martedì 20 novembre 2018

FES - Lunar EP (2018)


Lunar segna il secondo EP per questo trio inglese di math pop chiamato FES (che avevo presentato qualche tempo fa nelle scoperte mensili di altprogcore). Andandosi a sistemare accanto ai nomi più interessanti emersi di recente nella scena anglosassone come Orchards e Sketchshow, anche i FES contano sulla presenza di una frontwoman, Pollyanna Holland-Wing, che oltretutto si rivela anche una dotata chitarrista in grado di tenere testa ai tempi variabili della sezione ritmica formata da Matt West (basso) e Thomas Holland-Wing (batteria). I FES comunque non disdegnano incursioni in un rock alternativo più massiccio rispetto al pop rock che permea il sound dei gruppi sopra citati, trovando affinità nelle digressioni energiche dei Delta Sleep e dei mai dimenticati Tubelord.


sabato 17 novembre 2018

All Traps on Earth - A Drop of Light (2018)


Il debutto A Drop of Light che appartiene al gruppo All Traps on Earth cela dietro il suo nome dei veterani storici del progressive scandinavo legati al nome Änglagård. La line-up vede infatti il bassista Johan Brand (qui nelle vesti di polistrumentista) ed il batterista Erik Hammarström che si incontrano di nuovo con Thomas Johnson, ex tastierista di quella storica formazione, ai tre si aggiunge infine la figlia di Brand, Miranda, che interviene in alcune sporadiche parti vocali.

Si intuirà che se siete fan degli Änglagård A Drop of Light è un album da non perdere poiché, sebbene si tratti di un progetto collaterale, riporta molte delle caratteristiche sonore ed estetiche della rinomata band progressiva che tante gioie ha dato negli anni '90 ai nostalgici del prog più classico. Si hanno infatti lunghi brani che superano ampiamente i dieci minuti e che vagano in molteplici direzioni, citando King Crimson, Magma e molto del prog anni '70, ma anche colleghi contemporanei come Wobbler e Seven Impale.

Come per gli Änglagård il dispiegamento di strumenti è ampissimo, conforme ad un ensemble da camera che suona rock, con una menzione particolare per la ricca sezioni fiati. Se infatti nell'altra band la sola Anna Holmgren si occupava soprattutto dei flauti e saltuariamente del sassofono, gli All Traps on Earth aggiungono alla tavolozza sonora anche tromba e flicorno, suonati dall'ospite Karl Olandersson. Inoltre, ad occuparsi dei sax e dei clarinetti, abbiamo Fredrik Lindborg, mentre Magnus Båge e Matthias Bååthdel si dividono i compiti per ciò che riguarda i flauti. Si crea un album pieno di dettagli e soluzioni interessanti con impasti sonori che non sempre troviamo nel prog scandinavo.


domenica 11 novembre 2018

Matt Garstka, Henrik Linder e Eldar Djangirov formano il supergruppo GEM


Da questa estate un nuovo supergruppo, o meglio super trio, si mostra all'orizzonte. Formato dal batterista Matt Garstka (Animals As Leaders), il bassista Henrik Linder (Dirty Loops) e dal pianista di estrazione jazz classica Eldar Djangirov, il gruppo si è unito sotto il nome di GEM e ha finora postato due video su YouTube per la Meinl Cymbals. Con i titoli di Vertigo e Torque gli unici due brani sono sufficienti ad attrarre un grande interesse per chi ama il progressive rock strumentale unito con elementi jazz e fusion.

Torque privilegia l'aspetto acustico ed è una vetrina di virtuosismo esecutivo impressionante che però non tralascia l'aspetto inventivo e creativo dei tre. Djangirov aggiunge a proposito di Torque: "The song contains some cool metric modulations. The song speeds up and slows down, but actually keeps the same (slow) BPM throughout. The composition is like an analogy to changing the distance of the lever arm. Consequently, there is an increase or decrease in rotational speed. These changes in distance (and thus changes in torque) are represented by different sections of the song that speed up or slow down. The steady BPM is represented by the invariable force. Hence the name, "Torque" (co-written with Matthew Garstka). Also, there is an optimism that is present in the song. It feels like a soundtrack to a sci-fi scene! Enjoy!"

Vertigo, che è stato il primo a fare la sua comparsa lo scorso luglio, mostra delle affinità armoniche con l'inventiva di Keith Emerson, sfruttando l'uso in qualche passaggio anche di tastiere synth. A proposito della sua esecuzione Garstka scrive sul proprio profilo Instgram: "This is 100% raw and unedited! We made a point to be 100% honest." A questo punto mi chiedo solo dove si firma per avere un album completo dei GEM (P.S. Djangirov conferma che arriverà).




venerdì 9 novembre 2018

Azusa - Heavy Yoke (2018)


Finita l'esperienza con i The Dillinger Escape Plan il bassista Liam Wilson si è unito ai norvegesi Christer Espevoll (chitarra) e David Husvik (batteria), entrambi provenienti dalla band di thrash metal estremo Extol, per formare gli Azusa. La line-up vede anche la presenza della cantante di origini greche ma tedesca d'adozione Eleni Zafiriadou che rappresenta la vera sorpresa di questo esordio. Ma ci torneremo dopo. Espevoll aveva lasciato gli Extol nel 2004 e si ricongiunge qui al suo ex compagno d'avventura Husvik per ricreare un'intricatissima tela di riff cacofonici e imbizzarriti alla quale il batterista offre l'appoggio e il sostentamento per continue deviazioni ritmiche.

La principale connotazione degli Azusa è il costante contrasto tra elementi di metal estremo e distensioni melodiche in piena coscienza progressive la cui somma delle parti sposa un mathcore portato all'eccesso. Rimanendo fedeli alla concitazione, tutto avviene all'improvviso saltando qualsiasi fase intermedia e anche i brani, nonostante variazioni continue, sono affilati e brevi al punto giusto. In questo frenetico saliscendi la voce della Zafiriadou non è da meno, spingendo la sua interpretazione al limite (ad esempio su Interstellar Islands e nella title-track), attraverso scream efficaci e notevoli rifiniture melodiche nel registro pulito, si allontana considerevolmente dalla sua formazione originale nel duo folk pop Sea + Air, costituito insieme al marito tedesco Daniel Banjamin.

La cosa più lineare ed immediata che gli Azusa offrono è Fine Lines, ma anche qui le cose non funzionano in modo convenzionale, dove la band potrebbe sfruttare un tema pop metal per addentrarsi nelle sue possibilità prog, decide invece di rimanere sotto i due minuti come fosse una pausa all'interno dell'incessante assalto sonoro che prosegue puntualmente con Lost in Ether e nella sanguigna Spellbinder. Programmed to Distress è un altro esperimento ai limiti dell'armonia e della dissonanza con progressioni di chitarra funeree, ma un cantato molto composto. Con architetture estremamente schizofreniche e stratificate Heavy Yoke, nella sua pesantezza, è comunque un lavoro che trova il suo pieno compimento nei contrasti che lo rendono così affascinante oltre che un esperimento prog mathcore simile ad un ipotetico incontro tra Julie Christmas e i Car Bomb.



domenica 4 novembre 2018

Amgala Temple - Invisible Airships (2018)


Invisible Airships è il prodotto di tre musicisti norvegesi che si sono uniti sotto la sigla di Amgala Temple. Il nome più noto all'interno della line-up è Lars Horntveth, mente creativa polistrumentale dei Jaga Jazzist, mentre gli altri due sono il chitarrista Amund Maarud e il batterista Gard Nilssen, conosciuti per le loro varie collaborazioni e progetti solisti soprattutto nel proprio paese. L'album che hanno prodotto si può interpretare come una sintesi delle esperienze personali di ognuno che affiorano a tratti, dal blues al progressive, ma anche un tentativo di spingersi oltre attraverso lunghi viaggi strumentali che toccano la psichedelia, l'improvvisazione di gruppo, lo space rock e il krautrock.

Proprio come gli stili che va a toccare, la natura di Invisible Airships risulta diretta ed essenziale, con una registrazione che privilegia la genuinità della performance dove i tre musicisti sono impegnati nel riprodurre le proprie composizioni senza sovraincisioni, live in studio portando a termine tutto in pochi giorni. Un sound molto essenziale quindi, che parte dagli anni '70 ed arriva ai giorni nostri con dosi eque di progressive rock e jazz elettrificato in cui, nelle parti più lisergiche e autoindulgenti, si può cogliere anche qualche rimando ad altri paladini norvegesi delle jam prolungate come i Motorpsycho, tra riff reiterati, bassi fuzz, chitarre e tastiere che arrivano come un riverbero spaziale da una dimensione rock del passato.




sabato 3 novembre 2018

Altprogcore November discoveries



Gli Allegorhythms sono un quintetto tedesco di post rock che alla parte hard o metal preferiscono quella psichedelica e crepuscolare. Su Flares troviamo atmosfere morbide e dilatate per un ascolto molto rilassante.



