giovedì 27 febbraio 2014

Black Map - Driver EP (2014)


Il chitarrista dei Dredg Mark Engles ha formato una nuova band con il frontman dei Trophy Fire Ben Flanagan (qui anche in veste di bassista) e Chris Robyn (già nella band Far e nei Crosses) alla batteria. Il trio, denominato Black Map, ha appena pubblicato questo EP di quattro tracce molto robuste, contraddistinte da un hard rock alternativo che non disdegna l'orecchiabilità. Lo potete ascoltare in streaming di seguito:
     

http://www.blackmapmusic.com

martedì 25 febbraio 2014

THE KNELLS - The Knells (2013)


Dopo anni e anni di Rock In Opposition e avant-prog, generi musicali sempre tesi a tracciare nuove vie per elevare il rock verso la musica colta, il debutto del chitarrista e compositore Andrew McKenna Lee - con il suo gruppo The Knells - è quanto di più perfetto si possa chiedere a queste aspirazioni. The Knells è infatti un album dalle caratteristiche estremamente originali e, forse, l'esempio più riuscito di simbiosi tra rock e musica classica. L'impostazione della line-up farebbe pensare a dei novelli Hatfield and the North dove però sono le chitarre a farla da padrone e non le tastiere. Anche perché l'ensemble dei The Knells non prevede alcun tastierista.

Il gruppo è così composto: abbiamo le tre voci femminili di Nina Berman, Amanda Gregory e Katya Powder, Paul Orbell che affianca Lee alla chitarra, Jude Traxler ai metallofoni, Michael McCurdy alla batteria e Joseph Higgins al basso, in più c'è da segnalare l'ospitata del quartetto d'archi MIVOS. Qualche volta, viste le soluzioni melodiche e timbriche, sembra effettivamente di stare tra le parti di Canterbury, ma sarebbe troppo limitativo ricondurre il tutto a quegli ambienti.

In un mare di musiche già sentite The Knells è un'opera che sa stupire, un concept album liricamente filosofico e musicalmente intellettuale, che applica la psichedelia dei Djam Karet al minimalismo di Steve Reich. Quello che fa la differenza è il retaggio da chitarrista classico di Lee che ha cercato di mutuare le sue varie esperienze verso i canoni del rock. Il suo solismo, lirico e ricercato, si può ricondurre alle sperimentazioni di Fred Frith, ai loop sonici di Gary Lucas e ai madrigali elettrici di Steve Howe, sapendo essere melodico e atonale senza mai risultare banale.





Su The Knells troviamo una musica fuori dal tempo alla quale però calza perfettamente la definizione di avant-garde progressive. E' l'originalità il motore che muove all'ascolto di brani mozzafiato come Airlift o Spiral Knells, riuscendo a scuotere la nostra curiosità per scoprire come si svilupperanno. Il crescendo di Distance crea un muro sonico esaltante, lavorando su dinamiche ineccepibili tra gli archi e i melismi vocali delle cantanti. La perizia dei contrappunti delle tre ricorda l'effetto sognante e ipnotico delle Northettes, ma la Berman, la Gregory e la Powder spingono di più su tratti prettamente operistici.

The Knells è l'album più audace e singolare che si possa trovare negli ultimi tempi e credo che ogni fan del Rock In Opposition lo dovrebbe ascoltare. Nella sua omogeneità sonora, riccamente orchestrata, vi si possono rintracciare molteplici stilemi: dalla musica da camera al jazz, dal progressive rock dei King Crimson al lied medioevale. Non per tutti i gusti, ma farà la felicità di chi lo saprà apprezzare.


http://theknells.com/

domenica 23 febbraio 2014

FORGIVE DURDEN - Razia's Shadow: A Musical (2008)


Ok, parliamo di Razia's Shadow: A Musical, anche a distanza di quasi cinque anni e mezzo dalla sua uscita, ma ne voglio parlare. Credo che ciò lo posso fare in questo momento, con molto ritardo, perché comunque è un'opera che nel tempo è stata sviluppata e rivisitata e c'è chi ancora oggi la vorrebbe vedere rappresentata sul palcoscenico. All'epoca in cui fu pubblicato questo album, nel 2008, avevo da poco conosciuto i The Dear Hunter. Seguendo le varie news correlate al gruppo, seppi del coinvolgimento di Casey Crescenzo in veste di ospite su Razia's Shadow, ma il fatto che l'opera fosse presentata come un musical mi rendeva abbastanza scettico. Odio i musical, non tutti ovviamente, ma in linea di massima tendo a disprezzarli. E così ho accantonato per molto tempo Razia's Shadow.

