giovedì 31 gennaio 2013

Intervista a Justin Marler

Da oggi altprogcore si arricchisce di una nuova rubrica nonché di un nuovo collaboratore. Diamo quindi il benvenuto a Francesco Notarangelo che si occuperà di interviste. In questo modo spero di dare la possibilità ai lettori del blog di approfondire e conoscere nuovi e, come sempre, poco conosciuti artisti che meritano comunque attenzione.
Iniziamo quindi questo nuovo appuntamento con l'intervista al cantante e chitarrista Justin Marler (Sleep, The Sabians, Shiny Empire).

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"Hello, Gladyoucalled!!!" Così inizia la mia chiacchierata con Justin Marler, artista americano poliedrico che annovera nel suo CV collaborazione con gli Sleep, storico gruppo doom metal dei primi anni ’90, i Sabians, gli Shiny Empire.
Mentre le lancette corrono veloci, Justin con un filo di commozione e felicità, ripercorre la sua carriera musicale ricca di aneddoti e curiosità, mi spiega il significato delle sue canzoni, l’amore che nutre per la filosofia e l’animo umano e di quel passato ancora vivo nel quale ha trascorso la bellezza di sette anni in un convento ortodosso russo.
Una chiacchierata interessante e inusuale per un’artista così troppo spesso bistrattato dalla critica musicale, ma che, soprattutto, in tempi come questi avrebbe tante cose da dire.


Com'è nato il suono degli Sleep? Fu l'ambiente e la cultura di Oakland ad influenzarlo?
Il suono degli Sleep nacque per merito di Al (basso), Chris (batteria) e Matt (chiatarra). La loro prima band erano gli Asbestos Death. Erano alla ricerca di un secondo chitarrista così io mi proposi. A questo punto decidemmo di cambiare nome alla band e di conseguenza, anche se debolmente, il suono della band.
Sì, il suono degli Asbestos Death e Sleep fu influenzato dall ambiente e dalla cultura di Oakland, ma soprattutto dalle band che vivevano e suonavano lì. Band come i Melvins (San Francisco) e Neurosis (Oaskland) e band più oscure come Plaid Retna, Christ on Parade, etc..


Quali gruppi ascoltavi? E cosa ascolti ora?
Quand'ero giovane ascoltavo i REM, U2, i Cure. Poi scoprii band più oscure, dal suono più immediato ed oscuro come i Minor Threat, Metallica, Negative Approach, 7 Seconds, Social Distortion, The Damned Steel Pole Bath Tub. The Accused, Jane's Addiction. Amavo il punk e il cross over. Successivamente scoprii l'album dei Neurosis Word as Law che fece cambiare il mio modo di concepire ed ascoltare la musica. Per esempio quand'ero giovane odiavo i Black Sabbath; iniziai ad apprezzarli diventandone più vecchio. Ora ascolto per gran parte del tempo la stessa musica. Amo ancora il punk e mi piacciono band più tranquille come i The Shins, The Hold Steady, ed anche bands più “artistiche” come i Beirut. Amo ascoltare anche Opera e Johnny Cash. La concezione della musica cambia grandemente nelle diverse fasi della vita.

Chi disegnò l'artwork per l'album Volume One?
Al ed io pensammo all'idea dell'artwork di Volume One. A quel tempo ero un pittore astratto. Suggerii quell'immagine perchè rappresentava al meglio il nome originale dell'album che stava uscendo. Suggerii pure come titolo Deprivation. Sleep – Deprivation. L'opera di Salvador Dalì, Il sonno, era perfetta per quel nome.


Fu difficile pubblicare Volume One sotto l'etichetta discografica Tutelo, specialmente negli anni '90 durante gli anni dell'esplosione del grunge?
Fu piuttosto semplice. Firmammo per Tutelo e registrammo. Era una grossa etichetta discografica e all'inizio eravamo quasi spaventati. Comunque, la maggiore preoccupazione era che fossimo associati ai Nirvana. Trovai di cattivo gusto che gruppi grunge come i Nirvana potessero registrare nello stesso studio di band metal. Fortunatamente andammo oltre e fummo felici di avere lo studio libero al Razor's Edge con il produttore Billy Anderson. Era lo studio dove i Melvins e un mucchio di heavy bands registravano a quel tempo.


Ci sono due importanti esperienze di vita nel monastero.. se potessi sceglierne una, puoi dirmi quale fu la più importante e perchè? Come vivevi lì?
É davvero una domanda difficile cui rispondere. L'esperienza di vita in un monastero ortodosso russo e la scelta di rimanerci lì per 7 anni fu ciò che salvò la mia vita. Quando registrammo Volume One ero in uno stato mentale e fisico terribile. Mi tagliavo con lamette e andavo in giro la notte urlando e rotolandomi per le strade. Ero un disastro completo. Avevo bisogno di qualcosa che stravolgesse la mia vita e mi facesse prendere coscienza del mondo. L'incontro con una suora mi salvò e mi fece comprendere il bisogno di una cura e pace interiore. L'esperienza più significativa fu il primo anno che vissi in un'isola remota dell'Alaska con tre monaci. La vita era dura ed estrema. Eravamo isolati dal resto del mondo e tutto si riconduceva a pregare, pensare e ad ascoltare il silenzio. Il primo anno fu assai duro, ma molto utile. Spiritualmente e mentalmente fui distrutto e ricostruito. Questo processo fu eccezionale e mi condusse alla presa di coscienza di Dio e del paradiso.


Quando e perchè decidesti di tornare alla musica?
Dopo 7 anni decisi di mettere appunto nella vita reale ciò che avevo appreso nel monastero così tornai ad Oakland ed una delle prime cose che feci fu contattare Chris degli Sleep. Era così eccitato d'iniziare una nuova avventura musicale con me che formammo i Sabians.


Perchè Sabians?
I Sabians erano tutto ciò che riguardava la vita spirituale e la guerra che occorre svolgere nella mente e nel cuore per raggiungere un progresso spirituale. Il nome deriva da una popolazione che viveva oltre 2000 anni fa. Probabilmente uno di noi tre era un Sabian.


Per i Sabians erano più importanti i testi o le melodie?
Mentre ero un monaco scrivevo canzoni e imparavo l'importanza di scrivere i testi e le melodie insieme. Con gli Sleep il processo era diverso: prima creavamo il riff di chitarra e successivamente aggiungevamo la melodia e i testi. Il primo processo era decisamente più importante rispetto al secondo. Come monaco imparai un nuovo metodo di scrivere canzoni e mi applicai perchè questo venisse rispettato nei Sabians. Io portavo una melodica e qualche accordo poi ci lavoravamo tutti insieme. Chris aggiunse le parti di batteria e Patrick creò fantastici giri di chitarra. Successivamente modificavo o aggiungevo le mie idee sui testi e i diversi significati che volevo attribuire.