Il giovanissimo trio australiano Requin su The Noisy Miners Swoop Him EP si dimostrano già molto intraprendenti e curiosi nel manipolare la materia math pop, aggiungendo soluzioni sperimentali equamente derivate dal midwest emo e dal post rock.



Supportato dalle due chitarre di Zac Norris e Seth Murrant e dalla batteria di Lachlan McMaste, il trio australiano Nyu. con Flux si pone vicino a Plini nel proporre un misto di metal fusion, ma più incline al versante Chon.



Se siete dei fan del progressive rock scandinavo con qualche influsso Anglagard e Genesis gli svedesi Sarcophagus Now potranno fare al caso vostro.



Pubblicizzati come band di supporto nell'imminente tour inglese di Mike Vennart, i mancuniani Pijn con il loro esordio Loss non fanno sconti e si spingono immediatamente nelle cime più impervie di post rock e post metal scagliandosi con potenza inaudita.



Bear the Mammoth: post rock dall'Australia



EP d'esordio omonimo per questo trio math rock chiamato Of Two Minds e proveniente dall'Ohio. Energico e suggestivo, in definitiva molto ben costruito.

venerdì 2 novembre 2018

Facing New York - Dogtown (single, 2018)


Ha quasi dell'incredibile come il caso abbia legato i Facing New York e altprogcore. La prima recensione che pubblicai tra queste pagine fu il loro secondo album Get Hot che risale a dieci anni fa e per l'appunto, di conseguenza, a fine mese altprogcore arriverà all'ambito traguardo dei dieci anni di attività. Da quel momento non ho più avuto il piacere di recensire nient'altro dei Facing New York poiché di lì a poco entrarono in ibernazione. Proprio oggi però si rifanno vivi con un nuovo singolo dal titolo Dogtown che sarà anche quello dell'album in uscita il 14 dicembre.

Il gruppo ebbe una storia di line-up abbastanza travagliata: nato nel 2004 come quintetto in cui militava anche Matt Fazzi, che poi andrà a formare gli Happy Body Slow Brain/Rare Futures, si ridusse a trio comprendente Eric Frederic (voce, chitarra e tastiere), Omar Cuellar (batteria) e Brandon Canchola (basso, voce) per l'ultimo lavoro in studio Get Hot. Da allora non si è saputo più nulla della band, a parte qualche sporadica voce sul fatto che i Facing New York non si fossero sciolti ma stessero lavorando su nuovo materiale. Frederic nel frattempo ha continuato la sua carriera nello showbiz musicale con lo pseudonimo di Ricky Reed come produttore e autore di qualche successo nel campo hip hop e pop. Ad ogni modo, Dogtown ci riporta il trio originale che, a quanto sembra, in questi dieci anni ha continuato a lavorare lentamente, ma diligentemente a nuova musica.

giovedì 1 novembre 2018

Monobody - Raytracing (2018)


Quando si ascolta i Monobody, per quanto uno possa conoscere jazz, fusion, math rock e progressive rock, non si può che rimanere affascinati per il modo in cui il quintetto di Chicago riesca così efficacemente ad unire in modo naturale le principali peculiarità che caratterizzano ognuno dei suddetti generi. Forte di una formazione costituita dai due bassisti Al Costis e Steve Marek, supportati nelle poliritmie dall'estro del batterista Nnamdi Ogbonnaya, dalla chitarra math rock di Conor Mackey e dalle tastiere prog di Collin Clauson, nel loro secondo lavoro iMonobody non si limitano a questo. Dalle cinque tracce (The Shortest Way è una breve transizione) contenute in Raytracing emerge una volontà, se non di rinnovarsi, di aggiungere altri colori alla formula che aveva reso così affascinante l'omonimo esordio datato 2015 e che poi avevano ulteriormente sviluppato in occasione dello split con i Pyramid Scheme.

L'album si apre con Ilha Verde è già sufficientemente esaustiva nel comprendere più soluzioni in cui la band, quando non è impegnata soliti passaggi funk e math rock, aggiunge nuove forme sperimentali con sintetizzatori aleatori quasi new age o contrasti granitici che sfiorano il djent senza toccarlo veramente. Un esperimento che continua nella sezione centrale di Echophrasia incentrata su estese digressioni alla Vangelis che virano verso un synth prog più strutturato, passando momentaneamente anche per le vie del metal. La title-track rivisita la fusion dei Return to Forever in chiave moderna e Former Island, attraverso un uso abbondante di break, tiene alta la tensione esecutiva per tutta la sua durata. Opalescent Edges lavora su una base pianistica minimale per edificarci tutto intorno una maestosa ouverture che sembra arrivare direttamente dagli Yes, per poi farla sfociare in una prog opus nella parte finale. I Monobody si certificano così come una delle migliori realtà strumentali all'interno della fusion e anche oltre.





www.monobodymusic.com

lunedì 29 ottobre 2018

Arc Iris - Foggy Lullaby + Icon of Ego (2018)


Dopo due album in studio accolti abbastanza calorosamente dalla critica e catalogati come art pop, durante la strada percorsa per arrivare al terzo album gli Arc Iris sono maturati e si sono presi anche dei rischi. Il trio guidato dall'incantevole voce della polistrumentista Jocie Adams, che lasciò i The Low Anthem per proseguire una carriera solista che poi si è tramutata in questa band, ha passato buona parte del 2017 portando in tour uno spettacolo dove si esibiva in una rilettura personale del classic album di Joni Mitchell Blue (amatissimo dalla Adams), progetto poi impresso sul disco Foggy Lullaby uscito proprio il 27 luglio scorso, in più all'inizio del 2018 sono stati scelti da Kimbra per aprire i suoi concerti. Una veloce ascesa che adesso è sfociata nel nuovo album Icon of Ego pubblicato il 12 ottobre.


Gli Arc Iris suonano dal vivo Foggy Lullaby nella sua interezza

Leggendo qualcosa a proposito della loro ultima fatica discografica gli Arc Iris vengono molto spesso associati al progressive rock, il che si potrebbe pensare che sia la solita sparata dei giornalisti quando si trovano davanti ad una band pop rock intraprendente che devia dai classici canoni convenzionali. Invece si scopre che la Adams è musicista sensibile e attenta che cita nelle sue interviste tanto David Bowie e Joni Mitchell quanto Jon Anderson e Rick Wakeman e annovera Close to the Edge tra i suoi cinque album preferiti di sempre. E forse non poteva essere altrimenti per una che in passato ha lavorato per un breve periodo come ricercatrice alla NASA e ha un debole per la fantascienza. Anche nei loro concerti emerge un sottile richiamo all'estetica prog degli anni '70 con la Adams che veste sgargianti costumi e tutine con tanto di trucco. Ad accompagnare la polistrumentista ci sono Zach Tenorio-Mills alle tastiere (anche lui grande fan di Jon Anderson con cui ha lavorato nelle sessioni dell'EP Open) e Ray Belli alla batteria che messi insieme suonano come una piccola orchestra elettronica.

Se i primi due album potevano lasciare aperto qualche interrogativo su cosa potesse riservare il futuro per una band così intraprendente, lo scetticismo è stato spazzato via dalla conferma di Foggy Lullaby, una sfida dalla quale gli Arc Iris escono senza alcun dubbio vincitori. Il gruppo infatti non si limita a "cazzeggiare" come i Falming Lips con gli album dei King Crimson e dei Pink Floyd, ma trasformano il disco della Mitchell, in prevalenza acustico, in una sofisticata odissea pop prog jazz, che omaggia in modo sentito la cantautrice canadese includendo spezzoni di sue interviste e arrangiamenti totalmente nuovi. Foggy Lullaby regala così un capolavoro nel capolavoro, la rilettura che gli Arc Iris fanno ad esempio di River e This Flight Tonight possiede allo stesso tempo una fascinazione moderna e un legame con gli anni '70 (in particolare alla fase prog di Todd Rundgren), stravolgendo Blue in un tour de force strumentalmente ricco, condito di tastiere, piano elettrico, ritmiche inventive e con la Adams che non teme di cimentarsi e mettersi alla prova in parti vocali avventurose.



