venerdì 14 settembre 2018

Low - Double Negative (2018)


Per quanto non abbia mai dato molta importanza ai Low è quasi del tutto impossibile rimanere indifferenti di fronte a Double Negative. Il nuovo album del trio del Minnesota è qualcosa di alieno, un'eccitante esperienza sonora, un esperimento che trascende il rock o la popular music per abbracciare un più vasto linguaggio sonoro universale. Catalogare come musica rock, indie, alternative o, più propriamente, avant-garde il contenuto di Double Negative sarebbe riduttivo, in questo caso si va oltre il limitante formato di "album", qui siamo di fronte all'equivalente di un'esposizione artistica permanente.

Attivi fin dagli anni '90 i Low si sono costantemente distinti per una musica depressiva, dai connotati chiaroscuri, ma comunque in continua ricerca, attestandosi con qualche riserbo in quel genere definito slowcore. Un'opera del genere la si immaginerebbe realizzata da neofiti ansiosi di affermarsi come nuovi profeti cultori delle tecnologie, invece arriva da dei veterani come i Low la cui ricerca e crescita non solo è andata avanti rispetto a Drums and Guns del 2007 (l'antenato più somigliante a Double Negative), ma ha creato una frattura così marcata e radicale con il passato che non si può far altro che rimanere ammirati di fronte a tanto coraggio e intraprendenza proiettata verso il futuro.

Ritornando a collaborare con il produttore B.J. Burton, dopo Ones and Sixes (2015), i Low devono aver stimolato la sua esperienza con il Bon Iver di 22, A Million portandola al livello successivo. La manipolazione dei suoni attuata su Double Negative prosegue attraverso un sottile legame con l'opera di Justin Vernon, ma con un approccio iconoclasta e di rottura paragonabile alla forza dei guastatori This Heat (se si guarda al passato) o a Kid A dei Radiohead (se guardiamo al presente) e con molta più potenza espressiva degli artisti appartenenti ad etichette indipendenti come Warp e Ninja Tune.

Il modo migliore per gustarsi Double Negative è ascoltarlo in un'unica sessione poiché, anche se l'album è suddiviso in undici tracce, sembra concepito come un unico flusso sonoro di quasi cinquanta minuti. Questa procedura è messa in chiaro e rafforzata fin dall'apertura con il trittico Quorum, Dancing and Blood e Fly, realizzati anche in un video unitario di quattordici minuti. Di certo non sarà un compito facile assorbirlo tutto in una volta, ma lo sforzo ripagherà in termini di coesione, assumendo un senso compiuto. Anche con la volontà di isolare i singoli brani si noterà una costruzione del tutto slegata rispetto ai consueti parametri formali, l'ascolto di Double Negative è quindi un salto nella fede, perché sarà molto raro ascoltare qualcosa di similmente respingente e accogliente al tempo stesso. 

Venendo alla materia che lo permea, la manipolazione del suono è sovrana e talmente esasperata da distruggere qualsiasi residuo di accordo o armonia intesi come prodotto di uno strumento musicale. Ma dal buco nero evocato dalla fredda pulsazione elettronico-industriale, il cui spettro uditivo si estende dal rumore bianco all'evanescenza dell'ambient, emergono detriti di ciò che avrebbero dovuto essere canzoni, ora trasfigurate in surrogati sepolti sotto cumuli di frequenze elettroniche. Sono le voci in lontananza di Alan Sparhawk e Mimi Parker che ci riportano alla dimensione melodica, altrimenti l'impianto strumentale si piega ad un perpetuo stratificarsi di apparati sintetici disarticolati o distorti, tanto da far sciogliere i vostri auricolari.

I Low, con l'algida spietatezza propria di guastatori iconoclasti, distruggono, sporcano e infettano come un virus delle potenziali canzoni malinconiche e riescono nell'improbabile impresa di elevarle ad uno stato artistico a-temporale, a-materiale, anti-musicale, in una parola: eterno. E' così che Double Negative trascende lo status di "album" e diventa un trattato sulla creatività nell'arte. Forse è proprio questo tipo di approccio che intendeva Simon Reynolds quando coniò il termine "post rock" per descrivere Hex dei Bark Psychosis. Double Negative potrà piacere o meno, non sarà di facile assimilazione, ma allo stesso tempo contiene molti elementi che lo rendono affascinante e soprattutto stimolante e quindi un ascolto obbligato per ogni serio amante della musica.


giovedì 13 settembre 2018

Arcane Roots - Landslide EP (2018)


E così anche la storia degli Arcane Roots è giunta al capolinea. Infatti, poco dopo l'annuncio della pubblicazione dell'EP Landslide che vedrà la luce domani, il trio ha inaspettatamente deciso di terminare la propria attività dopo aver onorato le ultime date del tour inglese. Altprogcore fu uno dei primi siti italiani a segnalare la band prima ancora che diventasse un nome di spicco nella scena alternativa internazionale ed è quindi giusto rendere omaggio al loro addio con questo breve post. Landslide rimarrà per cui l'ultimo capitolo discografico degli Arcane Roots e contiene in tutto quattro tracce: una è l'inedita title-track, mentre le rimanenti sono delle rivisitazioni in chiave ancor più elettronica e sperimentale di tre brani tratti dall'ultimo lavoro in studio Melancholia Hymns (Before Me, Matter, Off the Floor). L'EP musicalmente chiude la carriera del gruppo in modo quasi diamentralmente opposto a quel post hardcore sperimentale presente su Left Fire, ma soprattutto lascia in sospeso molti interrogativi su come gli Arcane Roots avrebbero potuto evolversi artisticamente dopo un album che rimetteva in gioco molte idee stimolanti da sviluppare per il futuro.




lunedì 10 settembre 2018

Emma Ruth Rundle - On Dark Horses (2018)


Ho iniziato ad ascoltare Emma Ruth Rundle semplicemente perché sono venuto a conoscenza che è una tra gli ospiti del nuovo album dei Thrice, Palms, che tra l'altro uscirà venerdì 14, lo stesso giorno di On Dark Horses, quarto album come solista della Rundle già impegnata in passato nelle band Marriages e Nocturnes. Tra le prime cose da sapere a proposito della cantautrice californiana è che in genere è solita riversare nelle sue canzoni una buona dose di mestizia e malinconia derivata da storie autobiografiche poi affinata nel tempo empaticamente di pari passo con la musica, partendo da radici blues/folk e proiettandosi in una zona sonora onirica e trascendentale.

In questo nuovo On Dark Horse la Rundle si basa sempre su temi personali e traumi fin troppo intimi da sviscerare, dove l'atmosfera, a tratti doom e post rock, ne rispecchia il disagio esistenziale, anche se molto meno accentuato rispetto al mortifero ma ugualmente affascinante Marked for Death. Proprio grazie al carattere cupo e desolante delle sue composizioni, Emma è stata accolta e assorbita in modo quasi naturale dalla comunità metal, partecipando in passato a festival e tour accanto a nomi estremi come Oathbreaker, Deafheaven, Alcest e Chelsea Wolfe.

Comunque sia, anche se la Rundle può essere associata periodicamente a tali nomi, il riferimento non è assolutamente indicativo di quanto da lei prodotto a livello sonico. On Dark Horses trasmette un profondo impatto emotivo ricorrendo agli estetismi del blackgaze, tramite bordoni elettrici di chitarre sporche e polverose, mitigati però da ingenti dosi di psichedelia mutuata da un dreampop dall'aspetto gotico. Il livello dei riverberi e delle vibrazioni in lontananza è così alto che persino l'armonia pare un fascio volatile e impalpabile, quasi confuso, sommerso in un magma elettrico e cadenzato da ritmiche tribali. Nelle prime tre tracce (Fever Dream, Control e Darkhorse) Emma dà sfogo a ognuna di queste sensazioni nel migliore dei modi: un flusso musicale lisergico nel quale si riversa tutta la melodrammaticità di cui lei è capace.

Il resto dell'album viene affrontato da prospettive simili ma con stilemi doom blues più marcati e riletti nel modo apocalittico psichedelico che le si addice, regalando un altro trittico da viaggio desertico (Dead Set Eyes, Light Song e Apathy on the Indian Border). Con On Dark Horses Emma Ruth Rundle si conferma un'artista in costante crescita.


venerdì 7 settembre 2018

Skyharbor - Sunshine Dust (2018)


Quando hai alle spalle un album gigantesco come Guiding Lights che è praticamente un monumento verso l'evoluzione atmosferica del djent, le aspettative per nuovo materiale che possa conservare la medesima forza espressiva e che abbia le capacità di spiegare al meglio cosa significhi quella brutta parola, sono tanto alte quanto facili da deludere. Questa pressione la devono aver vissuta in prima persona anche gli Skyharbor, dato che la lavorazione di Sunshine Dust, terzo lavoro in studio del gruppo, è stata alquanto lunga e travagliata.