Che cos'è la bellezza per te? Credi davvero che la bellezza sia qualcosa di cui dobbiamo solo abusare?
Per me... faccio prima a dire che cosa non è la bellezza per me. La bellezza non è ciò che è sporco, oppressivo, violento ed egoista. La bellezza è molto più facile trovarla nella natura, riflesso del creatore. Può anche trovarsi nelle espressioni artistiche che dipendono dall'indole umana; queste devono essere la pace, l'essere sincero, onesto e nobile di cuore. La bellezza la si può trovare e ammirare nella forma di un albero, di uno scheletro, nell'inizio di una tempesta, nella composizione di un fiore o nella forma della mano. Però tutto ciò è sempre e solo una bellezza temporanea. La bellezza permamente si può trovare solo in Dio e nel Suo spirito dal quale dipende ciascuna vita.


Guardando l'artwork di Beauty for Ashes, mi sembra che tu volessi dare una lezione a tutti gli ascoltatori. Volevi distruggere il famoso velo di Maya del quale Schopenhauer parlò? Perchè creasti quell'artwork?
Non sono troppo interessato a distruggere qualcosa. Per quanto diversi stili di vita e filosofia ci possano essere, credo che ci sia sempre qualcosa da apprezzare in tutte le culture. Abbiamo diversi punti di vista interessanti e per questo a volte ci perdiamo, piuttosto che continuare a cercare. Detto questo, io credo nella Verità Assoluta. Una sublime verità che non è relativa. Sono profondamente interessato all'inseguimento della verità e dell'anima umana. Questo è ciò di cui parla Beauty for Ashes...i diversi aspetti dell'anima e come l'anima può raggiungere la perfezione e la pace attraverso una pratica quotidiana. Questo è ciò che governa la vita la nostra vita, i nostri pensieri, le nostre parole ed azioni.


Perchè chiamasti il secondo album dei Sabians, Shiver? Stavi aspettando un segnale, un signficato o un redenzione?
Questo album richiama fortemente a chiari momenti di trasformazione personali. Ogni persona che abbraccia in modo onesto e sincero la vita spirituale viva una trasformazione come qualcosa di completamente diverso da ciò che era solito conoscere. Questo momento, metanoia, fu sconvolgente per me. Potrei dire che sono rinato e la mia vita non è stata più la stessa. Nel momento stesso in cui Dio penetrò dentro di me, sentii come dei brividi. La canzone Bullet parla dichiaratamente del momento in cui la mia anima si allineò con il volere di Dio.


Decidesti di creare il suono di Shiver durante il processo di scrittura oppure durante la produzione?
Come tutte le canzoni dei Sabians il suono venne creato in studio come facemmo del resto con le singole canzoni. Già prima di entrare in studio avevamo presente il suono che volevamo creare.


Credo che ci sia una grande differenza tra il primo e il secondo album: il primo, Beauty for Ashes, ha un suono più metal, è più lento quasi per dare più enfasi ai testi; il secondo è più sul grunge – metal e presenta un suono più immediato...come mai?
Credo che la risposta più semplice sia che cercammo semplicemente di cambiare e scoprire una nuova strada; in realtà ero insoddisfatto di alcuni aspetti del primo album. Alcune parti erano troppo slegate o lente. Shiver riflette, invece, un approccio più raffinato nello scrivere le canzoni.


Qual è il tuo rapporto con Dio?
Ogni cosa.


Trovi più soddisfazione nello scrivere musica o libri?
Certamente scrivere e registrare canzoni.


Hai mai pensato di riunire i Sabians?
C'ho ripensato recentemente. É possibile, ma la line-up sarebbe diversa perchè gli altri vivono in California e Georgia.


Che cosa ti ha condotto a creare un sound così diverso rispetto al passato con gli Shiny Empire?
Cercatamente l'esperienza di diventare padre mi ha portato ad esplorare nuovi stili musicali e nuovi modi di scrittura. Volevo scrivere canzoni che potessero piacere alle mie figlie. Ho suonato con gli Sleep e con i Sabians per loro e la loro critica era fondamentale per me. Dissero che la mia musica era troppo oscura e spaventosa. Sono le mie più grandi fans così cercai di esplorare nuovi strade musicali, iniziai a scrivere canzoni power pop con l'aggiunta di una tromba.


Qual è la risposta del pubblico durante i live? È più comune vedere vecchi fans degli Sleep o dei Sabians oppure nuovi fans?
É molto divertita la gente che viene ai nostri shows. La gente non è lì per scuotere la testa, ma per rimanere affascinata dai nostri suoni e dal keytar; ovviamente ci sono sempre fans degli Sleep, ma rimangono molto delusi... è molto divertente!!


Qual è il genere musicale che preferisci suonare dal vivo?
Mi piace suonare il rock and roll, ma in generale ogni cosa che sia rock. Mi sono divertito moltissimo con gli Shiny Empire. Non c'è niente di meglio di un duo che suona solo chitarra e keytar.


Qual'è il significato della canzone Necrophilia is Lonely?
La canzone è dedicata alla mia prima moglie che morì dando alla luce la mia prima figlia. C'è un secondo significato ma è segreto.


Stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Quest'inverno ci chiuderemo in studio per registrare il nuovo album degli Shiny Empire. Sto scrivendo, pure, un libro chiamato Sophia Vs The World che riguarda la filosofia e il mondo del lavoro. "Sofia" significa saggezza. É praticamente un atto d'amore che rimarrà alle mie figlie quando morirò. Va notato che mia figlia maggiore si chiama Sophia.


 http://justinmarler.com/




Intervista e traduzione a cura di
Francesco Notarangelo
checcontr@yahoo.it 

lunedì 28 gennaio 2013

BIFFY CLYRO - Opposites (2013)


I Biffy Clyro ce l'hanno fatta. Dopo una dura gavetta sono diventati una delle band alternative più popolari d'Inghilterra. Naturalmente la spietatezza del music bisunness pretende sempre qualcosa in cambio e al trio scozzese ha chiesto di sacrificare buona parte dell'originale mix di post hardcore e prog che era parte essenziale del loro suono. Tra Puzzle (2007) e Only Revolutions (2009) i Biffy Clyro sono diventati una rock band di successo a tutti gli effetti e anche le loro canzoni hanno seguito questo sviluppo. Dai palchi di piccoli live club, il rock anthemico dei Biffy Clyro è arrivato nei grandi stadi proprio grazie a quei ritornelli dai contorni maestosi e quasi barocchi, grazie ad una visione magniloquente che trova un parallelo nel pomp rock americano d'annata.

Per il sesto album in studio, Simon Neil e i fratelli Johnston hanno pensato ad un doppio, come a celebrare il coronamento di una carriera che ha dato tante soddisfazioni. Gli opposti del titolo sono le diverse prospettive di vita che vengono approcciate nei due dischi - che portano anche dei titoli distinti - e che vanno a confluire in una specie di diario personale della band. The Sand at the Core of Our Bones è una ricognizione degli ultimi anni passati in tour, il conseguente stress, il sentirsi estraniati dalla realtà una volta tornati a casa ("There's no such thing as home" canta Simon Neil nell'efficace apertura dal retroguto scozzese di Different People) e il pericolo dello scioglimento dietro l'angolo. The Land at the End of Our Toes racchiude invece una positiva visione del futuro data anche dalla ritrovata armonia nell'isolamento dello studio di registrazione.