Icon of Ego è una perfetta prosecuzione di questo mood e l'album finora più compiuto nella discografia degli Arc Iris. Sorta di concept sulle implicazioni della celebrità e la conseguente venerazione degli idoli creati dalla fama, Icon of Ego si apre anch'esso con una rilettura: $GNMS che stravolge con suoni sintetici le arie folk dell'originale Money Gnome, contenuta nel primo album del gruppo. Dylan & Me fa davvero miracoli nel far emergere una melodia chiara nella selva di sample e taglia e cuci che si sovrappongono in modo quasi casuale e cacofonico, ma anche quando gli Arc Iris decidono di essere più diretti nel loro modo di intendere il pop lo fanno con arrangiamenti acuti pieni di archi e fiati (Turn It Up) o i suoni caldi del piano elettrico che rimanda direttamente agli anni '70 (Beautiful Mind).

Elementi che vanno incontrandosi/scontrandosi nella title-track e su Suzy che costruiscono delle piccole epopee prog barocche, utilizzando molti espedienti tastieristici tra i quali si può notare, nella seconda, anche il suono di un mellotron. Per essere solo in tre gli Arc Iris sanno accumulare un bel po' di sfumature e accorgimenti al fine di rendere la musica più corposa e densa, da trattenere sia un legame con le tecnologie moderne (nei groove di synth bass di Chattermachines) sia nel preservare un alone vintage che richiama il passato (nel colorato pop di If You Can See o in quello soul di Everybody's Counting on Her). Con Foggy Lullaby e Icon of Ego pubblicati a pochi mesi di distanza gli Arc Iris hanno creato una potente dichiarazione di intenti che definisce la loro creatività, il loro talento e la propria visione di progressive rock.


venerdì 26 ottobre 2018

Thumpermonkey - Make Me Young, etc. (2018)


Dato che sei anni di immobilità discografica costituiscono un tempo piuttosto esteso di attesa, i Thumpermonkey esattamente un anno fa avevano anticipato l'uscita di Make Me Young, etc. con l'EP Electricity. Ma già prima di quest'ultimo eravamo a conoscenza che i Thumpermonkey avevano in cantiere un album imminente che ora è finalmente arrivato alle nostre orecchie dopo una lunga attesa, seguito di quel capolavoro che fu Sleep Furiously (2012), come se la band inglese avesse voluto torturarci lentamente. Ma il motivo che Make Me Young, etc. alla prova dei fatti sia un oggetto completamente differente rispetto al suo predecessore (e volendo anche all'EP) non dipende certo dal fattore temporale, dato che i brani che ne fanno parte appartengono al repertorio dei Thumpermonkey ormai da molto tempo.

Chi ha amato il lato più metallico e abrasivo di cui i Thumpermonkey facevano sfoggio su Sleep Furiously qui ne ritroverà ben poco, ma fortunatamente potrà appassionarsi ad altri aspetti della musica del gruppo. Non parliamo quindi propriamente di "evoluzione" o "maturità", ma di un vero e proprio naturale proseguimento del discorso, poiché chi conosce bene i Thumpermonkey sa che non sono soliti ripetersi, rimanendo però ben riconoscibili nella loro contorta estetica progressiva. Make Me Young, etc.è infatti un album più progressive rock che post hardcore: ha momenti di calma placida e sa offrire anche squarci più poderosi senza però mai esagerare, ci sono molteplici temi che si accavallano e, per la prima volta nella storia della band, è il pianoforte di Rael Jones (oltretutto quotato compositore di soundtrack per molte serie TV inglesi di successo) ad emergere come protagonista piuttosto che la chitarra di Michael Woodman.

Si prenda ad esempio la suggestiva Figstorm, i cui ricami pianistici e alcune progressioni armoniche nella loro pacatezza ricordano l'impressionismo canterburiano del Robert Wyatt di Muddy Mouse/Muddy Mouth, salvo poi imporsi con gravi rintocchi doom. La stessa Veldt vive di queste contrapposizioni in una continua tensione che sembra vagare a vuoto, tra calma apparente e drammatiche barriere di chitarra elettrica, senza sapere quale sia la destinazione del pezzo. Deckchair For Your Ghost possiede sottili richiami al jazz, evolvendosi in microsezioni orchestrate come se la band fosse un ensemble da camera, specialmente nella parte strumentale. Stesso discorso per la title-track, una mini epic suite che nei suoi quasi undici minuti esplora un'infinità di idee tematiche. Ma comunque basterebbe la maestria mostrata in Creanfly e TempeTerra, così antitetiche tra loro per atmosfera ma così dense di ispirazione e perizia nel loro complesso dipanarsi, per certificare l'eccellenza di questa troppo sottovalutata band.

Aggiungendo il fatto che Make Me Young, etc. è in realtà un concept album su un'imminente apocalisse sarebbe stato legittimo aspettarsi qualcosa di più aggressivo, invece i Thumpermonkey ci stupiscono con un'opera complessa, ma estremamente godibile ed omogenea, che tenta di praticare percorsi progressivi come sempre personali, centrando ancora una volta l'obiettivo. Anche il percorso delle liriche, a volte criptico, che guida l'ascoltatore verso la fine del mondo prende spunto da un fatto piuttosto singolare risalente al 2012: quando Woodman ricevette una strana email da parte di un fan di nome Max nella quale quest'ultimo condivideva la sua preoccupazione per una imminente fine dei tempi. Ripensando a quella email Woodman fu ispirato da una domanda: "se sapessi che domani il mondo finisse, saresti in grado di liberarti di tutti i tuoi rimpianti e vivere l'ultimo giorno in modo differente?". Ecco, magari domani non finirà il mondo, ma dare un ascolto a Make Me Young, etc. è un buon punto di partenza per cambiare in meglio la tua giornata.




 http://thumpermonkey.com/

martedì 23 ottobre 2018

A.M. Overcast - That Being Said EP (2018)


A stretto giro dopo la pubblicazione del favoloso debut del side project Miles Paralysis insieme a Jon Markson, Alex Litinski torna al suo progetto principale in solitaria A.M. Overcast per un brevissimo EP di tre canzoni. In passato ci ha deliziato ed abituato a formati altrettanto sintetici a livello temporale, ma modellati come fossero degli album. That Being Said con le sue tre tracce potrebbe benissimo rivestire il ruolo di singolo, ma per gli standard di Litinski è invece innegabilmente l'equivalente di un EP. La musica riprende idealmente quello che aveva lasciato fuori l'ultimo lavoro Drown To You (2017), ma qui Litinski accentua ancora di più ogni caratteristica del progetto: il pop punk è ancora più diretto, frenetico e colmo di agganci melodici, mentre il puzzle math rock è portato a livelli sempre più veloci e stratificati. Un altro piccolo, piccolissimo gioiello da aggiungere alla collezione A.M. Overcast.


lunedì 22 ottobre 2018

Matt Calvert prima di Matt Calvert - The Heritage Orchestra e Evil Ex


Dato che sono rimasto colpito, ammirato (e chi più ne ha più ne metta) dall'abilità di Matt Calvert sia come esecutore che come compositore, dopo aver assimilato il suo ultimo recentissimo album Typewritten, ho deciso di andare a ritroso nella sua carriera di musicista e non ho potuto fare a meno di scoprire altre perle. Noto principalmente per essere il chitarrista dei Three Trapped Tigers e dei più recenti Strobes, Calvert ha mosso i primi passi con la The Heritage Orchestra, un collettivo di musicisti a formazione aperta, del quale fa ancora parte, il cui numero di elementi può variare a seconda delle occasioni. Come orchestra di impostazione classica, ha la particolarità di incorporare elementi e influssi moderni di popular music come soul, funk, jazz e l'album omonimo del 2006 rimane probabilmente il più rappresentativo per capire le sfumature che convergono nella Heritage Orchestra, in quanto è compilato da materiale originale e non da rivisitazioni come su quelli successivi. Calvert compare in veste di autore e co-autore di due esecuzioni straordinarie come D'Lin e Sky Breaks rispettivamente, prestando anche la sua chitarra per uno splendido solo in quest'ultima.




Il 2011 vede poi il vero e proprio esordio solista di Calvert con Bygones sotto lo pseudonimo di Evil Ex, dove fa tutto lui accompagnato solamente dalla batteria di Adam Betts, suo futuro compagno nei Three Trapped Tigers. Futuro perché, anche se Bygones è stato pubblicato nel 2011, la sua registrazione risale in realtà al 2007, quando ancora i TTT dovevano ancora realizzare il loro primo EP uscito nel 2008. Qui troviamo un Calvert sempre e(c)lettrico e in vena di decostruzioni avant-grade, ma ancora solo in avvicinamento al devastante sound IDM math rock del suo trio. Tra una rivisitazione elettro-minimale di D'Lin, quadri noise accostati a crescendo inesorabili e improvvisi assalti metallici il risultato è altrettanto epico, ma con un vezzo compositivo forse più vicino spiritualmente ai canoni e moduli della colta contemporanea che non al prog rock, facendone così un perfetto preludio elettrico speculare alla via acustica mostrata su Typewritten.



www.mattcalvert.co.uk

domenica 21 ottobre 2018

Esperanza Spalding - 12 Little Spells (2018)


Dopo aver pubblicato Emily's D+Evolution due anni fa deve essere scattato qualcosa in Esperanza Spalding, dato che da allora si è impegnata in progetti sempre più ambiziosi e "a tema" per così dire, sempre più tesi alla ricerca di spingere le proprie possibilità e alla sperimentazione. La prima prova in un campo nuovo risale all'anno scorso quando la bassista si chiuse in studio per 77 ore filate, comprensive di diretta streaming, registrando quello che poi è diventato Exposure. Adesso con 12 Little Spells tenta qualcosa di analogo a livello di improvvisazione e che questa volta si estenda oltre la musica.

