domenica 18 giugno 2017

Elder - Reflections of a Floating World (2017)


Partiti come una heavy stoner band, gli americani Elder hanno dato dimostrazione di una notevole evoluzione del proprio sound nell’arco di soli tre album, arrivando nel 2015 a quella pietra grezza di psichedelia e doom che fu Lore, lavoro apprezzatissimo da pubblico e critica. Possibile fare di meglio per superare quella prova? Il nuovo Reflections Of A Floating World equivale ad un’affermazione positiva senza compromessi a tale quesito. Gli Elder crescono ancora e lo fanno su vari fronti: prima di tutto allargando la propria line-up che da power trio diviene quintetto (con l'aggiunta Michael Risberg alla seconda chitarra e Michael Samos alla pedal steel) e poi, di conseguenza, raffinando il proprio sound attraverso l’aggiunta strumenti che donano più corpo e struttura al già poderoso muro sonoro creato.

I brani mantengono una durata elevata ma, nonostante questo, il fluire degli stessi non risulta mai pesante. Non si pensi ad un parallelo con il prog metal, poiché qui non si trovano suite multi-tematiche, ma delle lunghe jam che si dipanano tra interscambi di riff heavy metal, assoli lisergici, e arpeggi elettrici, dove gli Elder sanno come mantenere desta l’attenzione con un controllo encomiabile delle dinamiche e delle variazioni. Soprattutto Nicholas DiSalvo e compagni si dimostrano abili manipolatori di un genere che ha esplorato e abusato in ogni declinazione le possibilità della sei corde nel tessere stratificazioni elettriche, mettendo sul piatto idee ancora fresche e mai monotone. Inoltre, al di là della potenza delle chitarre, quello che stupisce è l’uso attento e oculato di Mellotron e Fender Rhodes, interventi mai così pertinenti neanche in un album di prog sinfonico contemporaneo. La coda finale da brividi di The Falling Veil, sospesa tra King Crimson e Motorpsycho, acquisisce prestigio proprio grazie all’aggiunta unificante del Mellotron, ma tutta la sua cavalcata sfiora l’epica mitologica zeppeliniana di un pezzo come Achilles Last Stand.

Tra i lunghi vortici di Blind e Thousand Hands c’è anche lo spazio per la digressione strumentale quasi floydiana di Sonntag che, nella sua staticità post rock, spezza la tensione di un album monolitico dall’inizio alla fine. La riuscita di un lavoro come Reflections Of A Floating World la si può cogliere in una semplice constatazione: se prima gli Elder potevano essere riconosciuti come una nuova promessa circoscritta ad una nicchia metal e stoner rock, adesso, mantenendo comunque quel retaggio, certificano la propria grandezza avvicinandosi sempre di più al progressive e alla psichedelia. Un ampliamento dei propri orizzonti che permetterà loro di accogliere nuovi adepti.

venerdì 9 giugno 2017

Bent Knee - Land Animal (2017)


In un mondo dove i tempi tra una pubblicazione discografica e l'altra si dilatano è bello ritrovare i Bent Knee che tornano ad un solo un anno di distanza dall'ultimo lavoro Say So. E proprio durante il tour europeo dell'estate scorsa, passato fortunatamente anche da Milano, il gruppo aveva presentato a sorpresa una buona parte dei brani contenuti su Land Animal, in uscita il 23 giugno per l'etichetta InsideOut. Già, perché c'è anche questa di novità: i Bent Knee hanno lasciato la Cuneiform e sono approdati all'etichetta progressive rock per antonomasia.

I nuovi pezzi suonati dal vivo nella tappa milanese, ad un primo impatto, avevano dato l'impressione di essere ancor più avventurosi e velleitari rispetto al materiale di Say So e adesso ne possiamo testare la bontà su disco. Land Animal appare in superficie come una facciata che attenua le asperità più avant-garde del suo predecessore, ma scavando a fondo si percepisce come il gruppo stia ancora cercando di perfezionare quel giusto equilibrio tra prog rock e pop intellettuale con il costante ricorso a deviazioni dalla normale formula canzone. Ma la peculiarità non è da individuare nella struttura, bensì delle trame degli arrangiamenti. L'esperimento si avvia con Terror Bird, che si preoccupa di creare una tensione di dinamiche tra piano/forte piuttosto che un vera e propria cadenza condivisa da strofa/ritornello. Per poi proseguire tra riff di chitarra obliqui sovrapposti a temi orientali con Hole e quelli funky di Holy Ghost le quali creano un bizzarro mix di rock teatrale, amplificato dai beat di Gavin Wallace-Ailsworth (batteria) e Jessica Kion (basso) che rendono le ritmiche frizzanti rimarcandole come fossero segni d'interpunzione grammaticale insieme alle pennate della chitarra di Ben Levin.

In qualche modo il gruppo si piega alla direzione del violino di Chris Baum, il quale molto spesso viene accompagnato da una sezione di archi nei cui contrappunti si ineriscono anche gli altri strumenti. Direi che se in passato si è giustamente puntato il riflettore sulle doti canore di Courtney Swain, forse mettendo un po' in ombra gli altri membri della band, in questo caso è bene ricordare l'importanza e la coesione che i Bent Knee riescono a creare a livello strumentale. Ad esempio nello spingere un pezzo come Time Deer in varie direzioni stilistiche pur rimanendo nei confini di una forma tradizionale preimpostata inizialmente oppure, di contro, nel lungo fluttuante finale con Boxes, che porta l'album ad un lento spegnimento tra tappeti ambient e i soli colpi della batteria, che ci fa apprezzare il sound design di Vince Welch.

La parte centrale dell'album che comprende il trittico Inside In, These Hands e la title-track è forse la più emozionante di tutto il lavoro, in quanto ci regala un ampio squarcio di umori e sfumature che vanno in crescendo: dalla dimessa calma apparente della prima che si ricollega idealmente delicate note della seconda, per infine sfociare nelle sbilenche e altalenanti pulsazioni intermittenti della terza. C'è una sottile linea che lega questi brani nei quali viene racchiuso l'universo musicale eterogeneo dei Bent Knee, saltando da carezzevoli armonie orchestrali da colonna sonora ai tocchi stravaganti e melodrammatici che convivono in uno stesso pezzo. Ma quello che è veramente rimarchevole, oltre alla stesura, è l'interpretazione fondata sulla sottrazione anziché sull'ostentazione, ma più in generale su impalcature così precarie che basterebbe il minimo errore per far crollare tutto.



 
www.bentkneemusic.com

venerdì 2 giugno 2017

Eidola - To Speak, to Listen (2017)


Un fenomeno che non di rado capita tra le band di experimental hardcore più estreme è quello di lasciare per strada le harsh vocals e dedicarsi completamente ad un cantato clean, rischiando di tradire le proprie radici e i vecchi fan per ingraziarsi un pubblico più vasto (esempi recenti contano Tesseract, Stolas e A Lot Like Birds). Sinceramente non avevo mai assistito al processo inverso come accaduto adesso con gli Eidola. E' vero che l'elemento harsh non era del tutto esente nei due album precedenti, ma assumeva un ruolo più che marginale. Il nuovo album To Speak, To Listen, lavoro che completa una trilogia concept, invece stupisce per quanto spinge su tale aspetto (Primitive Economics è radicale in questo).

Gli Eidola sono cresciuti immensamente a livello strumentale e riportano in vita quell'hardcore progressivo di fine anni Zero che vedeva spuntare band come funghi (Closure in Moscow, Children of Nova, Emarosa e Tides of Man), riassumendone i connotati però elevandolo ad una nuova dimensione sperimentale. Ma se da una parte elaborano delle trame armoniche veramente sorprendenti e complesse, dall'altra i momenti harsh vocals che colpiscono all'improvviso sembrano talvolta fuori contesto. Partiamo quindi dalle note negative: qui non siamo dalle parti dei Car Bomb dove tutto è perfettamente in linea con l'atmosfera e lo sviluppo di un equilibrio che deve essere spezzato. Gli Eidola arrivano invece da Degeneraterra che si presentava con una forte personalità nei confronti di un experimental hardcore melodico. Con quel disco la band aveva disegnato i contorni di uno stile che funzionava perfettamente e che ora su To Speak, to Listen viene sbaffato da un nuovo elemento. Penso che dei pezzi come le due parti di Trascendentium e Sir Vishnu Yantra, ripuliti da certi vezzi metalcore, avrebbero potuto essere veri capolavori e degni prosecutori di The Great Deception Of Marquis Marchosias, Contra: Second Temple e To Know What's Real.