Ora che la carriera è decollata e la formula del successo trovata, cosa aspettarsi da un doppio album dei Biffy Clyro? Data la gran libertà che ti offrono 80 e passa minuti, in genere ci si aspetta che una band arrivi a tale scelta per la necessità di esprimere ciò che un solo disco non gli permetterebbe. Ci si aspetta che una band abbia una tale mole di materiale da mettere sul piatto - e quindi una variegata selezione di brani - che giustifichi tale scelta. Invece Opposites non è altro che una serie di brani che sublimano e continuano sulla scia dei loro ultimi successi, prendendo a modello Mountains e That Golden Rule, i singoli-grimaldello che, oltre a sancire la fama dei tre, hanno impartito le direttive per il nuovo "Biffy-style". Che, come si diceva, è un concentrato di arena rock e chorus pomposi che talvolta nascondono velleità orchestrali. Il tutto moltiplicato per due dischi, ma che poteva benissimo essere diluito in un solo album dalla durata più contenuta. E non basta un arsenale di strumenti inusuali per arricchire gli arrangaimenti (cornamuse, campane tubolari, kazoo, mandolino, organo da chiesa), oppure un'orchestrina mariachi con trombe messicane per dare un tocco di esotismo a Spanish Radio.

Una delle migliori canzoni della collezione porta il titolo programmatico di Modern Magic Formula, quasi una metafora del loro metodo di scrittura ormai consolidato. E allora ecco i Biffy Clyro dividersi tra tonnellate di riff elettrici, ma innocui e addomesticati alla stregua di inni da stadio (Stingin' Belle, Sounds Like Balloons), e ballate hard rock strappalacrime (Opposite, Black Chandelier, Biblical) snocciolati a cascata neanche provenissero da una catena di montaggio. Ceduti alla fascinazione dei ritornelli dal respiro epico, che raramente deragliano nell'imprevedibilità, i Biffy più genuini li troviamo su The Joke's on UsA Girl and His Cat, Victory Over the Sun, Woo Woo e nella già citata Modern Magic Formula.

A conti fatti comunque Opposites non è male, carino e piacevole, ma si arriva in fondo con una sensazione di sazietà, una sbornia dalla quale è difficile distinguere un brano da un altro. E' come se i Biffy Clyro avessero deciso di includere nell'album le b-sides che solitamente fanno da corredo ai loro singoli. Opposites, infine, sicuramente non è quel capolavoro che generalmente definisce una carriera, ma è solo un altro passo nella direzione già tracciata con i due precedenti album, meglio di Only Revolutions senza però la capacità di sintesi di Puzzle.



Tracklist:

The Sand At The Core Of Our Bones

1. Different People
2. Sounds Like Balloons
3. Biblical
4. The Joke's On Us
5. Black Chandelier
6. A Girl And His Cat
7. Opposite
8. The Fog
9. Little Hospitals
10.The Thaw

The Land At The End Of Our Toes

1. Stingin' Belle
2. Modern Magic Formula
3. Spanish Radio
4. Victory Over The Sun
5.Pocket
6. Trumpet Or Tap
7. Skylight
8. Accident Without Emergency
9. Woo Woo
10. Picture A Knife Fight

www.biffyclyro.com

giovedì 24 gennaio 2013

The Dear Hunter - Nuovo album ad aprile e The Color Spectrum live DVD


Il nuovo album dei The Dear Hunter - in uscita il 2 aprile - non sarà Act IV, ma è stato appena annunciato che il titolo sarà Migrant, quindi una serie di canzoni slegate alla saga creata da Casey Crescenzo, ma che sicuramente saranno altrettanto spettacolari. Qui si può ascoltare in anteprima il primo brano tratto dall'album Whisper e sotto il trailer dell'album.





 Tracklisting:

1. Bring You Down
2. Whisper
3. Shame
4. An Escape
5. Shouting at the Rain
6. The Kiss of Life
7. Girl
8. Cycles
9. Sweet Naiveté
10. Let Go
11. This Vicious Place
12. Don't Look Back

Oltre a questo, il 3 marzo uscirà il DVD della registrazione del concerto che i The Dear Hunter hanno tenuto il 9 maggio 2012 al Somerville Theater e dove hanno suonato integralmente i nove EP di The Color Spectrum.

Di seguito il trailer promozionale e il brano Home.









http://www.thedearhunter.com/

L'importanza di chiamarsi The Mars Volta


Proprio un anno fa gioivamo della reunion degli At the Drive-In anche se solo per una serie di concerti, oggi invece ci tocca la bomba di Cedric Bixler che, tramite il suo profilo twitter, annuncia terminata la sua esperienza nei Mars Volta e, quindi, il loro conseguente scioglimento. Sarà un caso, ma proprio ieri la nuova band di Omar Rodriguez-Lopez, Bosnian Rainbows, alla quale Bixler fa polemicamente riferimento nella sua dichiarazione (vedi in fondo al post), ha presentato il suo primo singolo. Ma qui non vogliamo indagare le eventuali responsabilità imputate a tale decisione, qui parliamo degli ormai defunti Mars Volta.

La cosa più importante che mi hanno insegnato i Mars Volta è che una delle più grosse balle in campo musicale è sentir ripetere il ritornello che il rock è morto e che ormai tutto è stato provato. Ricordo ancora la prima volta che ascoltai De-loused in the Comatorium come una delle esperienze musicali più gratificanti che abbia mai provato. Rimasi sbalordito, attonito e ammirato. Ecco, credo che quando ancora oggi un album riesce a stupirti questa è la prova tangibile che il rock abbia ancora molto da dire. E' vero che in questo esordio spettacolare si possono rintracciare chiaramente riferimenti a grandi band del passato, ma credo che nella musica non sia solamente importante quanto tu sia originale, ma anche come la tua sensibilità ti permette di trasfigurare gli insegnamenti dei tuoi maestri. Anche se non inventi nulla di nuovo ma riesci a rendere attuale un linguaggio datato, il risultato può essere altrettanto efficace.

Cedric Bixler e Omar Rodriguez-Lopez sono stati degli innovatori su questo fronte, sia con i Mars Volta che con gli At the Drive-In. Senza i Mars Volta questo blog non esisterebbe, ma, soprattutto, neanche tanti altri gruppi che compaiono qui. De-Loused in the Comatorium, oltre ad essere una pietra miliare della storia del rock, ha fondato e alla stesso tempo definito un nuovo genere. I Mars Volta in questo disco hanno fuso spregiudicatamente hardcore punk, psichedelia e progressive, polo negativo e polo positivo, con risultati spettacolari e inaspettati. Il duo Bixler Zavala/Rodriguez-Lopez ha in pratica marcato una linea sul terreno, dando la direzione a decine di epigoni ed emuli, ma nessuno (neanche gli stessi Mars Volta) è riuscito ad avvicinarsi a quella perfezione.



