lunedì 19 dicembre 2016

ALTPROGCORE BEST OF 2016


Bene, dando uno sguardo panoramico a questo 2016 che ha lasciato dietro di sé un'ecatombe di scomparse illustri e una serie di tragiche sciagure che pare impossibile si siano tutte accumulate nell'arco di 364 giorni (anzi 365, dato che stiamo parlando di un anno bisesto e che da tradizione ha mantenuto fede al famoso proverbio), sembra proprio che avessi scelto l'anno sbagliato per ritirarmi. Infatti, sul frangente delle uscite musicali il destino ha giocato un ruolo inversamente proporzionale ed è stato un vero piacere commentare l'elevato numero di pubblicazioni, considerando che molte band seguite da altprogcore sono tornate sulla scena, ma ciò che si è rivelato particolarmente gratificante è il livello qualitativo che nella maggior parte dei casi si è dimostrato mediamente alto rispetto al passato, sia per quello che riguarda gli esordienti sia per gli artisti già consolidati. Detto ciò, quando scorrerete la lista, tenete ben presente che, in molti casi, la mia scelta di porre un album davanti ad un altro è il frutto di una pura formalità: se avessi potuto sfruttare il "pari merito" molto probabilmente qualcuno di loro occuperebbe la stessa posizione. Questo per dire quanto sia stato oggettivamente difficoltoso fare delle scelte a causa dell'alta qualità dei titoli. Proprio per questo motivo ho deciso di non limitare il "Best of" ai primi 10, 15, o 20 album ma, per la prima volta, ne ho voluti includere 40, per cercare di dare più spazio e rilevanza possibile ai titoli pubblicati nel 2016. Di conseguenza mai come questa volta vi consiglio di consultare la mia pagina RYM che contiene una classifica più estesa, dove sono presenti altri album sicuramente meritevoli di essere ascoltati che qui non hanno trovato posto (una specie di honorable mention).

Passando ad un piano personale ci sono state delle sorprese anche per ciò che riguarda altprogcore che confermano e certificano la tendenza di ottima annata, rappresentate dal fatto che, senza volerlo, la quantità di post che ho pubblicato nel 2016 è la più alta degli ultimi sei anni. Ma oltre a questo un'altra cosa piuttosto inaspettata è che altprogcore ha visto un progressivo e costante incremento di visite negli ultimi cinque mesi, raggiungendo vette mai toccate nelle sua storia (e il mese corrente si sta già apprestando a battere ogni record) quindi, anche se non sembra, siete sempre più numerosi a seguire queste pagine! Nel giro di un anno in pratica la situazione si è ribaltata e non so se è dipeso proprio dall'elevato numero di post che ha attirato più lettori o perché l'interesse verso questo tipo di musica è esponenzialmente aumentato. Senza dilungarmi oltre concluderei con una nota per i nuovi arrivati (ma volendo anche per gli tutti altri): ricordo che, anche se il blog segue da sempre un preciso indirizzo musicale, la classifica di fine anno viene di solito stilata con un criterio che comprende tutto ciò che mi è sembrato meritevole di essere segnalato, anche nel caso si trattasse di pop music. Purtroppo non ho tempo di mettermi ad organizzare pure classifiche suddivise per genere (anche perché in questa sede non avrebbe senso). Spero che, come in passato, nel 2016 altprogcore vi abbia dato la possibilità di scoprire e ascoltare nuova musica, ma soprattutto buona e stimolante. Se avete suggerimenti, commenti o semplicemente volete segnalare i vostri dischi preferiti dell'anno, la sezione dei commenti è come sempre a vostra disposizione. Buon 2017.


40.Lonely the Brave
Things Will Matter
Sarà che mi ricordano una versione più mainstream e atmosferica dei COG, ma questo secondo album dei Lonely the Brave, fatto di canzoni post hardcore, alternative e un tocco di convergenze soniche mutuate dal post rock, mi ha preso abbastanza da promuoverlo di fronte ad altre uscite del 2016 che magari avranno più rilevanza, ma qui siamo su altprogcore e non su pitchfork.


39.Dream the Electric Sleep
Beneath the Dark Wide Sky
In questo terzo album Dream the Electric Sleep hanno cercato di cambiare direzione, accentuando l'influsso post rock e dall'altra parte attenuando le dinamiche prog attraverso composizioni più lineari. Il risultato è un lavoro godibile con qualche influenza mutuata dai Rush.




38.Owen
The King of Whys
Come al solito la combinazione di musica e testi dall'alto contenuto malinconico sono i protagonisti dell'ennesimo album di Mike Kinsella che, nella sua variante acustica del midwest emo, sceglie di nuovo una chiave meno introspettiva rispetto ai primi lavori, proseguendo sulla scia de L'Ami du Peuple che si arricchiva di arrangiamenti per band, facendo passare in secondo piano lo scarno solismo dell'autore. Anche se non si toccano quei livelli di perfezione stilistica, The King of Whys è un lavoro si apre lentamente alle emozioni con all'interno dei pezzi memorabili come Settled Down, Lovers Come and Go e Saltwater.




37.Flyermile
Inversion Layer
Dietro al nome e al progetto denominato Flyermile si nasconde in realtà Steve Clifford, batterista dei Circa Survive, che con Inversion Layer si distanzia in modo ragguardevole dal suo gruppo madre e produce un math rock alternativo che ricorda altre band underground come Vending Machetes e Ghost Parade, ma possiede anche un tocco del crossover prog dei The Tea Club.


36.Haken
Affinity
A dire il vero non sono mai stato un grande fan degli Haken, però Affinity l'ho piacevolmente gradito. La scelta di allontanarsi da dettami ostentatamente barocchi e virtuosi ha giovato. L'album appare molto più vario e ispirato nella scelta "normalissima" di riprendersi il giusto spazio diluito tra prog sinfonico e prog metal, sapendo quando trattenersi e quando spingere sull'acceleratore.


35.Moulettes
Preternatural
Nonostante siano all'attivo da diversi anni, ho conosciuto i Moulettes con questo album e mi ha colpito molto il loro modo di unire prog rock, folk tradizionale, polifonie vocali e musica da camera in una formula che riconduce all'accessibilità dell'art pop barocco. Preternatural prosegue sulla scia del precedente Constellations, senza aggiungere grandi cambiamenti, ma considerando che già in quel lavoro si trovavano ottime cose, il livello qualitativo è rimasto decisamente intatto.



34.Dark Suns
Everchild
Quello dei Dark Suns è un ottimo compromesso tra progressive metal e jazz, una formula che avevano provato anche nel precedente lavoro, ma che in questo caso particolare ritorna con più decisione.



33.Anakdota
Overloading 
Praticamente un gruppo prog impostato come un trio jazz che suona in stile rock con la stessa perizia tecnica di ELP, Gentle Giant e echolyn.