Passando alle note positive: fortunatamente rimane qualcosa (molto) che raccoglie quell'eredità e che rimane incastonato nelle note di Querents, Loti e Dendrochronology, pezzi dal respiro epico e gigantesco, in continua evoluzione nelle spiazzanti continue deviazioni e tensione strumentale. Infatti un plauso particolare va tributato al batterista Matthew Hansen che spinge il suo strumento ai limiti e alle chitarre di Brandon Bascom e Matthew Domme le quali pennellano con la stessa intensità acquarelli psichedelici ed eterei e compositi quadri math hardcore. L'inventiva e l'interazione tra le loro parti, come su Amplissimus Machina, è così ben oliata da lasciare sbalorditi. In fin dei conti l'idea musicale degli Eidola rimane imponente e To Speak, to Listen è un'opera che ne segna l'ambizione.


giovedì 25 maggio 2017

Introducing Coco Columbia


Dando un'occhiata alla pagina web ufficiale di Coco Columbia ci si accorge, osservando estratti da riviste che ne lodano il talento e concerti live ristretti ad una regione, di quanto questa giovane cantautrice non sia ancora molto nota oltre i confini dell'Oregon e della sua città natale Portland. La signorina è infatti, oltre che cantante, tastierista e soprattutto batterista, e possiede un gusto innato per i pattern ritmici più ricercati e stravaganti, basta ascoltare cosa ha fatto con la cover di Kate Bush Running Up That Hill, contenuta nel suo secondo album When the Birds Begin to Walk pubblicato lo scorso anno.

Comunque, partendo dall'inizio, Coco Columbia comincia a mettere in pratica i suoi studi musicali jazz con l'esordio The Weight realizzato nel 2014 grazie ad una campagna Kickstarter e quasi immediatamente organizza intorno a sé una band in modo da poter suonare dal vivo i suoi pezzi. Lo stile di Coco Columbia è un insolito art pop che si arricchisce di spezie soul e jazz le quali rendono le armonie imprevedibili in un connubio molto simile a ciò che produrrebbero Prince e Kate Bush se solo si fossero incontrati. When the Birds Begin to Walk, oltre ad essere stato eletto album jazz dell'anno 2016 dalla stampa locale, è un'opera assolutamente pregevole piena di deviazioni ritmiche articolate e intermezzi chitarristici prog costantemente in bilico tra elettronica funk e jazz rock. 





PS. E comunque una che ti suona la batteria vestita da principessa Mononoke non può che essere automaticamente cool.



www.cococolumbia.com

giovedì 18 maggio 2017

Arch Echo - Arch Echo (2017)


Il chitarrista Adam Rafowitz, il tastierista Joey Izzo e il bassista Joe Calderone della band Sound Struggle hanno creato il sideproject Arch Echo e tirato fuori dal cilindro una pregevolissima prima prova dalle fattezze progressive/fusion/djent strumentale che pare una versione di Plini sotto steroidi. Il gruppo al completo comprende l'altro chitarrista Adam Bentley (studente del Berklee College of Music e proveniente dalla band Without Walls di base a Boston) e il batterista Richie Martinez.

L'album Arch Echo, pubblicato oggi, sembra una macchina del tempo che attraversa tutti gli stadi della fusion progressiva del passato fino ad arrivare al presente (nel quale si inserisce benissimo), partendo dagli anni '80 con i synth vintage di Izzo, mentre le chitarre aggiungono sprazzi anni '90 mutuati dal sound Vai/Satriani e allo stesso tempo irrompono in frammenti di djent aggressivo. Il bello è che in questo vortice, ogni tassello, ogni cambio di registro nelle veloci manovre strumentali è una vera e propria goduria sensoriale per chi apprezza la scuola dei nuovi fenomeni djent fusion come Plini, Sithu Aye, Owane e anche il recente progetto Nova Collective. La forza del quintetto Arch Echo è infatti calare il tutto in una veste in continuo movimento, molto enfatica e assolutamente mozzafiato. La scena satura in tale ambiente è ormai arrivata ad un punto in cui gli sforzi delle nuove leve per risultare originali ottengono molto spesso l'effetto opposto di sembrare solo ripetitivi. Al contrario, gli Arch Echo mi pare abbiano prodotto un album di indubbio fascino.



mercoledì 17 maggio 2017

tricot - 3 (2017)


Arrivate al terzo album le tricot sono riuscite a fare il grande salto che porterà finalmente la loro musica oltre i confini del Giappone. O meglio, le tre ragazze di Kyoto c'erano già riuscite con una serie di concerti, EP e con i due album (T H E e A N D), assicurandosi la fedeltà di molti fan dediti sia al math rock che al J-pop. Sì, perché le canzoni delle tricot sono così irresistibili, ma allo stesso tempo funamboliche, da catturare immediatamente l'attenzione, solo che fino ad ora i loro dischi erano leggermente difficoltosi da reperire se non d'importazione (almeno in forma fisica). Adesso invce, grazie all'interessamento delle etichette Topshelf Records (per gli USA) e Big Scary Monsters (per l'Europa), il nuovo album delle tricot, intitolato semplicemente 3, è pronto per sbarcare in tutto il mondo.

Come biglietto da visita per chi ancora non conosce le trictot, 3 è quanto di meglio si possa chiedere. Recuperando i singoli Pork Ginger e Setsuyakuka, pubblicati già in passato, l'album si muove nei consueti ambiti math rock grazie a ritmiche e accordi tra il funky e il jazz, ma questa volta aumentano la componente punk pop in modo da costruire ritornelli trascinanti anche grazie all'ausilio di polifonie vocali ben dosate, una pratica che tocca il vertice nei coretti di Namu e di 18,19. Dall'irruzione di apertura con Tokyo Vampire Hotel alle brillanti arie simil disco di Yosoiki, le tricot alternano ritmiche lineari che improvvisamente si spezzano in tempi dispari o in veloci sincopati hardcore, costantemente tenute insieme da un invidiabile senso per la melodia. Persino quando le atmosfere si fanno più rarefatte, come su Sukima e su Munasawagi, le chitarre non di tessere trame intrecciate, mantenendo viva una certa tensione. Rispetto ai due album precedenti 3 si concentra sull'essenzialità, sostituendo le deviazioni prog con un uso più prominente di dinamiche quiet/loud, viene così mostrato un lato che ben sintetizza quanto le tricot abbaino da offrire sia in ambito math rock sia in ambito pop rock, incoronandole maestre del crossover tra queste due discipline.






martedì 16 maggio 2017

Bryan & the Aardvarks - Sounds From The Deep Field (2017)


Una volta Robert Wyatt disse a proposito di Phil Miller: "Phil è l'unico chitarrista che non mi fa girare le palle". Chissà se Wyatt adesso ascoltasse i Bryan & the Aardvarks gradirebbe le escursioni chitarristiche jazz di Jesse Lewis presenti su Sounds From The Deep Field, in qualche modo così simili a quelle che Miller proiettava pacatamente ma con decisione negli album di Matching Mole e National Health.

Sounds From The Deep Field è fondamentalmente un disco jazz, ma anche così trasversalmente chamber pop da far risuonare il Canterbury Sound nei ricordi di ogni appassionato (Strange New Planet su tutte), aggiungendo negli aspetti fusion anche qualcosa del lirismo del Pat Metheny più orchestrale (Bright Shimmering Lights, Soon I'll Be Leaving This World). Il gruppo che dà vita a questa magia si chiama Bryan & the Aardvarks ed è stato assemblato dal contrabbassista texano, ma residante a New York, Bryan Copeland, che insieme a Chris Dingman (vibrafono), Fabian Almazan (piano) e Joe Nero (batteria) aveva già realizzato nel 2011 Heroes of Make Believe e adesso amplia la formazione con l'ingresso di Lewis, appunto, e della cantante e chitarrista Camila Meza (attiva anche come solista) che con i suoi vocalizzi all'unisono con la chitarra di Lewis richiama inevitabilmente le Northettes degli Hatfield and the North (Supernova).

Le dieci tracce contenute all'interno di Sounds From The Deep Field hanno come ispirazione il campo profondo di Hubble (Hubble Deep Field), unite quindi in una sorta di concept sull'universo che sarebbe perfetto per un album a sfondo psichedelico o space rock. Ma il disco si muove in delicati campi di post bop melodico, aggraziato per la maggior parte dal tocco delicato del vibrafono e da quello armonico del piano, ma che sa anche farsi strada in momenti solisti più ricercati e avant-garde.


venerdì 12 maggio 2017

Bubblemath - Edit Peptide (2017)


No, i Bubblemath, anche se forse molti di voi non li avranno mai sentiti nominare, non sono degli esordienti. Quindici anni or sono debuttarono con il sorprendente Such Fine Particles of the Universe, un'opera prima che non mancò di destare sorpresa nei sotterranei della comunità progressive rock per una verve camaleontica, anticonvenzionale e iconoclasta. Da quel momento i fan attesero invano una seconda prova che il gruppo aveva già confermato e annunciato ma che, con il passare degli anni, era diventata una vera e propria chimera. La questione non era SE sarebbe stata realizzata ma QUANDO, poiché i Bubblemath, nonostante aggiornamenti dosati con il contagocce, non hanno mai fatto intendere di voler gettare la spugna. Per giustificare un tale gap temporale, la band ha parlato di una serie di sfortunati eventi: inconvenienti tecnici, problemi familiari e logistici, persino ritrovarsi anche solo poche ore alla settimana per provare il materiale era diventato difficoltoso testimoniando, loro malgrado, quanto sia complicato realizzare un album se il fare musica non è il tuo income primario. In effetti, ascoltando il risultato contenuto su Edit Peptide (titolo palindromo nello spirito goliardico/scientifico tipico del gruppo), non solo registrare e assemblare ogni brano avrà sicuramente impegnato un considerevole lasso di tempo, ma mixare e editare una bestia del genere deve essere stato un incubo.