A giugno di quest'anno De-Loused in the Comatorium compirà 10 anni e riascoltato oggi non ha perso un briciolo della sua potenza deflagrante. In 60 frenetici minuti i Mars Volta reinventarono il rock per l'uomo schizoide del ventunesimo secolo cantato dai King Crimson. Dopo di ciò ci fu il bel tentativo di spingersi (troppo) oltre con Frances the Mute, lavoro eccessivo e affascinante. Ma si capì che il gruppo aveva già dato di tutto e di più con l'opera prima (anche se dietro c'erano anni d'esperienza con gli At the Drive-In), troppo perfetta per essere superata.

I Mars Volta già da qualche anno non erano più quelli di un tempo. La loro musica era diventata distaccata, virtuosa e sperimentale per il solo gusto di esserlo. Anche le nuove formule che la band ha cercato di testare, passando dal jazz-core prima e dal post punk psichedelico poi, erano diventate un compiaciuto esercizio di stile. Detto ciò, comunque, era bello sapere che ci fossero e sentire la loro presenza. Come una persona che non vedi più da tanto tempo: sai che è da qualche parte e sai che un giorno, prima o poi, la potresti rivedere.

Quello che riserva il futuro è già noto: Rodriguez-Lopez continuerà nelle propria prolifica carriera solista e non. Bixler dal canto suo ha dichiarato di aver già pronto un nuovo progetto come solista che molto presto vedrà la luce. Ma queste, ormai, sono altre storie.

Cedric Bixler-Zavala full Twitter statement:
Thank u 2 all VOLTA fans u deserved more especially after the way u rooted for us on this album. I tried my hardest to keep it going but Bosnian Rainbows was what we all got instead. I can’t sit here and pretend any more. I no longer am a member of Mars Volta. I honestly thank all of you for buying our records and coming to our shows. You guys were a blast to play in front of. We could never had done it with out you. My dream was to get us to the point were Jon Theodore and Ikey Owens came back but sadly it’s over. Thank u a million times over for ever giving a fuck about our band. For the record I tried my hardest to get a full scale North American tour going for Noctourniquet but Omar did not want to. I guess a break from mars volta means starting another band and ignoring all the support the fans gave us. I tried my hardest guys. All I can do is move forward with my music and just be happy that mars volta ever happened at all. God Damn we had a blast. Thank u again. And no I’m not joking about any of this, I owe it 2 u guys to all fans to be serious about this. Thank u to all past members who helped Volta along as well. we blasted through like a comet and left our mark! If u ever see me in person and want to know why I’ll tell u my story. Please just be happy that it happened at all remember all the opposition we were met with for just starting a new band back in 2001.(sic)

Amplifier - il nuovo brano "Matmos"

Gli Amplifier hanno anticipato Matmos, il primo brano tratto da Echo Street il nuovo album in uscita l'11 marzo via Kscope. Una delle novità interessanti è che Echo Street sarà il primo album degli Amplifier al quale parteciperà Steve Durose, ex chitarrista degli Oceansize che si è unito alla band nel 2011.



www.amplifiermerchandise.com
http://amplifiertheband.com

mercoledì 23 gennaio 2013

Bosnian Rainbows - Il nuovo singolo "Torn Maps"


I Bosnian Rainbows sono l'evoluzione dell'Omar Rodriguez-Lopez Group (un progetto che ha ormai varie incarnazioni e pubblicazioni) e che vede l'aggiunta della vocalist Teri Gender Bender della band Le Butcherettes. I Bosnian Rainbows hanno da poco svelato il primo singolo Torn Maps tratto dall'album che uscirà a breve su etichetta Sargent House.



sargenthouse.com/Bosnian_Rainbows

martedì 22 gennaio 2013

This Town Needs Guns - 13.0.0.0.0 (2013)


Il math rock è un genere abbastanza insidioso. Il rischio di ripetersi è sempre in agguato e Animals, il disco precedente dei This Town Needs Guns, è stato un perfetto esempio di tale pericolo, poichè una volta entrati nel meccanismo tutto suona molto monotono e uguale. 13.0.0.0.0 (il titolo numerico è riferito alla recente popolarità conseguita dal calendario Maya), che esce oggi, è invece una piacevole sorpresa che cerca di dare una dinamica alle strutture imbrigliate e apparentemente algide del math rock.

Da oggi l'album è anche disponible in streaming su Bandcamp e almeno un ascolto lo consiglio a tutti.



http://thistownneedsguns.com/
http://sargenthouse.com/

lunedì 21 gennaio 2013

RIVERSIDE - Shrine of New Generation Slaves (2013)


Non so se sia destino o altro, ma in maniera del tutto fortuita sono riuscito a seguire la carriera dei Riverside nelle sue varie "fasi", avendo recensito tutti i loro album - tranne il primo - per la rivista Wonderous Stories (qui i link ai vari numeri: Second Life Syndrome, Voices in My Head, Rapid Eye Movement, Anno Domini High Definition). Devo quindi premettere che il mio entusiasmo per il quartetto polacco è andato, nel tempo, scemando, rivalutando a posteriori l'oggettivo valore della loro opera. Il mio giudizio sulla musica dei Riverside è da sempre ambivalente (tranne che per Anno Domini che trovo pessimo senza appello) in tal senso: se c'è un pezzo che mi piace vi trovo qualcosa di negativo e, viceversa, se ne trovo qualcuno che non mi piace ne colgo un elemento positivo. Spero di essere stato chiaro perché Shrine of New Generation Slaves non fa eccezione.

La traccia di apertura New Generation Slave è fondamentalmente un lamento blues moderno, dove Mariusz Duda declama il testo tra le pause scandite dalla chitarra elettrica. Alla metà esatta il brano si mette in moto e pare di ascoltare il medesimo stacco tra Parabol e Parabola dei Tool. Le coordinate a questo punto sono già più o meno chiare. Sì, poiché i Riverside cercano di rinnovarsi, orientandosi nel presente similmente a come hanno fatto alcuni loro colleghi, cioè guardando al passato. Un po' come i Pain of Salvation di Road Salt e gli Opeth di Heritage, la via di rigenerazione dei Riverside passa attraverso il blues riletto in chiave rock e il progressive rock anni '70, lasciandosi alle spalle quella componente metal che tanto aveva animato gli album precedenti.



L'intenzione e la volontà di cambiare rotta erano chiare già dal singolo, alquanto insipido, Celebrity Touch, con quelle punteggiature di organo Hammond e quel riff da danza medievale sembrano un incrocio tra Deep Purple e Jethro Tull. Diciamo che fin qui, i primi tre brani, tra i quali è compresa anche l'anonima rock ballad The Depth of Self-Delusion, non regalano nulla di memorabile. Andando avanti non è che le cose migliorino di molto, ma almeno We Got Used to Us possiede una peculiare atmosfera tra l'ipnotico e il malinconico e Feel Like Falling riscalda un po' gli animi aggiungendo un pizzico di new wave alla Simple Minds.