Credo che anche altre persone leggendo la dicitura "musical" scappino a gambe levate. Per quelli che non lo hanno fatto, Razia's Shadow è risultato un lavoro che ha indubbiamente diviso gli ascoltatori: o lo si ama o lo si odia. L'album è la seconda prova (e sinora ultima) dei Forgive Durden, o meglio dei fratelli Thomas e Paul Dutton. Dopo il primo album Wonderland, il leader dei Forgive Durden, Thomas Dutton, accarezzò il sogno ambizioso di scrivere un musical, ma gli altri membri della band lo abbandonarono di lì a poco e lui rimase l'unico superstite di quella band. Mantenendo la sigla Forgive Durden e aiutato dal fratello Paul, pianista e compositore, Thomas realizzò il progetto Razia's Shadow con una serie di ospiti impressionante, ognuno chiamato ad interpretare un personaggio della storia che ai più potrà sembrare stucchevole e sdolcinata (per approfondimenti rimando a questo link). Due aggettivi che sono stati usati in modo ricorrente anche dai detrattori dell'album.



Ora, se siamo qui a parlare di Razia's Shadow è, ovviamente, perché faccio parte di quella percentuale di persone a cui è piaciuto. Vi potete immaginare che non è un album prettamente in stile Broadway, ma incorpora influenze pop, emo e indie abbastanza marcate. Credo che un fan medio dei The Dear Hunter non farà fatica ad apprezzarlo, poiché vi si ritrovano alcuni tratti stilistici tipici degli Act usciti dalla penna di Crescenzo. Però canzoni come la fanfara di Life is Looking Up, Toba the Tura e The Missing Piece (con una straordinaria prova vocale di Lizzie Huffman) funzionano alla grande anche se presi al di fuori del concept, disgiunti dalla estetica da musical. In più dirò che non trovo disdicevoli o didascalici neanche i brevi intermezzi narrativi tra un brano e l'altro (interpretati da Aaron Weiss dei mewithoutYou), anzi la musica di sottofondo fa da perfetto collante e momento di sospensione per preparare il campo a ciò che deve arrivare.

Un'altra critica che ho visto muovere a Razia's Shadow, con la quale concordo solo in parte, è l'inconsistenza e la debolezza della seconda parte rispetto alla prima. Piuttosto la metterei su una diversa prospettiva. L'album è diviso equamente - dall'intermezzo di A Hundred-Year, Minute-Long Intermission - in due parti da sei brani, ma la seconda patisce nel confronto solamente perché non possiede la potenza melodica e immediata che ha la prima. Da The Exit in poi l'opera si sviluppa musicalmente attraverso dettami più fedeli alla teatralità del musical, fatto che implica brani costruiti su variazioni tematiche frequenti (necessari per dar spazio alle voci dei vari personaggi) e, forse per questo, più ostici. Diciamo che un'operazione del genere porta con sé una certa dose di rischi e i fratelli Dutton, con una buona dose di ambizione, si sono sobbarcati questo peso, pur sapendo di non poter accontentare tutti. Però già il fatto che siano riusciti a creare delle canzoni di buon livello, usando la carta del musical, per me fa di Razia's Shadow un progetto riuscito.




http://www.raziasshadow.com/

martedì 18 febbraio 2014

Idlehands - Common Soul EP (2013)

 
Ghost Parade, il cui EP Foundation è finito tra i best di altprogcore del 2013, stanno per pubblicare (il 25 febbraio) uno split single insieme agli Idlehands di San Diego e conterrà due pezzi inediti che possono essere ascoltati in anteprima qui e qui. Dei Ghost Parade ho già parlato e sottolineo che la nuova Drugs With Strangers, On Lovers è un gradino sopra al materiale di Foundation, aumentando l'attesa per l'album d'esordio previsto per quest'anno.