Ancora facendo affidamento sui numeri, i 12 incantesimi sono anche la quantità delle tracce incluse nel disco, ognuna delle quali si riferisce ad una parte ben precisa del corpo umano e alle proprietà spirituali, di potere ed energia, legate ad esse. Un lavoro che non si risolve solo sul piano musicale ma anche su quello visivo, dato che la Spalding per dare una dimensione totale all'opera ha collaborato con la visual artist Carmen Daneshmandi, il direttore teatrale Elkhanah Pulitzer e il videomaker Ethan Samuel Young, legando ad ogni canzone un video corrispondente che poi la musicista ha realizzato tramite il proprio sito ufficiale, uno alla volta, ogni giorno a partire dal 7 ottobre.

Ad ascoltare 12 Little Spells si ha la sensazione che la maggior parte del materiale sia stato improvvisato ed infatti la Spalding ha gettato le basi per l'album proprio in Italia all'interno di un castello con i suoi musicisti per poi registrare il risultato in due settimane a Brooklyn. L'ispirazione parte dalla pratica spirituale giapponese del Reiki che prende spunto dall'energia interiore del corpo per guarire le nostre emozioni negative, fino ad arrivare alla Psicomagia di Alejandro Jodorowsky che invece cerca di sanare i traumi psicologici tramite l'uso dei tarocchi.

Partendo dalla title-track che utilizza l'orchestra in modo suggestivo per aggiungere una parvenza di linearità, l'album si addentra ben presto in un sentiero di indeterminatezza formale, palesando la sua vera natura di aleatorietà musicale nel seguire più la parola cantata che una vera e propria struttura. L'opera si traduce così in una sorta di flusso di coscienza strumentale che funge da trampolino per quello che la Spalding ha da dire (o meglio da cantare), accentuando tali caratteristiche e divenendo sempre più ostico mano a mano che ci si avvia verso la parte finale. Sicuramente, nel mostrare le possibilità della sua idea di improvvisazione impressa su nastro, la Spalding dimostra in questa nuova incursione nell'art pop sperimentale, se possibile, ancora più coraggio che su Exposure. Il suo percorso di unire pop e jazz si fa quindi sempre più simile all'intellettualismo di Joni Mitchell, il cui spirito aleggiava già nelle canzoni di Emily's D+Evolution.

sabato 20 ottobre 2018

Vinilici - un documentario sul vinile e sull'amore per la musica

In uscita il 20 novembre un documentario che penso potrà interessare gli appassionati di musica, ma non solo progressiva. Si intitola Vinilici ed il suo soggetto è così descritto:

A settanta anni esatti dalla nascita del disco in vinile, il docufilm Vinilici vuole indagare sul ritrovato interesse per la musica su vinile in Italia. I dischi in vinile, infatti, non sono più acquistati solo dai collezionisti ma anche da una nuova e più ampia schiera di appassionati di diverse età. Si tratta di un nostalgico ritorno al passato o di un’opportunità per il futuro?

Attraverso le testimonianze di musicisti, autori, collezionisti, audiofili, venditori, sociologi, appassionati,  Vinilici è la storia di un’icona, il disco: dalla registrazione alla stampa, dalla distribuzione all’acquisto, dall’ascolto alla sua conservazione.

Molte sono le testimonianze presenti nel film: Renzo Arbore, Claudio Coccoluto, Elio e le Storie Tese, Renato Marengo, Mogol, Giulio Cesare Ricci, Red Ronnie, Lino Vairetti, Bruno Venturini, Carlo Verdone ed altri ancora.

Il film parte da Napoli, originaria capitale della musica e del disco in Italia. E non è un caso: la Phonotype Record, fondata a Napoli agli inizi del ‘900, è tra le prime case discografiche al mondo ad avere un autonomo stabilimento per la fabbricazione di dischi.

Il filo conduttore del film è l’amore per il vinile, inteso nel vero senso del termine perché evidenzia la musica come elemento imprescindibile nella vita di ognuno, anche se in modo sempre soggettivo. Infatti la scelta del titolo deriva da un certo modo di vedere il vinile, quasi come una piacevole dipendenza, una “buona droga”, come, del resto, tutta la musica.

Vinilici non è un documentario tecnico per pochi esperti ma il racconto di esperienze di appassionati che si uniscono in una storia più grande, quella del vinile.

Vinilici - Trailer from Giorgio Beltrame on Vimeo.

mercoledì 17 ottobre 2018

the EFFECTS - Eyes to the Light (2017)


Nella leggendaria scena hardcore della Washington D.C. degli anni '90, tra le tante band raccolte intorno all'altrettanto leggendaria etichetta Dischord Records ce ne fu una in particolare, che rispondeva al nome di Faraquet, il cui sound si imponeva con forti accenti prog, ritmiche sincopate e chitarre con fraseggi math rock che ispirarono molti giovani musicisti a venire. I Faraquet durarono lo spazio di poco tempo, ma quel breve periodo bastò per lasciare il segno, soprattutto postumo, con il seminale The View From This Tower (2000) e il leader Devin Ocampo rimase sempre attivo nell'ambiente musicale della città sia come produttore che come musicista, formando tra l'altro i Medications.

Da qualche anno Ocampo ha messo in pausa i Medications e con l'irrequietezza artistica che lo contraddistingue ha formato i the EFFECTS, pubblicando alcuni singoli e l'album Eyes to the Light (sempre per la Dischord Records), risalente ad un anno fa. Come i Faraquet anche questa nuova band si presenta in una veste di trio, questa volta in collaborazione con Matt Dowling (dei Deleted Scenes) al basso e David Rich (ex Buildings) alla batteria. Ancor più che con i Medications, Ocampo sembra qui riprendere il discorso interrotto con i Faraquet, anche se con uno sguardo volto leggermente all'accessibilità. Usare questo termine pare esagerato e rischioso quando ci si trova di fronte ai riff taglienti della chitarra di Ocampo che si aggrovigliano uno sopra l'altro oppure alle continue evoluzioni ritmiche che completano l'ininterrotto fragore frenetico prodotto.

Eppure, tra le cervellotiche trame math rock e tra gli algidi mosaici alla King Crimson,
compaiono inaspettati squarci melodici e lineari, come se questo fosse il gioco o l'obiettivo della band: spiazzare rimanendo però fedele ad un'estetica prog hardcore che pulsa costantemente energia, anche nei pezzi di maggior immediatezza come Set It Off e Anchors Aweigh. Ma il lavoro meticoloso dei the EFFECTS nel proporre un'etica rigorosa di costruzioni strumentali che abbinano tecnica e sentimento pare proprio più vicino al serioso approccio del prog che non alla furia destrutturata del post hardcore. Un gran disco da recuperare.



www.the-effects.com

domenica 14 ottobre 2018

Sanguine Hum - Now We Have Power (2018)


Con Now We Have Power i Sanguine Hum concludono (forse) la saga concept iniziata con il precedente Now We Have Light, doppio album di tre anni fa che apriva la storia di Don, un singolare personaggio che dopo aver causato un'apocalisse, nel mondo post bellico dei sopravvissuti riesce comunque a creare un nuovo tipo di energia pulita e rinnovabile. L'invenzione si basa su due leggi fisiche innegabili: quando un gatto cade atterrerà sempre in piedi, quando a cadere è invece una fetta di toast imburrato, questa cadrà inevitabilmente dalla parte del burro. Ne conseguirà che, legando al dorso di un gatto un toast imburrato e lanciandoli in aria, i principi fisici non possono far altro che farli ruotare perennemente senza mai toccare terra in modo da creare un moto perpetuo che genera energia. 