Il primo duro colpo, a dire il vero, non è dipeso dalla volontà degli Skyharbor, ma lo hanno dovuto subire, cioè il pesante abbandono congiunto del batterista Anup Sastry (sostituito da Aditya Ashok) e soprattutto del frontman Daniel Tompkins, che se ne è tornato in pianta stabile con i TesseracT. Al suo posto è arrivato il carneade debuttante Eric Emery con un registro vocale simile ma più ruvido, tecnicamente meno misurato e più sguaiato e logicamente dotato di minor carisma, ma tant'è, il vero cuore musicale degli Skyharbor è rimasto saldamente nelle mani del chitarrista Keshav Dhar, il che dovrebbe garantire continuità di intenti.

In questi quattro anni di gap temporale, per amore di cronaca, è successo però ben altro: tra il 2015 e il 2016 gli Skyharbor pubblicano i primi tre singoli con la nuova formazione Blind Side, Chemical Hands e Out of Time, annunciando in seguito l'uscita di Sunshine Dust entro il 2017. Ma dopo un preoccupante silenzio e nessun aggiornamento ufficiale, alla fine di quell'anno la band fa sapere che sarebbe volata in Australia per registrare l'album daccapo sotto la guida del rinomato produttore Forrester Savell (Dead Letter Circus, Karnivool, The Butterfly Effect). Evidentemente l'insoddisfazione della prima stesura aveva preso il sopravvento.



Quindi mettiamola così: nell'ipotesi prevedibile che sarebbe servito uno sforzo sovrumano per superare e competere con Guiding Lights, Sunshine Dust nella sua versione definitiva è proprio l'album di media intensità che ci si poteva aspettare dopo quella perla di rara bellezza. Chiariamo poi che la responsabilità di tutto ciò non è da attribuire dalla prova di Emery (anche se Ethos con Tompkins sarebbe stata un'altra cosa), ma piuttosto è da imputare a composizioni buone, talvolta ottime, però non sempre eccellenti o indimenticabili. E la pecca maggiore di Sunshine Dust va forse proprio rintracciata nel patire il confronto con il suo predecessore e il fatto di non smuoversi in nessuna direzione di crescita. Preso singolarmente altrimenti il lavoro offre spunti interessanti come i tre singoli prima citati e potenziati, uno addirittura rimodellato (Synthetic Hands ex Chemical Hands nella quale sopravvive il riconoscibile chorus).

Per il resto il rimodellamento generale in corso d'opera che ha subito Sunshine Dust non è sembrato distanziarsi molto da quelle coordinate, neanche alla luce della comparsa dei primi antipasti che hanno anticipato il lavoro rappresentati da Dim e dalla title-track. Dissent invece aveva fatto preoccupare per quella sua piattezza nu metal che fortunatamente è rimasta solo un episodio isolato. Ma i problemi dell'album sono altri: quelli che dovrebbero servire da pezzi cardine con i loro potenti melodismi djent, come Ugly Heart, Ethos e Menace, scivolano via come esercizi di stile studiati a tavolino; pezzi più lunghi come Disengage/Evacuate e la strumentale The Reckoning fanno invece fatica a trovare un punto focale che serva da valvola di sfogo ad un cambiamento che non arriva mai. Sunshine Dust vive di questi saliscendi che lo indeboliscono nella lunga distanza e lo rendono inevitabilmente un'opera di transizione, buona nel complesso, ma con poca identità.


lunedì 3 settembre 2018

Altprogcore September discoveries


I fratelli Jasun e Troy Tipton, conosciuti soprattutto per essere stati i principali responsabili del progetto progressive metal Zero Hour (ed in seguito nei Cynthesis e Abnormal Thought Patterns), tornano con la nuova band A Dying Planet, dei quali Facing The Incurable è l'album di esordio.



Con il singolo Nottambuli la band Cazale (sì, il riferimento è proprio all'attore John Cazale) anticipa il suo primo EP autoprodotto dal titolo This is This che sarà pubblicato sulle principali piattaforme digitali a partire dal 21 Settembre. L’Ep è stato scritto e prodotto da Paolo Gradari (sax alto, tenore e baritono, clarinetto basso), ex Amycanbe e Caffè Sport Orchestra, e suonato con Luca Mengozzi (batteria), Marco Ditillo (chitarre) e Fabio Ricci (basso). Con i fiati di Gradari costantemente in primo piano i sette brani strumentali di This is This si colorano di tinte noir e crepuscolari tra swing, jazz ed un pizzico di prog, ricordando le soundtrack di vecchi polizieschi.



Nonostante sia un forte sostenitore degli Aviations ancora non sapevo del progetto collaterale Blumen portato avanti da Richard Blumenthal e James Knoerl che sono rispettivamente il tastierista e il batterista di quella band. L'interessante EP Mångata si concentra proprio sulle possibilità congiunte di piano acustico e batteria in un connubio di classica, jazz fusion e math rock molto suggestivo e competente.



Attivi a partire dalla fine degli anni '90 gli spagnoli El Tubo Elastico sono rimasti fino al 2006 una band esclusivamente live. Dopo un periodo di sosta nel 2012 la band si è unita di nuovo nel 2015, dando alle stampe il proprio omonimo esordio. Impala è il secondo sforzo del quartetto iberico e si presenta come un validissimo post/progressive rock strumentale dalle dinamiche equamente acide, psichedeliche e spaziali.


Stern è il progetto musicale di Chuck Stern, ex frontman dei mitici Time of Orchids. Ad aiutarlo in questo Missive: Sister Ships compare come ospite Toby Driver alla chitarra insieme a Keith Abrams (batteria) e Tim Byrnes (synth), altri suoi due collaboratori nei Kayo Dot. Detto questo, la direzione singolare, sperimentale e idisincratica dell'opera è facilmente intuibile.

giovedì 30 agosto 2018

Circles - The Last One (2018)


Quando i Circles si presentarono con il debutto Infinitas nell'ormai lontano 2013, eravamo all'apice di ciò che si può definire Rinascimento djent, nel momento in cui ormai sotto quel genere si stava assistendo ad una vera e propria copiosità di pubblicazioni. Il disco era ben prodotto e possedeva una buona dose di melodie azzeccate quanto imponenti assalti metallici. C'è da aggiungere che in tutto questo i Circles si inserivano a loro volta in un'altra scena musicale, ovvero quella alt metal australiana accanto a notevoli proposte come Karnivool, Dead Letter Circus e Twelve Foot Ninja. Fatto sta che Infinitas rimase lì, nascosto tra tanti altri album djent con il rischio di essere dimenticato se i Circles non avessero realizzato in tempi brevi un secondo capitolo che li definisse musicalmente con più accuratezza. 

Così non è stato e forse adesso nel 2018 sono in molti a non ricordarsi di loro. The Last One arriva infatti dopo cinque lunghi anni di sosta, un periodo di silenzio che si possono permettere magari i Karnivool, ma non una band come i Circles. I tempi sono cambiati e anche loro ci portano un lavoro differente. Non aspettatevi grandi innovazioni però, i Circles attenuano le parti growl e accentuano l'apparato djent melodico e atmosferico seguendo l'esempio dei TesseracT, ma se le trame strumentali rimangono complesse, sono le strutture ad alleggerirsi del superfluo. La cornice estetica nella quale si muove The Last One può essere circoscritta tra l'essenzialità formale dell'alternative rock dei Dead Letter Circus e le suggestioni atmosferico/metalliche dei Karnivool, un percorso ben riassunto dall'efficace presa di Tether e nella meditativa The Messenger.

Negli episodi più elaborati e prettamente limitrofi a spasmi djent come Winter e Dream Sequence, il fantasma dei Caligula's Horse aleggia nell'aria, ma non mancano sviluppi tematici interessanti come su Arrival e Renegade. The Last One insomma imbastisce nell'insieme una serie di fragranze sonore già appartenenti ad altre band, il che lo renderà un album gradevole per chi apprezza tutti i nomi citati, ma se i Circles aspetteranno altrettanto tempo per una nuova uscita, il rischio che The Last One cada nella stessa sorte di Infinitas è piuttosto concreta.


lunedì 27 agosto 2018

Punch People - Smash Crusher (2003)


Riportare alla luce un album di quindici anni fa di cui nessuno ha sentito parlare e del quale non si trovano praticamente tracce in nessuna piattaforma di streaming è uno dei miracoli compiuti dal sempre mai lodato abbastanza YouTube e, naturalmente, dai suoi utenti. Da qualche tempo infatti l'introvabile Smash Crusher, unica opera discografica degli oscurissimi Punch People, è stato caricato nel famoso sito in tutta la sua interezza. I Punch People erano un trio originario di New Orleans composto da Danny Bourgeois (voce e basso), Rock Whittington (chitarra) e Neil Benard (batteria) e, per le modalità di assoluta autoproduzione, credo che all'epoca Smash Crusher sia stato distribuito esclusivamente tra i fan e magari venduto agli show della band, per quanto a tutt'oggi non si trova alcuna informazione riguardo all'album. In pratica è stato uno di quei lavori prodotti in modo indipendente e stampato in qualche copia limitata di cui poi, una volta sciolto il gruppo, non se ne è saputo più nulla, cadendo in un oblio perpetuo.

