sabato 14 aprile 2018

Introducing paranoid void


Se c'è qualcosa che non smette di annoiare, anche se generalmente è una formula che abbiamo già conosciuto grazie ad altre band, è il math rock giapponese. In questo caso stiamo parlando di un trio tutto al femminile che già, messa così, può far pensare alle tricot e in effetti le tre signorine di Osaka, Meguri, Yu-Ki e Mipow, con le loro doti strumentali sono delle degne discepole di quella band. Anzi, le paranoid void puntano su una complessità esecutiva ancor più prominente e poliedrica, alleggerendo di molto quell'indirizzo J-pop che ultimamente hanno imboccato le tricot. Formate nel 2015 le paranoid void hanno all'attivo il mini album Pop Music (2016) e il full length Literary Math, pubblicato il novembre scorso.

Il minimo comune denominatore dei due lavori rimane la sfida di "creare composizione a tre dimensioni con parole, musica e sensibilità dal punto di vista femminili" come dichiarato dalle tre, oltre che sfoggiare una impeccabile propensione per le dinamiche e architetture intricate e geometriche. Le differenze tra le due uscite sono invece meramente estetiche: come i titoli possono far intuire, il primo mini album è più indirizzato ad una forma cantata e quasi J-pop, anche se è molto limitante associarlo a questa definizione; Literary Math invece riduce gli interventi vocali e si concentra più sull'aspetto strumentale. In ogni caso entrambi risaltano un aspetto del math rock che le paranoid void affrontano con immensa competenza e capacità.








martedì 10 aprile 2018

Kindo - Happy However After (2018)


Nella velocità frenetica a cui ci ha abituato la Rete, in particolare nel fruire musica alla stregua di un prodotto da fast food, è quasi impossibile non riuscire ad ottenere un album che ci interessa al momento della sua uscita. Senza considerare i metodi illegali, le numerose piattaforme streaming ci offrono una vasta scelta di opzioni per entrare in contatto con i nostri artisti preferiti. Eppure, paradossalmente, solo pochi hanno avuto la possibilità di ascoltare uno dei migliori album prodotti nel 2017. Non che accedervi fosse esclusiva di un ristretto gruppo di persone, ma questa pre-release è stata ottenuta da chi ha dato il proprio contributo al gruppo tramite la piattaforma Patreon che, per gli artisti indipendenti, è un mezzo simile a PledgeMusic per finanziare i propri progetti, chiedendo ai fan un atto di fede e pagare in anticipo la musica che verrà prodotta.

Il nome della band di cui stiamo parlando è The Reign of Kindo, quintetto di Buffalo in attività ormai da più di dieci anni. Parlando di loro è necessaria quasi una nuova presentazione dato che da cinque anni ormai sono rimasti in silenzio discografico, ripresentandosi addirittura con una variazione sul nome che lo abbrevia semplicemente in Kindo. Come i The Dear Hunter e i Coheed and Cambria, i Kindo si sono mossi nella medesima scena alternativa prog statunitense, adottando però uno stile molto lontano da questi, che parte da premesse pop jazz venate di sfumature da rock alternativo, soprattutto nel primo omonimo EP (2007) e nei due album Rhythm, Chord and Melody (2008) e This is What Happens (2010), fino ad arrivare a includere funk, soul, R&B e ritmiche latinoamericane nell'ultimo Play with Fire (2013). Che il loro retaggio rimanga comunque parte della scena prog alternative è provato dal fatto che nel 2014 accompagnarono come spalla i pionieri del metal sperimentale Cynic nel loro tour estivo affiancati dagli Scale the Summit, una nota abbastanza chiara per capire la trasversalità di pubblico che avevano raggiunto i The Reign of Kindo.

Arrivando al presente, sciolti dal contratto con la Candyrat Records, il gruppo si è ritrovato a pensare un modo per ripartire e rigenerarsi con la decisione di utilizzare il sito di crowdfounding Patreon per produrre un nuovo album, proseguendo senza il supporto di nessuno se non loro stessi e i propri fan. È il frontman Joey Secchiaroli che, sotto suggerimento dell’amico Louis Abramson batterista della prog band Jolly, viene indirizzato verso le possibilità offerte dalla piattaforma con la quale i The Reign of Kindo, dal gennaio 2016, si sono impegnati a realizzare a cadenza mensile un brano scaricabile riservato solo agli abbonati. La campagna ha avuto così successo che non solo sono state completate la dieci tracce presenti nel nuovo album intitolato Happy However After (in uscita il 13 aprile), ma la produzione sta attualmente proseguendo con altri inediti che andranno a compilare il lavoro successivo e, come se non bastasse, alle sorprese si è aggiunto il ritorno all'ovile del pianista Kelly Sciandra che aveva lasciato la band all'indomani del secondo album.