Deprived (Irretrievably Lost Imagination) segna un pallido connubio tra Pink Floyd e Marillion (il canto di Duda in alcuni momenti si rifà all'espressività di Steve Hogarth), con reminescenze che vanno da Hey You a Marbles, salvando giusto la coda finale strumentale arricchita da suggestivi accordi di piano e un assolo di sax soprano. In tutti i suoi 13 minuti Escalator Shrine non si scrolla di dosso l'ombra del blues psichedelico di stampo Pink Floyd, tanto da sembrare un patchwork dei tratti salienti del loro stile.

Partiti come epigoni dei Porcupine Tree, i Riverside col tempo hanno cercato di slegarsi da questa etichetta, cosa che prosegue in questo lavoro, ma sempre partendo da stilemi altrui. I Riverside dimostrano di aver ascoltato il blues e la psichedelia inglesi degli anni '60-'70, ma non di averli interiorizzati altrettanto bene. A questo punto è presto chiedersi se il quartetto polacco continuerà, con eventuali approfondimenti, su questa strada, o se Shrine of New Generation Slaves rimarrà un episodio isolato. Esso rimane comunque un album irrisolto perché mette sul tavolo alcune idee e non le sviluppa in modo adeguato.

Tracklist:

1. New Generation Slave (4:17)
2. The Depth of Self-Delusion (7:39)
3. Celebrity Touch (6:48)
4. We Got Used To Us (4:12)
5. Feel Like Falling (5:17)
6. Deprived [Irretrievably Lost Imagination] (8:26)
7. Escalator Shrine (12:41)
8. Coda (1:39)

http://riversideband.pl/en/

domenica 20 gennaio 2013

COHEED AND CAMBRIA - The Afterman: Descension (2013)


Infine eccoci arrivati alla seconda (e conclusiva) parte del concept album The Afterman che sarà pubblicato il 5 febbraio, a quattro mesi di distanza da Ascension. Questo secondo capitolo denominato Descension rappresenta una degna prosecuzione del suo predecessore. L'album completa e fortifica tutti quegli elementi che già erano presenti in Ascension, facendo di Descension una nuova prova riuscita. Quindi, molto di quello che è stato detto, rimane valido anche in questo caso. Ciò che troviamo qui è invece una visione possibilmente più "pop rock" e, azzarderei, quasi solare dei Coheed and Cambria, lasciandosi alle spalle molti dei toni cupi e melodrammatici che avevano caratterizzato le loro opere precedenti. Descension è un lavoro che fa presa quasi immediata sull'ascoltatore grazie ad una serie di brani talmente memorabili da consegnarci uno degli album più azzeccati da Claudio Sanchez e compagni.

Pretelethal apre con un'atmosferica onirica e quasi inconsueta per i Coheed and Cambria, che porta dritti verso il primo cavallo di battaglia Key Entity Extraction V: Sentry the Defiant, meastosa e dura come le altre quattro sezioni presenti su Ascension. Qui siamo già in pura estasi hard rock alla Rush, dei quali i Co&Ca sembrano una versione riveduta e corretta per le nuove generazioni. The Hard Sell con la sua cadenza funk, mascherata molto bene sotto i colpi dell'hard rock, vuol rendere forse omaggio ad Another Brick in the Wall, part 2, opinione che si rafforza con l'arrivo dell'assolo molto gilmouriano. 



Con Number City arriviamo alla canzone più orecchiabile della collezione: un'elettronica sbarazzina introduce un furbo tema rock funk. Il chorus ci coglie quasi di sorpresa grazie ad un cambio di tonalità, una sezione di fiati (essenziale e non invadente), bel ritmo e molto cantabile. Gravity's Union ci riporta alle atmosfere che sono più congeniali al gruppo: un maestoso hard prog che riprende addirittura le reminiscenze di un pezzo stellare come The Crowing.

Da questo punto in poi più ci si avvicina al finale più crescono le emozioni. Away We Go e soprattutto la conclusiva 2's My Favorite 1 sono due canzoni di grande impatto melodico che andranno annoverate tra le cose migliori della band, dimostrando come i Coheed siano capaci di sfornare dei potenziali hit single che canteresti e ascolteresti per ore. Spensierate alla maniera dei Van Halen e dei Journey, qui siamo dalle parti del miglior classic rock americano. La ballata acustica Iron Fist è una nuova The Afterman, mentre Dark Side of Me alterna dolcezza e malinconia non rinunciando ad un bel chorus potente. Non è una coincidenza che Claudio Sanchez abbia scelto la graphic novel come media per dare corpo alle storie narrate in The Amory Wars. La musica dei Coheed and Cambria sembrerebbe infatti perfetta per fare da sfondo alle avventure fantastiche che una volta apparivano in riviste a fumetti come Métal Hurlant.

Un bilancio delle due parti di The Afterman lo si potrebbe riassumere in una ritrovata e rinnovata vena creativa che privilegia uno snellimento delle forme, il parziale allontanamento da impostazioni seriose e apocalittiche, delineando i contorni di un moderno AOR per uomini pensanti. Difetti? Veramente pochi, e anche se ce ne fossero ero troppo impegnato nel godermi il grande ritorno in pista di questo gruppo per notarli. Sarebbe il caso di aggiungere: "Welcome Home Coheed and Cambria!".



www.coheedandcambria.com


BONUS:
Key Entity Extraction V: Sentry the Defiant (acoustic version)

venerdì 18 gennaio 2013

Tera Melos - X'ed Out (2013)

Dopo averci deliziato con l'indie noise pop a tratti innovativo di Patagonian Rats, tornano finalmente i Tera Melos con il nuovo album in studio X'ed Out in uscita il 16 aprile via Sargent House. Dato che penso siano ancora in pochissimi a conoscere questo notevole gruppo, rimando alla mia recensione di Patagonian Rats per dare un'idea del sound originale del trio di Sacramento. Oppure si può ascoltare l'anteprima di Tropic Lame qui di seguito, un brano tuttavia molto ortodosso rispetto ai consueti canoni dei Tera Meolos.



Tracklist:

1. Weird Circles
2. New Chlorine
3. Bite
4. Snake Lake
5. Sunburn
6. Melody Nine
7. No Phase
8. Tropic Lame
9. Slimed
10. Until Lufthansa
11. Surf Nazis
12. X'ed Out And Tired

www.teramelosmusic.com

mercoledì 16 gennaio 2013

YUGEN - Mirrors (2012)

                          
Con solo tre album in studio alle spalle quello degli Yugen è uno dei più coraggiosi percorsi musicali degli ultimi anni. Partendo dai rigidi dettami del RIO e dell'avant prog, la band ha alzato il livello di complessità con incursioni nell'atonalità e nella musica colta contemporanea, sempre però privilegiando un'attrazione verso il glorioso progressive rock degli anni '70.