Di questo album è giusto parlarne per alcuni motivi: perché non vada dimenticato un buon esperimento di post harcore / math rock e perché soprattutto va a colmare un piccolo collegamento con la band Damiera di David Raymond (adesso impegnato negli Hidden Hospitals). Il chitarrista Rock Whittington nel 2005 infatti, al termine della sua esperienza con i Punch People, volò da New Orleans a Buffalo per far parte dei neonati Damiera e partecipare alla realizzazione del primo album M(US)IC, sostituendo il dimissionario Matthew Kipp. A questo punto inserisco una piccola nota personale: alcuni anni fa, dopo aver cercato senza succeso  una copia del disco in lungo e in largo per il web, riuscii a contattare direttamente Whittington per avere almeno delle informazioni il quale, dopo qualche tempo, fu così prestevole e gentile da inviarmi una versione digitale di Smash Crusher. Ecco, magari l'album non ha lasciato alcun ricordo dopo il proprio passaggio e non costituirà un'opera fondamentale, ma il suo ascolto e recupero vale assolutamente la segnalazione per chi ha apprezzato negli anni il math rock, le varie band emocore della Topshelf Records e gli stessi Damiera.

mercoledì 15 agosto 2018

Delta Sleep - Ghost City (2018)


Una piccola curiosità per ciò che riguarda Ghost City, secondo album in studio del quartetto math rock inglese Delta Sleep, è che buona parte del suo cuore pulsante batte con colori italiani, dato che la sua registrazione è avvenuta a Cuneo. Ma lasciando da parte sentimenti nazionalisti, c'è subito da ammettere, a scanso di equivoci, che il nuovo lavoro dei Delta Sleep è veramente ben costruito e inoltre un bel salto in avanti rispetto all'esordio Twin Galaxies. Comunque, che si tratti di "città fantasma" o "galassie gemelle", al centro della musica dei Delta Sleep abbiamo sempre il math rock nella sua essenza più indie e questa volta a rafforzare la compattezza del disco si insinua anche l'ombra di un concept.

Ghost City tratta di un mondo distopico dove le città sono organizzate come una specie di coscienza collettiva, dominate dalla tecnologia e da grandi corporazioni, mentre la fauna e la natura organica sono solo un ricordo del passato. I Delta Sleep ci descrivono il mondo da loro immaginato attraverso gli occhi di un'eroina che fa parte di questa società del futuro, utilizzata come pretesto per parlare di temi alti tipo oppressione, esistenzialismo e gli effetti negativi della tecnologia. Ma musicalmente parlando ciò che risalta all'attenzione è come si dipana Ghost City, diviso pressoché equamente tra canzoni a tutti gli effetti e altre che assumono quasi i connotati di appendici di queste stesse (o comunque interludi di preparazione) ad iniziare dall'intro in crescendo di Sultans of Ping e poi negli arpeggi post rock di Ghost e Glass, in quelli dream pop di Dream Thang e la chiosa acustica di Afterimage.

Se Twin Galaxies mostrava ancora delle lacune stilstiche, mancando di sostanza e convinzione quasi apparendo come un math rock spersonalizzato, generico con la conseguenza di lasciare un ricordo volatile, i brani all'interno di Ghost City mostrano più forza e identità. Questa volta gli arzigogoli ritmici e chitarristici suonano con mano decisa nell'andamento frenetico e spensieratamente pop di El Pastor o nei contrasti hard/soft in continuo mutamento di Single File. Floater usa le stesse strategie, ma anziché basarsi sulla multitematicità, punta tutto sulla tensione dell'aspettativa per la deflagrazione. In pratica i Delta Sleep mettono maggiore varietà nel loro math rock grazie ad altre spezie: un attimo siamo dalle parti del midwest emo (After Dark), quello dopo ci ritroviamo in braccia ai Minus the Bear (Dotwork, Sans Soleil) dove costantemente aleggia quell'aria sognante di chi ancora, con umiltà e idealismo, si ostina nel suonare con passione la musica complicata in cui crede.





domenica 12 agosto 2018

Foxing - Nearer My God (2018)


Premessa: conosco i Foxing da tempo, in quanto appartenenti alla scuderia Triple Crown Records, etichetta discografica molto meritevole che tengo d'occhio periodicamente (The Dear Hunter, As Tall As Lions, From Indian Lakes e Caspian sono tutti usciti dalla TCR). Fino ad ora però non mi era mai capitato di scriverne qui poiché come band non possedeva particolari requisiti per ammetterla in un blog specificatamente dedicato al prog alternativo e alle sue derive. Diciamo che i Foxing, all'indomani di un acerbo esordio con The Albatross (2013), si sono inseriti in un filone non meglio identificato come emo rock, una definizione che già a partire dal successivo Dealer (2015) ha iniziato a mostrare segni di obsolescenza, dato che da quel momento la band di St. Louis aveva aggiunto progressioni post rock e orchestrazioni da chamber pop.

Ed è qui che arriviamo al terzo album Nearer My God, un lavoro dove i Foxing si giocano il tutto per tutto: non sono bastati un incidente stradale durante un tour e un camioncino rubato con dentro attrezzature e merchandising del valore da 30.000 dollari per far finire la loro storia. Quella che ha portato il gruppo, rimasto letteralmente senza soldi (recuperati parzialmente dai ricavi ottenuti dalla cover di Dido White Flag), a Nearer My God è una parabola che parla di quattro ragazzi che non hanno più nulla da perdere, con buone recensioni da parte della critica, ma che ancora stenta a colpire il grande pubblico. E allora ecco la decisione di incrementare la propria arte verso paesaggi inediti per loro, affidarsi all'aiuto del produttore Chris Walla (ex Death Cab for Cutie) e lasciarsi dietro le spalle la sicurezza di provare a scrivere canzoni che possano fare facile presa.

Non che Nearer My God sia un'opera difficoltosa, la si apprezza anche nell'immediato, ma è una di quelle che necessita svariati ascolti per essere penetrata al meglio. Detto ciò credo che mai una band indie emo - come vengono indicati i Foxing - si sia spinta così oltre in termini di contenuti, in quanto Nearer My God è un lavoro straripante sia nella durata (quasi sessanta minuti), sia per quanta carne viene messa al fuoco al suo interno. Praticamente è un gioco di specchi nel quale vi si può ritrovare tutto il meglio dell'influenza indie alternativa di questo secolo a partire da Radiohead, Brand New, Everything Everything, M83, TV on the Radio, Manchester Orchestra e ancora e ancora, ma i Foxing li mangiano e li sputano fuori con una metodologia di assemblaggio da applausi. Ogni brano rappresenta quindi un minuscolo universo a sé di tali influssi ma, dato che prende forza ed è sostenuto anche nella prospettiva totale della generosa tracklist, Nearer My God risulta un'opera tutt'altro che eterogenea.

Nella spettacolare prefazione di Grand Paradise tra il virgolettato di apertura e chiusura compreso in un semplice pad ritmico, succede un po' di tutto, come nell'album tra l'altro. Qui Conor Murphy, che è maturato molto come cantante, sovrappone la sua voce in due registri antitetici dando una strana sensazione alienante (espediente che utilizzerà anche più avanti), pochi cadenzati accordi di piano e poi arriva tutta la band ad irrompere in un rock obliquo dove la batteria di Jon Hellwig risalta per le sue bordate. E' proprio questa propulsione che dà alla musica del gruppo quella carica d'aggregazione quasi da arena rock alla U2, anche se paradossalmente Slapstick, la title-track e Won't Drown trasudano intimità e voglia di ascoltare in cuffia a tutto volume, isolati dal resto del mondo.