32.Mike Keneally
Scambot 2
Se il primo volume di Scambot veniva a patti con un'estetica compositiva molto cervellotica, melodicamente complessa e a tratti ermetica, in questo secondo capitolo Keneally recupera la sua verve di scrittore composito, ma concedendosi a delle soluzioni decisamente più aperte, definendo con Scambot 2 il suo miglior album dai tempi di Dancing. E noi siamo d'accordo.



31.Farmhouse Odyssey
Rise of the Waterfowl
Rock psichedelico e divagazioni fusion uniti nella via di Canterbury. Sembra un connubio particolare se si pensa che è messo in atto da cinque ragazzi californiani, eppure in poco più di un anno i Farmhouse Odyssey si sono espressi con due buoni album dei quali Rise of the Waterfowl presenta un grande salto di maturità.



30.Hail the Sun
Culture Scars
Se oggi qualcuno mi chiedesse qual è stata l'influenza del progressive rock nel post hardcore, in questo particolare momento gli suggerirei di ascoltare Culture Scars degli Hail the Sun piuttosto che gli ultimi lavori di Circa Survive o Coheed and Cambria. Culture Scars rimane infatti ancorato ad un modo di scrivere molto simile alle due band appena citate, ma riesce bene a barcamenarsi tra accessibilità e deviazioni tematiche complesse e articolate, una caratteristica che altre band spingono dall'una o dall'altra parte, privilegiando di solito solo uno dei due aspetti musicali.


29.Thrice
 To Be Everywhere Is to Be Nowhere
Dopo una pausa tutto sommato breve, i Thrice si sono ripresentati con un album potente ma, rispetto agli altri lavori, anche con concessioni a brani di più facile presa. To Be Everywhere Is to Be Nowhere non ha la maturità di un capolavoro come Major/Minor, però sa dosare con equilibrio i vari aspetti che nel tempo hanno caratterizzato la musica dei Thrice: c'è quel tocco di sperimentazione di The Alchemy Index, il post hardcore diretto di Vheissu e quello più meditabondo e cupo di Beggars e, infine, anche la carica granitica del già citato Major/Minor.



28.Enemies
Valuables
Un esempio di come il math rock possa emanciparsi da percorsi elitari, includendo ritornelli irresistibili e mantenere intatte intersezioni soniche e stilistiche tra shoegaze, dreampop e midwest emo. Peccato che Valuables sia allo stesso tempo l'ultimo album e il lavoro più maturo degli Enemies. RIP


 27.Dayshell
Nexus
I Dayshell sono degli autentici outsider per me, non avrei mai creduto che il loro secondo album mi potesse colpire così. Di Nexus mi è piaciuto come ha messo insieme post hardcore, metal, djent e screamo senza necessariamente pretendere di essere un lavoro formalmente complesso o eccessivamente aggressivo, questo anche grazie ad un certo gusto nel sommare al totale un pizzico di elettronica in stile new wave anni '80.


26.MEER
MEER
Nonostante il loro omonimo album di debutto sia stato pubblicato a gennaio, durante l'intero anno non ho visto o letto nulla a proposito dei MEER, un ottetto norvegese ingiustamente ignorato. E dire che MEER è un'opera che unisce chamber pop, folk tradizionale e progressive rock con grazia e senza scivolare nei luoghi comuni in cui di solito cadono altri nomi ben più famosi. Se ancora non li conoscete dovreste assolutamente scoprire il loro album.



25.Crying
Beyond the Fleeting Gales
Nell'attuale revival degli anni '80 (che ha colpito di striscio anche gli Haken), i Crying rappresentano uno dei casi più riusciti. Partiti di base come l'equivalente di un esperimento casalingo lo-fi chiptune, con il loro disco d'esordio Beyond the Fleeting Gales si sono catapultati in un coloratissimo power pop i cui motivetti sono ipertrofizzati dal susseguirsi di riff AOR che seguono le orme dei REO Speedwagon e dello stadium rock di Rush e Van Halen, firmando con Revive una delle più fresche melodie dell'anno.



24.Fight Cloud
We'll Be Alright
I Fight Cloud sono stati un piccolo gruppo underground di math rock e We'll Be Alright è il loro ultimo album. Davvero un peccato, perché hanno compilato una serie di brani convincenti e questo lavoro metteva a punto una formula tra indie rock, math, emocore che avrebbe dato buoni frutti. Anche se non se lo è inculato nessuno, per me è stato uno dei migliori album di math rock usciti quest'anno.


23.Thank You Scientist
Stranger Heads Prevail
I Thank You Scientist penso che ormai li conoscete, continuano a fare quello che sanno fare e bene, Stranger Heads Prevail è un album impeccabile. L'unico peccato però è che aggiunge poco o nulla di quanto già detto nel memorabile Maps of Non-Existent Places. Facendo un parallelismo con i King Crimson direi che questo è il loro In the Wake of Poseidon, ad ogni modo mica male come risultato.



22.iNFiNiEN
Light at the Endless Tunnel
Partendo da percorsi simili ad una jam band, gli iNFiNiEN trasformano improvvisazioni in brani articolati dove si incontarno jazz, prog rock, avant-garde e influssi etnici e latino-americani, interpretati con gran sfoggio di ritmiche dinamiche, assoli e delle doti canore e tastieristiche di Chrissie Loftus. Light at the Endless Tunnel appare quindi un lavoro definito all'interno di dettami stilistici riconoscibili, ma ogni brano si differenzia dagli altri nell'accentuare il portarne avanti uno per volta, rivisitandolo in modo del tutto personale.



21.Car Bomb
Meta 
Un album che mai mi sarei sognato di ascoltare e tanto meno di includere in questa sede poiché parte da presupposti estremi lontani dal mio gusto personale. Poi però Meta non si ferma: viaggia, accelera, decelera, cambia più strade e ti arriva come un montante. Fortunatamente non è estremo solo nei growl vocali, ma soprattutto nelle parti strumentali che eccedono in complessità ritmiche e formali da elevare i tecnicismi verso articolazioni geometriche inaudite. Se i Meshuggah e i Dillinger Escape Plan (i paragoni più prossimi) sono algebra strutturale, i Car Bomb sono trigonometria frattale. Un capolavoro che rimarrà per forza una pietra miliare del mathcore.



20.American Football
American Football (LP2)
A diciassette anni di distanza dal loro seminale primo e unico LP tornano gli American Football, ma per Kinsella e soci il tempo sembra essersi fermato a quel debutto del 1999. E chi se ne frega se per alcuni spocchisi hipster con la puzza sotto il naso questo non ha sortito l'effetto di novità, mica sempre si possono scrivere capolavori! Qui trovate "solo" perfette canzoni di genuino midwest emo dal sapore dolceamaro in puro Kinsella-style...e scusate se è poco.