Non c'è niente nel panorama odierno che assomigli anche vagamente ai Bubblemath, il loro frenetico taglia e cuci potrebbe trovare forse un parallelismo nel Mike Keneally dei tempi andati, ma i suoni orditi da Blake Albinson (chitarra, tastiere, sax tenore, voce), Jay Burritt (basso, voce), Kai Esbensen (tastiere, voce), James Flagg (batteria, voce), Jonathan G. Smith (chitarra, voce, flauto, clarinetto, percussioni, gong, glockenspiel, xilofono, dulcimer, mandolino, banjo) sono assolutamente unici. I costanti e convulsi cambi di traiettoria seguono di pari passo le liriche ancora una volta intrise di ironia e giochi di parole, come a voler smentire chi sostiene che il progressive rock è una musica che si prende troppo sul serio. Se tali premesse vi suggeriscono di scomodare anche il fantasma di Frank Zappa non siete poi tanto lontani dall'immaginarvi il maelstrom musicale che sono capaci di produrre questi cinque folli di Minneapolis.

In definitiva, la lunga incubazione a cui è stato sottoposto Edit Peptide (in uscita il 26 maggio per la Cuneiform Records) non ne ha intaccato la freschezza e anzi, arriva in un momento in cui, paradossalmente, il math rock progressivo gode di una popolarità underground piuttosto consistente. Di fronte a tutta questa scena Edit Peptide si pone come un gigante in grado di spazzare via qualsiasi concorrente e i Bubblemath si piazzano a loro volta avanti anni luce a chiunque "ora e in questo momento", figuriamoci se l'album fosse stato realizzato, che so, dieci anni fa. Edit Peptide è l'album math rock definitivo, un avant prog rock synthetico che arriva direttamente dal futuro.

Forse il gruppo ha voluto infrangere il record di cambi di tempo in un solo album o provare ad impallare qualsiasi metronomo ma, se pensavate che Such Fine Particles of the Universe fosse già di suo un lavoro complesso, dovrete preparavi ad ascoltare Edit Peptide mentre raccogliete la vostra mascella dal pavimento. Senza alcuna pietà i Bubblemath ci catapultano immediatamente nei dodici minuti di evoluzioni da capogiro di Routine Maintenance, accostando contrappunti dissonanti e ardite involuzioni armoniche. All'interno vi si trovano acrobazie disorientanti di botta e risposta tra strumenti e fusion cubista incline all'accumulo di deviazioni. Qui e in ogni brano quando un tema fa la sua ricomparsa non è mai stilisticamente uguale all'esposizione precedente. Su Destiny Repeats Itself, ad esempio, i Bubblemath mettono un'idea sul piatto, introducendola con una ritmica latinoamericana, che poi si divertono a smontare e rimontare attraverso incursioni fusion ed electro-prog.

Avoid That Eye Candy, per i loro canoni, è quasi accostabile ad una canzone pop prog con i suoi allegri passaggi funky e jazz. Questo è il massimo che la band può offrire in quanto a immediatezza ed infatti Perpetual Notion ci riporta su sentieri così musicalmente ingegnosi da procurare vertigini nel suo svolgersi a spirale. L'alto livello nell'abilità compositiva viene mantenuto tanto nelle atmosfere più melodiose di A Void That I Can Depart To e Get a Lawn, quanto in quelle più aggressive di The Sensual Con, fino a sembrare l'equivalente musicale di un cubo di Rubik manipolato a perdifiato o, al limite, un rompicapo tipo tangram. Inoltre, l'uso di strumenti insoliti tipo banjo e xilofono in un pezzo come Making Light of Traffic - plasmato similmente al flash rock degli Utopia di Todd Rundgren e a una versione post moderna della scuola di Canterbury - è imprevedibile e creativo tanto nell'alimentare la tensione melodica quanto nel dettare la ritmica.

Saltando repentinamente da un umore all'altro è comunque completamente inutile assegnare un'atmosfera ben precisa ai brani, ma la cosa più incredibile ascoltando Edit Peptide è che nelle sue continue evoluzioni non dà l'idea di toccare generi ben precisi come metal, jazz, classica, folk, ma fluttua in un universo a sé stante. Questa è musica che, molto semplicemente (o meglio, complicatamente), si spinge ai limiti nella frenetica ricerca di qualcosa di nuovo, in due parole: "progressive rock" nella sua accezione più compiuta.


domenica 7 maggio 2017

A Lot Like Birds - DIVISI (2017)


E' arrivato il momento di dare spazio su altprogcore agli A Lot Like Birds, una band che finora avevo solo menzionato di striscio, associandola ad altri act post hardcore come Dance Gavin Dance, Hail the Sun, Stolas, Sianvar. Quindi un po' di storia per chi ancora non è a conoscenza di questa band è quantomeno doverosa, in virtù di un'evoluzione piuttosto singolare: il primo album degli A Lot Like Birds, Plan B (2009), era composto da una formazione allargata, messa in piedi dal chitarrista Michael Franzino con tanto di fiati e archi che, per la maggior parte, collezionava brani strumentali con sporadici e selvaggi interventi vocali. La musica poteva richiamare in maniera abbastanza ingenua tanto il post rock quanto il math rock, entrambi rielaborati in modo da ricavarne un post hardcore sperimentale e orchestrale. Plan B poneva chiaramente in primo piano gli intenti ambiziosi degli A Lot Like Birds che, dopo questo lavoro, si stabilizzarono provvisoriamente come quintetto con Cory Lockwood (voce), Ben Wiacek (chitarra), Joseph Arrington (batteria) e Michael Littlefield (basso).

Non passò molto tempo però che il gruppo accolse tra le proprie fila anche Kurt Travis, cantante dei Dance Gavin Dance, il quale decise di separarsi da questi ultimi per entrare in pianta stabile negli A Lot Like Birds e condividere le parti vocali scream con Cory Lockwood. Conversation Piece (2011) e No Place, uscito nel 2013 per la Equal Vision Records, furono il risultato di tale sodalizio: due lavori capaci di accostare le più avvincenti melodie alle dissonanze più devastanti e aggressive, inquadrando la band tra le realtà più complesse ed estreme nel filone prog hardcore del dopo-Mars Volta. Per arrivare a DIVISI si è dovuti passare dall'abbandono di Littlefield, sostituito da Matt Coate, da un album buon solista di Franzino con lo pseudonimo di alone. dal titolo Somewhere in the Sierras e, infine, a ciò che ha segnato veramente il cambio di rotta stilistico del gruppo. Lavorando infatti al materiale per DIVISI è emerso, da parte degli A Lot Like Birds, la necessità innanzitutto di abbandonare le parti vocali più aggressive che Lockwood condivideva con Travis, alle quali quest'ultimo teneva particolarmente, facendogli quindi decidere di abbandonare i suoi compagni. Le seconde parti vocali sono state affidate a Coate, ma la scelta di basare la quasi totalità dell'album su clean vocals è stata talmente importante che Lockwood ha dovuto iniziare a prendere lezioni di canto, cavandosela piuttosto egregiamente, c'è da aggiungere.

Ma c'è un altro fattore che ai fan della prima ora farà risultare questa transizione a dir poco traumatica. L'album mette da parte completamente quella componente di hardcore sperimentale che faceva leva su violenti e repentini cambi di registro nell'atmosfera e animava gli imprevedibili assalti ritmici e canori. Nonostante ciò, a dire il vero, gli A Lot Like Birds si presentano con grande impatto già dall'artwork, grazie alla misteriosa presenza della bellissima e suggestiva cover ad opera del pittore Marco Mazzoni, ed inoltre scegliendo un titolo dal potente significato drammatico (almeno per noi italiani) che acquista un valore ancor più evocativo nella scelta dei caratteri in caps lock. Sommata a questi fattori la musica contenuta acquista maggior fascino, a riprova che un album molto spesso è una forma d'arte completa: visiva, musicale e letteraria.