Mirrors è il primo live ufficiale degli Yugen, registrato nel settembre 2011 al RIO festival di Carmaux in Francia. Per chi conosce il gruppo, ancor prima di ascoltare la resa dal vivo, nasce la curiosità di come questo settetto abbia ovviato al problema di trasporre musiche e sonorità così elaborate con arrangiamenti funzionali, affinchè non vada perduto quell'amalgama di rara precisione e razionalità.

Inaspettatamente la dimensione live di Mirrors aggiunge al repertorio Yugen un forte accento rock verso sonorità coinvolgenti (sorpresa!), grintose e allo stesso tempo spigolose. Un doppio miracolo visto che le composizioni del chitarrista Francesco Zago, come detto, non erano sicuramente semplici da riproporre dal vivo. Le 10 tracce sono tratte da Labirinto d'Acqua (2006) e Iridule (2010) con l'aggiunta di una magnifica cover di Industry dei tardi Henry Cow di Western Culture. Infine le note del booklet sono state scritte dal giornalista inglese Sid Smith che definisce la performance "una cavalcata vertiginosa di continui cambiamenti ritmici, armonie affascinanti e sconcertanti, melodie inconfondibili che riescono a toccare nel profondo l’ascoltatore".

Quello che succede è questo: apri il CD, lo inserisci nel lettore, premi play e....Boom! Vieni spazzato via dalla potenza con la quale il gruppo va all'assalto di Brachiologia, con un impasto magistrale di chitarra elettrica, tastiere, sax e vibrafono. Su Catacresi si assaporano pulsazioni crimsoniane, passaggi electro-fusion che ricordano i francesi Priam e paesaggi sonori da frippertronics. Overmurmur è anch'essa oltremodo sperimentale e dura, preparando il terreno per una lucida versione di Industry. Cloudscape è il pezzo più accessibile scritto dagli Yugen e anche in questa resa dal vivo non perde un briciolo della sua suggestione. Dopo questa "pausa" si ritorna nei reami dell'avant rock più spinto con i due pezzi conclusivi: Becchime e Corale Metallurgico che, nonostante la loro natura razionale e imprevedibilmente folle, suonano più vive che mai.

In un Paese perfetto un gruppo dalla caratura degli Yugen sarebbe conteso da programmi culturali di radio e TV, venerato dai migliori musicisti o verrebbe preservato come una specie in estinzione (spero non suoni come un'offesa). Tutto ciò perché i loro stilemi trascendono i canoni del rock d'avanguardia e assumono contorni da estetica classica proprio come succede nella musica degli Änglagård, seppur con uno stile molto differente. Invece di dare spazio alle solite mezze calzette (che, in qualche raro caso, sciaguratamente esportiamo anche all'estero) dovrebbe essere un vanto nazionale avere dei musicisti tanto capaci.

http://production.altrock.it/

domenica 13 gennaio 2013

EVERYTHING EVERYTHING - Arc (2013)


Si apre davvero bene questo 2013 se per arrivare all'uscita di uno degli album più attesi dell'anno sono bastati solo 14 giorni. Scorrendo le varie opinioni su Arc raramente mi è capitato di leggere delle recensioni con delle parole non tanto entusiaste, ma piuttosto unanimamente lusinghiere. La sensazione è che tutti aspettassero gli Everything Everything al varco per vedere se sarebbero stati capaci di affermare le loro sopraffine doti di ingegneri del pop, ultrasperimentatori di dinamiche armoniche di matematica precisione, esposte su Man Alive.

Quello che credo sia piaciuto alla critica britannica di Arc è stato proprio il non ripetersi a quei livelli, troppo evoluti e intelligenti per loro. Su Man Alive dei perfetti ritornelli venivano destrutturati con evoluzioni da electro prog e un piglio schizofrenico tra il flash rock degli Yes e la supponente new wave dei Talking Heads. Gli Everything Everything hanno quindi facilitato l'ascolto affievolendo notevolmente la pratica dell'accumulo e potando tutto ciò che nell'album precedente poteva sembrare eccessivo o eccedente. A conti fatti però, paradosalmente, Arc porta in dote una raccolta di canzoni che necessita ugualmente di ascolti ripetuti, per assimilare e apprezzarle al meglio. In questo caso il gioco non sta nell'ubriacatura barocca e stordente del trompe-l'oeil di Man Alive, ma nell'intagliare sapientemente la materia pop come degli artigiani raffinati (cosa che gli era tra l'altro già riuscita nell'era pre-Man Alive con Luddites and Lambs DNA Dumb).

Everything Everything - Cough Cough by EverythingEverything

Insomma, l'orecchiabilità e le melodie ci sono, ma vanno assaporate lentamente. Le ritmiche spezzate e tribali e il falsetto di Jonathan Higgs rimangono dei marchi di fabbrica inconfondibili, utilizzati soprattutto nei due strepitosi singoli di lancio Cough Cough e Kemosabe, che, per l'appunto, sono i pezzi più accostabili alle atmosfere di Man Alive. Con il terzo brano Torso of the Week arriva una prima disillusione: un pezzo un po' scialbo a dire il vero, basato su una debole architettura di battiti programmati, un accompagnamento soft e un ritornello poco incisivo.

Tra le prove che la band mancuniana abbia deciso di seguire dettami più ortodossi c'è l'ostinato violoncello, al quale si aggiunge poco a poco un'intera sezione d'archi, che si trova nell'incedere della solenne magnificenza di Duet che sa di Coldplay lontano un miglio. Da qui in poi Arc è un saliscendi di intenti, molti messi bene a fuoco, altri un po' meno. Le perle sono comunque la miaggioranza: la suadente Choice Mountain sprigiona un calore avvolgente, la convulsa Feet for Hands si potrebbe definire folktronica con un'anima, Armourland smonta la dance pop di fine anni '80 e la ricompone in chiave rock.
La conclusiva Don't Try, vivace e stralunata, è il miglior suggello a questo album poichè applica alla concisione pop di Arc le polifonie e i violini di Man Alive.

Everything Everything - Kemosabe by EverythingEverything

Nonostante il suo valore, non credo che Arc debba essere considerato pienamente rappresentativo di ciò che sono gli Everything Everything. Esso mostra solo qualche lato di molteplici sfaccettature. Ad esempio nei lenti atmosferici The House is Dust e The Peaks si gioca di sottrazioni, mentre in Radiant il riff principale fa implodere il chorus quasi che non ci si accorge di esso, lasciando in entrambe un senso di irrisolto. Forse Arc è un album interlocutorio che apre nuovi scenari e possibilità per il quartetto di Manchester, vedremo.