19.Sianvar
Stay Lost
Il supergruppo Sianvar ha sviluppato un'idea di post hardcore progressivo che è una versione ancora più complessa di quello dei Circa Survive, i quali rappresentano il diretto termine di paragone. Come progetto collaterale di Donovan Melero è inevitabile non pensare agli Hail the Sun, ma la presenza alla chitarra di Will Swan (Dance Gavin Dance) aggiunge sonorità dinamiche e frenetiche, facendo suonare Stay Lost come una versione concisa e meno debordante dei The Mars Volta del periodo Bedlam in Goliath.


18.School of Seven Bells
SVIIB
L'ultimo lavoro postumo degli School of Seven Bells si porta dietro la storia del lutto di Benjamin Curtis, eppure l'atmosfera è di una dolcezza e di una solarità che credo nessuno degli altri tre album in studio aveva. Alejandra Deheza si è presa cura di portare a termine le ultime registrazioni fatte con Curtis in una collezione di brani che è la più accessibile da loro creata, ma non per questo trascurabile nelle sua orecchiabilità. Tutto l'album è pervaso da electrodance che si fonde con il dreampop con il risultato di creare una miscela sognante, psichedelica e ultraterrena, con melodie dai riverberi contagiosi. Uno stato di grazia del synthpop evoluto e intellettuale.



17.Promenade
Noi al Dir di Noi
Con il loro esordio i genovesi Promenade firmano uno dei migliori album di progressive rock italiano da molto tempo, grazie ad un binomio in bilico tra tradizione e modernità che comunque li lascia liberi da facili nostalgie seventies, finalmente guardando oltre al prog sinfonico o barocco anche per il ricorso a dettami jazz, fusion e classici.



16.Ghost Medicine
Discontinuance
Ghost Medicine è il progetto del chitarrista Jared Leach (nell'album compare come ospite Colin Edwin al basso) che dà vita ad un tour de force elettroacustico in equilibrio tra hard rock psichedelico e virtuosi e aerei arpeggi di chitarra che dominano le otto tracce.


15.Esperanza Spalding 
Emily's D+Evolution
Inaspettato o meglio sorprendente. La bassista jazz più radical chic del panorama alternativo cambia look e direzione musicale con un album che strizza l'occhio al soul funk di Janelle Monae, a Jimi Hendrix e al progressive rock. La Spalding lascia solo virtualmente il jazz e le premesse di partenza rimangono saldamente indirizzate alla black music, ma vi affianca una prorompente matrice rock, giocando con poliritmie, armonie vocali e groove soul. Il risultato infatti assomiglia molto alla pop fusion reinterpretata dai bianchi, come ad esempio al periodo jazz-mingusiano di Joni Mitchell o ai capolavori pop prog di Steely Dan e Todd Rundgren.



14.Bent Knee
Say So 
Nel terzo album in studio i Bent Knee hanno deciso di spingere sulle proprie possibilità per mostrare una ricerca che equilibri avant-garde e indie rock, realizzando un'opera che si espande tra canzoni sperimentali, derive musical, pop intellettuale, leggeri accenni noise e al minimalismo. Say So segna anche una ricerca indirizzata al particolare per sconfiggere qualsiasi tipo di omologazione. Mischiando melodie e dissonanze, inaspettati risvolti melodrammatici contrapposti a crescendo luminosi, l'intento dei Bent Knee sembra quello di far uscire l'ascoltatore dalla propria "comfort zone".



13.Bon Iver
22, A Million 
Tre album diversi tra loro e ognuno a suo modo speciale. L'ultimo di Justin Vernon (aka Bon Iver) è quello che ha più stupito per la sua distanza stilistica dagli altri due che mettevano comunque la componente indie folk alla base del loro mix. Qui Vernon fa ricorso quasi esclusivamente a suoni altamente elettronici e manipolati, ma ciò non toglie che l'essenza della sua poetica malinconica, che aveva fatto dell'album precedente un capolavoro, rimane intatta.



12.Strobes
Brokespeak
Incredibile progetto collaterale di Matt Calvert dei Three Trapped Tigers. Solo due sentenze per questo gioiello: raising the math rock bar to the next level or "The Shape of Future Jazz to Come". Punto.




11.Three Trapped Tigers
Silent Earthlings
Pochi gruppi sono riusciti a trasformare l'elettronica in qualcosa di intellettualmente cerebrale come hanno fatto Three Trapped Tigers. Indietronica, IDM e math rock sposate in un connubio che può essere interpretato come progressive contemporaneo o fusion del futuro.



10.Jardín de la Croix
Circadia
Di album post rock nel 2016 ne sono stati pubblicati davvero tanti, molti dei quali da nomi di primo piano all'interno del genere: Explosions in the Sky, Mogwai, 65daysofstatic, Hammock, Mono. Eppure, per quanto mi riguarda, la palma di miglior disco post rock 2016 va a Circadia degli outsider spagnoli Jardín de la Croix. Il quartetto unisce la dinamica e la potenza dei Town Portal con le l'epica malinconica dei Caspian e il segreto per fare un esaltante (e non ripetitivo) disco post rock è tutto qui.



9.Astronoid
Air
Nell'affollatissimo panorama metal il debutto degli Astronoid, Air, sembra proprio una boccata d'aria fresca. Loro si definiscono un gruppo "dream thrash" e l'album segue e unisce proprio queste due direzioni improbabili e antitetiche come fosse un disco di thrash metal suonato con l'ausilio delle voci angeliche dei Mew. Incredibile inoltre come un'opera che nasce nella nicchia di tale genere riesca ad esulare anche dalle abituali atmosfere oppressive associate ad esso e a trasmettere influssi positivi.




8.Cult of Luna & Julie Christmas
Mariner 
Quando la somma delle parti è più potente della singola prospettiva. La sinergia che si è creata nella collaborazione tra Julie Cheistmas e i Cult of Luna ha fatto in modo che si completassero a vicenda. Sarebbe troppo ingiusto giudicare Mariner solo come post metal. Questo album è come una visione onirica del metal, un viaggio nella quarta dimensione, un trip spaziale in cui si coagulano psichedelia, progressive rock, post rock e shoegaze. Nella sua poetica ed estetica di proiezione astrale verso l'ignoto è come una versione moderna del proto punk dei Van der Graaf Generator e credo che Julie Christmas sarebbe una musa perfetta per un sodalizio artistico con Peter Hammill.



7.öOoOoOoOoOo
Samen
Samen è l'esordio del duo francese öOoOoOoOoOo (nome che simboleggia la sagoma di un bruco e che infatti si legge Chenille), un album che lascia fuori qualsiasi inibizione e fa della propria ecletticità il punto centrale di tutta l'opera. Ogni brano è una sfida all'interazione tra i generi prog, metal, dance pop, chiptune, death, jazz con la cantante Asphodel impegnata a districarsi con versatilità tra altrettanti stili vocali in un connubio che potrebbe riassumersi nella definizione di avant-garde metal. Samen è un album ambizioso nella propria continua ricerca dell'imprevedibile e della singolarità e sarà spietato se non siete pronti a lasciare da parte ogni pregiudizio, potendolo apprezzare pienamente solo dopo molti ascolti. Dentro c'è un po' Mr. Bungle e un po' di Sleepytime Gorilla Musium, un po' di The Gathering e, perché no, anche un po' di Bent Knee.