DIVISI è un salto stilistico forse ancora più radicale rispetto a quello operato ultimamente, sempre nello stesso fronte, dagli Stolas e si pone quasi come una continuazione del progetto solista di Franzino, alone. Nelle note di For Shelley (Unheard), uno dei brani più riusciti, si ritrovano quelle impronte di alternative atmosferico e leggermente malinconico che portano a contaminare The Sound of Us e Trace the Lines con tracce di emo qua e là. In effetti il primo gruppo di canzoni è presentato in una veste sonica dalle dinamiche emozionali costruite appositamente per far presa sull'aspetto melodrammatico, anche se l'impresa è riuscita solo in parte poiché, escludendo la già citata For Shelley (Unheard) e Atoms in Evening, non c'è un chorus potente abbastanza da penetrare a fondo. Allora molto meglio il secondo blocco di canzoni, dove tali finalità non sono rilevanti alla riuscita del pezzo, ma gli A Lot Like Birds si concentrano piuttosto in una più equilibrata dimensione tra experimental hardcore e prog nella quale riemerge una visione d'insieme imponente che colloca l'accento sull'edificazione di arrangiamenti orchestrali (From Moon to Son) e finalmente dà il giusto e meritato risalto al lavoro ritmico di Arrington (Infinite Chances e No Attention for Solved Puzzles), alla ragnatela di basso funk di Coate (Further Below) e in generale alle parti incrociate delle chitarre di Franzino e Wiacek, che inoltre vengono affiancate a degenerazioni di electro-synth su Good Soil, Bad Seeds.

Non essendo mai stato un fan della ormai vecchia versione degli A Lot Like Birds proprio a causa delle harsh vocals, ho trovato in DIVISI una piacevole nuova veste per la band californiana che però ancora deve mettere a fuoco qualche idea. Se Franzino avesse provato a smussare gli aspetti più sperimentali del suo album Somewhere in the Sierras e li avesse applicati in questo contesto, probabilmente sarebbe uscito un lavoro più strutturato e coeso ma, a parte questo piccolo appunto, d'ora in poi seguirò gli A Lot Like Birds con più attenzione.


venerdì 5 maggio 2017

Palm - Shadow Expert (2017)


Ascoltare una canzone dei Palm significa preparasi a lasciare alle spalle ciò che abbiamo imparato sulla razionalità del pop e dell'indie rock. Già nell'album d'esordio Trading Basics avevano dato prova delle propria eccentrica e singolare visione melodica, ma nel nuovo EP Shadow Expert, in uscita il 16 giugno, rincarano la dose con una padronanza esemplare della materia.

L'approccio alla scrittura del quartetto di Philadelphia è totalmente fuori dalla norma e schizofrenico. Il nuovo singolo Walkie Talkie è una delizia cubista, quasi a ricordare le dissonanze armoniche vicine alle elucubrazioni avant-garde dei Time of Orchids e 5uu's. Gli spasmi delle chitarre di Eve Alpert e Kasra Kurt si contrappongono come nell'art pop idiosincratico dei Dirty Projectors (periodo Bitte Orca) e degli Shudder to Think, mentre i controtempi che si interpolano tra il basso di Hugo Stanley e la batteria di Gerasimos Livitanos approcciano il folle math rock dei Tera Melos.

I loro pezzi sembrano costruiti su giustapposizioni di parti differenti di canzoni e persino ogni membro pare seguire un proprio ritmo dissociato dal resto della band, creando una sorta di "tetraritmia". Magari ce ne possiamo rendere conto guardandoli dal vivo nella session che i Palm hanno realizzato negli studi Audiotree lo scorso giugno dove, tra i cinque brani suonati, hanno anche anticipato Two Toes e Shadow Expert, tratti dell'imminente EP.


giovedì 4 maggio 2017

At the Drive-In - in•ter a•li•a (2017)


Non credo di essere stato l'unico scettico leggendo la notizia di un nuovo album degli At the Drive-In a distanza di diciassette anni da Relationship of Command, eppure, devo ammettere, non hanno deluso le aspettative, almeno le mie. Da veri professionisti, gli At the Drive-In hanno sfornato un lavoro ineccepibile che riparte esattamente da dove eravamo rimasti, logicamente con il carico e l'esperienza di qualche anno in più. Perché non c'è delusione? Forse perché in•ter a•li•a è un album da non perdere? No. Molto semplicemente, è un album che ti dà ciò che vuoi sentire da una band come gli At the Drive-In. Puro e semplice. Curioso che a riprendere il discorso dove era stato interrotto siano stati gli stessi due membri che all'epoca vollero troncare ogni rapporto con quel gruppo (ossia Rodriguez Lopez e Bixler-Zavala), mentre chi avrebbe voluto continuare è oggi assente (Jim Ward, il quale si è persino astenuto da ogni commento, negandosi ad un'intervista del New York Times con tutta la band).

Per recensire in•ter a•li•a ribadisco quanto scritto a dicembre in occasione dell'uscita del primo singolo Governed by Contagions: "Tutto sembra avvolto da una gran voglia di preservare quello che è stato: l'ermetismo sociale e urbano evocato dal titolo e dai testi di Bixler-Zavala, la chitarra stridente di Rodriguez-Lopez e quell'atteggiamento post punk sottolineato dalle ritmiche e dalla metrica irregolare del cantato. Insomma, gli At the Drive-In sono tornati indietro al primo lustro degli anni Zero e sarà un piacere ascoltare con curiosità il loro nuovo imminente album, pubblicato via Rise Records e prodotto da Omar Rodriguez-Lopez e Rich Costey. La cosa che fa più male però, e si sente, è l'assenza di Jim Ward, dalla quale forse non mi riprenderò del tutto: una cosa è non vederlo sul palco accanto agli altri, un'altra è non averlo in studio durante il processo di composizione, in fase di registrazione e nel ruolo di voce comprimaria."

E' proprio così: tornano i gloriosi testi in formato criptico di Bixler-Zavala, questa volta influenzati dall'opera di Philp K. Dick poiché "la sua visione è la più paranoica e la più vicina alla realtà odierna", torna persino l'artista Damon Loks che si era occupato dell'artwork di Relationship of Command, manca solo Ward (al suo posto alla chitarra c'è Keeley Davis che aveva militato negli Sparta). E dire che la voce un po' acciaccata dagli anni di Bixler-Zavala avrebbe tratto giovamento da qualche attimo di pausa. Tutto è comunque ben preservato, anche la rabbia sembra genuina: gli At the Drive-In non sono più dei ragazzini punk che si dimenano febbrilmente come dei tossici tarantolati, ma degli adulti consapevolmente incazzati, dato che il mondo di oggi gliene dà motivo.

A dirla tutta No Wolf Like the Present non apre il disco nel modo epico che ci si aspetterebbe: è un veloce punk memore delle cose più semplici che Bixler-Zavala e Rodriguez-Lopez hanno realizzato nella parentesi Antemasque. A partire da Continuum comincia a farsi largo quella visceralità trasmessa dal cantato da comizio di Bixler-Zavala insieme alle chitarre contorte e deraglianti che poi ritornano su Call Broken Arrow e Pendulum in Peasant Dress. Arrivati a Tilting at the Univendor l'album imbocca il giusto indirizzo in quello che è di sicuro il pezzo più riuscito, insieme a Torrentially Cutshow, nel ricreare quel surrogato di hardcore melodico che si piazzava al confine tra In-Casino-Out e Vaya EP. Avendo questi due pezzi come termine di paragone si percepisce una certa atmosfera da esercizio di stile in altri episodi come Incurably Innocent, Hostage Stamps e Holttzclaw. Esercizio portato a termine a pieni voti, ben inteso: solo Bixler-Zavala e Rodriguez-Lopez, dopo aver rivoluzionato il progressive rock da indomiti guastatori con i The Mars Volta, sanno ancora come riportare a galla la loro natura hardcore delle origini.

L'unico appunto, che forse apparirà chiaro ad alcuni o negato e nascosto dal subconscio ad altri, è che gli At the Drive-In hanno spogliano in•ter a•li•a delle sperimentazione più ardite di Relationship of Command e lo hanno rivestono come una versione aggiornata di In-Casino-Out, ma senza quella sua immane drammaticità emotiva. Ne viene fuori un post hardcore prodotto benissimo, di nuovo senza sovranincisioni che ne camufferebbero l'urgenza genuina punk, ma impacchettato in una veste più presentabile e accattivante, come se fosse diventato improvvisamente popolare anche al di fuori della scena alternativa.

mercoledì 3 maggio 2017

gP. - Destroy, So as to Build (2017)


Fin dall'esordio con l'EP Foundation, i Ghost Parade hanno destato in me un certo interesse per la loro energetica fusione tra post hardcore e alternative rock. Dall'uscita di quell'EP risalente al 2013 il gruppo è rimasto piuttosto inattivo dal punto di vista delle pubblicazioni, a parte un inedito realizzato nel 2014 (Drugs with strangers, on lovers), incluso in uno split single con gli Idlehands (che per la cronaca si sono sciolti dopo un solo album), il quale certificava una notevole crescita.

I Ghost Parade nascono a San Francisco nel 2012 per volontà dei due chitarristi Justin Bonifacio e George Woods ai quali si aggiungono Kenny Rodriguez (basso) e Anthony Garay (batteria). Dopo l'EP e il singolo succitati, i quattro continuano ad esibirsi in concerti nel circuito alternativo statunitense mentre contemporaneamente preparano altri brani inediti che andranno a finire in questo nuovo lavoro. Nel frattempo il tempo passa e i Ghost Parade si ribattezzano nel 2016 con le sole iniziali gP. e, negli ultimi mesi dello stesso anno, annunciano la pubblicazione di Destroy, So as to Build per i primi mesi del 2017. Presentato come un secondo EP, anche se la durata di 35 minuti lo può accostare tranquillamente alla definizione di mini album, Destroy, So as to Build è stato pubblicato digitalmente il 28 aprile.

