mercoledì 18 luglio 2018

Quiet Child - Clara (2018)


Avevamo lasciato Peter Spiker e il suo progetto Quiet Child a due anni fa con la pubblicazione del settimo album Listen, Love, The Thunder Calls. Da allora poco e nulla è trapelato dal quartier generale se non che il lavoro che lo avrebbe seguito sarebbe stato l'ultimo dei Quiet Child per stessa ammissione di Spiker il quale ha espresso la volontà di intraprendere altri percorsi musicali che non si adattano al progetto. Nonostante tale decisione una delle poche certezze associate ai Quiet Child è che si può ammettere che in ogni nuova produzione Spiker ha cercato costantemente di cambiare prospettiva musicale, pur rimanendo in un ambito prog rock e metal cantautorale. Tocca quindi a Clara il compito di chiudere il sipario sui Quiet Child e rimane un'ottima sintesi dei dodici anni di vita della creatura di Spiker. Nell'album troviamo molti degli elementi che si sono succeduti nei precedenti sette capitoli: ambient, metal, qualche riferimento al melodismo wilsoniano, post rock, avant-garde e minimalismo. A piccole dosi ritroviamo tutto ciò su Clara, praticamente un bel modo di accomiatarsi.

domenica 15 luglio 2018

Hopesfall - Arbiter (2018)


Le cose più belle e inaspettate accadono sempre per caso. Per chi non li conoscesse, gli Hopesfall sono stati tra i gruppi più amati dello scorso decennio nel circuito post hardcore indipendente americano, fino a che insormontabili beghe legali con la loro etichetta discografica Trustkill e continui ricambi di line-up ne decretarono la fine prematura nel 2008, ad un anno di distanza del loro quarto album in studio Magnetic North. Lasciandosi alle spalle un EP e quattro full lengths all'attivo, la disillusione prese il sopravvento e nessuno della band era più intenzionato a tornare sui propri passi a parte il cantante Jay Forrest.

Come è risaputo però il tempo e il destino agiscono in modi non dipendenti dalla nostra volontà e gli Hopesfall sono tornati a sorpresa ad undici anni di distanza con una reunion assolutamente non prevista, non forzata e del tutto naturale, pubblicando Arbiter grazie anche al rinnovato interesse della Equal Vision Records. Il chitarrista e fondatore Josh Brigham racconta che qualche tempo dopo la separazione iniziò ad incontrarsi di nuovo con Dustin Nadler (chitarra) e Adam Morgan (batteria) per delle jam senza impegno, in modo informale, nella loro città natale Charlotte in North Carolina. I tre si ritrovarono ad accumulare musica in modo rilassato, senza alcuna pressione da case discografiche e tempi di consegna da rispettare tanto che alla fine avevano messo da parte abbastanza materiale per un nuovo album. A quel punto rientrò in scena Forrest (che nel frattempo si era trasferito a Chicago) per registrare le sue parti vocali in un demo da inviare al loro vecchio produttore Mike Watts (The Dear Hunter, As Tall As Lions, Dillinger Escape Plan). Da questa vicenda è nato Arbiter, il quinto capitolo della storia degli Hopesfall.

Iniziamo premettendo che non sono in molti qua in Europa a conoscere gli Hopesfall ed è bene introdurli sapendo che i loro primi tre album erano un perfetto esempio di post hardcore senza deviazioni sperimentali, immerso perfettamente nella linea della scena statunitense di dieci anni fa. Quindi, come affrontare un ritorno dopo una così lunga assenza in un quadro musicale che nel frattempo si è evoluto e passato attraverso vari cambiamenti? Ripiegare su parametri già sperimentati e sicuri ma comunque sintonizzati con il presente, oppure alzare il livello e considerare nuove direzioni? Come per altre reunion il rischio di deludere il proprio pubblico era molto alto, ma gli Hopesfall si sono dimostrati dei professionisti dalla grande sensibilità artistica.

In pratica Arbiter è un'evoluzione all'ennesima potenza non solo del loro suono, ma anche del loro metodo compositivo: gli Hopesfall si sono presi i loro rischi, hanno intensificato ciò che li caratterizzava trasportandolo verso nuovi e inediti territori. Da un lato è innegabile che Arbiter rimanga ancorato all'estetica del post hardcore, ma osservandolo sotto una prospettiva più aperta la band ci ha infilato dentro tutto ciò con cui negli anni il genere è venuto a contatto, facendolo fermentare come un buon vino. Ne è uscito un sound più adulto e ricercato, arricchito da un retrogusto composto da più sapori che hanno assorbito elementi stilistici esterni: l'emocore, il prog, il metalcore, il pop punk e persino lo stoner e lo space rock, tanto che la serie di gruppi che potrebbe aver ispirato quet'opera sarebbe infinita quanto eterogenea: Thrice, Shiner, Cave In, Acceptance, Texas is the Reason, Failure, ecc, aggiornandone le connotazioni.

Le avvolgenti atmosfere cosmiche sprigionate dalle chitarre elettriche che adesso, più che in passato, creano riverberi e vortici spaziali abbinati a cadenze ritmiche ipnotiche sono responsabili dei trip psych-core di I Catapult e Indignation and the Rise of the Arbiter. H.A. Wallace Space Academy e Bradley Fighting Vehicle sommano e attraversano tutti questi umori primordiali con un'epicità ed un entusiasmo inediti per un come back album. Oltre a questo, come se non bastasse, gli Hopesfall sono riusciti ad accontentare tutti: sia chi voleva un ritorno all'approccio più radicale e seminale di The Satellite Years, preservato dalle abrasive tinte forti di Faint Object Camera e Drowning Potential, sia chi era legato a quello più conforme di A Types e Magnetic North, impeccabilmente tirato a lucido dalle melodie dissonanti di To Bloom. In un augurio che gli Hopesfall siano tornati per restare, Arbiter segna una serie di fattori positivi che raramente capitano di trovare in una reunion.

venerdì 13 luglio 2018

Le uscite più interessanti del weekend


Come preannunciato il ritorno sulla scena dei giapponesi Koenji Hyakkei a tredici anni di distanza dall'ultimo album in studio è arrivato con DHORIMVISKHA che presenta ancora un frenetico mix di zeuhl, fusion e classica contemporanea. Per ora è stata resa disponibile solo la versione digitale, mentre per la versione fisica toccherà attendere il 31 agosto come indicato dalla loro campagna Kickstarter.