6.Frost*
Falling Satellites
Se penso ad un progster duro e puro che ascolta Towerblock mi si materializza l'immagine della sua faccia schifata. "Meglio ascoltarsi per la millesima volta Foxtrot" immagino direbbe. Come i Mercury Tree, i Frost* sono un'altra declinazione del progressive rock moderno che può far storcere il naso ai purirsti. E' vero che c'è abbondanza di tastiere, ma l'esuberante Jem Godfrey le cala in un contesto di elettronica ipertrofica, ritmiche umane e beat programmati, ouverture bombastiche, senza mai sfiorare influenze del classico prog sinfonico anni '70. Insomma, Falling Satellites non delude e con questo ritorno i Frost* si riconfermano a grandi livelli come, tra l'altro, era accaduto nei due album precedenti.



5.Rare Futures
This is Your Brain on Love
Il seguito degli Happy Body Slow Brain di Matt Fazzi porta il nome di Rare Futures e This Is Your Brain on Love è un successore perfetto dell'altrettanto ottimo Dreams of Water. Un groove rock permeato di soul, Rn'B e funk con canzoni che rappresentano una perfetta sintesi tra black music e progressive rock: ritmiche sincopate e incalzanti, armonie vocali, riff ballabili caldi e avvolgenti. Progressivamente cool.




4.The Mercury Tree
Permutations
Spaziando tra avant-garde, math rock, RIO e psichedelia, i The Mercury Tree ricompongono il progressive rock con una prospettiva moderna e avventurosa come fossero dei destrutturatori e guastatori sonori, pubblicando il loro album più maturo. La band non ha paura di sperimentare territori singolari, ambendo a diventare uno degli oggetti più particolari e singolari del progressive rock contemporaneo.



3.Young Legionnaire
Zero Worship
Zero Worship è un nuovo pilastro del post hardcore. Il secondo album dei Young Legionnaire non presenta canzoni particolarmente articolate strutturalmente, eppure sono così ricche di spunti space rock, progressive, math rock che vibrano di un carattere sperimentale e classico. Mi piace pensare che i Biffy Clyro avrebbero potuto suonare così, se non si fossero completamente rammolliti. I Young Legionnaire scrivono delle canzoni che non hanno una vera alternanza tra strofa-ritornello, ma solo un susseguirsi di temi che, anche se intercambiati, non si noterebbe la differenza tra quale riveste più importanza nell'economia formale. Un fattore che lascerà spiazzato qualcuno, nel senso che con canzoni di questa natura ti aspetti il ritornello potente che risolva la tensione, invece ai Young Legionnaire non interessa fare colpo in quel senso, ma si concentrano con coraggio nella compattezza monolitica. Non ci sono parti subordinate: dall'inizio alla fine ogni brano ha un andamento solido nel quale si alternano dissonanza vs. melodia, aggressività vs. dolcezza. Un album che non riesco a smettere di ascoltare.




2.Oh Malô
As We Were
Sempre più raramente una band riesce a sorprendermi al di fuori di ciò che viene incluso nei confini del progressive rock o comunque della musica che, in senso lato, cerca di sperimentare nuove strade. Con As We Were però gli Oh Malô ci sono riusciti, suonando un indie rock intellettuale con arrangiamenti mai scontati e assolutamente originali. Ispirato concettualmente da emozioni e atmosfere contrastanti, che hanno alla base i colori impressi nella copertina, As We Were è un lavoro che fa della sua estrema varietà la propria forza: un attimo impavido, l'attimo dopo plumbeo e depresso, il successivo vulnerabile o aggressivo e ancora solare e spensierato. Ogni canzone è un capitolo da scoprire, con una propria identità abbellito dalla suggestiva voce di Brandon Hafetz, ma Burn e Feed sono due delle cose più belle che ho ascoltato nel 2016.



1.The Dear Hunter 
Act V: Hymns With The Devil In Confessional
Con Act V:Hymns With The Devil In Confessional i The Dear Hunter ritrovano quell'eccellenza che era propria dei primi due atti: varietà stilistica, versatilità e dinamicità sonora al servizio di ottime composizioni dove ognuna gode di una propria personalità. Nonostante Act V sia stato registrato con lo stesso criterio orchestrale e contemporaneamente ad Act IV, il risultato è di gran lunga superiore anche se potrà apparire meno accessibile a causa della sua marcata atmosfera dai toni chiaroscuri. In pratica, se il capitolo precedente non riusciva a mantenere alta l'attenzione a causa di una stucchevolezza che inevitabilmente si impossessava di alcuni brani, i 73 minuti di Act V scorrono via tutti d'un fiato. Un album grandioso per concludere l'ambiziosa storia concepita da Casey Crescenzo che sarà da annoverare in futuro tra i grandi concept della storia del rock. E, se non vi fidate, riporto volentieri quanto affermato anche dal sito popmatters: "Truly, no other band is on the same level, so Act V is not only the top progressive rock release of the year, but also the best album of 2016, plain and simple."

venerdì 16 dicembre 2016

Gösta Berlings Saga - Sersophane (2016)


Avevamo lasciato gli svedesi Gösta Berlings Saga a cinque anni fa quando, attraverso il passaggio alla Cuneiform Records, pubblicarono il terzo album Glue Works, esibendosi poi nel 2012 in un trionfale live americano nell'ultima edizione del defunto NEARfest. Sersophane, in uscita oggi, segna il loro ritorno che questa volta avviene attraverso la loro etichetta Icosahedron Music. Il contenuto è composto da sei tracce che, per praticità, potremmo raggruppate in due forme ben distinte: tre brevi e diversissimi percorsi sonori che prevedono l’introduttiva Konstruktion la quale, in tre minuti, cementa in chiave crimsoniana dei temi che sembrano scaturiti da soundtrack per spaghetti western e poliziotteschi, la sua riconversione sonica drone-industriale (Dekonstruktion) e una miniatura per chitarra acustica (Naturum); dall’altro lato tre brani molto più estesi. Come sperimentato con Glue Works pare che anche questa volta i Gösta Berlings Saga abbiano voluto testare una nuova impostazione di lavoro, registrando in soli due giorni le tracce base dell’album dal vivo e senza sovraincisioni, un’etica che è proseguita di proposito anche nelle fasi successive della produzione, cercando di preservare la stessa spontaneità che può offrire una performance live.