Se non capite questo tipo di umorismo utilizzato dai Sanguine Hum come spunto per la loro storia probabilmente non siete fan di Douglas Adams o del nonsense patafisico canterburiano. La narrazione non manca comunque di momenti e occasioni per riflettere dato che Don, divenuto leader del suo nuovo mondo, verrà inevitabilmente corrotto dal potere, lasciando un finale aperto a nuovi scenari che forse saranno raccontati in un album successivo. Un soggetto distopico che, nonostante la sua attualità metaforica, il duo Joff Winks e Matt Baber aveva già in mente ben quindici anni fa, quando ancora si facevano chiamare Antique Seeking Nuns (nel loro primo EP del 2003 Mild Profundities comparivano i primi indizi). Now We Have Power vede anche il ritorno come ospite del batterista originale Paul Mallyon, che cinque anni fa lasciò per perseguire altri impegni, ricomponendo così con Brad Waismann una solidissima sezione ritmica in costante ricerca di tempi dispari.

La musica dei Sanguine Hum è una perfetta allegoria del concept su cui si basano i testi: ad un primo contatto sembra qualcosa di semplice e disimpegnato, invece il doveroso ascolto multiplo ne rivela tutta la sua complessa natura fatta di arrangiamenti stratificati e puntigliosi, che a partire dal pop e dall'art rock vi aggiungono spezie fusion e orchestrali, fino a comporre un mosaico post prog tra il canterburiano e lo zappiano (specialmente negli squarci strumentali Skydive, A Tall Tale, Flight of the Uberloon). Pur essendo in passato stati paragonati a questi due parametri stilistici, su Now We Have Power i Sanguine Hum conseguono una specie di indipendente maturità che li lascia esplorare lidi molto densi di idee anche se non sempre perfettamente compiute nel loro potenziale. Questo non va ad intaccare quella personale bolla sonora perfettamente riconoscibile che il duo Winks/Baber ha generato e sviluppato nelle loro varie incarnazioni (oltre ai già citati Antique Seeking Nuns si aggiunga la Joff Winks Band).

Il fascino ormai consolidato da anni del connubio tra i due musicisti è rimasto invariato e qui si cementa ancora di più, sopratutto su Speak to Us e Devachan Don che rimangono il cuore centrale dell'album. Baber, raffinato ricercatore di suoni tra il moderno e il minimale, aveva già dato prova della sua audacia tastieristica nel recente excursus solista Suite For Piano and Electronics; mentre Winks si contrappone alla parte sperimentale di Baber rimanendo l'anima melodica e cantautorale del gruppo. Dall'impostazione quasi impressionista di The View, Pt. 1 a quella a forma di ballad di The View, Pt. 2 ci si apre il mondo sonoro dei Sanguine Hum caratterizzato da abbondante uso di piano elettrico, frasi di synth e chitarre acustiche. Anche nell'impostazione compositiva i ruoli sono più chiari che mai: si capisce la predisposizione di Winks per ritmiche moderate ed elementi elettroacustici che affiora praticamente in ogni brano (tipo Bedhead, Quiet Rejoicing), mentre Baber aggiunge negli assoli e negli accompagnamenti forme circolari e reiterate unendosi in un sound pacato e gentile che parla un linguaggio post prog molto erudito.


sabato 13 ottobre 2018

VOLA - Applause Of A Distant Crowd (2018)


Quando i VOLA si mostrarono sotto i nostri radar l'entusiasmo nei confronti della loro formula riguardava i contrasti provocati da pesantissimi riff djent in opposizione a suoni di synth elettronica che ne replicavano le direttive sonore, donando al prog metal un'aura da retrowave patinata in stile Mew. Tre anni fa, quando uscì Inmazes, nessuno o quasi aveva sentito parlare dei VOLA e il clamore di quel lavoro fu tale che da artisti autonomi e indipendenti si ritrovarono a scegliere varie offerte da parte di case discografiche e adesso Applause Of A Distant Crowd viene pubblicato dall'olandese Mascot Label Group.

In questa nuova prova però sembra che i VOLA abbiano avuto un gran timore di fare il passo successivo oppure, peggio ancora, si siano trovati confusi su quale modo proseguire. Tutto ciò che appariva gigante, eccessivo e spinto al limite su Inmazes, qui viene riproposto affievolito in favore di canzoni costruite intorno ad un ritornello (Alien Shivers ne è l'emblema). Il che non costituirebbe nulla di male, se questa priorità non avesse penalizzato la volontà di progredire nello sviluppo delle idee che avevano funzionato così bene su Inmazes. Quelle di Applause Of A Distant Crowd sono composizioni dove il ritornello è avvolto da un involucro vuoto cadendo pericolosamente vicino agli errori di quel tipo di pop che punta solo alla facile presa, privilegiando dal punto di vista compositivo solo quella parte destinata ad essere ricordata. Con questo non si vuole far intendere che VOLA si siano dati al mainstream, piuttosto che l'ostentazione intenzionale nel privilegiare la forma canzone abbia appannato quel senso di avventuroso che poteva fare la differenza.

Con tale paragone non si sta quindi criticando l'aver cambiato rotta verso lidi più accessibili perché non è così, ma solo la metodologia di lavoro. Certo, ritroviamo sempre e comunque quelle poliritmie alla Meshuggah, ma ormai chi è che non ne fa uso? Non bastano più questi espedienti per elevarsi al di sopra della massa e così, ad esempio, le prime tre tracce We Are Thin Air, Ghosts e Smartfriend si risolvono in qualcosa di irrisolto che ti fa pensare "tutto qui?". Avevo grandi aspettative per Applause Of A Distant Crowd ma la delusione più cocente è che esso non rappresenta né una nuova direzione né una fotografia istantanea di ciò che hanno prodotto sinora, ma un netto passo indietro.  


venerdì 12 ottobre 2018

Matt Calvert - Typewritten (2018)


Per chi non lo conoscesse Matt Calvert è il chitarrista degli straordinari Three Trapped Tigers, per chi invece ha già familiarità con il suo lavoro all'interno di quel gruppo avrà l'occasione di scoprire un lato inedito del musicista su Typewritten, il primo album firmato in solitaria a suo nome. Calvert infatti abbandona l'estetica di elettronica spinta del trio sperimentale e si dedica completamente alla strumentazione acustica, rimanendo però nel reame del math rock abbinato alla musica da camera e minimale.

Typewritten nasce dopo un lungo soggiorno berlinese di Calvert che, tornato nella natia Inghilterra, ha registrato le dieci tracce viaggiando tra Oxford, London, l'Alsazia, Berna e Berlino con la collaborazione di John Blease (batteria), Ben Trigg (violoncello), Jim Hart (vibrafono) , Tom Mason (contrabbasso), Raven Bush (violino), Julian Sartorius (percussioni) e Otis Sandjo (sassofono) i quali vanno a costituire un piccolo ensemble orchestrale. L'album in se è una riflessione moderna sulle possibilità della musica acustica utilizzata come ponte tra vari linguaggi jazz, classico e sperimentale. Lo stesso uso massiccio di armonici che Calvert espone con la sua chitarra su 12051 e su 12048 ci pone di fronte alla sua volontà di andare oltre la dimensione melodica dello strumento per abbinarla all'elemento ritmico.

Quest'ultimo è un altro aspetto prominente delle composizioni - e trattandosi di un artista che proviene dal math rock non poteva essere altrimenti - che in special modo su Suffer troviamo nel moto percussivo quasi circolare il quale tende a prendere il sopravvento. Anche i movimenti armonici e le progressioni di accordi di Mute Heart sembrano nascere dalle direttive dettate dai pattern percussivi, così come succede nelle sincopi poliritmiche di Yu or Me, fino ad arrivare al minimalismo di S Waltz che si sviluppa su temi di domanda e risposta tra gli strumenti o Nothing to Envy che inizialmente sparpaglia note pizzicate poi le avvolge insieme nel crescendo insieme agli altri strumenti. Lo stesso titolo dell'album (in italiano "dattiloscritto") non sembra casuale quando si ascolta Yaa Yaa, che pare replicare l'irregolare ritmo nell'azione del battere sulla macchina da scrivere. Quindi, il nucleo di ricerca di Typewritten, che si concentra nel sodalizio acustico tra strumenti a corda e a percussione, può dirsi perfettamente riuscito, creando un lavoro di grande fascino che conferma l'assoluta caratura del valore di Matt Calvert.





mercoledì 10 ottobre 2018

Coheed and Cambria - Vaxis – Act I: The Unheavenly Creatures (2018)


Chiusa e aperta in un batter d'occhio la parentesi di The Color Before the Sun, unico album nella discografia dei Coheed and Cambria slegato alla saga The Amory Wars, il gruppo guidato mente, chitarra e voce da Claudio Sanchez ritorna alla forma concept per quello che si appresta ad essere il primo capitolo di un'altra parte della storia ampiamente sviluppata (anche in una serie di fumetti) e già detentrice di una vastissima mitologia. Quindi, dopo la sbornia epico fantascientifica portata avanti per ben sette album, i Coheed and Cambria con l'ottavo The Color Before the Sun avevano deciso intenzionalmente di prendersi una pausa anche a livello musicale dalle complesse strutture epic metal, alleggerendo e allentando le arie da rock opera in favore di un alternative rock dai tratti quasi pop punk.