Rimanendo sempre in tema di avant-garde, Canterbury e Rock in Opposition, per chi si fosse perso a suo tempo il magnifico esordio solista di Ske aka Paolo Botta 1000 Autunni, uscito nel 2011 e da tempo fuori catalogo, viene rieditato oggi in una versione doppia la quale aggiunge all'album originale una performance live registrata nel 2013. 



I Covet della chitarrista Yvette Young tornano con una seconda prova (che ruba il titolo al primo album degli Oceansize), passando all'etichetta Triple Crown Records e registrando con Mike Watts (The Dear Hunter, O'Brother, Gates, Dillinger Escape Plan). Ospite in un brano Mario Camarena dei Chon che rende abbastanza esplicita la direzione musicale del trio strumentale.



L'EP degli Archabald, come il titolo fa intuire, trae ispirazione dagli scritti di Ambrose Bierce e Robert W. Chambers seguendo il tema di un concept sulla mitologia della città immaginaria Carcosa (popolarizzata dalla serie True Detective) e si immerge in atmosfere dure e sperimentali con brani post hardcore che si ispirano tanto ai Thrice quanto alle elucubrazioni dark degli O'Brother.

mercoledì 11 luglio 2018

Visitors - Crest (2018)


Come precedentemente annunciato un anno fa, i Visitors pubblicano il loro esordio che prosegue la linea narrativa della storia iniziata con l'EP Vortices, A Foreword, una specie di concept del quale esiste anche una graphic novel dal titolo Axis B in pieno spirito con la saga multimediale ideata dai Coheed and Cambria. Come spiegato a suo tempo i Visitors sono un quintetto di Salt Lake City che suona experimental post hardcore di cui il cantante e chitarrista Ian Cooperstein milita anche nei Gloe, molto consigliati anch'essi.

La già ottima alchimia della band, che comprende anche Bryan Lee (batteria), Cameron Jorgensen (basso), Ty Brigman (chitarra), and Ian Hilton (chitarra, synth), emergeva già nell'EP, ma su Crest assume aspetti grandiosi e quasi epici. L'album è un tour de force da gustare tutto d'un fiato con pezzi dalle dinamiche massicciamente complesse ed estreme e, oltre a questo, un lavoro perfettamente compiuto nell'interazione contrastante tra le interazioni vocali harsh e clean. I Visitors partono da tutto ciò che è stato lasciato all'eredità di questi anni in campo prog hardcore (che siano i The Mars Volta o i Sianvar) e lo sfruttano per andare ad inerpicarsi su territori personali, incentivando visioni psichedeliche, acide e post metal anziché involute digressioni math rock.

In Crest convivono e si scontrano le svolte dinamiche più inaspettate tra spasmi violenti e vortici spaziali elettrici che riconducono ad oasi melodiche dosate con perizia. Il tutto è assolutamente compatto e solido, controllato e pilotato con mano sicura dall'inizio alla fine senza un attimo di respiro o di esitazione. Questo per dire che, tirando le somme, i Visitors con il loro amalgama strumentale ottengono esattamente ciò che vogliono: l'aggressività riversata nell'album, che raggiunge l'apice su Fugue (in D Minor), rimane in secondo piano in favore di un visionario concept che trasmette sensazioni di catarsi lisergica senza il pericolo di sbavature.

Il paesaggio che si squarcia attraverso brani come Sea of Limbs (A Diminisher), Storyfoam Needles e In Part (Entrained) è di quelli vividi e cervellotici, come un viaggio in una mente schizofrenica e multidimensionale. In definitiva Crest non è un album di facile assimilazione, ma ad ogni nuovo passaggio scopriamo qualcosa di gratificante che ci fa capire la quantità di stratificazioni soniche sulle quali è stato costruito. Praticamente soddisfa e consolida ogni sfumatura compresa all'interno del prog hardcore sperimentale, concorrendo a diventare il miglior lavoro ascoltato in questo genereda un bel pezzo a questa parte.



lunedì 9 luglio 2018

Vennart - To Cure A Blizzard Upon A Plastic Sea (2018)


Superato lo scoglio del primo album da solista Mike Vennart ha fortunatamente ancora voglia di condividere la propria musica, il che per i fan più affezionati equivale a colmare l’enorme vuoto lasciato dalla sua defunta band Oceansize. Come per The Demon Joke ritroviamo in studio al fianco di Vennart il batterista Dean Pearson (Young Legionnaire) e gli ex compagni d’avventura Steve Durose (adesso chitarra negli Amplifier) e Richard Ingram. Ritagliandosi spazio tra un tour dei Biffy Clyro e l’altro, dove lui e Ingram aggiungono supporto strumentale live al trio, Vennart ha scritto To Cure A Blizzard Upon A Plastic Sea (in uscita il 14 settembre), celando nel singolare titolo i vari temi affrontati nell’album, più che altro di carattere personale: la paternità, l’inquinamento, la politica e l’importanza di mantenere la razionalità mentale in una società sempre più divisa e complessa, temi che si scontrano l'uno con l'altro e si intrecciano.