La title-track è un prova della consistenza dell’insieme del gruppo, il quale non cerca esclusivamente di concentrarsi su frammenti solisti, ma chiama ogni elemento a giocare la propria parte nell’economia sonora. Fort Europa si basa su una cadenzata cellula tematica guidata in successione dalle tastiere o dal basso che si scambiano i ruoli, dove l’uso congiunto di banjo, chitarre slide alla Pink Floyd e un generale clima torbido e psichedelico, riconduce alle atmosfere di un immaginario doom western. Channeling the Sixth Extinction, con i suoi quindici minuti di durata, somiglia tanto ad un resoconto sonoro sotto forma di tour de force all’interno del quale il gruppo mette sul piatto tutto ciò di cui è capace, cambiando spesso e volentieri registro: si va dalla complessità math rock e RIO all’oscurità di avant-garde e zeuhl, mantenendo intatta l’impalcatura minimale che prevede che ogni tassello venga dipanato partendo da una cellula tematica definita. Arrivata al quarto lavoro in studio, la discografia dei Gösta Berlings Saga si arricchisce di un tassello fondamentale per capire il modus operandi dei quattro musicisti, sempre inclini a cambiare il loro approccio in fase di allestimento sonoro, ma rimanendo fedeli ad una poetica sospesa tra avant-garde e post rock.


martedì 13 dicembre 2016

Altprogcore 2016 Best EPs


Com'è ormai di consuetidine ogni anno su altprogcore la classifica dei migliori album è anticipata da quella dei migliori EP. Ho notato che in quasi tutti gli altri siti musicali nei resoconti annuali ancora si tende ad ignorare questo formato più ridotto, ma è sempre stato giusto segnalarlo poiché molto spesso ci si trova dell'ottimo materiale, nonché può rappresentare un buon biglietto da visita per molti artisti esordienti. Ancora una volta non ho fatto in tempo ad aggiungere dei commenti in didascalia, per l'impegno attualmente dedicato alla lista degli album, ma ho cercato di rimediare aggiungendo almeno il genere tra parentesi per dare un inquadramento immediato agli artisti in elenco (che comunque potete ascoltare in streaming). Quindi ecco a voi 16 EP per il 2016:


16.AWOOGA
Alpha
(space rock/psych metal)


15.Wot Gorilla?
.​.​.​and then there were three​.​.​.
(math pop)


14.Jusska
Tsuki
(prog metal/djent)


13.Mid Atlantic Title
Sonic Bloom
(math jazz/metal)


12.Sleep Token
One
(atmospheric metal/djent)


11.Narco Debut
Garden Dreams 
(progressive post hardcore)



10.The Most
At Once
(math jazz)



9.Redwood
Blood Moon
(math rock/emo)



8.Bulldada
Bulldada's Tavern
(southern rock/fusion)




7.TesseracT
Errai
(atmospheric djent)




 6.Feed Me Jack
Ultra Ego
(math rock)



6.Stage Kids
Intra Mental
(math jazz)



5.Protest the Hero
Pacific Myth
(prog metal)



4.Karmanjakah
Karmanjakah EP
(prog metal/djent)


3.tricot
Kabuku EP
(math pop)


2.Steven Wilson
4 ½
(progressive rock)



1.ADJY 
Prelude (​.​3333) 
(indie rock/chamber rock)

venerdì 9 dicembre 2016

At the Drive-In - Governed by Contagions (single, 2016)


Quando, all'inizio dell'anno, gli At the Drive-In annunciarono un nuovo tour e, in appendice quasi a sorpresa, un nuovo album, i miei sentimenti hanno preso due direzioni contrastanti. Nulla da dire sui concerti, anche perché i Nostri erano già tornati insieme nel 2012 per suonare in qualche festival. Più scettico invece mi ha lasciato la notizia dell'album. La cosa mi faceva piacere, per carità, ma la domanda che mi ponevo era: che significato avrebbe in questo momento un album degli At the Drive-In? Un quesito non scontato e che non puoi associare a chiunque, ma solo ad una band che ha alle spalle una storia come gli ATD-I. Una storia interrotta sedici anni fa all'apice del successo dovuta ad un album, Relationship of Command, che ha rappresentato uno spartiacque nella storia del post hardcore dopo del quale nulla è stato più come prima all'interno del genere: è successo tutto e il contrario di tutto, a partire dai due gruppi che sorsero dalle macerie degli ATD-I, i The Mars Volta e gli Sparta.

Quindi che senso ha oggi un album degli ATD-I? Avranno ancora qualcosa da dire o si accontenteranno di alimentare il fuoco del post hardcore con un hype spropositato? Una parziale risposta l'abbiamo avuto dal nuovo singolo pubblicato ieri Governed by Contagions. Tutto sembra avvolto da una gran voglia di preservare quello che è stato: l'ermetismo sociale e urbano evocato dal titolo e dai testi di Bixler Zavala, la chitarra stridente di Rodriguez-Lopez e quell'atteggiamento post punk sottolineato dalle ritmiche e dalla metrica irregolare del cantato. Insomma, gli At the Drive-In sono tornati indietro al primo lustro degli anni Zero e sarà un piacere ascoltare con curiosità il loro nuovo imminente album ancora senza titolo, pubblicato via Rise Records e prodotto da Omar Rodriguez-Lopez e Rich Costey. La cosa che fa più male però, e si sente, è l'assenza di Jim Ward, della quale forse non mi riprenderò del tutto: una cosa è non vederlo sul palco accanto agli altri, un'altra è non averlo in studio durante il processo di composizione, in fase di registrazione e nel ruolo di voce comprimaria.



www.atthedriveinmusic.com

giovedì 8 dicembre 2016

Enemies - Valuables (2016)


La storia di Valuables, terzo e ultimo album in studio del quartetto irlandese Enemies in uscita domani, è quella legata alla dissoluzione della band il cui comunicato ufficiale potete leggere qui. In breve: Valuables ha rischiato di non vedere la luce a causa di varie difficoltà interne alla band sorte negli ultimi due anni. In questo lungo periodo il gruppo ha sofferto di dissidi sia a livello personale che artistico che però non hanno impedito loro di iniziare le registrazioni con le prime idee per questo album nel gennaio 2016. Interrompendo le sessioni per un tour di cinque settimane, una volta tornati a casa gli Enemies si sono impegnati a riprendere in mano quel materiale con uno spirito rinnovato e con la volontà di finire ciò che avevano iniziato, soprattutto grazie al fatto di non sentirsi più sotto pressione delle aspettative da parte di chiunque, considerando che la loro fine come band era imminente.

