017)


A sorpresa il gruppo del cantante e batterista Donovan Melero (impegnato anche nei Sianvar) nel giro di qualche giorno ha annunciato e pubblicato un EP nuovo di zecca con cinque tracce inedite. Rispetto all'album Culture Scars risalente all'anno scorso, molto incline ad aperture melodiche e progressive, Secret Wars segna una ricerca di soluzioni più vicine all'experimental post hardcore, tornando un po' alle origini della band e pagando pegno alle influenze derivate dal mathcore dei The Fall of Troy prima maniera e ovviamente alla costante vicinanza stilistica con i Circa Survive, più che altro per la vocalità di Melero simile al registro acuto di Anthony Green.  

Il momento centrale dell'EP con Spite è quello dove la macchina da guerra degli Hail the Sun tende a mostrare tutta la propria potenza di fuoco, anche se i pezzi equilibrati con maggiore perizia dalla parte prog e da quella hardcore sono Repellent e la title-track che aprono e chiudono rispettivamente l'EP. In questi brani in particolare gli Hail the Sun rivelano una consistente crescita sia dal lato tecnico, riflesso nell'andamento virtuosisticamente sincopato e convulso, sia dal lato viscerale, presentando risvolti più massicci e aggressivi del solito. Le trame, oltre all'imprevedibilità, aggiungono quindi salti di umore e di atmosfera (leggi melodia vs. caos)  tra i più arditi che gli Hail the Sun abbiano provato finora.




venerdì 10 novembre 2017

Quicksand - Interiors (2017)


Dopo una pausa durata ben 22 anni, i pionieri del post hardcore Quicksand tornano con un album in studio molto atteso, annunciato ormai da qualche mese, dal titolo Interiors. Solo due album negli anni '90, Slip (1993) e Manic Compression (1995), bastarono a consolidarli come autorevoli esponenti del genere. Nel 2012 finalmente i Quicksand si sono riuniti per suonare saltuariamente qualche data live, ma l'arrivo di un nuovo album è stata praticamente una sorpresa (a parte qualche indizio in passato mai confermato dalla band). Interiors non delude ed è tutto ciò che si poteva aspettarsi dai Quicksand: un album solido che ben si adatta al presente rispolverando l'estetica sonora della band. Potete rendervene conto voi stessi ascoltandolo per intero qui di seguito:


www.quicksandnyc.com