“Non c'è dubbio che essere genitore abbia portato alla luce alcune cose. - dice Vennart - Ho dovuto stabilizzare le mie emozioni perché ho un bambino a cui badare.” In un certo senso questa tempesta di emozioni corrisponde metaforicamente al blizzard da cui guarire, una necessità tradotta in musica con un espediente altrettanto folle e contraddittorio: “La maggior parte delle idee del disco provengono da un grazioso giocattolo giapponese degli anni '70 chiamato Omnichord. Il suono non è molto interessante, ma ha sputato fuori le sequenze di accordi dei miei sogni, portando il mio songwriting in luoghi che da solo non avrei mai potuto immaginare.”

Uno di questi brani è per l’appunto la già nota Immortal Soldiers: un corale dall’andamento melodrammatico vicino agli stralunati caroselli dei Cardiacs. Il singolare argomento trattato è un'osservazione ironica sulla compulsione di suo figlio nel mettere in scena battaglie con centinaia di minuscole figurine di plastica: "Invecchiando sono divenuto incredibilmente fobico nei confronti della plastica stessa; ogni volta che una nuova action figure arriva in casa, penso che sia un'altra cosa che sta prendendo spazio su questo pianeta e rimarrà qui per sempre, qualunque cosa accada."

Il nume tutelare di Tim Smith e dei suoi Cardiacs brilla anche nelle frenetiche progressioni di Sentientia che in qualche modo trattiene qualcosa anche della solennità degli Oceansize. Ma, a parte questi piccoli richiami, To Cure A Blizzard Upon A Plastic Sea è molto eterogeneo e ogni traccia possiede una propria attitudine e personalità nel completare uno schema esclusivo. Come può apparire Donkey Kong che racchiude al suo interno molteplici sfaccettature (una canzone dentro una canzone dentro una canzone e così via), mentre Binary e Into the Wave sono due trip ultraterreni dalle atmosfere avvolgenti e malate basate molto sulla delicata tribalità della sezione ritmica e il potere ipnotico dei synth. Friends Don’t Owe potrebbe essere un normale indie rock se non fosse per l’incasinata sequenza di suoni chiptune in vari registri sepolti sotto gli intrecci di chitarra e basso.

Si sarà inteso che in questo lavoro Mike Vennart si spinge ben oltre le coordinate dettate da The Demon Joke: la sensazione è che, anche se i pezzi sono costruiti come canzoni, possiedano un’aura sperimentale che li trascina a confini tra l’avant-garde e il post rock (Spider Bones, Diamond Ballgag). Come lo stesso Vennart ci svela in un gustoso retroscena: “Verso la fine della stesura di questo disco mi sono confidato con Steven Wilson sulla mia preoccupazione che il tutto fosse scollegato, che non aveva senso, che non c'erano hit per le radio. Il suo consiglio è arrivato al momento giusto. Ha praticamente detto Che si fottano Mike, fai quello che vuoi, è il momento di una follia artistica! Mi ha consigliato di dar sfogo al mio Trout Mask Replica interiore. Mentre questo disco non è neanche lontanamente incasinato come TMR (e cosa lo è), sono eternamente grato per le sue parole di incoraggiamento.” Vennart deve aver proprio pensato agli espedienti di arrangiamento di Wilson per rendere ancora più orchestrali le operatiche sinfonie prog di That’s Not Entertainment e Robots in Disguise. Ok, non ci sono singoli? Ce ne faremo una ragione, To Cure A Blizzard Upon A Plastic Sea è perfetto così com'è.




www.vennart.com

venerdì 6 luglio 2018

Orchards - Losers​/​Lovers (2018)


Attivi ormai da cinque anni circa, gli Orchards hanno marcato diverse tappe prima di arrivare a questo esordio. Un paio di EP per iniziare, poi con l'arrivo della nuova cantante Lucy Evers hanno iniziato a fare sul serio e dal 2016 hanno iniziato a sfornare singoli a ripetizione fino a firmare un contratto con l'etichetta indipendente Big Scary Monsters e raccogliere la maggior parte dei suddetti all'interno di Losers​/​Lovers. Lo stile degli Orchards è un frizzante math pop che si pone sulla scia di altre band inglesi similari come Signals. e gli ultimi arrivati Sketchshow, ma forse gli Orchards sono ancora più votati ai chorus orecchiabili e al lato disimpegnato, allegro e colorato della sponda math rock. Il che non è detto debba essere un punto penalizzante, anzi Losers​/​Lovers potrebbe quasi avere le possibilità di esplodere a livelli di pubblico considerevoli.






mercoledì 4 luglio 2018

Distorted Harmony - A Way Out (2018)


Dopo quattro anni di silenzio gli israeliani Distorted Harmony pubblicano il terzo album A Way Out con alcune novità. Il disco è una solida affermazione delle proprie capacità di evoluzione: infatti, se il primo album Utopia (2012) voleva essere un excursus tra il più classico prog metal con influenze sinfoniche e barocche, il secondo Chain Reaction (2014) indulgeva su toni progressive metal decisamente più melodici, questa nuova uscita pone i Distorted Harmony in prospettiva ad una visione moderna e in pieno accordo con i tempi. Il principale compositore rimane il tastierista Yoav Efron, ma dal punto di vista del rinnovamento è un ottimo acquisto nella line-up l'arrivo del chitarrista metal fusion Yoel Genin (in coppia con Amit Plaschkes) che i più attenti lo possono ricordare come il responsabile del notevolissimo progetto HAGO con i quali ha pubblicato pochi mesi fa l'omonimo album di esordio.

A Way Out sposa quindi un prog metal più asciutto nelle soluzioni tematiche attraverso brani che non si dilungano eccessivamente, ma dall'altro lato scelgono una nuova prospettiva di sound che li allontana dallo stantio sinfonismo progressivo, anche optando per i riff più duri e aggressivi prodotti finora dalla band. L'efficace Downfall ricorre a contrasti ben dosati tra riff metal, tastiere futuristiche e la voce di Michael Rose sempre pronta a portare equilibrio melodico nel ruvido caos elettrico. Il nuovo territorio toccato da A Way Out non poteva poi che essere il djent che nelle parentesi strumentali di Room 11, Anima e Severed prende dei contorni veramente potenti e aggressivi, dando spazio ad impensabili sfoghi alla Meshuggah, anche se le sezioni vocali stemperano per contrasto qualsiasi aspettativa che volga verso orizzonti di metal estremo.