La decisione ha avuto vita brevissima poiché adesso The Unheavenly Creatures si spinge in una direzione opposta su tutti i fronti. Prima di tutto la durata: Vaxis è un album lungo (80 minuti!), troppo lungo. Una percezione amplificata dal fatto che il suo contenuto non aiuta affatto a farlo percepire scorrevole e "leggero". Certo la "leggerezza" è una cosa che non si può chiedere ai Coheed and Cambria e non mi riferisco alla musica, ma a quel senso di gravosa epicità che da sempre risiede intrinsecamente nelle loro composizioni. Il quartetto americano ha attraversato varie fasi, la cui progressione, tra alti e bassi, li ha portati a toccare varie sfumature stilistiche comprese tra prog emocore, epic metal, AOR, rock opera, rimanendo comunque sempre ben riconoscibili. Per dirlo in breve: è incredibile come nella loro carriera i Coheed and Cambria siano stati capaci di scrivere pezzi dalle caratteristiche che possono abbracciare umori metal agli antipodi, tanto oscuri e apocalittici un attimo prima, quanto zuccherosi e aperti al pop metal quello dopo.

E qui si arriva al secondo punto. Nella sua densità Vaxis – Act I: The Unheavenly Creatures riesce a comprendere tutto questo spettro estetico: dai riff doom di The Dark Sentecer fino ai coretti "nanananaaaa" di Old Flames. Nonostante ciò l'opera nona dei Coheed non è un viaggio esente da confusione e rischio di perdersi, anche dopo svariati ascolti. Questo perché l'abbondanza di materiale accentua la difficoltà di riconoscere dei nuovi classici o comunque qualche cosa che rimanga impressa. Tutto si risolve in una piattezza asettica che forse salva giusto le lodevoli Love Protocol e The Pavilion (con un bell'inserimento di orchestra), nelle quali si ritrova lo spirito dei Coheed più genuini. Quanto detto apparirà paradossale per un album che sembra essere l'equivalente di un ampio catalogo di inediti che riassume una carriera quindicennale, ma a The Unheavenly Creatures manca quell'eclettismo e la sana voglia di ricercare nuove sfumature che, ad esempio, avevano provato con più efficacia nei due volumi di The Afterman.



domenica 7 ottobre 2018

Redwood - Lay Your Love Down (2018)


Dopo averli scoperti un paio di anni fa con un EP assolutamente valido, il quintetto inglese Redwood ci riprova con Lay Your Love Down, un secondo EP che conferma e supera le aspettative dell'esordio. A sentirli senza conoscerne la provenienza si direbbe che i Redwood appartengano alla scena alternativa americana per quanto il loro sound stratificato trasuda di quell'emo infuso di math rock originario del midwest. Tra suggestioni dreamgaze e riverberi ambient, i Redwood ampliano il loro spettro sonoro fino ad allargarsi alla sponde del post rock, creando quegli impasti sontuosi e avvolgenti tipici dei Moving Mountains. Si intuirà, quindi, che nella musica dei Redwood si riconoscono quei vari stili che nel tempo sono venuti a contatto tra loro e si sono fusi in un'unica tavolozza dai contorni caleidoscopici.

Comunque, la sorpresa di Lay Your Love Down è che non si incaglia in contorte jam psichedeliche o complessi giochi di incastri tematici, ma le sue linee e le sue strutture sono ben delineate in una forma accessibile e colme di spazi melodici molto ariosi, talvolta solari talvolta malinconici. Tutte sensazioni già racchiuse nell'inaugurale In Your Arms e che poi proseguono nelle leggiadre e bucoliche polifonie di Mother e Magnolia ed infine nella maestosità di Denaline e del finale di Yellowstone. In sintesi Lay Your Love Down non è solamente un passo avanti nella giusta direzione, ma anche un eccitante antipasto per ciò che i Redwood possono offrire nel futuro.




sabato 6 ottobre 2018

TTNG - Animals Acoustic (2018)

 

Per celebrare il decimo anniversario di Animals, praticamente l'album che li lanciò come esponenti di primo piano della scena math rock internazionale, i TTNG (This Town Needs Gun) hanno pensato di ri-arrangiarlo nella sua interezza in versione acustica. Una cosa molto simile fu realizzata a suo tempo dai colleghi Tubelord per il loro primo album. Per l'occasione i TTNG hanno richiamato in studio Stuart Smith, il cantante originale che lasciò la band nel 2011, ma non è tutto perché Animals Acoustic ospita al suo interno altri musicisti del calibro di Nate Kinsella (Birthmark, American Football, Joan of Arc), Yvette Young (Covet), Mivos Quartet e The Kraken Quartet, ognuno di loro impegnato ad aggiungere strumenti esotici e classici come troba, archi, xilofono, arpa, ecc., i quali arricchiscono le armonie e fanno emergere la insita delicatezza e profondità delle composizioni.

Ovvio che ne sia uscito qualcosa di speciale e forse per certi aspetti anche superiore all'originale. In particolare si notano una attenta cura riservata al reparto ritmico con un vasto assortimento di percussioni (su Lemur, Baboon, Gibbon) o alcuni passaggi o intermezzi che arrivano a sfiorare la world music e la musica da camera (Badger, Rabbit e Dog ne sono un esempio e il piano su Crocodile è un tocco di classe). E' in questo modo che un album catalogato come math rock oltrepassa i confini che ancora troppo spesso dividono la musica cosiddetta popular e quella colta. E così un album pubblicato dieci anni fa non solo rivive, ma segna un capitolo inedito e autonomo nella discografia dei TTNG.

venerdì 5 ottobre 2018

Black Peaks - All That Divides (2018)


Boh, io proprio non capisco. Non che mi aspettassi chissà che cosa, ma il secondo sforzo discografico dei Black Peaks, come si poteva intuire dai primi singoli, non è altro che un proseguo senza quasi nessuna novità da aggiungere che calca le stesse orme di Statues. Non starò qua a riproporvi un riassunto della loro storia (che potete andare a leggervi qui), ma se All That Divides pare ormai essere una conferma della strada che i Black Peaks vogliono intraprendere, possiamo affermare che avevano da offrire molto di più quando si facevano chiamare Shrine.

La loro sorte ricorda da vicino quella dei FOES, un'altra band che si presentò agli esordi con un EP strepitoso (Ophir), il quale faceva intravedere possibilità di sviluppi originali ed eccitanti poi, al contrario, arrivati alla prova del primo album si sono persi in una versione stereotipata di loro stessi: troppo conformati ad un'idea di post hardcore patinata e da catena di montaggio, facendo quasi scomparire la componente sperimentale e progressiva, assorbita da un compromesso simile al riflesso condizionato per la consapevolezza di poter raggiungere un pubblico più vasto, ma sempre con il rischio paradossale di porsi in una via di mezzo che non accontenta pienamente nessuno.

Come Statues, All That Divides contiene alcuni spiragli d'interesse nei brani Aether e Electric Fires, ma nel contesto generale la band pare quasi scrivere con pattern preconfezionati come fossero decisioni prese a tavolino: "allora, nel ritornello ci mettiamo sempre quel tipo di ritmica, nella strofa usiamo sempre il solito tono di chitarra con l'arpeggio melodrammatico e così via..." tanto che ogni cambio e ogni dinamica appaiono addirittura prevedibili. Forse questo album potrà piacere a chi sente la nostalgia dei primi Arcane Roots, ai fan dei Muse e le recensioni positive potranno anche arrivare, ma alla fine, nella massa di proposte del post hardcore, in quanti saranno a ricordarsi dei Black Peaks?

mercoledì 3 ottobre 2018

Hypophora - DOUSE (2018)


Sorti nel 2012 a Truro, una piccola cittadina della Cornovaglia, gli Hypophora segnano a fuoco il proprio esordio DOUSE con undici tracce a dir poco memorabili. Ad ascoltare DOUSE in modo poco attento si avrà la sensazione di un quartetto di alt rock/post hardcore dai tratti molto incendiari. Con uno sguardo più approfondito si può invece dedurre come oggi il progressive rock si sia infiltrato in modo naturale in band dai caratteri hard e heavy, rendendole più vive che mai.