Per quanto riguarda gli Idlehands sono una band che credo non potrà lasciare indifferenti gli estimatori di gruppi come Circa Survive e HRVRD. La nuova Mellow Christ arriva dopo l'EP Common Soul, pubblicato l'anno scorso, e anch'essa è un buon passo avanti rispetto a ciò che si trova su Common Soul, anche se l'EP risultava già ottimo. Comunque, per farvi un'idea, è possibile ascoltare l'EP in streaming su YouTube:





https://www.facebook.com/IdlehandsOfficial

giovedì 13 febbraio 2014

Hobson's Choice - Of the Waves (2012)


Nella loro biografia, gli Hobson's Choice, dicono di ispirarsi a Joni Mitchell e Bruce Cockburn, ma per chi ha familiarità con la scuola di Canterbury, la musica dei quattro canadesi non può non ricordare quelle atmosfere delicate della terra Grigiorosa.

Rebecca Hennessy (voce, tromba), Harley Card (chitarra e voce), Felicity Williams (voce) e Michael Davidson (vibrafono e marimba) sono di Toronto e, con una strumentazione volutamente minimale, producono un jazz da camera che si sposa con la forma canzone e con il folk acustico. L'approfondimento di una ricerca originale nell'approccio del chamber pop sembra avere delle affinità con un'altra band presentata tempo fa in queste pagine, i Firefly di Lightships.

Tra i paladini canterburiani che gli Hobson's Choice possono ricordare balzano alla mente Hatfield and the North e National Health, grazie all'eterea voce della Williams (si ascolti Sky and Water) e ai delicati ricami di vibrafono e marimba. Of the Waves è un album raffinato che lavora su strutture effimere, canzoni che sembrano piccole bozze impressioniste o appunti di improvvisazioni.


http://www.hobsonschoicemusic.com

martedì 11 febbraio 2014

F.O.E.S - Ophir EP (2014)


Il nuovo gruppo da tenere d'occhio arriva da Liverpool e, dopo aver letto un'intervista dove i F.O.E.S (Fall of Every Sparrow) dicono di essere stati paragonati a Oceansize, Karnivool e Cave In, capirete che l'ascolto è stato obbligato. L'EP Ophir fa quello che ci si aspetterebbe da un solido debutto: stuzzica la curiosità e ci lascia con grandi speranze per il futuro. Le cinque tracce promettono benissimo e fanno intravedere un grande potenziale.

Nel disco prevalgono i toni dark, in un connubio tra post hardcore e post rock, anche se la melodia non manca. I brani hanno una struttura formale abbastanza convenzionale dove, ad una strofa che serve ad introdurre l'atmosfera generale, segue ritornello aggressivo e, talvolta, un breakdown nel finale. Questo è l'unico punto sul quale dovrebbero lavorare maggiormente i ragazzi e cioè rendere più variegati i loro pezzi, aperti a soluzioni più complesse. Si sente che potrebbero arrivare a vette ben più ambiziose, ma diamogli tempo.

Ancora è presto per dirlo, ma Sewn to the Sail & Unknown si prepara ad essere una delle migliori canzoni dell'anno: con le sue chitarre arpeggiate e il lavoro di batteria ineccepibile di James Lorenzo è pronta per raccogliere l'eredità di Oceansize e Million Dead. The Writing on the Wall e The Four of Oxblood contrappongono ritornelli impetuosi ad un'esposizione strofica quasi accessibile ed onirica. Ningyo cresce poco a poco come uno standard post rock fino ad esplodere in un vortice di chitarre. The First Rook To Flea As The Thunder Rolls In chiude in modo quasi pacato con una sottile tensione mantenuta costante per tutto il pezzo, come fosse un'epica ballad. Come detto Ophir offre ottimi spunti, presenta una band appena formata ma già in crescita e con la strada verso la maturità a portata di mano.

www.facebook.com/fallofeverysparrow

lunedì 10 febbraio 2014

Eat Your Robot - That Winning Smile Of Dinner (2014)