In realtà, pur essendo presente una minimissima parte di harsh vocals, l'album viaggia su un'impronta di progressioni armoniche e melodiche molto ben strutturate e ben inserite nel mood djent metal dove un brano come Awaken è un saldo punto di riferimento nel suo spaccarsi in due tra introspettiva ballad nella prima parte e incalzante ouverture prog metal nella seconda. In pratica i Distorted Harmony spingono ancora di più le proprie capacità al fine di fortificare e rendere solide le inflessioni tecnicamente più complesse e al tempo stesso concorrono ad aumentare il carico di pathos emotivo grazie a stratificazioni atmosferiche dettate dalle tastiere e dagli arpeggi clean di chitarra. A Way Out, nonostante dei predecessori di tutto rispetto, si distingue così per essere il lavoro più evoluto e maturo della band israeliana.





https://distortedharmony.bandcamp.com/album/a-way-out

lunedì 2 luglio 2018

Altprogcore July discoveries


Stratus EP è l'esordio degli Haven State, un quartetto guidato dalla voce femminile di Josie Banks. Partendo da basi prog rock che potrebbero accostarli ai District 97 per quel modo di unire sottili influenze fusion a sezioni più marcatamente da rock melodico, sanno apportare anche una pregevole vena più hard e math rock alle composizioni. Un EP molto gradevole.



Sentience è l'album d'esordio dei Von Citizen, quintetto proveniente dalla Cina che suona un insospettabile ottimo djent che si unisce alla fusion nello spirito di Plini, Sithu Aye e Intervals. La domanda a questo punto sorgerà spontanea: che cosa hanno i Von Citizen rispetto alle migliaia di altre band sulla stessa linea? Beh innanzitutto al momento attuale se pratichi questo genere il rischio è comporre un vuoto involucro di riff e assoli che scivolano via senza lasciare traccia. I Von Citizen invece hanno il pregio di sommare i vari ingredienti di prog metal, ambient e fusion, facendoli lavorare in una ricetta che esalta sia la melodia armonica degli accordi sia i virtuosismi chitarristici. In pratica su Sentience rintraccio quella scintilla che era in grado di elevare gli indimenticati Exivious di Liminal a indiscussi maestri del metal fusion.



For Mange Melodia può essere considerato uno degli album più interessanti pubblicati ultimamente dal prog rock scandinavo. Certo, c'è da fare i conti con la spigolosità dei testi poiché i norvegesi Knekklectric non solo cantano in questa lingua, ma adottano il dialetto usato nella loro cittadina di Ålesund. A parte questo la musica è assolutamente brillante e le capacità strumentali nel fondere Canterbury sound e le complessità del prog nordico (tipo Wobbler) sono impeccabili.



ZOFFF è l'attuale band nella quale milita il mitico Christian "Bic" Hayes (ex chitarra di Cardiacs, Levitation e Dark Star). Gli ZOFFF si basano fondamentalmente sul principio di improvvisazioni lisergiche tra psichedelia e krautrock, creando musica cosmica e spaziale adatta per far viaggiare la mente.


Gli Slow Crush sono un gruppo belga che fonde dinamiche shoegaze, dream pop e slowcore e dopo l'EP Ease si prepara a pubblicare il suo album di esordio dal titolo Aurora dal quale per ora è stato tratto un video per la title track. La loro posizione si inserisce molto bene tra Cocteau Twins, Slowdive e My Bloody Valentine.

giovedì 28 giugno 2018

Night Verses - From the Gallery of Sleep (2018)


Dopo avere dato un po' di ossigeno alla scena post hardcore con l'osannato album del 2016 Into the Vanishing Light, i Night Verses hanno perso a fine 2017 il fondamentale apporto del vocalist Douglas Robinson che tanto aveva caratterizzato il loro sound. Un colpo che credo avrebbe messo in crisi chiunque altro, ma i tre membri rimasti Nick DePirro (chitarra), Reilly Herrera (basso) e Aric Improta (batteria) si sono rimboccati le maniche senza neanche pensarci e nel giro di qualche mese (gennaio per la precisione) hanno pubblicato tre pezzi strumentali nell'EP Copper Wasp, da considerarsi comunque una preview dell'album From the Gallery of Sleep in uscita domani.

Con From the Gallery of Sleep i tre superstiti ritornano alle loro origini quando ancora suonavano post rock strumentale sotto il nome di The Sound Archives, ma lo fanno con una potenza e una intensità di rara efficacia. Praticamente i Night Verses si reinventano un sound tra post metal bellico e psichedelia con partiture math rock che si insinuano tra l'estatica visione ancestrale dei Tool e Pink Floyd e l'aggressività post hardcore 2.0. L'album assume un'originalità tutta particolare che lo porta oltre il post rock: le tessiture sonore raramente si ripropongono con le stesse modalità di modo che il loro flusso possa costantemente regalare nuove prospettive, mentre gli esaltanti numeri di virtuosismo sono funzionali all'insieme, compatto come non mai. Sicuramente uno degli album più riusciti e sorprendenti di quest'anno.



martedì 19 giugno 2018

Le migliori uscite di metà anno


Allora, facendo una veloce analisi di questa prima metà del 2018 diciamo subito che l'anno è iniziato bene ma che negli ultimi mesi si è un po' impantanato a livello di produzioni, non che ne siano uscite poche, anzi, ma di interessante si trova veramente poco.

Parlando più chiaramente, in questo momento sembra di essere entrati in una specie di stallo musicale dove l'abbondanza di proposte ha assunto dei connotati talmente uniformi da risultare difficoltoso riuscire a trovare qualcosa che emerga e si distingua nella moltitudine di tag che ormai si autoimprigionano in un cliché prevedibile.