Chiudo con una nota. Nel 1998 una band inglese inclusa troppo frettolosamente nel calderone del brit pop fece uscire un album ingiustamente dimenticato e che oggi, a bocce ferme, possiamo ritenere incredibilmente in anticipo sui tempi. Forse fu per quello che all'epoca non venne capito, ma ebbe il merito di anticipare in modo lucido, e anche un po' audace, buona parte di ciò che sarebbe stato il prog alternativo del decennio successivo. Il nome del gruppo, che naturalmente si sciolse qualche anno dopo, era Mansun e l'album si intitola Six. Ecco, gli Everything Everything me li ricordano molto per il loro approccio non convenzionale al pop, ma soprattutto per l'acuta intelligenza musicale.

www.everything-everything.co.uk

sabato 12 gennaio 2013

Thieves' Kitchen - One for Sorrow, Two for Joy (2013)


Il nuovo album della progressive rock band inglese Thieves' Kitchen, dal titolo One for Sorrow, Two for Joy, uscirà il 29 gennaio a quasi 5 anni di distanza da The Water Road. La line-up ufficiale si è ridotta a tre elementi con Amy Darby (voce), Phil Mercy (chitarra) e l'ex-Anglagard Thomas Johnson (tastiere). Gli ospiti sono Anna Holmgren (flauto), sempre degli Anglagard, e alla sezione ritmica troviamo Paul Mallyon (batteria) e Brad Waissman (basso), entrambi provenienti dai Sanguine Hum. Altre info sulla line-up qui.

Il gruppo, con il suo blend di jazz rock canterburiano e prog sinfonico, ha dichiarato che il nuovo album seguirà la scia di The Water Road. Ecco in anteprima lo streaming del CD:


http://thieveskitchen.wordpress.com/

venerdì 11 gennaio 2013

STEVEN WILSON - The Raven That Refused To Sing (and Other Stories) (2013)


Il terzo album in studio da solista di Steven Wilson segna alcune novità. Innanzitutto è la prima volta che Wilson non si serve di vari session man come ospiti in singoli brani, ma tutto il disco è suonato da una vera e propria band (della quale ho già accennato). Quattro di loro - Marco Minnemann (batteria), Nick Beggs (basso), Adam Holzman (tastiere), Theo Travis (flauto e sax) - hanno partecipato al tour di promozione di Grace For Drowning, in più si aggiunge la chitarra esperta di Guthrie Govan (forse consigliato da Minnemann con il quale condivide il progetto The Aristocrats). Poi c'è la presenza del leggendario Alan Parsons come ingegnere del suono, nel cui studio di Los Angeles il disco è stato registrato in pochi giorni nel settembre scorso.

Un lavoro, quindi, che vede fin da subito impegnata tutta la band e non il solo Wilson che a più riprese diluisce il tutto in varie sessioni di registrazione. Un modus operandi che probabilmente ha ravvicinato Wilson alla metodologia Porcupine Tree, anche se questo album, ancora una volta come successo per Grace For Drowning, prende le distanze dal suono degli ultimi porcospini. E questo è già di per sé un valore aggiunto, poiché si deve ammettere che questa "pausa di riflessione" che Wilson si è preso dalla sua creatura è stata una ventata d'aria fresca per il proprio repertorio, un ritorno alla genuinità della sua musica.

Come sappiamo Steven Wilson ha maturato negli anni un'autorevole tecnica in materia di lavoro in studio, quindi il coinvolgimento di Alan Parsons dietro il banco di regia non può che essere la ciliegina sulla torta per un'opera che sicuramente non avrebbe snaturato dal risultato finale. E' come una fotografia ben definita e messa a fuoco alla quale viene aggiunta una risoluzione ottimale.

La vera sorpresa è forse rappresentata proprio dalla presenza di un chitarrista virtuoso come Guthrie Govan. La chitarra è sempre stata uno strumento centrale nella musica di Steven Wilson che raramente ha coinvolto in studio altri chitarristi oltre a lui. Tuttavia Wilson tiene a freno l'esuberanza di Govan ed è proprio quest'ultimo che comprende e sa calarsi, adattandosi, in un ambito progressive distante, ma non poi così tanto, dalla sua fusion.

Detto questo, The Raven That Refused To Sing (and Other Stories) può essere considerato il proseguimento naturale di Grace For Drowning? Sicuramente si. Le recenti influenze crimsoniane, le pieghe dai sapori jazz rock e le mutuazioni dal prog anni '70 sono ancora tutte qui, protagoniste indiscusse di un nuovo colpo da maestro di Wilson. Delle sei tracce che compongono l'opera, le tre che superano i 10 minuti hanno un impatto semplicemente devastante. Esse danno l'impressione di essere delle jam strumentali alle quali sono state aggiunte delle parentesi cantate. Prese sotto questo aspetto, la sola potenza delle sezioni strumentali è tale da spazzare via dieci anni (e forse anche quindici) di rock progressivo moderno, che sia neo-sinfonico-metal o quello che volete voi. Qui non ce n'è per nessuno: inchinatevi di fronte a Steven Wilson, è lui il Re del prog e ce lo ribadisce con tre pezzi dalla statura immensa. Una grossa parte del merito, non dimentichiamolo, va anche ai musicisti che Wilson ha avuto la lungimiranza di coinvolgere, aggiungendo delle parti soliste ineccepibili. Gli altri pezzi sono a modo loro interessanti, ma non altrettanto imponenti, facendo di The Raven un album bello e intenso, ma comunque non propriamente perfetto.

In Luminol (già presentata in anteprima nell'ultimo tour) il corposo muggito del basso di Beggs è la colonna portante di buona parte dell'impalcatura su cui poggiano il pezzo e il nervoso riff principale. La parte strumentale si spiega tra progressioni di accordi chitarristici e febbrili fraseggi di piano elettrico. A circa 1/3 del brano tutto si placa ed entra in scena il cantato di Wilson in perfetto "Porcupine Tree style". Questo tema è utilizzato anche per un gustoso assolo di piano molto jazzy. Poi, in un crescendo di chitarre elettriche e mellotron, fa capolino l'ombra dei Genesis, una band la cui influenza non ha mai rivestito un ruolo rilevante nell'estetica wilsoniana e che ritroveremo altrove in questo disco.



The Holy Drinker è forse il pezzo migliore della collezione, i groove del piano elettrico imbastiscono un'atmosfera dark e da rock classico. Nella parte strumentale si trova di tutto: mellotron e solismi di sax e flauti crimsoniani (più virtuosi che mai), l'organo solenne degli ELP e quello sepolcrale dei Van der Graaf. The Holy Drinker è un po' la Remainder the Black Dog di The Raven, ovvero la traccia che fa uscire il progger di razza che è in Wilson.

Altro pezzo da brividi è The Pin Drop, breve ma intenso - sorvolando sul fatto che l'arpeggio principale è molto simile a quello di Water Under the Bridge di Kevin Gilbert. La voce di Wilson canta inusualmente su un registro per lui più alto del solito, la sezione ritmica irrompe in modo ossessivo a turbare la calma apparente e quello che si può definire il ritornello è preceduto prima da un solo di sax soprano, poi di chitarra, entrambi strepitosi nel dare un alone catartico a ciò che viene dopo.