Il vero azzardo arriva nei nove minuti spartiacque di Five Cups nei quali i Foxing, tra suoni ambient e new age, tentano di mettere insieme una post wave sperimentale in odore dell'artificioso avant-rock dei These New Puritans. Ma tutto l'album assume i connotati di un esperimento sulla versatilità dell'emo americano, arrivando quasi a trasfigurarsi in un prodotto da british pop evoluto su Crown Candy, Trapped in Dillard's e Heartbeats. Qualcosa potrà piacere o meno in Nearer My God, ma non c'è un brano che non sia un piccolo miracolo di arrangiamento, facendoci capire quanto il gruppo si sia adoperato nella ricerca del particolare e abbia consciamente pilotato la propria scrittura verso una nuova forma. Insomma, se le vesti emo cominciavano a stare strette ai Foxing, adesso il completo indossato è un inequivocabile ed elegante art rock.


venerdì 10 agosto 2018

Lines In The Sky - Beacon (2018)


Fare del buon progressive rock che includa influssi metal e fusion comporta una bella sfida quando si ha un line-up composta da quattro o cinque elementi come minimo, figuriamoci quando si è solo in tre. I Lines In The Sky provano a fare proprio questo: i fratelli di Nashville Jesse (chitarra, voce) e Bowman Brock (batteria), insieme al bassista Ben McAnelly, compongono un power trio di tutto rispetto che finora ha dato prova delle proprie competenze in materia con gli LP Hilasterion (2014) e Parallel Travel (2016), ma forse è con quest'ultimo Beacon che sono riusciti a racchiudere una definitiva dichiarazione d'intenti che riassume la loro estetica di rock tecnicamente energico e avventuroso che comunque si attesta all'interno di in un reame molto accessibile, grazie anche ad aperture melodiche rafforzate dalla voce di Brock che ricorda, nel suo timbro chiaro e stentoreo, l'estensione notevole di Ted Leonard (Enchant, Spock's Beard).

Avendo quindi solo tre strumenti a disposizione i Lines in the Sky ne fanno un uso strutturato, molto denso, e spingono al massimo le loro possibilità con groove intricati nelle sovrapposizioni tra chitarra e basso tra Brock e McAnelly (entrambi musicisti con educazione classica) e la batteria costantemente in carburazione. Quindi, anche se emerge indubbiamente questa tendenza di AOR con aperture pop, il trio mette bene in chiaro le abilità di cui è capace nel riassumere riff di natura math rock e post hardcore, come fosse una band appartenente alla scuderia Equal Vision Records (i Coheed and Cambria potrebbero essere un paragone calzante), e allo stesso tempo imporsi con avvolgenti arie del miglior prog metal sinfonico simile ai già citati Enchant (si ascolti la title-track).

Come conformazione e competenza tecnica si può azzardare un parallelismo con i Godsticks, ma il paragone finisce qui, dato che i Lines in the Sky non posseggono la cupezza cervellotica del trio gallese, ma sono esteticamente più solari e solenni nelle loro tirate elettriche, come dimostrano Not About You o la malinconica Library che prende il volo nella parte finale. Teeth è molto efficace nel bilanciare toni da ballad e improvvise deflagrazioni math rock, così come Judith e Ancient Insult si compiacciono nell'architettare evoluzioni ritmico/melodiche continue. Beacon non ha la pretesa di reinventare il genere, ma è una bella collezione di groove metal fusion e math rock di gran piacevolezza e divertimento.



 https://linesinthesky.com

mercoledì 8 agosto 2018

Lucy Swann - Blue, Indigo, Violet and Death (2018)


Lucy Swann è una musicista inglese, ma norvegese d’adozione dal momento in cui i genitori si trasferirono a Oslo quando lei aveva ancora otto anni. In questo Paese Lucy ha intrapreso e completato i suoi studi musicali che l’hanno condotta precocemente al primo album Le Petit Mort pubblicato nel 2010. Muovendo il suo amore adolescenziale per la soul music verso un pop sofisticato denso di elettronica e ritmicamente composito, la continua ricerca per combinare originalità e freschezza sonora portò Lucy ad un blocco artistico di perenne insoddisfazione nella combinazione tra la sua voce e la musica da lei prodotta.

Dal 2014 si è occupata quindi della stesura di accompagnamenti strumentali destinati ad altri ambiti, come danza e teatro, fino a che l’ispirazione ha fatto di nuovo capolino facendole finalmente realizzare la sua seconda fatica Blue, Indigo, Violet and Death. In effetti la maturità dimostrata dal lavoro è notevole, d’altra parte era lecito aspettarselo a distanza di otto anni dall’esordio. Lucy deve aver fatto tesoro di tutte le proprie esperienze in campo musicologico e le ha riversate in un album dalle qualità eclettiche e contraddittorie dai toni chiaroscuri ma altrettanto ornati da sfumature differenti. Tracce come Demolition Song, Salt e Tabula Rasa che partono da sottili cellule ritmico/armoniche sembrano un attento studio sul minimalismo dove, durante il cammino, le stratificazioni sia vocali che strumentali concorrono a far progredire gli arrangiamenti verso un art rock inclusivo di pop sperimentale e world music.

Nelle intermissioni classicheggianti e nella sensibilità compositiva fuori dagli schemi di Foreign Bodies, Barely Dancing e Inverted Commas la Swann ci guida persino in quella zona di confine tra avanguardia e new wave frequentata nel decennio ottantiano da David Sylvian e dai King Crimson, certificando la sua vena intellettuale con una cover dai tratti ambient noise di In Every Dream Home a Heartache dei Roxy Music. In un certo senso quel gusto sonico di stupire l'ascoltatore con ambivalenti sentimenti di dolcezza e aggressività si ricollega ai contrasti emotivi e idiosincratici dei Bent Knee, ma Lucy Swann ne rappresenta un differente aspetto e la sua personalità di cantautrice emerge con forza: un frammento prezioso del miglior modo di concepire e intendere l'art pop.





www.lucyswann.com

lunedì 6 agosto 2018

Miles Paralysis - Miles Paralysis (2018)


Mi auguro che ormai sia superfluo presentare il titolare della sigla A.M. Overcast, Alex Litinski, praticamente una delle più importanti e significative espressioni di math pop contemporaneo che ha all'attivo una serie di mini album uno meglio dell'altro. Durante questi anni l'impegno sotto il nome di A.M. Overcast non ha impedito a Litinski, giovane polistrumentista canadese, di collaborare con altri colleghi per sperimentare differenti declinazioni della propria arte.

Come fu per i magnifici Grand Beach anche i Miles Paralysis rappresentano un progetto collaterale di Litinski che questa volta ha unito le forze con Jon Markson, bassista e seconda voce per le band Such Gold e Taking Meds. I due musicisti erano stati per molto tempo in contatto virtuale, dimostrando apprezzamento reciproco per i rispettivi lavori, fino a che nel 2016 Litinski si è aggiunto come seconda chitarra nei tour dei Such Gold e Taking Meds. Come una cosa del tutto naturale da qui è nata la collaborazione tra Markson e Litinski che ha preso il nome di Miles Paralysis, mettendo a fuoco la loro prospettiva unica nell'affrontare il math rock attraverso composizioni come al solito brevi, ma incisive, che esaltano la sensibilità pop dei due, sempre attenti a preservare intricati percorsi strutturali estremamente orecchiabili.

Dividendosi quasi equamente le responsabilità vocali e strumentali, il materiale scritto a quattro mani è stato registrato tra Brooklyn e Winnipeg durante il 2017 negli studi personali di Litinsky e Markson. In tutto il duo ha ricavato undici tracce per un totale di 25 intensi minuti che sarebbe ingiusto considerare alla stregua di un EP, data la consueta abilità nel condensare tante idee in così poco tempo. Sarebbe quindi più corretto parlare in termini di mini LP, dato che la sintesi con cui si esprimono i due protagonisti (anche al di fuori dei Miles Paralysis) è più che sufficiente ad aprire un mondo elettrizzante.

venerdì 3 agosto 2018

Tides of Man - Every Nothing (2018)


La storia dei Tides of Man è quella di una band che non si arrende alle difficoltà e, da un'apparente debolezza imprevista, riesce a rimettersi in piedi e creare un nuovo cammino che con l'ultimo album Every Nothing appena pubblicato sembra finalmente aver dato i propri frutti. La storia dei Tides of Man ha ormai dieci anni nei quali, dopo i primi due album di progressive alternativo Empire Theory (2009) e Dreamhouse (2010), il quintetto della Florida ha dovuto fare i conti con l'abbandono del cantante Tilian Pearson, il quale in un primo momento sembrava destinato ad entrare negli Emarosa, poi nei Saosin ed infine nel 2013 è stato reclutato nei Dance Gavin Dance dove milita tuttora.