E' tutto un ripetersi di stilemi talmente tirati al limite che ormai per ascoltare qualcosa di interessante bisogna rivolgersi altrove. Ripiegare su indie rock, electro pop e synthwave è stata la mia reazione personale (ad esempio ho attualmente in heavy rotation Saved dei Now, Now), ecco perché ultimamente questo blog ha avuto un'anattività meno presente del solito: semplicemente mancano gli stimoli. A tastare il polso della situazione non pare che da qui a fine anno siano previste delle ulteriori uscite sensazionali, ma staremo a vedere, può sempre esserci la sorpresa nascosta dietro l'angolo.

Intanto godetevi un piccolo riassunto dei primi sei mesi che in questo caso, a differenza del "best of" di fine anno, è assolutamente ordinato in modo casuale. Naturalmente sono solo mie proposte e in quanto tali le consiglio perché credo che in alcuni casi la qualità sia molto superiore a ciò che si sente attualmente in giro.



The Reign of Kindo - Happy However After



Aviations - The Light Years



HAGO - HAGO



Perfect Beings - Vier


Weedpecker - III



PinioL - Bran Coucou



Omhouse - Eye to Eye



Blanko Basnet - Ocean Meets the Animal



Now, Now - Saved



Vitamin Sun - For You, Out of You



Kawri's Whisper - Belle Epoque




Typhoon - Offerings



Hidden Hospitals - Liars



Not a Good Sign - Icebound



Author - IIFOIIC



Spirit Fingers - Spirit Fingers


Dream the Electric Sleep - The Giants Newground


TesseracT - Sonder


Good Tiger - We Will All Be Gone



Field Music - Open Here


CHVRCHES - Love is Dead


 Oh Malô - Young Orchard, vol.1



Nowe - Nowe



Black Neon District - Standing Waves



Snail Mail - Lush



Mile Marker Zero - Fifth Row

lunedì 18 giugno 2018

echolyn - ...and Every Blossom (1993/2018) 25-Year Anniversary


Esattamente 25 anni fa, il 18 giugno del 1993, gli echolyn pubblicarono l'EP acustico di quattro tracce ...and Every Blossom. In un certo senso questo piccolo album è sempre stato l'oggetto più oscuro e introvabile della loro discografia e di conseguenza il meno noto. Pubblicato originariamente in un'edizione limitata mai ristampata, i suoi quattro brani furono recuperati e remixati nel 2002 per il box set A Little Nonsense: Now and Then, ma altrimenti non c'è stato più modo di recuperarlo in maniera separata. Forse è anche per questo che oggi, allo scoccare del suo venticinquesimo anniversario, la band ha deciso di rendere l'EP disponibile per la prima volta attraverso Bandcamp. La versione qui presente è quella remixata del box set che differisce per alcuni accorgimenti e "rimaneggiature" da quella originale del 1993, soprattutto nel brano Ballet for a Marsh, dove la linea melodica vocale di Ray Weston subisce leggere variazioni.

Come ci fanno sapere gli echolyn nei loro commenti ...and Every Blossom nasce all'apice di un periodo pieno di soddisfazioni, con il crescente successo indipendente avuto grazie a Suffocating the Bloom e prima di imbarcarsi nella registrazione della pietra miliare As the World sotto l'egida di sua maestà Sony. Proprio per staccare la spina e prendersi una pausa da opere più impegnative arriva l'idea di celebrare l'ottimismo portato dalla fine primavera e l'inizio dell'estate con un pugno di canzoni dalla prospettiva più "modesta", acustica e bucolica, coadiuvati dall'aiuto di alcuni amici della Germantown Academy ai violini, strumenti a fiato e la piccola voce di Sarah Jane Sharkey, 6 anni, ad introdurre ogni brano come a simbolizzare l'innocenza perduta.

Il concept profondo di ...and Every Blossom è infatti strettamente legato anche al significato di Suffocating the Bloom poiché entrambi vogliono rappresentare la fine della giovinezza, spiegando come le infrastrutture che la società ci pone d'avanti nella nostra crescita (lavoro, religione, famiglia, ecc.) soffocano gradualmente la spensieratezza e l'idealismo legato ad essa. Inutile aggiungere che i pezzi raccolti nell'EP sono quattro gioielli di arrangiamento e capolavori di contrappunti e melodie sospese tra folk e chamber music. Un piccolo diamante perso nel tempo e ritrovato dopo 25 anni.




Tom Hyatt

"Blossom" was a marked change in direction and a deliberate understatement in reply to "Suff". We also wanted to capture our feelings during that slim period of the year when spring and summer merge into a perfect paradise of optimism for the coming summer. This album is particularly special in that it occurred at a time when were happily naive and falling into, what we saw as, a bright future.

Ray Weston

We had been pushing hard for about 4 years, writing, gigging, promoting, making movies, and putting our own light show together - slowly growing, building a fan base, a business, our machine. Releasing "Suffocating" in November of 1992 was big for us. It was more - more flowers, people, and costumes. I wrote in my journal after that release party that, "it was good to be the kings." Over the next few months we kept the machine moving forward. We were making new contacts, playing new cities, going back to our old haunts reasserting our brand of rock.

It had been a heavy 4 years. After the winter of 1993 we were finally starting to see our hard work pay off. Our collective mood was to write something acoustic and light-hearted to celebrate both our success and the fact that spring had sprung. On the actual writing and recording of "…and Every Blossom" I have only a snapshot in my head. I'm sitting in the balcony in the auditorium of Germantown Academy. The band was working on Blue and Sand while I worked on the words. Those words turned out ok. The original words for Ballet for a Marsh however did not stand the test of time. I stole from myself to make the song stronger. We changed the approach from a "Mallard and Swan" to "Man and Woman." The former was definitely less hooky. It was a time for celebration for sure. In less than a month after "Blossom" was released representatives from Sony were in our studio to talk the talk. That's my story and I'm sticking to it.