Che Valuables sia un lavoro diverso da Embark, Embrace e We've Been Talking lo dimostra un ruolo più preponderante delle voci, se infatti prima gli Enemies, con le loro avventure soniche intrise di tapping e poliritmie, potevano essere catalogati al confine tra post e math rock, adesso questa non tanto scontata novità aggiunge sfumature inaspettate. Se il singolo uscito l'estate scorsa Play Fire anticipava una propensione per il math pop, rafforzata dalla mesmerizzante itsallwaves, gli eterei riverberi di Glow (con ospite Louise Gaffney alla voce) trasportano addirittura alla dolcezza dreampop dei Cocteau Twins. Ed è da qui che si parte per considerare che Valuables è fatto di piccole armonie che condividono anche le rifrazioni delicate di shoegaze, midwest emo e post rock che possiamo incontrare su Houran, Phoenix Lights e Leaves. Un disco dal mood rilassato e malinconico che comunque chiude in bellezza la breve carriera degli Enemies.







http://enemiesmusic.bandcamp.com/

martedì 6 dicembre 2016

Bulldada - Bulldada's Tavern (2016)


Forse vi ricordate del gruppo di prog fusion/math jazz Father Figure. Purtroppo da qualche tempo non sono più insieme e i cinque membri hanno comunque proseguito dedicandosi ad altri progetti musicali. Due di loro, i chitarristi Mike Osso e Eric Horowitz insieme al batterista Nicholas Craig Shapiro, hanno dato vita al qui presente progetto Bulldada, debuttando con l'EP Bulldada's Tavern. Questa volta non si tratta di musica strumentale ad alto tasso di tecnicismi, ma le brevi canzoni intraprendono un percorso impostato su canoni più tradizionali, riportando un cantato che è un simil falsetto posto quasi in lontananza nel mix, mentre la musica, sebbene molto diretta verso stilemi tipicamente americani come il southern rock da radio FM, è inframezzata da riff dal sapore prog e fusion. Le nove tracce avrebbero tutti i connotati per trasformarsi in jam virtuose alla Dixie Dregs, invece il trio sceglie un formato conciso e affilato più conforme al garage prog dei White Denim e confeziona un piccolo e godibilissimo gioiellino di sintesi rock.

domenica 4 dicembre 2016

Karmanjakah - Karmanjakah EP (2016)


I Karmanjakah sono quattro giovani ragazzi provenienti dalla Svezia che suonano progressive metal e esordiscono con questo EP omonimo. I riferimenti musicali di Viggo Örsan (chitarra), Jonas Lundquist (voce), Lukas Ohlsson (basso) e Sebastian Brydniak (batteria) sembrano essere in primis i TesseracT ed infatti si impegnano in contorsioni djent contrapposte a tappeti ambient di suoni atmosferici. Solamente che le cinque tracce presenti sull'EP, tutte di alto livello, riescono ad essere molto più accessibili e orecchiabili del solito, nonostante una pronunciata componente progressive che si muove quasi in un tessuto math rock con elaborate trame chitarristiche e ottime poliritmie, ma le armonie instaurate dai brani sono così pronunciate che, anche quando vengono "sporcate" dagli interventi growl, la loro purezza non subisce intaccature.

sabato 3 dicembre 2016

Sleep Token - One EP (2016)


Mantenendo un assoluto riserbo e mistero su ciò che circonda questo progetto di cui si sa poco o nulla, gli Sleep Token pubblicano un primo EP dal titolo emblematico di One. All'interno troviamo sei tracce, anche se in realtà tre di esse sono un arrangiamento per solo piano delle prime tre. Quindi, che cosa abbiamo a livello musicale? Credo che mai come in questo caso si possa usare e abusare del termine "atmospheric metal" per descrivere la peculiare costruzione dei brani. Ad un primo approccio, chiunque si avvicinasse agli Sleep Token potrebbe pensare a tutto fuorché ad una band incasellabile nel metal. Ogni brano parte infatti come una melodrammatica atmosfera, sia nela musica evanescente sia nel cantato sospirato, che privilegia toni chiaroscuri impostati su eterei arpeggi di chitarra o tastiere e solo in seguito si palesano all'improvviso forti accenti di riff djent e muri elettrici da post metal. When the Bough Breaks fa ricorso addirittura alle polifonie in falsetto e a cappella sulla stessa linea delle vocalità di Bon Iver. Considerando che i tre brani presentati sono piuttosto simili tra loro stilisticamente, mi sembra comunque ancora prematuro dare un giudizio generale approfondito sulla proposta degli Sleep Token e su dove vorranno andare a parare.


venerdì 2 dicembre 2016

Strobes - Brokespeak (2016)


Uno degli album electro-math-rock più lodati dell'anno (e a ragione) è stato Silent Earthling dei Three Trapped Tigers. Ora, cosa succede se prendiamo il loro chitarrista Matt Calvert e lo poniamo in uno studio insieme al batterista Joshua Blackmore dei Troyka e al tastierista e produttore Dan Nicholls? Probabilmente qualcosa di eccellente. E così è stato con la nascita degli Strobes che, con il loro esordio Brokespeak, rischiano veramente si superare quanto già di buono prodotto dalle proprie band individuali, grazie ad un incremento di complessità formale e una sperimentazione che si spinge oltre i canoni della nostra "comfort zone". Il tutto però viene realizzato dal trio con genialità senza andare a parare in astruse cacofonie, fredda avanguardia intellettuale o dissonanze poliritmiche. In effetti gli Strobes hanno in mente delle melodie ben precise, ma le dissezionano e le deformano con i canoni cubisti del math rock fino a renderle irriconoscibili con l'utilizzo eterogeneo, ma amalgamato in modo naturale, di minimalismo post rock, frammenti di glitch music, solismi jazz, divagazioni prog.

Se in passato questi elementi di elettronica e math rock sono stati singolarmente esaltati a vicenda da altre band dell'ambiente, ora gli Strobes marchiano a fuoco una fusion futurista che sposa un'integrazione equilibrata in ogni sfumatura, nel segno della contaminazione. Nelle note che si confondono tra i beat convulsi e nelle battute che si aggrovigliano nella melodia, i tre musicisti sembrano piegare il tempo e lo spazio (World GB) e, se proprio vogliamo tirare in ballo esemplari sonori, sappiate che, sì, c'è il funk jazz degli Snarky Puppy (Winder), c'è il dub dei De Facto (BRKSPK), ci sono i groove trance dei Jaga Jazzist (OK Please), la psichedelia che si ripiega su se stessa (Kiksin) e l'IDM di Flying Lotus (Guns, Germs and Steel), ma è tutto così ben personalizzato, trascinante e naturale che gli va riconosciuto lo status di unicità. Quindi, senza andare a disturbare paragoni ingiusti, togliamoci dall'impiccio e diciamo trionfalmente che Brokespeak, ammesso che siate prima di tutto dentro al math rock bastardizzato di derivazione Battles e poi all'elettronica sperimentale di Tyondai Braxton, è un album fantastico e imperdibile, a tratti spettacolare.





www.facebook.com/strobesband

giovedì 1 dicembre 2016

Altprogcore December discoveries


Ultimo appuntamento dell'anno con questa forma antologica mensile di scoperte che avevo solo abbozzato negli anni passati, ma che ho iniziato con cadenza regolare solo a partire da gennaio. Per l'occasione l'offerta è più ricca del solito, quindi prendetevi il vostro tempo.