Questo gruppo nasce da una costola dei Thumpermonkey e vede il frontman Mike Woodman incontrarsi con l'ex membro Mike Hutchinson e con John Mackenzie dei Godzilla Black. That Winning Smile Of Dinner è il debutto degli Eat Your Robot e sarà rilasciato ufficialmente il 27 febbraio. Per ora possiamo gustarci un'anticipazione di tre brani che la presenza di Woodman fa inevitabilmente pensare ad una versione light dei Thumpermonkey, ma rimanendo un rock obliquo e anticonvenzionale.


giovedì 6 febbraio 2014

Mike Vennart - Operate (2014, single)


L'ex frontman degli Oceansize, e attuale British Theatre, Mike Vennart ha inaugurato la sua carriera solista con il brano Operate, da oggi disponibile su Bandcamp. Vennart ha promesso di caricare altri brani in futuro, ma per ora accontentiamoci di questo, anche perché è un pezzo sensazionale. Su Operate fa la sua apparizione come ospite anche il chitarrista Steve Durose, altro ex Oceansize attualmente impegnato con gli Amplifier.


lunedì 3 febbraio 2014

CYNIC - Kindly Bent to Free Us (2014)


Al di là se li si apprezza o meno è bello sapere che i Cynic sono ancora in attività, anche se tra un album e l'altro fanno passare eoni (la citazione non è casuale). Questa volta abbiamo dovuto attendere "solo" sei anni dall'ultimo lavoro in studio, pur avendo mitigato l'attesa con due EP tra il 2010 e il 2011. I tempi dilatati della line-up primigenia - Paul Masvidal, Sean Reinert e Sean Malone - però hanno fatto in modo che ogni opera differisca profondamente dall'altra. Qui e ora si riparte dalle premesse impostate da Carbon-Based Anatomy e ci si spinge oltre.

Quindi i primi fatti: i Cynic decidono e confermano di proseguire come trio, eliminando le harsh vocals e facendo un uso meno prominente del vocoder da parte di Masvidal (anche se la sua voce rimane leggermente sepolta sotto gli altri strumenti) che si fa carico anche di tutte le parti di chitarra. Le virtù tecniche della sezione ritmica non hanno bisogno di presentazioni e questa volta il basso di Malone è oltretutto posto sempre in primo piano nel mixaggio.

Alla luce di ciò come si presenta l'atteso Kindly Bent to Free Us? Musicalmente e formalmente è l'album più complesso e strutturato che la band ha prodotto sinora. Focus e Traced in Air, seppur neanche loro tanto facili nelle proprie implacabili strutture, godevano comunque di un'immediatezza che non rientra nelle peculiarità di Kindly Bent to Free Us. Elementi progressive si sono fatti strada nel suono Cynic a scapito della componente metal e anche le progressioni fusion sono aumentate. Le melodie sono continuamente connesse a sequenze di accordi non convenzionali tradotti nel linguaggio dei riff metal, mentre Masvidal è in stato di grazia e cuce assieme degli assoli stellari. La consistenza sonora è molto più spessa, tanto da aumentare le potenzialità psichedeliche dei Cynic.



Ai primi ascolti si potrà rimanere interdetti ma, nonostante ciò, si intuisce subito che tutti gli otto brani avranno bisogno di pazienza per essere scoperti come si deve. True Hallucination Speak e The Lion's Roar sono forse le uniche tracce davvero più accessibili, ma dove l'album eccelle è sulle note spaziali di Infinite Shapes e Moon Heart Sun Head. Dopo di essi si apre un percorso in discesa tra anti-climax implosivi (Gitanjali) e trascendenza cosmica (Holy Fallout). Kindly Bent to Free Us forse non sancirà una linea di demarcazione decisa e chiara come nei lavori precedenti, ma penso abbia molto più da offrire in termini emotivi, basta essere propensi a non sottovalutare il suo potenziale.

Analizzando gli stilemi marcati tra Focus (1993) e la rinascita dei gruppo nel 2006, con il senno di poi non è da sottovalutare l'episodio Æon Spoke dal quale le influenze si ripercuotono ancora oggi sui Cynic. Un'ultima curiosità: questo terzo album, toccando quasi i 42 minuti di durata, è anche il più lungo nella discografia dei Cynic, dato che Focus e Traced in Air non superavano neanche i 35 minuti.