La parte vincente degli Hypophora è soprattutto poggiata sul perfetto impasto della line-up che vede l'energia sprigionata dalla sezione ritmica, a cura di Lewis Pilcher (basso) e James Farmer (batteria), che ricopre propulsioni a volte funk a volte fusion; la chitarra di Karum Cooper con i suoi cambi di registro, abrasivi il più delle volte e clean all'occorrenza, che si perdono in fratture math rock o riff super compressi e per finire la passionale voce dall'incredibile estensione di Katie McConnell, creano un mix esplosivo di rock viscerale e primordiale, ma suonato con il cervello. A parte sembrare una versione al femminile dei Black Peaks che incontrano i Mals Totem, gli Hypophora riescono ad infondere una prospettiva avventurosa e multitematica a pezzi pesanti come macigni.

Le fondamenta su cui risiedono le canzoni sono mutuate dall'hard rock americano, dal post hardcore e dal blues, ma ciò che fa la differenza è la sapienza degli arrangiamenti che portano in direzioni inaspettate ed eclettiche, non tematiche ma musicali. Il singolo Spires può essere un ottimo esempio nella sua scorrevolezza e naturalità nel combinare un accompagnamento sognante tra funk e math rock e i repentini assalti di chitarra ai limiti del doom, coprendo distanze stilistiche unite senza scomporsi più di tanto. Una procedura che raggiunge il suo zenith nelle ultime due tracce Cars Run on Friendship e Ordinary (entrambe oltre i sei minuti), dove si scoprono interessanti contaminazioni pure con il math pop. Un esordio che si attesta fin da subito come una dichiarazioni d'intenti matura e decisa.




martedì 2 ottobre 2018

Altprogcore October discoveries


Quartetto francese composto da Vladimir Mejstelman (batteria), Joël Crouzet (basso), Alex Michaan (tastiere) Aurélie Saintecroix (voce) i VAK con Budo producono un lucidissimo compendio di zeuhl fusion racchioso in tre lunghe suite che pulsano di umori conterburiani, RIO e jazz. Il gruppo è stato fondato nel 2008 da Mejstelman con l'intento di omaggiare i Magma con la sua musica, da recuperare anche il primo album del 2015 Aedividea. Due pubblicazioni di gran valore e da non perdere.



Majora è un gruppo australiano di post rock con venature metal che si inserisce nell'ultima onda di giovani band di quella terra come SEIMS, Kodiak Empire, Instrumental adj. Aphotic mostra un vario uso di suggestioni strumentali per creare paesaggi sonori che includono ambient, djent e psichedelia.



Altra band post rock che questa volta arriva dal Colorado. Il fatto interessante che portano sul piatto gli Autumn Creatures su Funeral Gardens è un rock elettrico e abrasivo coadiuvato da un quartetto d'archi. Se i Tides of Man e i Caspian sono per voi pane quotidiano credo che gli Autumn Creatures si aggiungeranno ai vostri ascolti in modo naturale.



Attivi dal 2015 i danesi Isbjörg sono un sestetto di progressive rock dove il piano di Mathias Bro Jørgensen costituisce il nucleo centrale delle composizioni. Dopo aver dato prova di competenza in due EP e nell'ottimo singolo In Endings, a settembre hanno realizzato la nuova traccia Illuvea, primo singolo estratto dall'album di esordio che uscirà nei primi mesi del 2019.




Formati nel 2015 i giovani palmlines hanno esordito nel 2017 con Get In Line, Lucy che si rivela un gradevolissimo incontro tra math rock, post rock e indie rock. Un album molto piacevole che riesce a toccare anche punte pop che lo rendono ancor più accessibile.



Un gruppo che di recente ha aperto i concerti di Kurt Travis, gli In Angles segnano un nuovo punto di maturità con il recente EP Shortfalls, presentando un math post hardcore più bilanciato e molto più a fuoco rispetto al precedente Cascading Home.

lunedì 1 ottobre 2018

Lux Terminus - The Courage to Be (2018)


Il curriculum del tastierista Vikram Shankar comprende un'ampia serie di esperienze musicali che vanno dal jazz al pop fino ad arrivare alla sua occupazione nella band progressive metal Redemption, studente di piano classico per dieci anni al Cleveland Institute of Music e fresco di una laurea in composizione all'Oberlin College and Conservatory. Con tale bagaglio alle spalle dal 2016 Shankar si è dedicato ad un suo progetto personale denominato Lux Terminus condiviso con altri due prestigiosi musicisti: Matthew Kerschner alla batteria e Brian Craft al basso. Il trio ha da poco esordito con The Courage to Be che vede la partecipazione come ospiti di Anneke van Giersbergen (alla voce nell'ultima traccia), del chitarrista Timo Somers (Delian, Vengeance) e di Raphael Weinroth-Browne al violoncello, i quali compaiono nella title-track in brevi interventi solisti.

E' ovvio che, anche se The Courage to Be include altri strumenti, al centro dell'attenzione rimangono il piano e le tastiere di Shankar e non è neanche difficile inquadrare il contesto di progressive rock e fusion nel quale il gruppo si muove. L'alto livello tecnico e i suoni scelti rimandano direttamente all'ultima onda di band strumentali prog jazz come Arch Echo e Nova Collective, abbracciando nel contesto sonoro sia le ouverture muscolari dei Dream Theater versione anni '90, sia le suggestioni cinematiche degli anni '80 delle soundtrack di Vince DiCola.

The Courage to Be ha comunque molto da offrire al suo interno: se Shankar riversa tutta la sua esperienza nella magniloquente suite di ventuno minuti che dà il titolo all'album, dove l'arrangiamento orchestrale possiede lo stesso respiro maestoso e sinfonico degli Earthside, i pezzi di bravura e sfoggio di tecnica incorporano evoluzioni ritmiche dispari costantemente in tensione mutuate dal djent (Electrocommunion, Effusion) o rivisitazioni moderne della prog fusion primigenia di Chick Corea e dei suoi Return to Forever (Miles Away).

Ma non è finita perché c'è inoltre un'altra suite che non appare in un unico blocco temporale, ma la ritroviamo durante lo scorrere dell'album in quattro movimenti slegati e divisi l'uno dall'altro. Musicalmente è molto naturale ricollegare ogni frammento ad uno stato e atmosfera unitari in quanto l'approccio stilistico differisce dalla generale tour de force virtuosistico, rappresentando il lato più melodico e classico del disco, fino alla lirica chiusura dell'unica traccia cantata Epilogue: Fly. Arduo associare questo album ad un'estetica metal come ormai si cercano di incasellare lavori di tale portata. Da quel mondo possono provenire giusto le ritmiche sincopate abbinate ai synth, ma forse se Plini suonasse il piano e non la chitarra sarebbe così che suonerebbe.


domenica 30 settembre 2018

Hail the Sun - Mental Knife (2018)


Non c'è niente da fare, per quanto si possono sforzare i Circa Survive e i gruppi a cui hanno aperto la strada da diverso tempo, non arriveranno mai ad essere conosciuti da noi. Eppure, grazie all'ennesimo prodotto in tema di experimental post hardcore, viene da chiedersi il perché gente come Sianvar, Stolas, Eidola, Dance Gavin Dance, A Lot Like Birds e, in questo caso, Hail the Sun, nonostante continuino a pubblicare album a getto continuo ormai da molti anni, siano ancora praticamente ignorati da buona parte del pubblico. Arrivati al 2018 si può dire che il genere ha anche avuto modo di affermarsi e delinearsi in tutte le sue peculiarità - tanto da aver creato attorno a loro una vera e propria famiglia allargata con membri in comune che entrano ed escono scambiandosi i ruoli e aver quasi autonomamente creato un fittizio e pretestuoso sottogenere chiamato "swancore" (nome derivato dalla Blue Swan Record di Will Swan) - che potranno anche non incontrare il gusto di tutti, ma senza negare una certa originalità nello spingere la ricerca e i limiti del post hardcore verso nuovi e ambiziosi orizzonti.

Ecco quindi che siamo di nuovo qui a parlare degli Hail the Sun che presentano il loro secondo lavoro sotto l'etichetta Equal Vision Records, arrivato a soli due anni di distanza dal notevole Culture Scars e con un EP di mezzo pubblicato lo scorso novembre. Per rendere il concetto più chiaro su quanto non freghi nulla di queste band - non diciamo in Europa ma almeno qui da noi - non credo di essere mai incappato in una recensione italiana riguardo gli Hail the Sun o uno dei gruppi sopra citati, eppure non mi sembra che facciano così schifo da essere totalmente ignorati, ma forse è perché non sono abbastanza cool per i siti musicali cool. Più che recensire Mental Knife, che è un solido attestato di mathcore post prog, verrebbe piuttosto da chiedersi a questo punto i motivi per i quali tale genere da noi non è mai arrivato e soprattutto recepito: troppo estremo per i puristi del classico progressive, troppo complesso per gli amanti del post hardcore che spesso preferisce flirtare con il pop punk.