Il nuovo materiale riesce a dare nuova luce alla musica dei Kindo, rinnovandosi con un’esaltante formula che preserva la componente prog, aumentando al contempo le connotazioni pop. Il tempo passato a ridefinire il proprio stile ci ha restituito un gruppo differente con la voglia di rimettersi in gioco e forse anche il cambio di nome, che ha destato alcune perplessità nei fan della prima ora, proprio per questo non pare del tutto fuori luogo. La formazione stessa si è allargata assomigliando ad un ensemble dove, accanto alla classica line-up formata da Joey Secchiaroli (voce, chitarra), Steven Padin (batteria, voce), Jeff Jarvis (basso), Danny Pizarro (tastiere) e Mike Carroll (chitarra, percussioni, MIDIness), si sono aggiunti Geraldo Castillo (percussioni, voce), John Baab (chitarra), Kelly Sciandra (tastiere) e Darren Escar (sassofono). Una speciale menzione va al rafforzamento del reparto percussivo, testimoniando che non è un caso se tra i Paesi al di fuori degli Stati Uniti dove i Kindo si sono guadagnati un certo seguito ed esibiti più volte ci sia il Brasile: l'art rock esotico di Let Me Be sembra proprio un omaggio alle inclinazioni musicali di quelle parti.

Le possibilità offerte da un tale insieme è messo alla prova già dall'apertura spettacolare di Human Convention in un condensato coinvolgente di funk, disco e improvvise svolte latin, sempre preservando un’esecuzione eclettica con più sfumature. È di fatto incredibile come poliritmie, multitematicità, intermezzi prog e armonie vocali abbiano la stessa importanza di linee di elettronica, beat funky e dance, trasportati in un contesto da big band fusion che passa agilmente da uno stilema black all’altro con la stessa disinvoltura degli Snarky Puppy. Ma al di là delle variazioni tematiche ciò che emerge anche nei brani più ortodossi è l'abilità dei Kindo nell'utilizzo di una vasta scelta di nuance, tinte, gradazioni o sfumature di piccoli sketch sonori i quali mutano il registro e la voce degli strumenti. Il meticoloso equilibrio tra questi vari fattori permette ad un disco come Happy However After, prevalentemente formato da brani di natura romantica, di sfuggire a facili cadute stucchevoli. In questo modo le sentimentali arie di About Love e Catch the Gleam non appaiono mai scontate e ripetitive. City of Gods e Return to Me, che alternano atmosfere da ballata e ritmate accelerazioni, trasformano i cambi di registro nei loro punti di forza, contagiando persino lo smooth jazz One in a Million e la disco funk di Smell of a Rose. Già dalla fine del 2017 sapevo che Happy However After sarebbe stato una delle migliori uscite del 2018 e vi posso anticipare che Happy However After part II si preannuncia altrettanto spettacolare, certificando un ritorno in grande stile che potrebbe far finalmente conoscere il nome dei Kindo ad un pubblico più vasto.


www.patreon.com/thereignofkindo
http://thereignofkindo.com/

lunedì 9 aprile 2018

Intervista con i Girls in Hawaii


di Francesco Notarangelo 

Belgio, fine anni ’90: sei giovani ragazzi, quasi per gioco, iniziano a scrivere musica.
Un esordio folgorante, From Here to There (2003), che li impone all’attenzione della stampa locale e non.. un album delicato, sospirato, fatto di sbalzi d’umore e tensione (ascoltare Casper e Found in the Ground per rendersene conto). Un fuoco di paglia? Certamente no, perché le conferme, qualora ce ne fosse bisogno, arrivano dal capolavoro di Plan Your Escape (2008) e il triste Everest (2013) che li conferma come una delle band indie pop migliori degli ultimi anni.
Canzoni dolci, quasi malinconiche (soprattutto con Everest, album sofferto a causa della morte del giovane batterista, Denis Wielemans, avvenuta nel 2010 in seguito ad un incidente stradale) che lasciano senza respiro grazie ad una sapiente fusione di parti elettroniche con quelle acustiche.
Il 2017 è stato il loro ritorno, un ritorno alla luce, se così vogliamo definirlo, il tempo del lutto ha lasciato spazio ad una serenità generale condita dalla consapevolezza di essere ora padri di famiglia. Nessuna modifica nella struttura, solo la voglia di far emergere in ognuno di noi quella magnifica profonda malinconia - tristezza che solo un profondo tramonto sa generare, un tramonto fatto e costituito di toni caldi e freddi, proprio come la loro musica.