La produzione molto curata, attenta a dare risalto ad ogni aspetto e pronta a sottolineare i contorni di ogni deviazione tematica, polifonica o ritmica, fa delle canzoni di Destroy, So as to Build qualcosa di più che semplici inni alternative rock. Continua, come era accaduto su Foundation, quella sensazione di sintesi tra il prog dei The Dear Hunter e il post hardcore dei The Receiving End of Sirens anche se in versione più accessibile, ma questa volta, come era lecito aspettarsi, i gP. sono cresciuti: a questo punto sanno come gestire le dinamiche, essendo coinvolgenti sia nei momenti quiet che in quelli loud, si destreggiano in abbellimenti ritmici, talvolta frenetici altre volte sincopati al fine di creare tensione continua e crescendo infuocati. Non c'è un brano che risalti su un altro o un calo di pathos, ogni traccia di Destroy, So as to Build ha da offrire qualcosa e il livello di scrittura rimane pressoché invariato, nel senso che se uno qualsiasi di questi pezzi farà presa su di voi, allora vi piacerà tutto l'album.



Link su soundcloud per chi non avesse Spotify

martedì 2 maggio 2017

Altprogcore May discoveries


L'album Vetur del quintetto islandese VAR è praticamente una raccolta che contiene i primi due EP della band rimasterizzati con l'aggiunta di quattro brani inediti. Una compilation pensata inizialmente per il solo mercato giapponese (dove è stata pubblicata nel 2016) e che ora i VAR rendono disponibile in versione digitale per tutti. Vetur può essere così considerato come il primo full length del gruppo che, neanche tanto per coincidenze geografiche, possiede un sound malinconico e delicato simile a quello dei Sigur Ros. L'evocativo post rock dei VAR si lascia comunque scoprire lentamente, forse con caratteristiche più terrene e meno eteree, ma pur sempre indirizzato a creare paesaggi sonori crepuscolari.



I Lambhorn sono invece un quartetto strumentale di "surf prog" (definizione loro) con all'attivo solo un EP risalente al 2014. Chris Lambourne, Nathan Long (chitarre), Oliver Cocup (batteria) e Ben Holyoake (basso) hanno appena pubblicato il lungo brano Cascade che mi ha immediatamente colpito. Le multipartizioni dei vari cambi che avvengono nei suoi dieci minuti hanno il sapore post progressivo e psichedelico di illustri ispiratori come Pink Floyd, Dredg e Ozric Tentacles.


Per quanto riguarda i bostoniani Bat House erano già entrato nel mio radar lo scorso anno grazie ad un EP che ora, insieme ad altre canzoni, viene qui incluso e pubblicato nell'omonimo esordio del gruppo. Bat House è un trip di garage math rock psichedelico sotto al quale sono sepolte pop songs insolite, guastate da pause e accelerazioni, sequenze electro-noise ed un velo lo-fi che pervade tutto l'album.


I Conxux sono un trio di Los Angeles nato da qualche anno, ma che finora ha reso noti soltanto i due brani qui presenti. Con un'impostazione triangolare che ricorda i GoGo Penguin, i tre suonano un nu jazz ancora più tecnico che si avvale del piano di Dani Ahndreç, delle ritmiche matematiche di David Daniel Diaz (batteria) e Khris Kempis (basso).



I FES sono tre ragazzi inglesi che suonano math pop nella stessa vena di Signals. e Orchards. Capitanati dalla cantante Polly Holland-Wing, il gruppo ha preso vita da più o meno un anno, ma ha già realizzato il presente EP di quattro tracce You Do You.

lunedì 1 maggio 2017

Branch Arterial - Beyond The Border (2017)


Talvolta i tempi tecnici di produzione per un album possono durare veramente molto (avete qualche nome in particolare che vi viene in mente? Magari che inizia con la T). In altri casi, come quello degli australiani Branch Arterial, si mette di mezzo la sfortuna. Formati nel 2009 a Melbourne, dopo aver prodotto l'EP Voices Unknown (2011), nel 2013 la band inizia i lavori per il proprio album di debutto. Se non che, il bassista Kade Turner viene coinvolto in un terribile incidente motociclistico in Sud America che quasi gli costa la vita e, poco dopo, il cantante Nigel Jackson ha dovuto iniziare un trattamento contro una malattia per la quale si è dovuto sottoporre a trapianto di midollo osseo. Capirete che i Branch Arterial sono andati forzatamente in ibernazione a causa di questi tragici eventi, aspettando l'esito del ricovero di entrambi i membri. Un po' come la recente storia di Daniel Gildenlow, tutto è andato per il meglio, i due si sono rimessi e il lieto fine prevede che il quintetto è finalmente riuscito a realizzare l'album Beyond The Border, co-prodotto insieme a Julian Meyer.

Per i fan di gruppi australiani in odore di progressive metal e alternative rock come Karnivool, Dead Letter Circus, Chaos Divine e Twelve Foot Ninja, Beyond the Border può essere collocato accanto alle release di questi senza problemi. Brani come Waste Away, My Curse e Dreamer, con i loro riff che si camuffano tra metal e djent, rappresentano immediatamente una dichiarazione d'intenti indirizzata verso le tendenze odierne del prog metal. Quindi abbiamo molta tecnica da una parte, ma anche brani in grado di piegarsi a strutture contenute nel classico formato canzone con esiti a volte molto gradevoli come nel caso di New Way Home. Mentre l'ottima sezione ritmica in grado di combinare metal, funk, fusion, mostra i muscoli mettendosi molto spesso in primo piano, la voce femminina di Jackson, con un timbro simile a Geddy Lee, assicura un apporto melodico che equilibra l'inclinazione massiccia di certi passaggi, un esempio di stile che raggiunge un aspetto più chiaro su Alone Together. Insomma, contando sui paragoni dei gruppi precedentemente citati, non aspettatevi chissà quali rivoluzioni dai Branch Arterial, ma Beyond The Border può fungere da buon calmante nell'attesa del nuovo lavoro dei Karnivool.


sabato 29 aprile 2017

The Kraken Quartet - Separate | Migrate (2017)


Avevamo presentato qualche mese fa i The Kraken Quartet alle prese con una sessione dal vivo negli studi Audiotree. Per l'occasione il quartetto di Austin, Texas, si era cimentato in cinque tracce ancora inedite tratte dal proprio esordio che avevano in cantiere Separate | Migrate e che adesso viene pubblicato ufficialmente. Da quella testimonianza live era impossibile non notare la particolarità del gruppo, indirizzata principalmente verso gli strumenti a percussione. Vale la pena quindi nominare i musicisti e gli strumenti a loro associati che sono Chris Demetriou (vibrafono elettrico, percussioni), Andrew Dobos (marimba, synth, percussioni), Taylor Eddinger (batteria, synth, percussioni) e Sean Harvey (batteria, synth, percussioni). Come vedete non compaiono chitarre, bassi, strumenti a fiato o tastiere: se si eccettua qualche intervento di sintetizzatore la costruzione armonica dei pezzi rimane quasi esclusivamente sulle spalle di marimba e vibrafono.

Il fatto che i The Kraken Quartet non usino strumenti propriamente compresi nella sfera rock, ma in quella jazz e fusion non fa altro che sottolineare quanto oggi le linee di confine tra i due generi si siano ristrette. Partendo dalla preziosa lezione di quanto fatto dal virtuoso Gary Burton per lo sviluppo e la divulgazione nel jazz di strumenti quali la marimba e il vibrafono, applicando ad essi una tecnica simile al piano grazie all'utilizzo di quattro martelletti anziché due, i The Kraken Quartet sposano le soffici sonorità degli idiofoni con ruvide schegge di math rock ed elettronica, arrivando talvolta ai confini del minimalismo (Amethyst, Giant Battle Robot's Day Off). La presenza di due batterie assicura abbondanza di poliritmie, in più i contrappunti o le linee melodiche dettate dai synth, come accade in House 11 e nella title-track ad esempio, si fondono molto bene con il timbro delle percussioni a metallo. Anche l'interplay tra queste ultime e le batterie viene risaltato e incrociato, arrivando su The Gates alle sperimentazioni che lo scorso anno abbiamo trovato in band di electro math rock tipo Strobes e Three Trapped Tigers. In altri brani come Ox e Clover è interessante rilevare come sia affascinante questo continuo oscillare della band tra le vesti di piccolo ensemble orchestrale e combo elettronico di math rock. Con Separate | Migrate i The Kraken Quartet entrano quindi nel mondo della musica math prog dalla porta principale.



https://thekrakenquartet.com/

venerdì 28 aprile 2017

Tetrafusion - Dreaming of Sleep (2017)


L'ultima prova in studio della band Tetrafusion risale al 2012 con l'ottimo EP Horizons che aveva seguito il secondo album Altered State del 2010. Dreaming of Sleep ha avuto quindi una lunga gestazione, ma non poteva essere altrimenti visto che la sezione ritmica composta dal bassista Mark Michell e dal batterista J.C. Bryant è stata impegnata fino allo scorso anno negli Scale the Summit di Chris Letchford, con il quale i due musicisti si sono separati in maniera non del tutto amichevole per usare un eufemismo, dando luogo anche ad uno strascico polemico (si parla di compensi non pagati).