Da parte loro i Tides of Man non si diedero per finiti e, subito dopo l'addio di Pearson, cercarono un sostituto dedicandosi a delle audizioni ma senza che nessuno soddisfacesse veramente le loro aspettative. E' stato così che la band ha preso la radicale decisione di continuare in veste strumentale, complice il fatto che il materiale a cui stavano lavorando si era indirizzato verso delle pieghe post rock. Così riorganizzati i Tides of Man si ripresentarono in una nuova veste nel 2014 con Young and Corageous, primo album senza Pearson e interamente strumentale.

Intanto Every Nothing ha fatto passare altri quattro anni nei quali la band ha affinato ed elevato le premesse esposte su Young and Corageous fino a lambire quelle vette di epica drammaticità che i Caspian raggiunsero con l'ottimo Dust and Disquiet. Il post rock di quest'ultimo sforzo discografico dei Tides of Man (che arriva a sfiorare i sessanta minuti di durata) è di una purezza insolita, ma anche di un'insita forza espressiva che con mano sicura fa uso appropriato e pertinente di crescendo e stratificazioni, praticamente la parte essenziale del genere. L'orchestrazione messa in atto dai Tides of Man non solo non fa rimpiangere altri nomi più grandi e celebrati che ruotano attorno al post rock, ma con Every Nothing si segnalano come un act relativamente nuovo e fresco da porre accanto ai più significativi esponenti di tale disciplina strumentale a base di muri elettrici, delay, riverberi ed evanescenti giustapposizioni.

Con Every Nothing i Tides of Man decodificano in modo esemplare la chiave di lettura del post rock, un genere sempre a rischio, troppo spesso trovatosi ripiegato su se stesso cadendo molto facilmente nella "coazione a ripetere", che non deve essere un mero flusso di coscienza o una scusa per improvvisare delle jam, ma una delicata architettura attenta a costruite sensazioni e sentimenti attraverso i suoni e questo album ha sicuramente colpito l'obiettivo.

Childish Japes and Dave Vives - Salamander (2018)


Dopo aver realizzato l'EP After You're Born esattamente un anno fa, la band Childish Japes fondata dal batterista JP Bouvet, che vede come compagni di avventura Asher Kurtz alla chitarra (Mals Totem, Iris Lune) e Jed Lingat al basso (Ben Levin Group), tornano adesso con l'album Salamander. Al trio questa volta si aggiunge a tempo pieno anche il cantante Dave Vives che era stato ospite in una traccia di After You're Born e aveva militato con Kurtz nei Mals Totem. Tutti studenti provetti della Berklee School, i Childish Japes trasmettono le proprie capacità e apprendimenti in un alternative rock dai risvolti fusion appena accennati. 

Salamander mette a fuoco la sempre impressionante performance di Vives che con le sue eccellenti doti vocali dona spessore alle composizioni. Dall'altra parte trova una band dall'assetto strumentale leggermente meno eclettico rispetto all'esordio, che punta il proprio potenziale verso un uniforme e compatto status di (h)art rock, ma con momenti anche soffusi e molto rilassati. Salamander è proprio questo: un viaggio di otto tracce tese soprattutto a creare un mood (come California) più che inseguire la classica struttura "forma-canzone"; oppure pianificare calme tensioni per preparare il terreno ad esplosioni aggressive con Vives in primo piano (Well Done, Something Else).


mercoledì 1 agosto 2018

Altprogcore August discoveries



Sides è l'EP di esordio per il progetto solista del polistrumentista Angelo Zai chiamato Baroche. Avendo Zai collaborato in veste live alla band The Gabriel Construct, Sides vede il principale responsabile Gabriel Riccio in veste di collaboratore nella produzione e Sophia Uddin al violino come ospite. I tre brani dell'EP approcciano uno stile prog fusion vicino al djent con parti strumentali tecniche e aggressive controbilanciate da una buona dose di melodia. Peccato solo sia così breve.



Originale quartetto milanese che suona un ibrido tra synthwave e metalcore, i Glory Of The Supervenient rinunciano però alla chitarra e optano per una line-up che prevede sintetizzatori e basso a cinque corde. Da qui i toni gravi dei riff accentuano la vicinanza di The Clearly Invisible con il djent al quale viene dato un tocco futurista proprio dai pattern di synth.



I Seasonal sono una band di post rock/ambient emo che avevo individuato tempo fa, ma chissà per quale ragione mi sono sempre dimenticato di inserire nelle scoperte mensili. L'ottimo omonimo EP qui presente pubblicato ormai lo scorso anno fa il paio con il precedente The World We Choose to See (2015).



Dopo due EP il quartetto inglese Death and the Penguin ha appena esordito con l'album Anomie. Il loro è un incontro tra alternative e math rock che privilegia comunque la forma canzone rispetto alle soluzioni più avventurose e sperimentali.



I portoghesi DON PIE PIE con le tre tracce dell'EP DPP1 faranno la felicità di coloro che sono in crisi di astinenza e in attesa per qualcosa di nuovo da parte dei Three Trapped Tigers. Anche i DON PIE PIE sono in tre e ricalcano fin con troppa aderenza il sound del trio inglese.

martedì 31 luglio 2018

The Mercury Tree + Cryptic Ruse - Cryptic Tree (2018)


Sarà una seconda parte di anno molto intensa per i The Mercury Tree, splendida band che finora ci ha regalato album memorabili come Permutations e Countenance. In attesa di un album in uscita il prossimo ottobre, il trio di Portland pubblica infatti oggi l'EP Cryptic Tree frutto della collaborazione con il musicista microtonale di Seattle Igliashon Jones attivo nei propri progetti Cryptic Ruse e City of the Asleep. Per l'occasione quindi anche i The Mercury Tree si sono fatti coinvolgere in questa tipologia di composizione (che farà parte anche del prossimo lavoro), spingendo le possibilità della loro già avventurosa musica ancora più avanti.

Per chi non lo sapesse la musica microtonale, soggetto qui in questione, non fa uso esclusivo della scala diatonica che siamo stati abituati a conoscere la cui caratteristica sono gli intervalli di un tono o di un semitono tra una nota e l'altra. Come dice il nome, comporre attraverso note microtonali significa utilizzare intervalli di tono ancora più piccoli e microscopici del semitono e di conseguenza accordando il proprio strumento non in base al nostro classico temperamento equabile - che prevede la suddivisione in 12 semitoni dell'ottava (accompagnato dalla sigla TET che nei paesi anglofoni sta a significare Tonal Equal Temperament) - ma, come nel caso del qui presente EP, in 23 e 17 TET. Il suono che ne consegue per un orecchio come il nostro non abituato ad infrastrutture tonali così elaborate risulta alieno ed estraniante.

Tutto questo per spiegare e non allarmare l'ascoltatore impreparato che sicuramente troverà disarmonica una musica del genere. I The Mercury Tree però sono dei maghi nel ricondurre molti passaggi ad un senso di armonia o comunque ad una consonanza delle forme, possibilità che molto spesso viene ignorata o esclusa da altri compositori microtonali più radicali. Il fatto curioso è notare soprattutto come il materiale di Cryptic Tree non si discosti molto dalla filosofia sonico/estetica dei precedenti lavori dei The Mercury Tree, a dimostrazione di come la band abbia saputo costantemente coniugare un approccio avant-garde a 360 gradi con la materia prog. E' come se nei brani vigesse questa continua battaglia tra consonanza e dissonanza portata alla luce dalla giustapposizione tra le chitarre dell'ospite Jones e del leader Ben Spees. Proprio per questo quella che sulla carta poteva essere l'opera sperimentale più astrusa, complessa e sganciata dal contesto del gruppo, va invece ad inserirsi benissimo ed in perfetta continuità nella discografia dei The Mercury Tree come un altro tassello essenziale.


martedì 24 luglio 2018

The Velvet Teen - Parallel Universes (single, 2018)


Fin da dopo l'uscita di All is Illusory (2015) ci si era chiesti se i The Velvet Teen a quel punto avrebbero continuato la loro avventura musicale a stretto giro oppure se si sarebbero fermati ancora per altri nove anni prima di produrre un nuovo album. Poi una parziale risposta è arrivata lo scorso settembre quando, in un breve tour autunnale giapponese, la band per l'occasione aveva messo in vendita esclusiva per quel Paese un 7" con due inediti dal titolo Parallel Universes e Mean Mind che facevano presagire una imminente nuova attività. Come sempre, senza alcuna fretta, i The Velvet Teen ci hanno fatto attendere quasi un altro anno per arrivare alla pubblicazione ufficiale (al di fuori dei confini giapponesi) del singolo Parallel Universes che anticipa sicuramente qualcosa di ben più consistente (ancora non è dato sapere se sarà un EP o un full length poiché credo di essere il primo nel Globo a scrivere di questa cosa).