Come sono nati i Girls in Hawaii?
Siamo nati nel 2000 in una piccola città di Braine - L’Alleud. Una città molto piccola e noiosa a sud di Bruxelles. Non c’era assolutamente niente da fare, così per noi stessi, iniziammo a suonare insieme. Comprammo un registratore a 4 casse e iniziammo a comporre vere e propri canzoni che finirono per diventare il nostro primo album: From Here to There.


Perchè Girls in Hawaii?
Alla fine ogni gruppo deve avere un proprio nome. Girls in Hawaii era il nome di una nostra prima canzone quando ancora non conoscevamo la direzione della nostra band. Alla fine,qualcuno ci chiese di suonare ad uno show, quindi, preoccupati ed impauriti, pensammo: Perché no, Girls in Hawaii?


Cosa ascoltavate?
Abbiamo ascoltando un sacco di musica grunge. Le nostre prime influenze sono state infatti i Nirvana e i Pearl Jam. Anche i Grandaddy sono state una grossa influenza per noi, infatti adoravamo l’album The Sophtware Slump. Successivamente iniziammo ad amare un pò di musica elettronica per cui il nostro interesse finì in album come Kid A dei Radiohead o Third dei Portishead.


Sapete, vero, che alcuni canzoni compaiono nel film “I Nostri Ragazzi” di Ivano De Matteo?
Più o meno. Ricevemmo alcune richieste per sapere se la nostra musica poteva essere usata in un film. Beh spero che abbiano funzionato!



Cos’è cambiato da From Here to There a Nocturne?
Penso che le nostre vite e il concetto di musica stessa sia cambiato. Siamo passati da essere una band amatoriale ad essere professionisti. Credo che ora le nostre esperienze siano riflesse nella musica stessa. Anche la nostra meraviglia nell’ascoltare cose nuove è cambiata. Ora come ora vorremmo riuscire ad esplorare nuovi modi di scrivere ed esplorare nuove idee.


Che pensate della scena musicale belga?
Negli ultimi anni è migliorata tantissimo. In passato, non c’era un interesse così partecipativo e attivo. Ora invece ci sono diverse rock band nuove interessante e può solo che far piacere a tutti noi. Penso ad esempio a BRNS, Robbing Millions o a quelle elettroniche come Monolithe Noir e Marc Melìa (entrambe suoneranno prima di noi durante il tour).


Possiamo dire che nel vostro ultimo album, Nocturne, l’atmosfera è molto più serena?
Volevamo fare qualcosa di meno pesante e drammatico rispetto ad Everest, che come saprai è stato influenzato dalla tragica scomparsa del nostro batterista Denis. Quindi sì, sono felice di poter dire che Nocturne è più sereno e molto più leggero nei toni.


Come nascono i nomi per i vostri album?
Dipende, per Everest, ancora prima d’incidere avevamo già il nome. E' stata, invece, una dura scelta Nocturne, poiché avevamo 40 nomi possibili, ma non sapevamo quale scegliere.


Ci vediamo in Italia?
Certamente, questo mese: il 18 a Bologna, il 20 a Roma e il 21 a Torino.
Un abbraccio.



www.girlsinhawaii.be

sabato 7 aprile 2018

Sketchshow - Patchwork (2018)


Gli Sketchshow sono una nuovissima e giovanissima band di Southampton che debutta con l'EP Patchwork, quello che può essere definito un nuovo tassello nella sempre più florida scena math pop inglese. Con la voce femminile Satin Bailey a guidare le danze è quasi inevitabile un paragone con altri estrosi gruppi emersi negli ultimi anni, come Signals. e Orchards, che piegano la tecnica musicale al volere della contagiosità pop.