Che Bryant e Michell siano il motore principale dei Tetrafusion lo si capisce dalla prominenza che assumono i loro strumenti nell'economia sonora del gruppo. La chitarra di Brooks Tarkington e le tastiere del cantante Gary Tubb non sono chiamate spesso ad occuparsi delle parti soliste infatti, ma rivestono comunque un fondamentale ruolo negli accompagnamenti dei power chords e nei fraseggi matematici. I brani proseguono in un continuo scambio delle parti, molto spesso collegati tra loro senza soluzione di continuità, facendo di Dreaming of Sleep un imponente e monolitico album che unisce le digressioni pesanti del prog metal con le pratiche virtuose della fusion.

Che ci sia anche la voce di Tubb, non diciamo a fare da contorno ma da valore aggiunto, è solo un punto in più all'interno di una musica pensata come fosse un continuo tour de force per chi suona. Il jazz metal freddo e affilato di Dreaming of Sleep richiama quasi la meccanica di Gordian Knot e Cynic, non a caso due band che potevano contare sul basso propulsivo di Sean Malone al quale Michell sembra ispirarsi, anche se i Tetrafusion si spingono ancora più a fondo in meandri dai tratti quasi futuristici mutuati dall'elettronica delle tastiere di Tubb. Un lavoro che per la sua impostazione complessa e meccanica quasi si disumanizza, richiamando gli algidi scenari post apocalittici dei Voivod, anche se qui parliamo di tutt'altro stile di prog metal. I Tetrafusion sono comunque degli alieni o androidi che, parafrasando Philip K. Dick, sognano jazz metal elettrico.

mercoledì 26 aprile 2017

MEW - Visuals (2017)


Nelle recensione dedicata a +-, l'ultimo album in studio dei Mew, ci lamentavamo dell'abitudine della band di far passare diverso tempo tra un album e l'altro. Questa volta l'attesa per un nuovo lavoro è durata sorprendentemente solo due anni ma, se +- aveva visto il ritorno del bassista Johan Wohlert ricomponendo in tal modo il quartetto originale dei Mew, Visuals deve fare i conti con l'addio di un membro storico del gruppo: il chitarrista Bo Madsen. I Mew sono così tornati ad essere un trio nel 2015 e quindi è implicito che Visuals sia il frutto dei soli Jonas Bjerre, Silas Jørgensen e Wohlert, anche se a livello di economia sonora, per amore di verità, la differenza non si percepisce, come non aveva pesato l'assenza di Wohlert. Questa enfasi o preoccupazione riguardo le sorti della line-up non è casuale quando si parla di una band come i Mew, dove ogni membro è stato una pedina fondamentale nella peculiare messa a punto di un "wall of sound" originale e personale il quale, nonostante i cambiamenti, ha sempre dimostrato che la formula dei Mew è più solida e forte di qualsiasi crisi.

Visuals in questo senso parte alla grande, con una prima metà di una bellezza quasi ammaliante, raggiungendo delle vette di lucidità che il gruppo non toccava dai tempi di And the Glass Handed Kites, sempre però continuando in un percorso lontano da quel capitolo maiuscolo. Ma andiamo con ordine. Gli ultimi lavori ci avevano presentato una band curiosa di sperimentare ed evolversi nel proprio universo di synth pop e math prog ed erano stati così radicali in una direzione o nell'altra - No More Stories più prog e avventuroso, +- più orientato su sonorità pop - da lasciare interrogativi su come la band potesse ancora aggiungere qualcosa di nuovo e degno di interesse. Visuals riesce in tale compito, raggiungendo un equilibrio tra prog e pop davvero encomiabile, anche se è il secondo aspetto ad essere privilegiato. Probabilmente le melodie accessibili, pastose e orecchiabili dei Mew sono le uniche a richiedere un ascolto attento ed assorto, senza necessariamente dover battere mani e piedi, dovuto al fatto delle molteplici stratificazioni e Visuals spinge molto su tale effetto. A parte la voce angelica di Bjerre, i paesaggi sonori immaginati dai Mew hanno un fascino del tutto particolare, creando un insieme di timbri veramente unici.

Persa la chitarra baritono di Madsen, da una parte i Mew ovviano a tale mancanza edificando un caleidoscopio sognante di tastiere nella dolcissima Nothingness and No Regret, nel singolo 85 Videos e nella ballad Carry Me to Safety, ricordando a tutti che loro erano stati (e sono ancora) l'avanguardia synthwave quando ancora il revival era ben lontano e non andava di moda come adesso. Dall'altra ne rivitalizzano il ricordo nei riff obliqui di The Wake of Your Life e Candy Pieces All Smeared Out, due canzoni che segnano un connubio organico tra synth pop dai chorus perfetti e trame dalle involuzioni sottili. Ay Ay Ay è forse il miglior risultato nella convivenza tra le due parti di vecchio e nuovo - o meglio - passato e presente: basso e batteria in controtempi tribali, addolciti da arpeggi riverberati, sono congiunti ad un suggestivo ed avvolgente chorus. La seconda parte dell'album, adagiandosi su dei sentieri meno avvincenti ma ugualmente interessanti, è occupata da brani quasi interlocutori come Zanzibar e Shoulders oppure molto particolari come Learn Our Crystals e Twist Quest che fanno sfoggio di ritmiche tra il sudamericano e il math rock, sottolineate dalla leggera novità dell'utilizzo dei fiati (presenti anche nel finale di In a Better Place in odore di post rock) che ne accentuano la dimensione ballabile. In questo momento forse non poteva essere altrimenti, ma Visuals è l'album dei Mew che suona più anni '80, anche se rimane nella sfera del tutto riconoscibile della band, e quello che li ricongiunge alla matrice rock più diretta che era propria di Frengers.  






lunedì 24 aprile 2017

Outrun the Sunlight - Red Bird (2017)


Da molto tempo a questa parte, salvo qualche rara eccezione, faccio molta fatica ad ascoltare il post rock, poiché il suo sviluppo si è bloccato prematuramente imbrigliato in alcuni schemi stilistici molto spesso prevedibili e scontati. In un tipo di musica divenuta così descrittiva e "cinematica", molte band dimenticano talvolta di donare il giusto risalto o equilibrio alle dinamiche che per un genere come questo può rappresentare a volte solo un beneficio o un valore aggiunto. Fortunatamente c'è ancora chi, come Caspian, Circadia e Meniscus (per fare alcuni nomi), riesce a spremere qualcosa di interessante da dire a proposito di post rock.

Gli Outrun the Sunlight andrebbero aggiunti alla lista, dato che si erano ben destreggiati tra le trappole del post rock metallico con l'ottimo Terrapin e ora ci riprovano, con sempre buoni risultati, in questo EP di quattro tracce dal titolo Red Bird. La title-track in realtà è più una costruzione dosata di calme atmosfere ondivaghe che non sfocia mai in vere e proprie deviazioni potenti. Le cose cambiano invece da Synergy che, pur iniziando con un clima intimo, continua e si conclude nei meandri del blackgaze e minimalismo metal. Il tutto ci prepara agli oscuri nove minuti di The Danger of Alignment, intrisa di riff cupi e cosmici, e poi al metal psichedelico di Remaining in a Constant State of Discomfort. I quattro brani di Red Bird non aggiungono molto al precedente Terrapin, se non una vena da atmospheric metal ancor più accentuata che permette agli Outrun the Sunlight di confermarsi a proprio agio in qualsiasi dinamica o piega che può prendere la materia sonora alla quale viene attribuito il prefisso "post", che sia rock, metal o prog.


sabato 22 aprile 2017

Sorprese e ritorni: uno sguardo alle nuove uscite del 2017


Dato che le notizie su nuove incombenti pubblicazioni si stanno accumulando, anche con notevoli sorprese di ritorni attesissimi, credo sia bene fare il punto della situazione di quello che ci aspetta almeno da qui a questa estate.

Citerò alcuni album di interesse che ho segnalato anche nella mia pagina RYM e Facebook, cominciamo quindi dalla settimana prossima: il 28 aprile sono in uscita Visuals dei Mew e Grimspound dei Big Big Train, oltre che Dreaming of Sleep dei Tetrafusion che arriva a cinque anni di distanza dall'ottimo EP Horizons.







Il 19 maggio sarà la volta del terzo LP del trio giapponese Tricot, dal titolo 3, che per la prima volta avrà una distribuzione anche al di fuori del Giappone grazie alle etichette Topshelf Records (in USA) e Big Scary Monsters (in Europa).