Per il resto Parallel Universes ci mostra una band che non ha smesso di integrare nel proprio indie rock elementi di elettronica e dream pop, influssi contemporanei che al momento vanno per la maggiore, ma sono influenze delle quali i The Velvet Teen furono pionieri anche intransigenti e radicali attraverso l'esoterico glitch pop di quel capolavoro sottovalutato che fu Cum Laude! (2006). Famosi per aver cambiato direzione stilistica ad ogni nuova uscita, i tre di Santa Rosa sembrano inclini a continuare sulla strada di All is Illusory anche se pare prematuro affermarlo, quello che è certo è che ogni loro sortita corrisponde ad un evento.

the Velvet Teen / Parallel Universes from Brady Baltezore on Vimeo.

http://thevelvetteen.com/

mercoledì 18 luglio 2018

Quiet Child - Clara (2018)


Avevamo lasciato Peter Spiker e il suo progetto Quiet Child a due anni fa con la pubblicazione del settimo album Listen, Love, The Thunder Calls. Da allora poco e nulla è trapelato dal quartier generale se non che il lavoro che lo avrebbe seguito sarebbe stato l'ultimo dei Quiet Child per stessa ammissione di Spiker il quale ha espresso la volontà di intraprendere altri percorsi musicali che non si adattano al progetto. Nonostante tale decisione una delle poche certezze associate ai Quiet Child è che si può ammettere che in ogni nuova produzione Spiker ha cercato costantemente di cambiare prospettiva musicale, pur rimanendo in un ambito prog rock e metal cantautorale. Tocca quindi a Clara il compito di chiudere il sipario sui Quiet Child e rimane un'ottima sintesi dei dodici anni di vita della creatura di Spiker. Nell'album troviamo molti degli elementi che si sono succeduti nei precedenti sette capitoli: ambient, metal, qualche riferimento al melodismo wilsoniano, post rock, avant-garde e minimalismo. A piccole dosi ritroviamo tutto ciò su Clara, praticamente un bel modo di accomiatarsi.

domenica 15 luglio 2018

Hopesfall - Arbiter (2018)


Le cose più belle e inaspettate accadono sempre per caso. Per chi non li conoscesse, gli Hopesfall sono stati tra i gruppi più amati dello scorso decennio nel circuito post hardcore indipendente americano, fino a che insormontabili beghe legali con la loro etichetta discografica Trustkill e continui ricambi di line-up ne decretarono la fine prematura nel 2008, ad un anno di distanza del loro quarto album in studio Magnetic North. Lasciandosi alle spalle un EP e quattro full lengths all'attivo, la disillusione prese il sopravvento e nessuno della band era più intenzionato a tornare sui propri passi a parte il cantante Jay Forrest.

Come è risaputo però il tempo e il destino agiscono in modi non dipendenti dalla nostra volontà e gli Hopesfall sono tornati a sorpresa ad undici anni di distanza con una reunion assolutamente non prevista, non forzata e del tutto naturale, pubblicando Arbiter grazie anche al rinnovato interesse della Equal Vision Records. Il chitarrista e fondatore Josh Brigham racconta che qualche tempo dopo la separazione iniziò ad incontrarsi di nuovo con Dustin Nadler (chitarra) e Adam Morgan (batteria) per delle jam senza impegno, in modo informale, nella loro città natale Charlotte in North Carolina. I tre si ritrovarono ad accumulare musica in modo rilassato, senza alcuna pressione da case discografiche e tempi di consegna da rispettare tanto che alla fine avevano messo da parte abbastanza materiale per un nuovo album. A quel punto rientrò in scena Forrest (che nel frattempo si era trasferito a Chicago) per registrare le sue parti vocali in un demo da inviare al loro vecchio produttore Mike Watts (The Dear Hunter, As Tall As Lions, Dillinger Escape Plan). Da questa vicenda è nato Arbiter, il quinto capitolo della storia degli Hopesfall.

Iniziamo premettendo che non sono in molti qua in Europa a conoscere gli Hopesfall ed è bene introdurli sapendo che i loro primi tre album erano un perfetto esempio di post hardcore senza deviazioni sperimentali, immerso perfettamente nella linea della scena statunitense di dieci anni fa. Quindi, come affrontare un ritorno dopo una così lunga assenza in un quadro musicale che nel frattempo si è evoluto e passato attraverso vari cambiamenti? Ripiegare su parametri già sperimentati e sicuri ma comunque sintonizzati con il presente, oppure alzare il livello e considerare nuove direzioni? Come per altre reunion il rischio di deludere il proprio pubblico era molto alto, ma gli Hopesfall si sono dimostrati dei professionisti dalla grande sensibilità artistica.

In pratica Arbiter è un'evoluzione all'ennesima potenza non solo del loro suono, ma anche del loro metodo compositivo: gli Hopesfall si sono presi i loro rischi, hanno intensificato ciò che li caratterizzava trasportandolo verso nuovi e inediti territori. Da un lato è innegabile che Arbiter rimanga ancorato all'estetica del post hardcore, ma osservandolo sotto una prospettiva più aperta la band ci ha infilato dentro tutto ciò con cui negli anni il genere è venuto a contatto, facendolo fermentare come un buon vino. Ne è uscito un sound più adulto e ricercato, arricchito da un retrogusto composto da più sapori che hanno assorbito elementi stilistici esterni: l'emocore, il prog, il metalcore, il pop punk e persino lo stoner e lo space rock, tanto che la serie di gruppi che potrebbe aver ispirato quet'opera sarebbe infinita quanto eterogenea: Thrice, Shiner, Cave In, Acceptance, Texas is the Reason, Failure, ecc, aggiornandone le connotazioni.

Le avvolgenti atmosfere cosmiche sprigionate dalle chitarre elettriche che adesso, più che in passato, creano riverberi e vortici spaziali abbinati a cadenze ritmiche ipnotiche sono responsabili dei trip psych-core di I Catapult e Indignation and the Rise of the Arbiter. H.A. Wallace Space Academy e Bradley Fighting Vehicle sommano e attraversano tutti questi umori primordiali con un'epicità ed un entusiasmo inediti per un come back album. Oltre a questo, come se non bastasse, gli Hopesfall sono riusciti ad accontentare tutti: sia chi voleva un ritorno all'approccio più radicale e seminale di The Satellite Years, preservato dalle abrasive tinte forti di Faint Object Camera e Drowning Potential, sia chi era legato a quello più conforme di A Types e Magnetic North, impeccabilmente tirato a lucido dalle melodie dissonanti di To Bloom. In un augurio che gli Hopesfall siano tornati per restare, Arbiter segna una serie di fattori positivi che raramente capitano di trovare in una reunion.

venerdì 13 luglio 2018

Le uscite più interessanti del weekend


Come preannunciato il ritorno sulla scena dei giapponesi Koenji Hyakkei a tredici anni di distanza dall'ultimo album in studio è arrivato con DHORIMVISKHA che presenta ancora un frenetico mix di zeuhl, fusion e classica contemporanea. Per ora è stata resa disponibile solo la versione digitale, mentre per la versione fisica toccherà attendere il 31 agosto come indicato dalla loro campagna Kickstarter.



Rimanendo sempre in tema di avant-garde, Canterbury e Rock in Opposition, per chi si fosse perso a suo tempo il magnifico esordio solista di Ske aka Paolo Botta 1000 Autunni, uscito nel 2011 e da tempo fuori catalogo, viene rieditato oggi in una versione doppia la quale aggiunge all'album originale una performance live registrata nel 2013. 



I Covet della chitarrista Yvette Young tornano con una seconda prova (che ruba il titolo al primo album degli Oceansize), passando all'etichetta Triple Crown Records e registrando con Mike Watts (The Dear Hunter, O'Brother, Gates, Dillinger Escape Plan). Ospite in un brano Mario Camarena dei Chon che rende abbastanza esplicita la direzione musicale del trio strumentale.



L'EP degli Archabald, come il titolo fa intuire, trae ispirazione dagli scritti di Ambrose Bierce e Robert W. Chambers seguendo il tema di un concept sulla mitologia della città immaginaria Carcosa (popolarizzata dalla serie True Detective) e si immerge in atmosfere dure e sperimentali con brani post hardcore che si ispirano tanto ai Thrice quanto alle elucubrazioni dark degli O'Brother.

mercoledì 11 luglio 2018

Visitors - Crest (2018)


Come precedentemente annunciato un anno fa, i Visitors pubblicano il loro esordio che prosegue la linea narrativa della storia iniziata con l'EP Vortices, A Foreword, una specie di concept del quale esiste anche una graphic novel dal titolo Axis B in pieno spirito con la saga multimediale ideata dai Coheed and Cambria. Come spiegato a suo tempo i Visitors sono un quintetto di Salt Lake City che suona experimental post hardcore di cui il cantante e chitarrista Ian Cooperstein milita anche nei Gloe, molto consigliati anch'essi.