Il sestetto svizzero dall'improbabile nome öz ürügülü, sceglie un titolo per il proprio secondo album che per assonanza ci fa pensare a Steve Vai. Ma, se è vero che nel loro prog fusion non sono esclusi colpi di scena, più che rifarsi al virtuoso chitarrista, nei brani di Fashion and Walfare è presente lo spirito ironico e iconoclasta di Frank Zappa e quello dedito alle sperimentazioni di Mike Keneally.


I romani La Bocca della Verità esordiscono con questo fantascientifico concept album intitolato Avenoth e per l'occasione sfoggiano delle caratteristiche da far gioire i fan del prog anni 70, con particolare riferimento a Le Orme e PFM. Le 11 tracce sono praticamente parte di un'unica lunga suite che si dipana per quasi 80 minuti con musica e testi molto descrittivi e immaginifici al modo degli album "cinematografici" dei Ranestrane.



SILO è il progetto musicale di Eric Rinker che propone musica prevalentemente strumentale dal carattere fusion, mathrock e prog.



Davvero un peccato che questo "EP", così come è stato definito dalla band, contenga solo due canzoni (e quindi più simile ad un singolo), perché all'interno di esse si percepisce un buon potenziale emo/math rock che parte dal midwest dei fratelli Kinsella e arriva alle atmosfere alternative dei TTNG.


I Daima sono invece un quartetto polacco che suona puro prog metal/djent strumentale. Il loro primo EP Resurgence si ascolta molto bene anche per la sua vicinanza ai paesaggi onirici del post rock che crea una sorta di metal atmosferico.



Che cosa sarebbero le scoperte mensili senza l'obbligata citazione di un nuovo chitarrista strumentale di djent fusion? Questa volta tocca al canadese Zac Tiessen.



Dalla lontana Nuova Zelanda il trio dei Troika, dopo un album e un EP, pubblica My Brain is a Receiver che prosegue tra brani strumentali e vocali una visione stilistica che avvicina il metal intellettuale dei Tool ai trip psichedelici e reiterati tipici del post rock.



Uno strano ibrido tra i Porcupine Tree atmosferici del primo periodo e post hardcore alternativo, i Cauls sono un quintetto inglese di Newcastle Upon Tyne del quale aspetto di ascoltare qualcosa di più approfondito oltre il singolo Épée, tratto dall'album Recherché in uscita il 16 di questo mese.



I due musicisti tedeschi Phillip Tielsch e Mario Katz hanno creato il progetto Zon e, aiutati alla batteria da John Stainer dei Battles, si sono cimentati in un estremo mathcore metal strumentale dell'EP Palace diviso in due parti: nella prima otto brevi tracce affilate, distorte e glaciali; nella seconda una rivisitazione del materiale in chiave drone-industrial.



I Virta sono un trio di post jazz finlandese proveniente da Helsinki che, nel vero rispetto della definizione, suonano un post rock molto atmosferico e notturno condito da elementi ambient jazz. Hurmos è il loro secondo album in uscita in questi giorni, a quattro anni di distanza dal debutto Tales from the Deep Waters (2012).


domenica 27 novembre 2016

Yourcodenameis:Milo - They Came From the Sun (2007)


Ogni tanto, per comprendere lo sviluppo di una band che ci piace, è giusto andare a ritroso nel suo albero genealogico, soprattutto se i suoi membri provengono da altre esperienze musicali. Quando questa estate mi stavo documentando sui Young Lagionnaire per recensire Zero Worship, ho scoperto che il frontman Paul Mullen è ormai sulla scena musicale da molti anni e che, tra i vari progetti, la prima band importante in cui ha militato è quella dei Yourcodenameis:Milo. Quando è spuntato questo nome mi è suonato subito familiare e, infatti, le tracce lasciate dal gruppo riguardano altri due membri, il bassista Ross Harley e il chitarrista Adam Hiles, che in seguito hanno ripiegato nei Tomahawks for Targets e nei Mammal Club rispettivamente, due band di cui mi sono già occupato in passato. E' ovvio che a questo punto una verifica sui Yourcodenameis:milo era d'obbligo.

La band nasce nel 2002 e va in un'ibernazione indefinita (che dura tutt'ora) nel 2007. Durante questo periodo il quintetto registra l'EP All Roads to Fault (2004) e gli album Ignoto (2005), Print is Dead vol.1 (2006), e They Came From the Sun. Generalmente i Yourcodenameis:milo vengono consegnati alla definizione di post hardcore, il che è abbastanza precisa come descrizione preliminare se facciamo riferimento a All Roads to Fault e a Ignoto. Lasciando da parte l'esperimento di Print is Dead vol.1, che i Yourcodenameis:Milo realizzarono come una serie di collaborazioni con altri artisti (Field Music, Reuben, Bloc Party, The Futureheads, The Automatic, ecc.), è con They Came From the Sun che il gruppo segna un notevole passo avanti con la volontà di applicare al post hardcore d'origine soluzioni insolite e maggiormente elaborate. Ed è proprio in questo album che quella definizione inizia a stare stretta alla band, allargandosi al reame di territori sperimentali e quasi progressivi. La sequenza delle quattro tracce che apre They Came From the Sun è memorabile in questo: Pacific Theatre, All That Was Missing, Understand e I'm Impressed sono dei capolavori di sintesi tra post hardcore futurista, elettronica post pop e svolte repentine con incursioni in ritmiche sincopate.



Diciamo che le chitarre stridenti, i synth che pulsano motivi minimali, qualche polifonia vocale giusto accennata e i continui cambi di tempo che passano da regolari a irregolari, posizionano i Yourcodenameis:Milo in quella florida scena del sottosuolo musicale inglese di dieci anni fa che comprendeva cose gigantesche come gli Oceansize, i Biffy Clyro prima maniera, gli Aereogramme, i Reuben, i Million Dead (e molti altri) ai quali interessava per prima cosa testare le possibilità del post hardcore, portandolo in territori inesplorati grazie al crossover con altri generi. Le cose più vicine ai gruppi appena citati che i Yourcodenameis:Milo ci presentano sono To the Cars, che riprende l'epica dei crescendo post rock con la stessa intensità stilistica degli Oceansize e Screaming Groung, sorretta da un minaccioso muro di chitarre elettriche che si sprigiona con la rabbia hardcore dei Biffy Clyro.

