venerdì 26 gennaio 2018

Oh Malô - Don’t Look, Don’t Stare (single, 2018)


Dopo averli scoperti, intervistati e promossi come una delle proposte migliori del 2016, gli Oh Malô realizzano oggi il nuovo singolo Don’t Look, Don’t Stare che farà parte di un EP in uscita in primavera.Il periodo di silenzio dalle varie piattaforme social è stato giustificato dalla lavorazione di nuove idee che fanno riemergere gli Oh Malô in una veste più sperimentale rispetto al magico esordio As We Were. Con la sua ritmica serrata e la voce del cantante e chitarrista Brandon Hafetz leggermente elaborata elettronicamente Don’t Look, Don’t Stare si dipana in spirali di chitarra le cui progressioni si svelano solo dopo alcuni ascolti e ci presenta una band in costante rinnovo. Inutile aggiungere che il probabile nuovo percorso che segna questo singolo alza ancora di più l'attesa per l'annunciato EP.


Kindo (The Reign of Kindo) - Happy However After (2018)


Quando una band si ferma per cinque anni in genere si limita a ripresentarsi al suo pubblico con un nuovo album senza offrire grandi novità. Però se parliamo dei The Reign of Kindo le cose cambiano. Il gruppo di Buffalo ha impiegato il tempo trascorso dall'ultimo lavoro in studio Play With Fire (2013) a progettare e ripensare al proprio sound e non solo. Orfani dell'etichetta Candyrat Records, i The Reign of Kindo, come una nuova nascita, si sono dedicati a realizzare musica in modo indipendente appoggiandosi alla piattaforma Patreon e dal gennaio 2016 si sono impegnati a realizzare un brano al mese disponibile in download solamente per gli abbonati.

Il risultato di questa operazione sarà l'album Happy However After in uscita a primavera (il quale conterrà dieci tracce delle tredici fin qui realizzate, mentre le altre andranno a finire nel seguito) ed essendo io stesso un abbonato vi posso garantire che la qualità è elevatissima. I The Reign of Kindo, che da adesso in poi saranno solo Kindo, hanno reinventato il proprio stile in una ispiratissima miscela di funk, R&B, disco e latin, aumentando le connotazioni pop rock ma rimanendo incredibilmente aderenti ad impalcature progressive multitematiche. Il primo assaggio di Happy However After è stato reso pubblico ieri con la traccia Return to Me.



http://thereignofkindo.com/

domenica 21 gennaio 2018

Perfect Beings - Vier (2018)


Pensate ad un album di progressive rock doppio (meglio se in versione LP) e suddividete ogni facciata con una lunga suite che ne occupa tutto lo spazio. Cosa vi viene in mente? Esatto, la risposta è il famigerato Tales From Topographic Oceans degli Yes. Bene, ora potete aggiungere anche l'ambizioso nuovo sforzo discografico dei Perfect Beings accanto a tale tipologia, solo che sarà difficile parlarne male. Prima che possiate spaventarvi bisogna specificare che la quattro suite che compongono Vier (che in tedesco significa appunto quattro) sono suddivise in sottotracce che ne rendono la fruizione meno ostica, ma comunque non alterano la magniloquenza del progetto.

Dopo i pregevoli perfect_beinngs e II con il terzo album Vier i californiani Perfect Beings puntano apertamente a diventare i nuovi protagonisti della scena prog mondiale accanto a nomi consolidati come Big Big Train, Anathema, Steven Wilson e molti altri, riuscendoci però molto meglio. In pratica, quando ascolti Vier ti viene voglia di chiederti "ci voleva tanto a realizzare un album che sia prog in tutto e per tutto e che comunque riesca a suonare in modo fresco e coinvolgente senza scomodare le solite derivazioni anni '70 ricamate con carta carbone?"

Come un disco doppio che si rispetti Vier contiene temi ricorrenti e rivisitati, ma soprattutto è una ricognizione di stili tra jazz, classica, elettronica avant-garde, metal e pop, ognuno utilizzato con parsimonia - in modo programmatico per ogni suite - così che non si possa circoscrivere il gruppo in uno di questi generi in particolare. Eppure non c'è ombra di dubbio che Vier possa essere catalogato all'interno del filone progressive rock sinfonico ultimamente stanco e avaro di novità. Ci sono naturalmente richiami ai Pink Floyd più patinati, bolsi sintetizzatori genesisiani, polifonie e chitarre alla Yes, ma è tutto rivestito in una chiave moderna dove il compositore principale Johannes Luley mette inequivocabilmente anche del suo.