La già ottima alchimia della band, che comprende anche Bryan Lee (batteria), Cameron Jorgensen (basso), Ty Brigman (chitarra), and Ian Hilton (chitarra, synth), emergeva già nell'EP, ma su Crest assume aspetti grandiosi e quasi epici. L'album è un tour de force da gustare tutto d'un fiato con pezzi dalle dinamiche massicciamente complesse ed estreme e, oltre a questo, un lavoro perfettamente compiuto nell'interazione contrastante tra le interazioni vocali harsh e clean. I Visitors partono da tutto ciò che è stato lasciato all'eredità di questi anni in campo prog hardcore (che siano i The Mars Volta o i Sianvar) e lo sfruttano per andare ad inerpicarsi su territori personali, incentivando visioni psichedeliche, acide e post metal anziché involute digressioni math rock.

In Crest convivono e si scontrano le svolte dinamiche più inaspettate tra spasmi violenti e vortici spaziali elettrici che riconducono ad oasi melodiche dosate con perizia. Il tutto è assolutamente compatto e solido, controllato e pilotato con mano sicura dall'inizio alla fine senza un attimo di respiro o di esitazione. Questo per dire che, tirando le somme, i Visitors con il loro amalgama strumentale ottengono esattamente ciò che vogliono: l'aggressività riversata nell'album, che raggiunge l'apice su Fugue (in D Minor), rimane in secondo piano in favore di un visionario concept che trasmette sensazioni di catarsi lisergica senza il pericolo di sbavature.

Il paesaggio che si squarcia attraverso brani come Sea of Limbs (A Diminisher), Storyfoam Needles e In Part (Entrained) è di quelli vividi e cervellotici, come un viaggio in una mente schizofrenica e multidimensionale. In definitiva Crest non è un album di facile assimilazione, ma ad ogni nuovo passaggio scopriamo qualcosa di gratificante che ci fa capire la quantità di stratificazioni soniche sulle quali è stato costruito. Praticamente soddisfa e consolida ogni sfumatura compresa all'interno del prog hardcore sperimentale, concorrendo a diventare il miglior lavoro ascoltato in questo genereda un bel pezzo a questa parte.



lunedì 9 luglio 2018

Vennart - To Cure A Blizzard Upon A Plastic Sea (2018)


Superato lo scoglio del primo album da solista Mike Vennart ha fortunatamente ancora voglia di condividere la propria musica, il che per i fan più affezionati equivale a colmare l’enorme vuoto lasciato dalla sua defunta band Oceansize. Come per The Demon Joke ritroviamo in studio al fianco di Vennart il batterista Dean Pearson (Young Legionnaire) e gli ex compagni d’avventura Steve Durose (adesso chitarra negli Amplifier) e Richard Ingram. Ritagliandosi spazio tra un tour dei Biffy Clyro e l’altro, dove lui e Ingram aggiungono supporto strumentale live al trio, Vennart ha scritto To Cure A Blizzard Upon A Plastic Sea (in uscita il 14 settembre), celando nel singolare titolo i vari temi affrontati nell’album, più che altro di carattere personale: la paternità, l’inquinamento, la politica e l’importanza di mantenere la razionalità mentale in una società sempre più divisa e complessa, temi che si scontrano l'uno con l'altro e si intrecciano.

“Non c'è dubbio che essere genitore abbia portato alla luce alcune cose. - dice Vennart - Ho dovuto stabilizzare le mie emozioni perché ho un bambino a cui badare.” In un certo senso questa tempesta di emozioni corrisponde metaforicamente al blizzard da cui guarire, una necessità tradotta in musica con un espediente altrettanto folle e contraddittorio: “La maggior parte delle idee del disco provengono da un grazioso giocattolo giapponese degli anni '70 chiamato Omnichord. Il suono non è molto interessante, ma ha sputato fuori le sequenze di accordi dei miei sogni, portando il mio songwriting in luoghi che da solo non avrei mai potuto immaginare.”

Uno di questi brani è per l’appunto la già nota Immortal Soldiers: un corale dall’andamento melodrammatico vicino agli stralunati caroselli dei Cardiacs. Il singolare argomento trattato è un'osservazione ironica sulla compulsione di suo figlio nel mettere in scena battaglie con centinaia di minuscole figurine di plastica: "Invecchiando sono divenuto incredibilmente fobico nei confronti della plastica stessa; ogni volta che una nuova action figure arriva in casa, penso che sia un'altra cosa che sta prendendo spazio su questo pianeta e rimarrà qui per sempre, qualunque cosa accada."

Il nume tutelare di Tim Smith e dei suoi Cardiacs brilla anche nelle frenetiche progressioni di Sentientia che in qualche modo trattiene qualcosa anche della solennità degli Oceansize. Ma, a parte questi piccoli richiami, To Cure A Blizzard Upon A Plastic Sea è molto eterogeneo e ogni traccia possiede una propria attitudine e personalità nel completare uno schema esclusivo. Come può apparire Donkey Kong che racchiude al suo interno molteplici sfaccettature (una canzone dentro una canzone dentro una canzone e così via), mentre Binary e Into the Wave sono due trip ultraterreni dalle atmosfere avvolgenti e malate basate molto sulla delicata tribalità della sezione ritmica e il potere ipnotico dei synth. Friends Don’t Owe potrebbe essere un normale indie rock se non fosse per l’incasinata sequenza di suoni chiptune in vari registri sepolti sotto gli intrecci di chitarra e basso.

Si sarà inteso che in questo lavoro Mike Vennart si spinge ben oltre le coordinate dettate da The Demon Joke: la sensazione è che, anche se i pezzi sono costruiti come canzoni, possiedano un’aura sperimentale che li trascina a confini tra l’avant-garde e il post rock (Spider Bones, Diamond Ballgag). Come lo stesso Vennart ci svela in un gustoso retroscena: “Verso la fine della stesura di questo disco mi sono confidato con Steven Wilson sulla mia preoccupazione che il tutto fosse scollegato, che non aveva senso, che non c'erano hit per le radio. Il suo consiglio è arrivato al momento giusto. Ha praticamente detto Che si fottano Mike, fai quello che vuoi, è il momento di una follia artistica! Mi ha consigliato di dar sfogo al mio Trout Mask Replica interiore. Mentre questo disco non è neanche lontanamente incasinato come TMR (e cosa lo è), sono eternamente grato per le sue parole di incoraggiamento.” Vennart deve aver proprio pensato agli espedienti di arrangiamento di Wilson per rendere ancora più orchestrali le operatiche sinfonie prog di That’s Not Entertainment e Robots in Disguise. Ok, non ci sono singoli? Ce ne faremo una ragione, To Cure A Blizzard Upon A Plastic Sea è perfetto così com'è.



To Cure A Blizzard Upon A Plastic Sea outtakes

www.vennart.com

venerdì 6 luglio 2018

Orchards - Losers​/​Lovers (2018)


Attivi ormai da cinque anni circa, gli Orchards hanno marcato diverse tappe prima di arrivare a questo esordio. Un paio di EP per iniziare, poi con l'arrivo della nuova cantante Lucy Evers hanno iniziato a fare sul serio e dal 2016 hanno iniziato a sfornare singoli a ripetizione fino a firmare un contratto con l'etichetta indipendente Big Scary Monsters e raccogliere la maggior parte dei suddetti all'interno di Losers​/​Lovers. Lo stile degli Orchards è un frizzante math pop che si pone sulla scia di altre band inglesi similari come Signals. e gli ultimi arrivati Sketchshow, ma forse gli Orchards sono ancora più votati ai chorus orecchiabili e al lato disimpegnato, allegro e colorato della sponda math rock. Il che non è detto debba essere un punto penalizzante, anzi Losers​/​Lovers potrebbe quasi avere le possibilità di esplodere a livelli di pubblico considerevoli.






mercoledì 4 luglio 2018

Distorted Harmony - A Way Out (2018)


Dopo quattro anni di silenzio gli israeliani Distorted Harmony pubblicano il terzo album A Way Out con alcune novità. Il disco è una solida affermazione delle proprie capacità di evoluzione: infatti, se il primo album Utopia (2012) voleva essere un excursus tra il più classico prog metal con influenze sinfoniche e barocche, il secondo Chain Reaction (2014) indulgeva su toni progressive metal decisamente più melodici, questa nuova uscita pone i Distorted Harmony in prospettiva ad una visione moderna e in pieno accordo con i tempi. Il principale compositore rimane il tastierista Yoav Efron, ma dal punto di vista del rinnovamento è un ottimo acquisto nella line-up l'arrivo del chitarrista metal fusion Yoel Genin (in coppia con Amit Plaschkes) che i più attenti lo possono ricordare come il responsabile del notevolissimo progetto HAGO con i quali ha pubblicato pochi mesi fa l'omonimo album di esordio.