Nel caso dei Yourcodenameis:Milo la destrutturazione avveniva attraverso elementi eterogenei tra loro. Poteva essere il post punk della marziale e livida Evening e della contorta frenesia di Take to the Floor, quanto lo spiccato uso dell'elettronica che lentamente diventa la protagonista nell'incedere dell'album: essa si accende come una fievole luce nella lenta ballad Sixfive, pulsa nelle trame gelide di Translate che anticipano il post prog minimale dei North Atlantic Oscillation e sopraffà About Leaving con l'indietronica ricavata nell'abbondanza di sintetizzatori. E' davvero un peccato che dopo questo album i Yourcodenameis:Milo si siano fermati, anche se Mullen ha dichiarato che non esclude un futuro ritorno, e come abbiamo visto la maturazione da loro conseguita è stata indirizzata e ramificata in altri progetti.






martedì 22 novembre 2016

iNFiNiEN - Light at the Endless Tunnel (2016)


Non c'è che dire, agli  iNFiNiEN non mancano di sicuro intraprendenza e coraggio, dote rara in una giovane band. Ancora più sorprendente quando si scopre che il gruppo fa musica da ben dieci anni, anche se Light at the Endless Tunnel è solo il loro secondo album pubblicato in questo lasso di tempo (più un EP nel 2006 appunto). Il principio operativo degli  iNFiNiEN ricorda come filosofia quello dei Farmhouse Odyssey, altro gruppo appartenente al sottobosco prog statunitense, usciti anche loro con il secondo album all'inizio dell'anno. In pratica si tratta di brani nati come un flusso di jam session tra i quattro musicisti, ma che assumono un senso compiuto attraverso la voce della tastierista Chrissie Loftus, abbracciando una notevole varietà stilistica compresa tra jazz, fusion, psichedelia, avant-garde e progressive rock. Il fatto è che in ogni traccia si nascondono tante piccole influenze che portano a sviluppi tematici imprevisti, comunque legati dal denominatore comune di valorizzare l'interplay strumentale tra la Loftus, Jordan Berger (basso), Tom Cullen (batteria) e Matt Hollenberg (chitarra).

Nell'anno in cui Esperanza Spalding ha fatto molto parlare di sé grazie alla pubblicazione del suo album migliore, è proprio il caso di citare la moderna rilettura fusion della bassista, che non ha lesinato ingenti dosi di pop e rock, per descrivere la musica degli  iNFiNiEN, solo che questi ultimi cercano di andare ancora più a fondo. Se l'apertura di Brand New e poi ancora Oasis fanno proprio pensare alla libere vibrazioni jazz e soul di cui sopra, si aggiungono alla ricettavari sapori come l'avant-garde dei Bent Knee, il crossover prog dalle complesse melodie dei The Tea Club e molta improvvisazione. Andando avanti nell'ascolto si manifestano alcune eccentricità nella lunga title-track "electro-etno-prog", in Off the Tracks, una specie di raga crimsoniano, e nel suadente ritmo iberico di Love for Yourself che riserva un bel finale alla Steely Dan. I brevi interventi nel reame del prog con la strumentale Worth the Waith e l'orchestrale (con archi e fiati) If I Were a Song si piegano verso una dimensione acustica della band anch'essa molto convincente. Comunque il meglio gli iNFiNiEN lo riservano nel finale, con la trascinate samba prog-pop di If You Were a Song - che nell'intermezzo si lancia nelle gioiose jam psych tipiche dei Phish - e poi nella festa percussiva latino-americana di Existence. Insomma un album gustoso e caleidoscopico capace di far percepire a chi ascolta la spirale vertiginosa della copertina, rappresentata dalla struttura a doppia elica del DNA.



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Protest the Hero - Pacific Myth (2015-2016)


Se cercate indietro su altprogcore non troverete nulla al riguardo dei Protest the Hero, questo non perché li abbia fino ad ora ignorati discograficamente, ma devo confessare che non sono mai stato un loro grande fan. Ho trovato qualche buona idea su Voilition, un album che con il senno di poi, se vogliamo, rappresenta una tappa in progressione verso degli standard sempre più compositi. Nonostante ciò, c'è sempre stato un altro motivo di fondo prettamente stilistico (che magari non vi troverà d'accordo) per tale esclusione ed è che ho sempre trovato forzata o poco pertinente la classificazione del gruppo all'interno dell'etichetta "progressive metal". E' vero che la loro formula è altamente basata su sfoggio di tecnica, ma sinceramente percepisco le produzioni dei Protest the Hero più conformi ad uno schema speed o thrash metal con molti richiami agli anni '80 propri di Watchtower e Anthrax.

Perché quindi adesso arriva questa eccezione? Semplicemente perché l'EP Pacific Myth, alla fine, fa veleggiare i Protest the Hero verso lidi di math-metal-prog mai approcciati così chiaramente e compiutamente da loro e che magari sarebbe bello in futuro vederli complicarsi e articolarsi ancora di più. Ora, penso che molti saranno già familiari con il materiale di Pacific Myth, ma personalmente per ascoltarlo ho preferito aspettare che fosse realizzato ufficialmente nella sua interezza (con l'aggiunta delle versioni strumentali delle sei tracce) lo scorso 18 novembre. In realtà l'avventura Pacific Myth è iniziata più di un anno fa, ad ottobre 2015, quando i Prothest the Hero decisero di realizzare un brano a cadenza mensile su Bandcamp concesso in download a chi avesse sottoscritto un abbonamento. L'esperimento si è quindi concluso a marzo, ma solo ora l'EP è stato messo a disposizione anche per coloro che non avevano versato la quota di abbonamento.

Su Pacific Myth ancora fanno capolino i residui di certi vezzi eighties nelle cadenze frenetiche di Tidal e la sempre notevolissima voce di Rody Walker interpreta Cataract come se stesse da un momento all'altro mutare i Protest the Hero in una band hair metal, ma stavolta si aggiungono nelle trame dei particolari simili al mathcore dei The Fall of Troy che fino ad ora non erano mai stati così marcati. Poi brani come Ragged Tooth e Cold Water abbracciano quel math hardcore progressivo imbevuto di tapping chitarristico, melodie sepolte sotto tonnellate di distorsione e poliritmie di ultima generazione alla Hail the Sun, A Lot Like Birds e Sianvar, rimanendo fedeli alla linea metal del gruppo. E' un po' quello che accade anche su Harbinger che rappresenta un esempio di quello stile che accomuna i Protest the Hero ai Fair to Midland, perennemente in bilico tra due generi, nel quale si riconoscono richiami al prog, ma con aggressive cadenze melodiche che restano comunque discendenti dell'heavy metal. Un'ulteriore prova dell'avvicinamento a territori progressivi arriva infine dalla firma delle multiple deviazioni tematiche di Caravan, che ora detiene la palma di brano più esteso nella carriera dei Protest the Hero. Pacific Myth è un EP che tutto sommato si fregia di collezionare il materiale più avanzato scritto dalla band canadese, risultando allo stesso tempo coerente con la loro ricerca di complessità.


martedì 15 novembre 2016

Gates live @ Audiotree


I nuovi paladini emo/shoegaze/postrock Gates hanno appena pubblicato la loro seconda performance dal vivo presso gli studi Audiotree registrata il 26 ottobre, nella quale hanno suonato una selezione di cinque tracce tratte dall'ultimo album Parallel Lives pubblicato pochi mesi fa e dal precedente Bloom and Breathe.





www.gatesnj.com