Ma la forza compositiva degli Sketchshow si mostra in vari aspetti come il progressive e l'alternative rock sprigionati sotto la gioiosità di Every Excuses e gli accordi funk di Esperanto. Negli scambi strumentali delle chitarre di Adam Curran e Luke Phillips viene a galla anche qualche impulso fusion. Lo stile comunque non è mai involuto e complesso da seguire, ma scorre fluido tra orecchiabilità e irregolarità ritmiche, come su Carbon Copy, che pongono il tutto su un piano sospeso tra Paramore e Covet. In definitiva Patchwork è un EP che promette molto bene per il futuro.



http://sketchshow.band/

venerdì 6 aprile 2018

Intervista con i Requiem for Paola P.


di Francesco Notarangelo

Musica italiana, musica fatta bene.
Dopo alcuni mesi dal secondo capitolo discografico, Sangue del Tuo Sangue,  sono felice di presentarvi questa breve intervista ai Requiem for Paola P. Dopo alcuni anni di assenza dal favoloso, Tutti Appesi, ecco tornare i nostri con questo piacevole disco da scoprire, assaporare, amare. 
Tracce di pura energia, ben confezionate e che colpiscono dritte al cuore. Testi in italiano che trasudano un disagio e la voglia di potersi rintanare in un luogo sicuro. E' musica rock, musica che tocca le corde dell’emo-core, musica sincera, musica fatta con il cuore con il chiaro obiettivo di spargere sale su nostre ferite mai cicatrizzate.


Come sono nati i Requiem for Paola P.?
Come spesso accade la band è nata da amici con cui dividevamo progetti che purtroppo non hanno resistito al tempo per dinamiche comunissime, come succede a tutti quando la vita corre e tu la devi inseguire come una faina. All'inizio è stato un "gioco", bere quattro birre insieme e passare il tempo, poi dal secondo disco "Tutti Appesi" (2010), abbiamo preso coscienza di quello che ci aspettavamo dal nostro approccio al gruppo e diciamo, le birre son rimaste, ma abbiamo lavorato per sistemare le cose in modo un po' più "professionale".

Tre album all’attivo… cos’è cambiato nel modo di fare ed intendere musica per i Requiem for Paola P.?
Direi è cambiato tantissimo, forse tutto, magari anche troppo. Come ti accennavo prima, all'inizio era più un passare il tempo insieme, poi fare musica e comunicare un certo tipo di concetto/approccio è diventata una necessità. C'è da dire che dopo i primi due dischi, suonati tantissimo, ci siamo praticamente fermati un po' e la band ha subito enormi mutamenti. Siamo passati da un gruppo di amici storici ad "un'orchestra", nel senso che si son succeduti in poco tempo nuovi innesti e ci siamo aperti ai cambiamenti molto più che in passato. Con "Sangue del tuo sangue" (2016), siamo passati da due a tre chitarre, poi a due di nuovo, avevamo due voci, ora abbiamo una voce solista, abbiamo avuto un synth, ora non c'è più, magari domani introdurremo una sezione fiati in pianta stabile dopo l'esperienza del brano "Tutti questi piccoli cavalli" presente nell'ultimo lavoro o chissà cos'altro. Da questi molteplici cambi di formazione sono arrivati stimoli ed impulsi positivi visti oggi, molto complessi se rapportati ai "vecchi Requiem". C'era tutta questa voglia di ripartire ma anche la sensazione che tanto era stato messo in discussione. Ricominciare a comporre, dopo la pausa presa per rifiatare dai tanti concerti suonati in lungo e in largo in supporto di  "Tutti appesi", ha reso la gestazione dei pezzi nuovi a tratti molto complessa. Netto e gonfio è il divario tra la penultima e l'ultima uscita e ancor di più se ci rapportiamo al primo lavoro, "Simplicity" (2008). E' come se con "Tutto il nostro sangue", avessimo fatto molti più passi in minor tempo e spazio. Manca un vero anello di giuntura per chi ascolta senza conoscere la storia, forse. Siamo ancora noi in fondo, ma con un bagaglio di tre anni di maturazione che ci hanno portato ad andare oltre in un solo capitolo. Credo molti non lo abbiano capito, ci può stare, son gusti soggettivi, può esser complesso spiegare un cambio del genere, ma nonostante i suoi difetti (visibili sempre dopo che la musica registrata "riposa" un po' ), sono molto contento di questo album che si scopre diverso, ti colpisce dopo vari ascolti, non sa esser immediato, ti chiede di entrare, prenderti del tempo, sederti, aspettarlo. Oggi chi ha voglia e dedizione per farlo? Se potessimo ingeriremmo una pasticca che soddisfa il nostro appetito di un mese cosi da privarci di quella magagna del doverci curare di noi stessi. Questo disco è lento in questo, ti dice masticami, assaporami. Ti aspetta fuori dalla porta di casa, ti guarda e ti chiede di portarlo a fare un giro. Wow, non posso fermarmi ora, sono in ritardo, faccio tardi, ci vediamo dopo.