I Perfect Beings, dopo aver dato prova di competenza con due ottimi lavori, adesso arrivati al terzo album non accettano più di restare all'angolo e chiedono a gran voce la vostra attenzione, in particolare a coloro che, come me, hanno perso ormai la speranza di scoprire in questo genere qualcosa che vada oltre i confini delle solite riproposizioni di Genesis, Yes e Porcupine Tree. Tentare però di ricercare con dovizia ogni riferimento sonoro nei vari brani in questo caso è inutile oltre che fuori contesto, proprio perché è un album che non fa pesare tale aspetto sulla propria economia sonora. Credo che il modo migliore per approcciarsi a Vier sia saperne il meno possibile al fine di scoprire tutte le sorprese e le svolte che riserva lungo il cammino, proprio come fosse un thriller. Ultimamente al gruppo si è aggiunto alla batteria l'ex Cynic Sean Reinert (che non è presente nell'album).




giovedì 18 gennaio 2018

COG - The Middle (2018, single)


Dieci anni fa i COG dividevano le loro strade e con soli due album e qualche EP all'attivo divennero nello stesso momento un punto di riferimento per molte giovani band australiane a venire. Insomma, per chi non conoscesse i COG basti dire che, se l'Australia oggi sforna talentuosi complessi prog alternativi, certificandosi come una delle realtà musicali più originali del pianeta, questo lo dovete all'influenza incontentastibile dei COG, un power trio formato dai fratelli Gower, Flynn e Luke, e dal talentuoso batterista Lucius Borich.

Dal 2016 i COG hanno ripreso l'attività live, dando nel frattempo qualche indizio su un possibile nuovo lavoro in studio. A fine 2017 arriva la conferma che l'album The Middle, prodotto da Forrester Savell (Dead Letter Circus, Karnivool, Twelve Foot Ninja), uscirà nel corso di quest'anno e la cui title-track è stata rivelata ieri. Il secondo, e finora ultimo, album in studio dei COG Sharing Space è stato uno degli album più apprezzati nel primo anno di vita di altprogcore (sì, anche anche lui compie dieci anni!) e ne consiglio caldamente il recupero e l'ascolto, insieme naturalmente al suo predecessore The New Normal, entrambi co-prodotti da Sylvia Massy (Tool).




martedì 16 gennaio 2018

Aviations - The Light Years (2018)


Anche se un paio di anni fa avevamo già presentato gli Aviations credo che in pochi si siano accorti di loro (o comunque se li ricordino), quindi è giusto presentarli di nuovo dato che, dopo un ottimo EP pubblicato nel 2012, arrivano adesso al proprio esordio con un album completo dal titolo The Light Years. Il gruppo si forma nel 2011 a Boston composto dal chitarrista Sam Harchik e dal batterista James Knoerl, entrambi studenti del Berklee College of Music. Alla formazione si aggiunge il vocalist Adam Benjamin e nel 2012 i tre danno alle stampe l'EP A Declaration of Sound, coadiuvati da altri musicisti che compaiono come ospiti. L'aggiunta in seguito di Richard Blumenthal alle tastiere e Dylan Vadkin al vibrafono arricchisce la prospettiva sonora (che proietta il djent dei Meshuggah vicino agli universi sonori di Steve Vai, Frank Zappa, Queen, il jazz e verso inedite e stimolanti contaminazioni) e gli Aviations decidono di realizzare un remake della traccia Intents in Tents tratta da A Declaration of Sound con un arrangiamento più ricco e sfaccettato. Nel frattempo il gruppo continua a lavorare all'album di esordio che dopo cinque lunghi anni vede ora la luce e ospita Jacob Umansky dei Painted In Exile ad occuparsi delle parti di basso (qualche giorno fa è stato annunciato il primo bassista ufficiale Werner Erkelens).

Il processo di produzione che ha occupato questo arco di tempo può essere certificato nella sua riuscita dato che siamo di fronte ad un album dettagliatissimo quando si tratta di mostrare la ricchezza degli arrangiamenti. The Light Years è una fonte inesauribile di riff, groove, stratificazioni sonore che vibrano in una totalità multitematica in perpetuo movimento. Nella loro girandola gli Aviations colpiscono quasi tutto quello che oggi è da considerarsi all'interno della sfera del prog metal, dalle evoluzioni fusion di Plini e Intervals alle nuove tendenze del djent più evoluto di TesseracT, Skyharbor e DispersE, con in più una spiccata propensione verso le forme prog mutuate da strumenti a loro maggiormente affini come piano, vibrafono e polifonie vocali.