Poi, sorpresa delle sorprese, il 26 maggio sarà pubblicato finalmente, dopo 15 anni di attesa e rinvii, il secondo album dei Bubblemath Edit Peptide attraverso la prestigiosa Cuneiform Records. Sempre da questa etichetta vedrà la luce il 12 maggio Putting Off Death dei CHEER-ACCIDENT.





Il 2 giugno, oltre al nuovo album di Roger Waters, gli Eidola usciranno con il terzo album della loro carriera To Speak, To Listen e poi, il 16, toccherà ai CHON con la realizzazione di Homey.





Infine, come spero già sappiate, i Bent Knee torneranno ad un solo anno di distanza dall'osannato Say So, con il nuovo Land Animal addirittura pubblicato per la InsideOut Records. Direi che i ragazzi stanno meritatamente bruciando le tappe! Finora dell'album è stata resa nota solo la title-track, ma dalla tracklist ho notato che sarà presente anche These Hands, canzone che era stata precedentemente inclusa nella compilation Boston Session vol.1: Beast.


venerdì 21 aprile 2017

Eternity Forever - Fantasy EP (2017)


Questo EP degli Eternity Forever potrebbe essere l'ibrido più anomalo che ascolterete quest'anno, già solo per il fatto che ne leggete un piccolo resoconto tra queste pagine. Se Fantasy EP si trova su altprogcore è perché ormai abbiamo imparato a conoscere bene i nomi degli autori che si celano dietro tale sigla: il supertrio è formato da Kurt Travis alla voce (Dance Gavin Dance, A Lot Like Birds), Ben Rosett alla batteria (Strawberry Girls) e Brandon Ewing al basso e alla chitarra (CHON). Un connubio di artisti interessante che però non si cimentano in post hardcore, math rock o progressive rock nel modo in cui hanno affrontato i propri gruppi d'appartenenza ma, se premete "play", al primo ascolto potrete rimanere spiazzati da ciò che hanno da offrire gli Eternity Forever: canzoni RnB e soul pop con melodie sensuali e radiofoniche che farebbero invidia a qualsiasi autore di black music.

Ma attenzione perché Fantasy EP, sotto sotto, è molto di più. E' un sopraffino esperimento di scontro tra stili: il sacro e il profano, il basso e il colto, il popolare e l'alternativo. La title-track funge come biglietto da visita che imposta l'atmosfera sinuosa attraverso dei riff chitarristici math funky molto simili a quelli creati dagli Strawberry Girls, ma è il cantato in stile quasi hip hop a dargli un'impronta più radicale. Il fatto che arrivi a gradire e a scrivere certe cose senza farmi venire l'orticaria credo dia la misura di quanto ci sia di buono in realtà in questo progetto. Per i restanti tre pezzi il gruppo si muove più o meno sulle stesse coordinate, in una varazione sul tema con lo smooth jazzy Letting Go, che rimane il pezzo forte, mettendo alla prova le doti math pop di Brandon Ewing, il quale è anche il protagonista degli arpeggi clean di All Alone e Movies. Forse è proprio la sua chitarra a fare la differenza per rendere riconoscibile l'impronta math rock, specialmente nei licks di apertura di Movies, all'interno di un EP in cui si nasconde un cuore tecnico, ma talmente accattivante da rappresentare una sorpresa da guilty pleasure.


mercoledì 19 aprile 2017

The Physics House Band - Mercury Fountain (2017)


Con solo un EP all'attivo, Horizons/Rapture, pubblicato esattamente quattro anni fa, il trio The Physics House Band arriva a questo mini album Mercury Fountain con già un seguito di culto nell'ambiente math/prog. Adam Hutchison, Sam Organ e Dave Morgan hanno capitalizzato questo tempo - mentre studiavano musica insieme a Brighton - componendo e suonando dal vivo, con una puntata all'edizione 2014 dell'ArcTanGent festival che è diventato in pochi anni un punto di riferimento per questo tipo di musica. Per attirare l'attenzione non c'è stato nulla di meglio, sino ad ora. Infatti il 21 aprile è in arrivo per la Small Pond Recordings il loro nuovo lavoro che sicuramente, date le sue caratteristiche così in sintonia con il post prog contemporaneo più evoluto, non mancherà di infoltire ancora un po' la schiera di pubblico dei The Physics House Band, una band dal grande potenziale .

L'energia sprigionata da Mercury Fountain è pari ad un torrente magmatico nel quale sono state sciolte le peripezie ritmiche ed elettriche di The Mars Volta e dei Three Trapped Tigers, anche se, di contro, la sua breve durata ne fa nascere in noi il bisogno di averne di più. L'album si dipana in un viaggio sonico senza soluzione di continuità (come fosse un'unica suite) che si divide equamente in sezioni tra un prog hardcore dai tempi frenetici e irregolari e sperimentazioni psichedeliche d'avanguardia. Tale bilanciamento è sottolineato dalla scelta, nella scaletta, di far susseguire tracce dal valore antitetico: e così alle pulsazione da codice morse di Calypso e ai bombardamenti ricolmi di fuzz e bassi perforanti di Surragoate Head e della multipartita Obidant, corrispondono gli spazi ambientali di Holy Caves e gli universi minimali di A Thousand Small Spaces e Impolex. Nel lento dispiegarsi di forze che è The Astral Wave, che parte come un'elegia acustica post rock e termina come un jazzcore orchestrale, il tutto viene incorniciato dalle due parti di Mobius Strip come a suggerire che inizio e fine di Mercury Fountain sono collegati tra loro in un loop infinito. Quindi possiamo ripartire nell'ascolto, ma il dischetto lascia comunque quella necessità e voglia di approfondire la proposta del gruppo oltre questi trenta, sessanta, novanta circolari minuti.







venerdì 14 aprile 2017

La reincarnazione degli Envy on the Coast


Quando a Casey Crescenzo dei The Dear Hunter nelle sue prime interviste veniva posta la classica domanda su quale band apprezzasse al momento, gli Envy on the Coast erano sempre tra i primi ad essere menzionati e non solo perché avevano condiviso con loro alcuni tour, ma traspariva vera e propria stima da parte di Crescenzo. Solo per dire, gli Envy on the Coast nel tempo si sono ritrovati nei palchi accanto a Thirty Seconds to Mars, Taking Back Sundays, The Receiving End of Sirens, The Fall of Troy e molti altri.

La band si presentava con Ryan Hunter (voce) Brian Byrne (chitarra) Sal Bossio (chitarra, tastiere), Jeremy Velardi (basso) e con vari ricambi per quanto riguarda la batteria dopo la fuoriuscita di Dan Gluszak nel 2009. Nel 2010 avvenne la separazione del gruppo e i membri si sono dedicati in seguito ad altri progetti: Hunter e Byrne hanno proseguito nei NK per poi dividersi ancora: Hunter si è occupato di un progetto solista di R&B e elettronica minimale chiamato 1st Vows, mentre Byrne è adesso alle prese con il moniker The Hand That Wields It del quale uscirà a breve un primo EP. Dall'altro lato Bossio e Gluszak si sono ritrovati e hanno formato gli Heavy English con connotazioni simili, ma più accessibili, agli Envy on the Coast.

Tornando agli Envy on the Coast, dopo un primo omonimo EP, hanno prodotto soltanto due album con i quali però sono riusciti a lasciare il segno. L'esordio è fulminante con Lucy Gray nel 2007 e, per capire di quale stima godesse il gruppo, si pensi che l'album conta come ospiti Anthony Green dei Circa Survive (nel brano The Gift of Paralysis) e Daniel Nigro degli As Tall As Lions (nei brani (X) Amount of Truth e "...Because All Suffering is Sweet to Me...", oltre a sfoggiare un artwork ad opera di Drew Roulette dei Dredg. Lanciato dai singoli Sugar Skulls e Mirrors, entrambi segnati da un'andatura pop punk che non rende a pieno le sfumature hardcore della band, Lucy Gray mostrava una band capace di segnare dei veri e propri classici per il genere come il già citato cavallo da battaglia The Gift of Paralysis e poi If God Smokes Cheap Sigars, Tell Them That She's Not Scared e Vultures e allo stesso tempo di immergersi in ballate soft come Starving Your Friends per piano solo e Lapse per sola chitarra che, poste nella tracklist una di seguito all'altra, formano un dittico da atmosfera raccolta.



Il secondo e ultimo album, Lowcountry (con la copertina questa volta curata da Justin Beck dei Glassjaw), era alquanto differente: uno strano ibrido tra post hardcore e southern rock che avrebbe potuto accontentare un pubblico trasversale che va dall'hard rock all'heavy metal, dal blues allo stoner rock, ma la sostanza deflagrante rimaneva invariata. La voce di Hunter era potente come non mai nell'introduttiva Death March on Two, Ready?, mentre la chitarra di Byrne sposava un sound polveroso e rauco più incline ai Led Zeppelin che non agli At the Drive-In. Un cambio di prospettiva inaspettato che comunque ha mantenuto il livello qualitativo altissimo e un sound compatto e originale che rimane costante per tutta la durata, tanto che anche le quattro bonus tracks presenti nell'edizione deluxe di Lowcountry sono pezzi di prima scelta.