Chris Buzby

 "...and Every Blossom" was a time, place, and space in our lives as a band where we were riding a torrent of success from the recent release of "Suffocating the Bloom" in the fall of 1992. Subsequently, our creative juices were churning-out new music faster than we could control. Collectively we decided it would be great to write something fresh, acoustic, and spring-like to capture the moment of song-inception. We also knew it would showcase a very different side and style to our writing process, as most of our "electric" songs often started acoustically on piano and/or guitar ~ a side of our songs and songwriting process our fans/listeners rarely got to hear, see, or experience.

To prepare for the Germantown Academy recording sessions (GA was my HS Alma Mater and where I was currently teaching High School Band/Chorus & Music Theory as we were writing this album) I remember sitting in my parents living room at my great-grandmother's Wurlitzer spinet piano (handed down to my grandmother, then handed down to my mother and then used by my brothers and I for piano lessons, all from age 5 throughout high school) with Brett sitting on a chair next to me with his acoustic guitar, writing and finalizing the chord progressions, melodies and arrangements to what would become "Blossom's" 4 tracks. Once the basic tracks were complete I started scoring saxophone and string parts for my colleague Dainis (multiple winds) and student strings (Jeffrey, Nancy) and winds (Evan, Dorothy and Alex) to play and record at the GA sessions. We used GA's large auditorium for the recording process to capture the acoustics of a large concert hall (450+ seats) - allowing me to also play and record my piano parts on the 9 ft. Baldwin baby grand piano that resided in that space. As a young arranger and composer, fresh out of college, I distinctly remember both the joy and frustrating challenge of hearing parts in my head that were often harder than the instrumentalists could play, and needing to take multiple takes and attempts to record them - occasionally even rewriting parts on-the-spot so the original musical ideas could still speak in the way they were intended, adding to the overall multi-layered textural concept of the album. That type of "learning on the fly" as a composer/arranger absolutely helped me cut-my-teeth for the arrangements I would eventually write for the "As the World" sessions - with a Sony recording budget that allowed us access to members of the Nashville Symphony, featured prominently on the album tracks "Always the Same," "Entry 11-19-93" and "Never the Same." Great lessons learned, indeed.

The 4 acoustic songs on "Blossom," to my ears, are perfect examples of how most echolyn songs are created: organic, textured and rhythmic, with strong melodies and often complex harmonic structures. All 4 also spontaneously capture how we came to, and continue to, craft and create a style of music as a band that is all our own.

While I love all 4 tracks on this release, the two tracks I still have the softest-spot for are "Ballet For A Marsh" with its churning polyrhythmic percussion track behind the sparse song orchestration and "Blue and Sand," one of Ray's finest moments as a vocalist, IMHO.

On this, our 25-year anniversary of this EP release, I hope you'll join us in celebrating the gift of music that keeps on giving by indulging in and cranking-up these uniquely beautiful songs ~ welcoming the summer season back into our lives, more once more.

Greg Kull ...and Every Blossom.

An important time for us as a gang. With "Suffocating" released around Thanksgiving, we slid into the holidays satisfied but hungry, probably pondering the new year, 1993. A lot of acts were presenting themselves acoustically about then, and although this trend may not have significantly influenced echolyn to be a bit more "basic", it did put us in step with the unplugged revolution. I think "Blossom" showcases the band's songwriting ability, great melodies, harmonies, and some interesting sounds, e.g. more "winds, wood and wire". I remember being in a position, entering 1993, where we felt we could pick our venue, our date, and set goals that would help us grow, prosper, and maybe get somewhere. I have fond memories of working at Germantown Academy. I was sculpting then, and still painting. The artwork for "Blossom" was quite simple but meaningful. Whenever I am low, or worried, I envision a hill, a sunny hill, one with a bunny on it. I put that hill, with a child's hand, on the cover.

Brett Kull 

Twenty-five years is a blink, a blur, and a poignantly big chunk of one's life. Here are a few twenty-five year-old memories related to "Blossom."

Echolyn was growing in popularity very quickly in 1993. We had become a damn good live force the year before and were still getting better because of the variety and amount of shows we were playing. We started getting recognition from beyond of our home state and better yet our country because of our stage intensity - as well as the positive reviews of our two preceding albums (from 1991 and 1992). We all seemed to be operating with a mission, pistons firing. My brother Greg was getting press and gigs for us while expanding our network of industry connections. We all hung out and worked together in about as good a harmony as six people can - come to think of it, three of us lived together back then! We saw a lot of each other! Our designed snowball effect was building and the six of us were making a push to see how far it could go.

I remember in early 93 having a sense of songwriting momentum from the previous album - "Suffocating the Bloom". I personally wanted a slight detour from what I knew would become our 4th album - "As the World." I knew we would get to that album at some point (the songs were already starting) but thought it would serve that music and our creativity to try something short, spontaneous, and different before diving into another full-length project. I wanted an aside moment to pause from where we were heading. That aside was "…and Every Blossom." It should be pointed out that the in the months leading up to and following this project we were playing gigs four to eight times a month and rehearsing constantly to stay sharp. We only slowed down during the actual recording process in May of that year. I know Greg and I saw each other every day working on various goals. It was non-stop!