Dizziness Explained potrebbe già riassumere tale percorso camaleontico: la batteria, con i suoi volteggi, dirige il ritmo frenetico verso cambi continui, la chitarra sfoggia ogni trucco legato alle declinazioni metal ed infine la voce di Benjamin è veramente una rivelazione per la sua versatilità nel seguire le varie direzioni che prendono le composizioni. Oltretutto il suo registro chiaro e acuto riesce a scomodare paragoni non certo di secondo piano come Daniel Tompkins e Ted Leonard degli Enchant. Le progressioni fusion sono alla base delle fondamenta di Concrete Kitten che, tra sincopi funk ed un inciso che si ripresenta come fosse un chorus, è l'unico brano ad accennare a trame più canoniche. Il resto è una costante jam imprevedibile colma di innesti strumentali - dove Benjamin interviene con il suo canto - i quali pescano non solo tra gli stili più disparati, ma anche tra varie epoche e li declinano in versione prog metal. In molti pezzi, ad esempio in Captain No Beard e Two Days, sono presenti sonorità di fusion anni '70 e '80 anche se il martellante suono grave delle chitarre non ci fa mai allontanare dall'orizzonte djent. Persino su Quest e Tornado succede tutto così talmente in fretta che i passaggi jazz e le irruzioni djent si amalgamano insieme con una naturalezza encomiabile.

Void e Lullaby, seppur solo strumentali, non mostrano velleità narcisistiche nello sfoggio di virtuosismi fini a loro stessi, ma preferiscono edificare delle atmosfere misurate (come nei pezzi new age di Jakub Zytecki) che coinvolgono l'insieme della band. The Light Years è un album che va assaporato lentamente, nel quale si scoprono tutte le astuzie sonore ascolto dopo ascolto ed è proprio qui che si viene a capo della marcia in più degli Aviations. Se infatti per gli altri colleghi citati in precedenza gli stilemi utilizzati emergono chiaramente, in questo caso vengono integrati e sepolti fino a che non divengono parte stessa del sound. In tal modo gli Aviations trovano la quadratura del cerchio di come dovrebbe suonare una band prog metal nel 2018, facendo di colpo risultare datati Dream Theater e affini e dando nel frattempo una bella lezione a chi pensava che questo genere non avesse più nulla da dire.




lunedì 8 gennaio 2018

Weedpecker - III (2018)


Intorno alla prima metà degli anni ’90 lo stoner rock ebbe un periodo di gloria che vide sorgere un consistente numero di band le quali dopo quella stagione, a parte pochissime eccezioni, furono quasi del tutto dimenticate. Ultimamente però quel genere sembra risorgere dal passato non tanto per un ritrovato interesse nostalgico, ma piuttosto per la qualità delle opere che stanno immettendo nuova linfa a dei tratti stilistici che non sono mai stati molto inclini al rinnovo. Se oggi tra le realtà più interessanti possiamo citare Motorpsycho, Papir, Causa Sui e Soup, l’anno scorso Reflections of a Floating World degli Elder ha compiuto il miracolo di avere un potenziale trasversale per essere apprezzato anche da chi non è mai stato attratto dallo stoner. Miracolo che adesso viene replicato dal terzo album dei polacchi Weedpecker, semplicemente intitolato III e che, guarda caso, esce per l’etichetta Stickman, un baluardo nell'ambiente psycho progressivo.

Le cause di questa fascinazione possono essere la trasversalità che tende ad inglobare elementi da altre galassie come lo space rock e il grunge e porsi sullo stesso piano di Tame Impala e King Gizzard & the Lizard Wizard, ma soprattutto le connotazioni molto soffici e sognanti di cui si permeano brani come Molecule e Embrace. La psichedelia rimane infatti un elemento di primo piano per le liquide jam orchestrate dai quattro musicisti, con strati di riverberi ipnotici quanto avvolgenti. Il sound è così etereo che la componente lisergica si perpetua anche nei riff più acidi di Liquid Sky e From Mars to Mercury. La prova che non si tratta più strettamente di stoner rock è data da Lazy Boy and the Temple of Wonders, un garage psych che sembra un omaggio ai Pink Floyd retrodatato agli anni ’90. In un’epoca in cui la contaminazione disgrega ogni confine era inevitabile che anche lo stoner rock si aprisse nuovi spazi dove continuare il proprio trip e sembra aver trovato un luogo confortevole accanto al prog.