Le voci che gli Envy on the Coast potessero tornare insieme sono state alimentate da un video di uno show dei 1st Vows avvenuto i primi di maggio e postato sulla loro pagina Facebook, dove Hunter e Byrne durante il bis hanno suonato due canzoni degli Envy on the Coast. La risposta da parte dei fan è stata così calorosa che il 17 maggio 2016 i due hanno dato l'annuncio ufficiale di una reunion degli Envy on the Coast per tre date in agosto: a New York, Long Island (la loro città natale) e Boston. La notizia non sarà importante come la reunion degli At the Drive-In, però la segue subito a ruota in quanto gli Envy on the Coast sono stati tra i gruppi post hardcore più importanti nel circuito alternativo statunitense dello scorso decennio. E anche qui c'è stato un colpo di scena perché subito dopo l'annuncio, Bossio, in uno statement nella sua pagina Facebook, ha fatto sapere che lui, Velardi e Gluszak non faranno parte della reunion. In effetti, Hunter e Byrne non hanno dichiarato esplicitamente che si sarebbe trattato di una reunion, limitandosi a pubblicare le date con il nome della band e replicando proprio ieri che nella didascalia al video postato si faceva cenno al fatto che, per ora, il meglio che avrebbero potuto fare loro due per riportare in vita lo spirito degli Envy on the Coast è suonare le canzoni della band insieme ad altri musicisti. Comunque sia, ne è nato un equivoco la cui storia completa potete leggere qui e dove i due musicisti vedono questa nuova partenza non come una reunion, ma come una reincarnazione.

edit 14/04/2017

Dopo un anno di tour con questa nuova formazione, gli Envy on the Coast tornano anche a pubblicare nuovo materiale con un EP dal titolo Ritual in uscita il 30 giugno. Presentando il nuovo singolo Manic State Park, la band ha anche reso noto di essere entrata nella scuderia dell'etichetta Equal Vision Records.



martedì 11 aprile 2017

Intervista con i Calla


Intervista e traduzione a cura di
Francesco Notarangelo

Questa è una storia lontana e mitica, è come ritrovarsi e abbandonarsi all’esigenza dell’illusione, nel fatto che tutti noi, sempre insoddisfatti, siamo alla perenne ricerca di qualcosa che ci accompagni nell’ignoto e ci restituisca uno straccio di appartenenza. La musica dei Calla è qualcosa di unico: evoca i luoghi notturni dell’anima, ci culla con suoni talmente semplici da essere geniali...è lenta, avvolgente, ipnotica e spettrale. Compare dappertutto un senso di mistero e di attesa. Aurelio, sussurrando e quasi copiando Elliott Smith, ci racconta di difficoltà di disagio, ma anche di vendetta e di morte...Calla e soprattutto Televise, un gruppo da conoscere, un album da possedere, da amare.


Come sono nati i Calla?
I Calla si formarono dai restanti membri di una nostra prima band in Texas tra il '92 e il '96 chiamata The Factory Press dopo essersi trasferiti a New York. Nel ’95 registrammo il nostro ultimo album con Kid Congo Power. Ci fermammo per un po’, iniziai a cantare e Sean Donovan si dedicò a suonare il basso e le tastiere mentre Peter Gannon prese una piccola pausa per tornare in Texas. I Calla erano quindi formati da Wayne Magruder, Sean Donovan ed io. Subito dopo la registrazione del primo demo nel '96, noi firmammo in Belgio con la Sub Rosa. Poco dopo firmammo con la Young God di Michael Gira, poi con l’Arena Rock e in ultimo con la Beggars Group.


Come riusciste a creare un’atmosfera così magica e dolce nelle vostre canzoni?
Abbiamo speso molto tempo a suonare e sperimentare fino a tarda notte. Spesso anche da soli nei nostri piccoli appartamenti per non disturbare nessuno. Siamo riusciti ad esprimere noi stessi utilizzando il minor numero di strumenti e suoni possibili. Poi in sala prove magari stravolgevamo il tutto cercando suoni un pò più duri, ma è sempre stato per noi fondamentale riuscire a divertirci e ottenere una vera e propria libertà artistica che alla fine si è espressa nel suono dei Calla.


Com’era l’atmosfera musicale quando vi trasferiste dal Texas?
Quando ci siamo trasferiti a New York la scena era dominata da band garage come Jon Spencer Blues Explosions, Spedball baby, Jonathan Fire*Eater, Chrome Cranks. Per noi era davvero un mondo strano…la factory press aveva prodotto un sacco di gruppi interessanti come Bauhaus, Joy Division, band che si ispiravano ai Wire. Avevamo decisamente gli elementi giusti per entrare a far parte di qualcosa di magico.


Da cosa deriva il nome Calla?
Cercavamo una singola parola. Ascoltavamo Autechre, Tricky, Labradford, Tindersticks e volevamo chiamarci un po' come loro. L’ispirazione ci venne fornita dalla foto di Robert Maplethorpe Calla. Sembrava un nome semplice ma forte, buono ma deciso.


Com’è il vostro metodo di registrazione?
Provenendo tutti da realtà diverse, spesso ci sedevamo ad ascoltare e discutere di ogni singola idea al fine di trovare la perfetta unione. Sean portava ad esempio pezzi che suonavano come John Cage e Steve Reich, Wayne portava invece qualcosa di più simile ai Massive Attack ed io dovevo concentrarmi su come cantare. Mi sono quindi ispirato ad usare una voce leggera ed intima ispirandomi anche un po' ai Talk Talk.


Chi decideva i nomi delle canzoni e i testi?
Inizialmente tutti volevamo esserne parte e scrivere qualcosa di personale, ma poi alla fine del processo, ero io a completare il testo e dare il nome alle singole canzoni..



Vi hanno influenzato i Cure?
Quando abbiamo iniziato a suonare (1986-1987) i Cure erano considerati una band molto importante. Ogni loro album fino a Disintegration era un capolavoro da possedere. Incontrai Pete a Kingsville, Texas, nel 1988...sapevo che aveva suonato in una band metal, ma cercava suoni diversi, più intimi. Ricordo che indossava una maglietta degli Smiths e occhiali con una montatura molto spessa alla Morrissey. Fin da subito ci siamo trovati. Wayne mi è stato presentato da Pete, indossava una maglietta dei New Order ed un berretto. Appena ci comunicò che sapeva suonare la batteria capimmo che il gruppo era formato.


Quali sono state le maggiori fonti d’ispirazione per voi?
E' molto difficile rispondere. Tutti noi potremmo darti nomi diversi. Personalmente Nick Cave, Joy Division, Jesus And Mary Chain, Tom Waits, Velvet Underground, Neil Young, My bloody Valentine, Bowie, Ecco and the Bunnymen, Can, Talk Talk.


Vi siete sciolti?
No, direi di no. Lavoriamo con la musica, spesso riflettiamo sul registrare qualcosa, ma poi ognuno ha la propria vita, le proprie cose da fare, per cui non riusciamo a trovarci. Nel mio futuro ci potrebbe essere un altro album con i Calla o un album solista.


Stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Certamente.


Mi spieghi i titoli degli album?
Il nostro primo album doveva chiamarsi come noi, ma poi abbiamo deciso d’intitolarlo Scavengers poiché ascoltavamo musica come Bjork, Massive Attack e la nostra musica era come infestata da qualcosa di torbido, insetti e paludi che infatti abbiamo inserito nella copertina. Potremmo definirlo come una copia di Mezzanine e per questo siamo grati ad un amico di Michel Gira che scattò la fotografia. Televise era una fotografia scattata nel '97..non ho mai detto a quel ragazzo di averlo fotografato. Sembrava un fermo immagine simile al progetto di Nam June Paik e per questo decidemmo quel nome. Collisions è stato il titolo più indicato in quel periodo visto che stavamo lasciando l’Arena Rock per firmare con la Beggars Group. questo cambio di etichetta procurò infatti molti contrasti, liti, discussioni, l’industria musicale è come un vampiro che ti succhia lentamente rovinando ogni singolo rapporto! Avevano ragione gli Smiths ad affermare “you just haven’t earned it yet baby". Inoltre ho sempre pensato che Collisions avesse all’interno della singola parola molteplici e più significati. Strenght in Numbers è stato l’ultimo album dei Calla: eravamo esausti del tour, di stare così tanto lontano da casa e infatti lo registrammo un po' in Italia, un po' in Grecia, un po' in Texas. Anche se ottenne un buon successo non è mai stato accolto troppo bene dal nostro pubblico, però all’interno ci sono alcune delle mie canzoni preferite: Stand Paralized, A Sure Shot...il titolo ovviamente non ha bisogno di spiegazioni.


Dal 1997 al 2017 è cambiato qualcosa nel tuo modo di concepire la musica?
E' un mondo totalmente diverso: con regole diverse e in costante evoluzione. Come musicista devi trovare il posto giusto in un settore sbagliato e difficile.

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