Back to the music - I had four acoustic guitar ideas/fragments that I had been noodling with for awhile and wanted to try a different approach to not only the recording, but also the writing and arranging. I talked to Chris and he and I, through a series of sessions, started ironing out ideas. If I remember correctly we quickly fleshed out the tunes during these sessions. We worked on the songs at his parent's house, he on his childhood piano, and me sitting next to him with my old acoustic guitar. Ray, did you come over while we were working? I forget. Besides piano and acoustic guitar we wanted to augment the songs with other instruments, i.e., better strings (failing miserably IMHO on our previous album) as well as a horn/woodwind section. The whole process for writing, recording, and releasing the album was very fast and not overwrought - just a couple months total. I had lyrical ideas for two of the songs

Track my acoustic guitar parts to some sort of tempo if needed (no drums) Record piano, strings, horns, etc at Germantown Academy Add bass and minimal percussion Record vocals Mix album I used my 16-track tape machine for all of this. The new updated mixes (available since 2002) have been mixed directly from the original tapes. For me, the recordings mark the first time I started to finally record better sounds (given what I had). The songs themselves are singularly unique. They are different than what we were doing at that time- and even now they stand alone. When I hear these tunes they feel as if I'm visiting another place and time, yet like home. They are harmonically rich and always moving somewhere else. My lyrics are naïve, my lead voice still not my own, my creativity still not refined, but all - unabashedly - a process and progress for me. Chris does a lovely job with the string, horn, and woodwind arrangements. Just perfect. Tom's fretless bass ideas add a nice touch of tonal ambiguity and uniqueness.

The album came out on June 18th. We played the Chestnut Cabaret in Philadelphia to celebrate. It was an excellent show that I remember to this day. Interestingly at this show we also played songs that would eventually be on our next album. "As the World." The ideas were indeed flowing that year (all of "As the World" and "Blossom" were written in 1993). Less than a month after the June 18th release party we did a showcase for Sony Music at our studio (July 7th) and were offered a recording contract that would ironically be our penultimate moment while simultaneously marking the beginning of a slow disintegration of the idyllic efforts driving that stage of our lives. Weird huh?

1993 was really the Roman candle salute and last fanfare marking our DIY four-year unified effort to win the world. It was our "off to the front and over the top" moment! Everything changed after that year. We had many amazing adventures in 1994 and 95 but never to the unadulterated grand idea of 1993. Maybe we grew up, lost our naivety, or idealism? I don't know. After 93 I felt like we had lost something in order to win the war.

"Blossom" is our acme moment of idealism, romance, and youthful exuberance from our first phase as a band. I hear it in the music and words. I listen to Ray's lyrics on Blue and Sand. There is a real optimism witnessing the potential of spring and summer…and our band, "To reach, to grow as high as elephant's eye." I think that sums up and crystallizes what we reached for and how we felt that year. At my age now, thinking of 1993 and the music we wrote puts a smile on my face and yet makes me sort of sad. I guess the cliché to use would be bitter sweet? So it goes.

venerdì 15 giugno 2018

Tricot live @ Audiotree


Le tricot, attualmente in tour negli Stati Uniti con i Chon, TTNG e Polyphia, sono appena passate dagli studi Audiotree per una sessione live che potete gustare di seguito.

domenica 10 giugno 2018

Phi Yaan-Zek - Reality Is My Play Thing (2018)


Da oltre venti anni anni il chitarrista inglese Phi Yaan-Zek produce album come solista e collabora con una vastità di colleghi tra cui Mike Keneally, Ron "Bumblefoot" Thal, Marco Minnemann, Bryan Beller, Andy Edwards, Steve Lawson e Lalle Larsson. Con alcuni di questi nomi (soprattutto Minnemann) ha realizzato in passato sette CD e quest'ultimo doppio Reality Is My Play Thing si può dire rappresenti il culmine del percorso di Phi Yaan-Zek, presentando oltretutto una line-up da sogno con Minnemann alla batteria, Mike Keneally e Lalle Larsson (Karmakanic, Anderson/Stolt) alle tastiere e Bryan Beller al basso.

Naturalmente su Reality Is My Play Thing ritroviamo l'eccentrica verve di Frank Zappa, del british pop e post punk non convenzionale di XTC e Cardiacs, nonché i trademark della prog fusion di Keneally, Steve Vai e altre delizie psichedeliche nascoste o spalmate con cura nel lungo arco delle 36 tracce delle quali è composto. Il fatto che sia un album così corposo è stato dettato anche dalla sua gestazione che si è protratta per undici anni ed infine registrato tra l'Inghilterra e la California. Reality Is My Play Thing è in uscita il 21 giugno ma la prima metà, che si concentra su canzoni pop jazz, può essere già fruita attraverso Bandcamp, mentre la seconda parte è per lo più strumentale, anche se in tutto il disco non mancano intricate parti soliste e di gruppo che talvolta ricordano i folli collage di matrice kenealliana.





http://www.pyzmusic.com/

martedì 5 giugno 2018

Altprogcore June discoveries


Dore Mear Beon è lo pseudonimo musicale sotto il quale si cela Andrew Sagriff che con il secondo album A Commending Paean for the Forgotten Henrietta Swan Leavitt firma una prova matura di math rock progressivo e post rock ad impianto chitarristico. Molto efficace.



Gli irlandesi Umbra sono invece dediti ad un jazz rock progressivo sotto la guida del chitarrista Chris Guilfoyle. Il quintetto si avvale anche di sax soprano e tenore che in qualche passaggio più sperimentale può far venire alla mente i Roller Trio.



La storica band giapponese di zeuhl fusion Koenjihyakkei sta per pubblicare Dhorimviskha Digest, primo album in studio dopo tredici anni di silenzio attraverso la Skin Graft Records che nel frattempo ha pensato bene di rendere disponibile l'ultima fatica Angherr Shisspa (2005) su Bandcamp.



Il gruppo math rock (anche se è una definizione approssimativa) haisuinonasa è attivo ormai dal 2004, ma come capita per delle proposte così lontane dalle nostre latitudini è una scoperta piuttosto recente. Fin dal primo EP la band ha dimostrato una costante crescita e particolarità nello sviluppare uno stile che oltrepassa i generi.