Queste considerazioni vengono alla mente poiché, se fino ad ora le cose sono andate in questa direzione non cambieranno di certo con Mental Knife, dove Donovan Melero e compagni prendono di petto le frenetiche dinamiche fondate quindici anni or sono da The Mars Volta e At the Drive-In e per tutta la sua (breve) durata non fa nulla per agevolare un facile approccio alla musica, anzi è forse ancor più spietato nel suo negare compromessi a differenza del precedente Culture Scars, il quale conteneva almeno qualche episodio rilassato che smorzava la tensione. In questo caso gli Hail the Sun dimostrano di voler proseguire la tendenza del recente EP Secret Wars e rifarsi alle progressioni estreme ed intricate che dettavano il fuoco di fila dei primi The Fall of Troy.


mercoledì 26 settembre 2018

Slow Crush - Aurora (2018)


Nelle generazioni più giovani il revival dello shoegaze può comportare dei fraintendimenti dato che ultimamente, spesso e volentieri, questo genere musicale è stato associato e assorbito insieme ad una variante molto estrema di metal, andando a confluire nel cosiddetto blackgaze. Non fatevi trarre in inganno o stupitevi quindi se accanto al nome degli Slow Crush leggerete, come termine di paragone, i recenti paladini Deafheaven, Alcest, MØL o Oathbreaker, band con le quali hanno poco o nulla da spartire, anche se come incentivo si sono assicurati l'attenzione di un'etichetta come la Holy Roar Records che dei suoni eccessivamente abrasivi ha fatto un marchio di fabbrica. E' vero, c'è una certa heavyness nelle maglie elettriche scagliate dagli Slow Crush, ma il loro intento è far sognare con dolcezza senza ricorrere ad irrequieti sbalzi di atmosfera troppo repentini o traumatici.

Il giovanissimo gruppo (per metà belga e metà inglese) che ha iniziato il suo cammino nel marzo del 2017, e ora al debutto con lo scintillante Aurora in uscita questo venerdì, riporta semmai lo shoegaze alla sua vera essenza naturale, ovvero al suo apice compreso tra ultimi anni '80 e primissimi anni '90, quando a farla da padroni erano i My Bloody Valentine in primis, poi Swervedriver, Slowdive, Cocteau Twins e All About Eve. In particolare con questi ultimi condividono qualche scelta estetica, esattamente come nell'ultimo album in studio degli AAB Ultraviolet la bellissima voce di Julianne Regan risultava quasi indistinguibile nel mix finale (suscitando molte perplessità nei fan della prima ora), anche qui gli interventi della cantante e bassista Isa Holliday si trovano sepolti sotto un cumulo di distorsioni fino a renderli un'indistinta e impalpabile presenza. C'è da dire che la Holliday non è la Regan e gli Slow Crush hanno da subito abbracciato questa linea sapendo dove andare a parare, così tale espediente non solo non disturba, ma è funzionale nel rendere la musica ancora più sfuggente e affascinante.

Il ritmo spedito e post punk di Glow e il groviglio elettrico di Drift attirano subito l'attenzione prima di immergersi progressivamente in un lento mare di liquide suggestioni psichedeliche: nel sogno lucido di Tremble e in quello accattivante della title-track per la prima volta la voce della Holliday appare più chiara e sembra cullarci prima di essere investita da una marea montante di distorsioni. Il melodramma gotico dei Cocteau Twins è dietro l'angolo sulla narcolettica Collide e non c'è cosa più dolce per affogare le proprie malinconie. Gli Slow Crush possono essere aggressivi tanto nei riff quanto dolci nelle parti principali come accade su Shallow Breath e su Aid and Abet, ma il fatto che l'alto flusso di riverberi e l'opacità dell'amalgama sonico producano una sensazione di astrazione (come su Beached) contribuisce nel mantenere un microcosmo sonoro ultraterreno. Questa dicotomia di contrasti alla prova dei fatti si rivela piuttosto differente dal metodo quiet/loud tipico del post hardcore, ma serve quasi da saturazione di appagamento dei sensi, dove le suggestioni innescate dall'album creano un'atmosfera unitariamente sognante anche nei momenti più duri. Come debutto Aurora è una delle più convincenti e appassionate dichiarazioni d'amore, da molto tempo a questa parte, nei confronti dello shoegaze inteso come tale.
 




venerdì 14 settembre 2018

Low - Double Negative (2018)


Per quanto non abbia mai dato molta importanza ai Low è quasi del tutto impossibile rimanere indifferenti di fronte a Double Negative. Il nuovo album del trio del Minnesota è qualcosa di alieno, un'eccitante esperienza sonora, un esperimento che trascende il rock o la popular music per abbracciare un più vasto linguaggio sonoro universale. Catalogare come musica rock, indie, alternative o, più propriamente, avant-garde il contenuto di Double Negative sarebbe riduttivo, in questo caso si va oltre il limitante formato di "album", qui siamo di fronte all'equivalente di un'esposizione artistica permanente.

Attivi fin dagli anni '90 i Low si sono costantemente distinti per una musica depressiva, dai connotati chiaroscuri, ma comunque in continua ricerca, attestandosi con qualche riserbo in quel genere definito slowcore. Un'opera del genere la si immaginerebbe realizzata da neofiti ansiosi di affermarsi come nuovi profeti cultori delle tecnologie, invece arriva da dei veterani come i Low la cui ricerca e crescita non solo è andata avanti rispetto a Drums and Guns del 2007 (l'antenato più somigliante a Double Negative), ma ha creato una frattura così marcata e radicale con il passato che non si può far altro che rimanere ammirati di fronte a tanto coraggio e intraprendenza proiettata verso il futuro.

Ritornando a collaborare con il produttore B.J. Burton, dopo Ones and Sixes (2015), i Low devono aver stimolato la sua esperienza con il Bon Iver di 22, A Million portandola al livello successivo. La manipolazione dei suoni attuata su Double Negative prosegue attraverso un sottile legame con l'opera di Justin Vernon, ma con un approccio iconoclasta e di rottura paragonabile alla forza dei guastatori This Heat (se si guarda al passato) o a Kid A dei Radiohead (se guardiamo al presente) e con molta più potenza espressiva degli artisti appartenenti ad etichette indipendenti come Warp e Ninja Tune.

Il modo migliore per gustarsi Double Negative è ascoltarlo in un'unica sessione poiché, anche se l'album è suddiviso in undici tracce, sembra concepito come un unico flusso sonoro di quasi cinquanta minuti. Questa procedura è messa in chiaro e rafforzata fin dall'apertura con il trittico Quorum, Dancing and Blood e Fly, realizzati anche in un video unitario di quattordici minuti. Di certo non sarà un compito facile assorbirlo tutto in una volta, ma lo sforzo ripagherà in termini di coesione, assumendo un senso compiuto. Anche con la volontà di isolare i singoli brani si noterà una costruzione del tutto slegata rispetto ai consueti parametri formali, l'ascolto di Double Negative è quindi un salto nella fede, perché sarà molto raro ascoltare qualcosa di similmente respingente e accogliente al tempo stesso. 

Venendo alla materia che lo permea, la manipolazione del suono è sovrana e talmente esasperata da distruggere qualsiasi residuo di accordo o armonia intesi come prodotto di uno strumento musicale. Ma dal buco nero evocato dalla fredda pulsazione elettronico-industriale, il cui spettro uditivo si estende dal rumore bianco all'evanescenza dell'ambient, emergono detriti di ciò che avrebbero dovuto essere canzoni, ora trasfigurate in surrogati sepolti sotto cumuli di frequenze elettroniche. Sono le voci in lontananza di Alan Sparhawk e Mimi Parker che ci riportano alla dimensione melodica, altrimenti l'impianto strumentale si piega ad un perpetuo stratificarsi di apparati sintetici disarticolati o distorti, tanto da far sciogliere i vostri auricolari.

I Low, con l'algida spietatezza propria di guastatori iconoclasti, distruggono, sporcano e infettano come un virus delle potenziali canzoni malinconiche e riescono nell'improbabile impresa di elevarle ad uno stato artistico a-temporale, a-materiale, anti-musicale, in una parola: eterno. E' così che Double Negative trascende lo status di "album" e diventa un trattato sulla creatività nell'arte. Forse è proprio questo tipo di approccio che intendeva Simon Reynolds quando coniò il termine "post rock" per descrivere Hex dei Bark Psychosis. Double Negative potrà piacere o meno, non sarà di facile assimilazione, ma allo stesso tempo contiene molti elementi che lo rendono affascinante e soprattutto stimolante e quindi un ascolto obbligato per ogni serio amante della musica.