The Wacthmaker inizia con una chitarra acustica arpeggiata dal sapore vittoriano, ritornando con più convinzione ad un palesissimo omaggio ai Genesis. E' una ballata dalle tinte nostalgiche che passa dalle parti di The Musical Box e Can-Utility and the Coastliners e di nuovo da quelle del Kevin Gilbert di Tired Old Man. Come da copione il brano si anima nell'intermezzo, nel quale si cela la stessa cadenza blues di Money dei Pink Floyd, con un Govan finalmente libero di sfogarsi in un assolo micidiale. La seconda parte cambia impostazione e diventa un'ariosa ballad per pianoforte, concludendosi in modo antitetico all'apertura: dura e quasi apocalittica, con chitarra distorta e mellotron angoscioso.
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Drive Home e The Raven That Refused to Sing sono invece dei brani più ordinari, delle ballate malinconiche che sembrano uscite dal repertorio dei Blackfield. La prima, che si trascina in maniera abbastanza moscia, raggiunge il suo apice nell'assolo finale di chitarra. La seconda, presentando un tema di piano con una progressione reiterata, dà la sensazione di essere parte di qualcosa di più grande o la coda di una suite, andando anch'essa a crescere in un climax dalle sfumature estatiche e liberatorie.

Ho dimenticato di dire che il tema su cui è incentrato The Raven That Refused To Sing (and Other Stories) sono vecchie storie di fantasmi e che la cover ad opera di Hajo Mueller (che per questa volta ha rimpiazzato all'artwork Lasse Hoile) è proprio bruttina. Ma non fa niente, ciò che importa è il contenuto.



Tracklist:

1. Luminol 12:10
2. Drive Home 7:37
3. The Holy Drinker 10:13
4. The Pin Drop 5:03
5. The Watchmaker 11:43
6. The Raven that Refused to Sing 7:57

http://stevenwilsonhq.com/

giovedì 10 gennaio 2013

VITRIOL - Into the Silence I Sink (2012)


La storia dei Vitriol inizia qualche anno fa in Sicilia dalla volontà di due amici, Francesco Lombardo (basso) e Michele Panepinto (batteria), ai quali si aggiungono Gianluca Pappalardo (voce), Pierangelo Cervello (Tatiere), Alessandro Sanfilippo (chitarra) e, nel 2010, Tommaso Semrov (chitarra). Il gruppo fa di Bologna la propria base operativa e, dopo un EP omonimo uscito nel 2009 accolto molto bene dalla stampa di settore, i Vitriol presentano il loro esordio di lunga durata che esce sotto l'egida della label americana Melodic Revolution Records.

Per questo album il gruppo ha scelto la forma del concept, non tanto indirizzato verso la narrazione di una storia, ma incentrato su un tema portante che è quello dell'incomunicabilità (Pink Floyd docet). Ultimamente la scena musicale italiana si è arricchita di notevoli novità nel campo del progressive metal, basti pensare a band come VIII Strada, ProFusion e Soul Secret. I Vitriol vanno ad aggiungersi a questo panorama con competenza, facendo di esso uno dei più ricchi e interessanti della scena mondiale (infatti si potrebbe aprire un discorso a parte sulla bontà di queste proposte).

Comunque Into the Silence I Sink è un lavoro che vive di riflessi di Dream Theater e Tool, trovando nei primi lo slancio verso il virtuosismo strumentale e armonico e nei secondi l'estetica di atmosfere cupe e riff possenti. I Vitriol sanno ben dosare le parti più aggressive e quelle più melodiche regalandoci 10 brani ricchi di sfaccettature che si dipanano in maniera multiforme proprio come vogliono i canoni del progressive rock. Tali contrasti estetici appaiono evidenti in Despite Your Cries. E' proprio in questa sensazione di continuo cambiamento che i Vitriol trovano la propria forza e originalità.

Tra le tracce più rappresentative è bene citare Endless Spiral che, nei suoi quasi 10 minuti, tra intermezzi strumentali e cambi tematici, mette in risalto le capacità di ogni singolo elemento. La voce di Pappalardo, versatile e potente quanto basta, ben si adatta al genere, mentre la sezione ritmica macina colpi come una macchina da guerra. Il prog metal, sin dalla sua comparsa, è stato un genere abusato più che mai, sfornando gruppi clone uno dopo l'altro. Anche se esso è per sua stessa natura difficilmente rinnovabile è bello avere in Italia delle band dal respiro internazionale come i Vitriol, che cercano almeno di aggiungervi qualcosa senza cadere nelle facili ripetizioni.

http://www.insidevitriol.com/

martedì 8 gennaio 2013

Stellar Young - Everything at Once (2012)


La prima segnalazione che mi piace fare in questo 2013 in realtà risale al 2012 - anche se in realtà non andiamo tanto indietro nel tempo, dato che è un album uscito a dicembre e la cui versione in CD uscirà il 15 gennaio - ed in più esula dal progressive rock che solitamente compare su queste pagine. Tuttavia ci sono quelle menzioni speciali a cui in passato ho dato spazio (si veda Half Moon Run e The Panic Division) e che comunque appartengono sempre all'ambito della scena alternativa.

Questi Stellar Young si sono palesati in un primo momento nel 2011 con il nome The City Never Sleeps, dando alle stampe l'EP Madison. Ora si presentano con un nuovo nome e con l'album d'esordio dal titolo Everything at Once che, devo ammettere, ho iniziato ad ascoltare con leggerezza e lentamente mi ha conquistato. Gli Stellar Young partono da premesse appartenenti al moderno alternative rock americano e le immergono in melodie pop molto gustose, sofisticate e sognanti tra le quali la parte del leone la fanno brani come Playing with Guns, We Own Nothing e Alright. Il quintetto di Albany si può accostare ad una versione molto più soft dei Circa Survive o HRVRD che si incontra con la delicatezza dei This Day & Age (la band che ha generato i The Reign of Kindo), riprendendo lo stesso gusto per dolci armonie presenti in quel piccolo gioiello che fu The Bell and The Hammer.


http://www.stellaryoung.com/  

domenica 6 gennaio 2013

Power trio o supergruppo? Il debutto dei Lifesigns


Dopo 5 anni di lavoro uscirà il 28 gennaio, via Esoteric Recordings, l'omonimo debutto discografico del trio Lifesigns composto da John Young (tastiere, voce) - esperto musicista con trascorsi negli Asia, Scorpions, Strawbs, Greenslade -, Nick Beggs (basso, voce), altro veterano che solo recentemente è arrivato agli onori della cronaca per la sua inclusione nella band di Steven Wilson, ed infine Martin "Frosty" Beedle, ex batterista dei Cutting Crew.

La band ha reso disponibile una preview dell'album che devo dire è assai intrigante, con forti richiami a Yes con un pizzico di It Bites. Inoltre in Lifesigns fanno la comparsa ospiti illustri come Steve Hackett, Thijs Van Leer, Robin Boult e Jakko Jakszyk.






Tracklist:

Lighthouse
Telephone
Fridge Full of Stars
At the End of the World
Carousel