Infine dal Messico la gradevole proposta dei DJ Perro, musica strumentale molto solare che si snoda tra fusion e math rock.

mercoledì 30 maggio 2018

Blanko Basnet - Ocean Meets the Animal (2018)


Qualche volta succede che trovi ciò che stai cercando nella musica (originalità, complicazione, melodia) in un disco indie rock, ma di quelli fatti bene e che fanno bene. Così scopri per caso una band come i Blanko Basnet pensando erroneamente che corrisponda all'ennesimo gruppo pop rock come tanti e invece dietro c'è un chitarrista virtuoso dal nome Joe Hall che, insieme al batterista Jeff Stickley, milita contemporaneamente nel trio Hammer No More the Fingers e dove i Blanko Basnet dovevano essere il suo sfogo solista con il quale ha esordito nel 2013 con un omonimo album. Ocean Meets the Animal è il secondo lavoro che esce a distanza di cinque anni e, oltre a ciò, si distanzia dai suoi predecessori per una scrittura più asciutta ma arrangiata in modo quasi progressivo e che per la prima volta ha coinvolto anche gli altri membri Matt McElroy (basso) e Matt Skinner Peterson (chitarra, tastiere) e non il solo Hall.

La musica dei Blanko Basnet consiste in riff elettroacustici e arpeggi sincopati che riportano a timbri psichedelici e puliti allo stesso tempo, rendendo riconoscibile lo stile personale di Hall del quale fa bello sfoggio in Every Dollar e Mother senza mai scadere nel lezioso. In altri momenti i ritmi dei brani sono proprio dettati dalla costruzione di pattern pizzicati, creando così un corto circuito con la folktronica (Minnow, Light, Get Away), o meno convenzionali e quasi post rock (la title-track, Eyes). Le vocalità a toni alti e l'uso di polifonie, alle quali ha contribuito come ospite Amalia Meath dei Sylvan Esso, ricordano i primissimi White Denim (senza l'influsso southern), ma il risultato è così etereo che si sposa perfettamente con i sognanti e avvolgenti suoni della chitarra come nelle stellari Berry e Yossarin. Probabilmente non troverete nulla di nuovo in Ocean Meets the Animal se non un album che si eleva con intelligenza nell'attuale panorama indie rock.




www.blankobasnet.com

domenica 20 maggio 2018

Nuove uscite e anticipazioni


In questo fine settimana ci sono state alcune novità che sommerò in quest'unico post:

Mike Vennart ha da molto tempo annunciato il secondo album al quale, ancora una volta, prenderanno parte gli ex Oceansize Richard Ingram e Steve Durose. Ancora non c'è una data definitiva, ma nel frattempo è possibile ascoltare il nuovo singolo Donkey Kong.


 Tra i singoli che annunciano nuove eccitanti usciteci sono quelli di Skyharbor (il più volte annunciato Sunshine Dust è previsto per il 7 settembre) e di The Mercury Tree che si ripresentano con il pezzo Superposition of Silhouettes composto interamente in accordatura microtonale.





Forse sapete che i The Dear Hunter e i Between the Buried and Me hanno intrapreso insieme un tour statunitense. Le due band sono molto amiche e hanno deciso di celebrare la cosa con uno speciale 7" in edizione limitata dove ognuno coverizza un pezzo dell'altro: The Tank per i Between the Buried and Me e Rapid Calm per i The Dear Hunter.


Sempre in tema di singoli il trio giapponese di math pop Tricot ha appena pubblicato due nuovi brani inediti dal titolo postage e On the boom.



I Dream the Electric Sleep hanno invece recuperato un intero album inedito risalente al 2008 (quando la band era appena in embrione ed era solo un duo) dal titolo The Giants Newground. Questa uscita anticipa anche il nuovo lavoro previsto per il 2019 e prodotto nientemeno che da Michael Beinhorn.

domenica 13 maggio 2018

Not a Good Sign - Icebound (2018)


In pochi anni il progetto Not a Good Sign, pensato e formato nel 2012 dal chitarrista Francesco Zago (Yugen) e dal tastierista Paolo «Ske» Botta, è arrivato al terzo album, questa volta con qualche novità. Infatti Zago all’indomani del secondo lavoro in studio From a Distance (2015) ha lasciato la direzione del gruppo nelle mani del solo Botta che in questa sede si carica sulle spalle il peso di firmare tutte le composizioni, ad eccezione di Truth di De Sarno/Trevisan. Icebound testimonia inoltre l’ultima presenza del cantante Alessio Calandriello (La Coscienza di Zeno) che si congeda lasciando le future parti vocali al nuovo chitarrista Gian Marco Trevisan, ma le più considerevoli novità riguardano la direzione dell’album. 

Quello che era nato come un sodalizio che potesse accostare le potenzialità melodiche, alleggerendo le complessità più astruse del prog in favore di costruzioni musicali più scorrevoli, qui assume contorni propriamente avventurosi e audaci, come la lunga cavalcata Hidden Smile, brano di punta che approfondisce in maniera spigolosa e ruvida le prospettive di 1000Autunni, il bell’album solista di Botta risalente al 2011. Se infatti prima nei Not a Good Sign era rispettato il giusto equilibrio tra parti vocali e strumentali in una filosofia compositiva prossima all’estetica “song oriented”, Icebound si immerge in spazi multiformi tipici del prog e lo fa con lucidità nel mantenere legami tanto con il presente quanto con il passato. 

Le due anime di Frozen Words e Down Below si riescono ad integrare con il moderno art rock e il prog jazz, rimarcato anche dai prestigiosi interventi del sax vandergraaffiano di David Jackson che si fanno spazio nelle trame tensive di Trapped In. Alla fine però il maggior pregio di Icebound (e della band soprattutto) risiede nel fatto che, pur utilizzando timbriche strumentali ormai consolidate all’interno del progressive rock, queste si discostano da qualsiasi sterile paragone e creano una miscela esplosiva e personale. Icebound è così da catalogare come un grande album di prog moderno.