venerdì 5 gennaio 2018

2018: i primi ascolti dell'anno


Molto spesso paragonati agli Uchu Combini per quella leggerezza melodica con cui affrontano il math rock, gli Elephant Gym sono un brillante trio originario di Taiwan e attivo dal 2012. Finora conosciuti solo a livello di culto nel giro math/post rock e adesso la loro competenza ha fatto in modo di arrivare a firmare un contratto con l'etichetta Topshelf Records che il prossimo febbraio ristamperà tutta la loro discografia che consta dei due EP Balance (2013) e Work (2016) e dell'album Angle (2014).



Il secondo album degli Author IIFOIIC o Is It Far Or It It Close è la prima pubblicazione del 2018 e già si appresta ad essere uno dei più interessanti lavori electro-art-pop dell'anno, sulla scia di apprezzate band come Mutemath e Rare Futures.



Continuando a scavare nella storia di Levitation e Dark Star dei quali in passato mi sono occupato, il loro ex chitarrista Christan "Bic" Hayes nel corso di alcuni anni ha realizzato una trilogia di album con materiale d'archivio risalente all'era post Levitation che credeva fosse andato perduto e ritrovato per puro caso nel 1997. Dopo un mixaggio a cura di Tim Smith le tre antologie sono state pubblicate poi a distanza di nove anni con lo pseudonimo di mikrokosmos e raccolgono bizzarre quanto interessanti idee-esperimenti che toccano con singolarità psichedelia, krautrock, Beatles e, naturalmente, Cardiacs.





A cinque anni dall'apprezzato White Lighter l'ensemble post rock/orchestral indie dei Typhoon tornano il 12 gennaio con Offerings (qui potete ascoltarlo tutto in anteprima), quello che sembra il loro progetto più ambizioso: un concept album di 70 minuti che racconta la storia di un uomo che perde progressivamente la memoria ed era stato anticipato dalla suite di apertura di venti minuti formata dalle prime quattro tracce.




Nel 2017 c'è stata anche la storia di Esperanza Spalding che per registrare il suo nuovo album Exposure ha deciso di chiudersi in studio per 77 ore, trasmesse in diretta streaming per chi avesse voluto essere testimone della sua creazione. Il risultato è stato realizzato in un'edizione limitata in vinile di 7.777 copie e a fine dicembre spedito a chi aveva pre ordinato l'album. Si attende ora la pubblicazione ufficiale. Tra improvvisazione e pezzi che si rifanno stilisticamente al lavoro precedente, Exposure non ne trattiene quella carica di novità e freschezza, però è sempre un ottimo lavoro.


Dopo qualche anno tornano pure i francesi Camembert con un album fusion, zeuhl, jazz e canterburyano molto più complesso del precedente.



Sempre rimanendo in tema di jazz contemporaneo, i tedeschi Miramode Orchestra con l'esordio Tumbler offrono una panoramica su varie sfaccettature di jazz strumentale e vocale.



Il polistrumentista tedesco Philipp Nespital fonda nel 2011 un proprio progetto musicale con il nome Smalltape e pubblica il primo album Circles nel 2014. E' però con questo The Ocean dello scorso maggio che cattura l'attenzione in un prog influenzato da jazz e classica che possiamo accostare ad un connubio tra Porcupine Tree e Iamthemorning però con una spiccata vena più energica.



Per finire una delle opere più estreme e più sperimentali uscite ultimamente. Non è esattamente nelle mie corde, ma so che qualcuno apprezzerà e la segnalo con la stessa motivazione che mi fece parlare con entusiasmo dei Car Bomb. I Cleric buttano dentro a Retrocausal tutto ciò che è caos, devastazione e anarchia, ma messe insieme e suonate con una perizia sperimentale avant-garde che esula dal grindcore inteso come tale. Qui si viaggia più sulle coordinate di Toby Driver e i suoi maudlin of the Well, soprattutto per il respiro dilatato e multiforme riservato alla durata dei pezzi. Si consiglia di iniziare l'ascolto da Triskaidekaphobe e poi passare alla title-track. Nell'ultima traccia Grey Lodge è presente come ospite al sax anche il mitico John Zorn, vedete voi.