A Way Out sposa quindi un prog metal più asciutto nelle soluzioni tematiche attraverso brani che non si dilungano eccessivamente, ma dall'altro lato scelgono una nuova prospettiva di sound che li allontana dallo stantio sinfonismo progressivo, anche optando per i riff più duri e aggressivi prodotti finora dalla band. L'efficace Downfall ricorre a contrasti ben dosati tra riff metal, tastiere futuristiche e la voce di Michael Rose sempre pronta a portare equilibrio melodico nel ruvido caos elettrico. Il nuovo territorio toccato da A Way Out non poteva poi che essere il djent che nelle parentesi strumentali di Room 11, Anima e Severed prende dei contorni veramente potenti e aggressivi, dando spazio ad impensabili sfoghi alla Meshuggah, anche se le sezioni vocali stemperano per contrasto qualsiasi aspettativa che volga verso orizzonti di metal estremo.

In realtà, pur essendo presente una minimissima parte di harsh vocals, l'album viaggia su un'impronta di progressioni armoniche e melodiche molto ben strutturate e ben inserite nel mood djent metal dove un brano come Awaken è un saldo punto di riferimento nel suo spaccarsi in due tra introspettiva ballad nella prima parte e incalzante ouverture prog metal nella seconda. In pratica i Distorted Harmony spingono ancora di più le proprie capacità al fine di fortificare e rendere solide le inflessioni tecnicamente più complesse e al tempo stesso concorrono ad aumentare il carico di pathos emotivo grazie a stratificazioni atmosferiche dettate dalle tastiere e dagli arpeggi clean di chitarra. A Way Out, nonostante dei predecessori di tutto rispetto, si distingue così per essere il lavoro più evoluto e maturo della band israeliana.

lunedì 2 luglio 2018

Altprogcore July discoveries


Stratus EP è l'esordio degli Haven State, un quartetto guidato dalla voce femminile di Josie Banks. Partendo da basi prog rock che potrebbero accostarli ai District 97 per quel modo di unire sottili influenze fusion a sezioni più marcatamente da rock melodico, sanno apportare anche una pregevole vena più hard e math rock alle composizioni. Un EP molto gradevole.



Sentience è l'album d'esordio dei Von Citizen, quintetto proveniente dalla Cina che suona un insospettabile ottimo djent che si unisce alla fusion nello spirito di Plini, Sithu Aye e Intervals. La domanda a questo punto sorgerà spontanea: che cosa hanno i Von Citizen rispetto alle migliaia di altre band sulla stessa linea? Beh innanzitutto al momento attuale se pratichi questo genere il rischio è comporre un vuoto involucro di riff e assoli che scivolano via senza lasciare traccia. I Von Citizen invece hanno il pregio di sommare i vari ingredienti di prog metal, ambient e fusion, facendoli lavorare in una ricetta che esalta sia la melodia armonica degli accordi sia i virtuosismi chitarristici. In pratica su Sentience rintraccio quella scintilla che era in grado di elevare gli indimenticati Exivious di Liminal a indiscussi maestri del metal fusion.



For Mange Melodia può essere considerato uno degli album più interessanti pubblicati ultimamente dal prog rock scandinavo. Certo, c'è da fare i conti con la spigolosità dei testi poiché i norvegesi Knekklectric non solo cantano in questa lingua, ma adottano il dialetto usato nella loro cittadina di Ålesund. A parte questo la musica è assolutamente brillante e le capacità strumentali nel fondere Canterbury sound e le complessità del prog nordico (tipo Wobbler) sono impeccabili.



ZOFFF è l'attuale band nella quale milita il mitico Christian "Bic" Hayes (ex chitarra di Cardiacs, Levitation e Dark Star). Gli ZOFFF si basano fondamentalmente sul principio di improvvisazioni lisergiche tra psichedelia e krautrock, creando musica cosmica e spaziale adatta per far viaggiare la mente.


Gli Slow Crush sono un gruppo belga che fonde dinamiche shoegaze, dream pop e slowcore e dopo l'EP Ease si prepara a pubblicare il suo album di esordio dal titolo Aurora dal quale per ora è stato tratto un video per la title track. La loro posizione si inserisce molto bene tra Cocteau Twins, Slowdive e My Bloody Valentine.

giovedì 28 giugno 2018

Night Verses - From the Gallery of Sleep (2018)


Dopo avere dato un po' di ossigeno alla scena post hardcore con l'osannato album del 2016 Into the Vanishing Light, i Night Verses hanno perso a fine 2017 il fondamentale apporto del vocalist Douglas Robinson che tanto aveva caratterizzato il loro sound. Un colpo che credo avrebbe messo in crisi chiunque altro, ma i tre membri rimasti Nick DePirro (chitarra), Reilly Herrera (basso) e Aric Improta (batteria) si sono rimboccati le maniche senza neanche pensarci e nel giro di qualche mese (gennaio per la precisione) hanno pubblicato tre pezzi strumentali nell'EP Copper Wasp, da considerarsi comunque una preview dell'album From the Gallery of Sleep in uscita domani.

Con From the Gallery of Sleep i tre superstiti ritornano alle loro origini quando ancora suonavano post rock strumentale sotto il nome di The Sound Archives, ma lo fanno con una potenza e una intensità di rara efficacia. Praticamente i Night Verses si reinventano un sound tra post metal bellico e psichedelia con partiture math rock che si insinuano tra l'estatica visione ancestrale dei Tool e Pink Floyd e l'aggressività post hardcore 2.0. L'album assume un'originalità tutta particolare che lo porta oltre il post rock: le tessiture sonore raramente si ripropongono con le stesse modalità di modo che il loro flusso possa costantemente regalare nuove prospettive, mentre gli esaltanti numeri di virtuosismo sono funzionali all'insieme, compatto come non mai. Sicuramente uno degli album più riusciti e sorprendenti di quest'anno.



martedì 19 giugno 2018

Le migliori uscite di metà anno


Allora, facendo una veloce analisi di questa prima metà del 2018 diciamo subito che l'anno è iniziato bene ma che negli ultimi mesi si è un po' impantanato a livello di produzioni, non che ne siano uscite poche, anzi, ma di interessante si trova veramente poco.

Parlando più chiaramente, in questo momento sembra di essere entrati in una specie di stallo musicale dove l'abbondanza di proposte ha assunto dei connotati talmente uniformi da risultare difficoltoso riuscire a trovare qualcosa che emerga e si distingua nella moltitudine di tag che ormai si autoimprigionano in un cliché prevedibile.

E' tutto un ripetersi di stilemi talmente tirati al limite che ormai per ascoltare qualcosa di interessante bisogna rivolgersi altrove. Ripiegare su indie rock, electro pop e synthwave è stata la mia reazione personale (ad esempio ho attualmente in heavy rotation Saved dei Now, Now), ecco perché ultimamente questo blog ha avuto un'anattività meno presente del solito: semplicemente mancano gli stimoli. A tastare il polso della situazione non pare che da qui a fine anno siano previste delle ulteriori uscite sensazionali, ma staremo a vedere, può sempre esserci la sorpresa nascosta dietro l'angolo.

Intanto godetevi un piccolo riassunto dei primi sei mesi che in questo caso, a differenza del "best of" di fine anno, è assolutamente ordinato in modo casuale. Naturalmente sono solo mie proposte e in quanto tali le consiglio perché credo che in alcuni casi la qualità sia molto superiore a ciò che si sente attualmente in giro.



The Reign of Kindo - Happy However After



Aviations - The Light Years



HAGO - HAGO



Perfect Beings - Vier


Weedpecker - III



PinioL - Bran Coucou



Omhouse - Eye to Eye



Blanko Basnet - Ocean Meets the Animal



Now, Now - Saved



Vitamin Sun - For You, Out of You



Kawri's Whisper - Belle Epoque




Typhoon - Offerings



Hidden Hospitals - Liars



Not a Good Sign - Icebound



Author - IIFOIIC



Spirit Fingers - Spirit Fingers


Dream the Electric Sleep - The Giants Newground


TesseracT - Sonder


Good Tiger - We Will All Be Gone



Field Music - Open Here


CHVRCHES - Love is Dead


 Oh Malô - Young Orchard, vol.1



Nowe - Nowe



Black Neon District - Standing Waves



Snail Mail - Lush



Mile Marker Zero - Fifth Row