Perché Requiem for Paola P.?
Il grande quesito del nome,un classico. Mi viene sempre in mente quando adolescente scoprii che "Green Day" altro non era che la gestazione di una giornata passata a fumare erba. In fondo un nome "banalissimo", talmente semplice da risultare spiazzante. I nomi arrivano spesso cosi, poi ti si appiccicano addosso. "Paola P." per noi è qualcosa che crea fastidio, che è lontano dal nostro modo di intendere la vita e che odiamo, qualcosa che vogliamo evitare, lasciare indietro per dolore, disperazione. Magari poi diventa anche qualcosa che amiamo o abbiamo amato follemente se ci pensi, forse l'ascia che oramai non più dolente, siam pronti a sotterrare. Muta in continuazione, si muove con le sensazioni di tutti i giorni. L'amata contraddizione camminante, come dicevano quelli li sopra. Ognuno ha una sua "Paola P." in fondo, ne sono certo.

Domanda ovvia, ma necessaria… quali sono stati i gruppi che vi hanno influenzato maggiormente? E al giorno d’oggi cosa ascoltate?
Anche qui potremmo citarne a valanghe, siamo passati dal classico punk hardcore degli inizi ad aprirci verso territori più "misti". Cito semplicemente il cambio più evidente, avvenuto con il secondo disco dove ci siamo avvicinati a tutta quella scena italiana vecchia e nuova che sicuro ha influenzato parecchio in termini di composizione, The Death of Anna Karina, Teatro degli Orrori, One Dimensional Man, Giardini di Mirò, Massimo volume, Ministri, Giorgio canali, Verdena, Marnero, Fine Before You Came e tutto quel tipo di movimento di qualche anno fa soprattutto. Quello più recente invece ci entusiasma meno, da l'impressione di coglierti subito, avere grandi copertine, mega suoni, ma poche fondamenta,poche radici, come fosse una bella confezione regalo, ma senza grande sostanza. Per quanto riguarda band straniere gli indissolubili Fugazi, Jawbreaker, Hüsker Dü, Shellac, Jesus lizard, At the drive in, Refused. Negli ultimi anni ho consumato personalmente anche qualsiasi cosa di Calexico e Wilco e mi fermo qui che altrimenti si fa lunghissima.Sono molto attento anche alle cose recenti, ma non so, mi prendo il tempo per vedere se avranno la forza di cementarsi in me come quelli citati di sopra.

Trovo sempre molto interessanti i vostri testi, diretti e sinceri…come nascono? C’è un messaggio particolare che volete mandare il vostro messaggio ai vostri fruitori?
Ovviamente i testi contengono uno o più messaggi, episodi personali, citazioni varie. Non sta a me spiegarli però, mi piacerebbe sapere cosa ci vede la gente dentro. Sicuro ti dico c'è sempre stato un forte lavoro che negli anni è diventato sempre più meticoloso. Mi hanno detto che ad ora son eccessivamente criptici, che non ci si riesce ad entrare e bisogna spingere come i matti per trovar posto a sedare sul bus. Non so, è possibile. Secondo me invece è più semplice, scava e trova quello che fa per te, prendi una frase che ti piace e costruisci il tuo castello. Se penso a canzoni di band rinomate mi vien in mente,per dirne una, "Un po' esageri " dei Verdena. La sentii e mi piacque molto il modo di aprire la dinamica vocale di Alberto quando canta  "stai sulle rocce", ma allora, che vuol dire? Che uno sta spiccando il volo? Che uno sta immobile? Che uno sta facendo una passeggiata in montagna? Chissà. Si dice i Verdena scrivano colmando i suoni di un inglese maccheronico dei demo con parole italiane di senso. Magari si, ma me interessa capire se quello "star lì" può aver un senso tutto mio, Alberto di certo avrà il suo, a prescindere sia più o meno profondo. Conoscere il reale significato dell'autore può esser si interessante,ma non sempre necessario. A volte si riesce ad esser semplici, diretti ed estremamente comunicativi, a volte si fa il giro lungo. In questo disco abbiamo preso la seconda strada, andando avanti chissà, magari sentiremo la necessità di "accorciare" un po'.

Sei anni sono passati da Tutti Appesi… com’è nato Sangue del Tuo Sangue? Quando avete capito che era il momento di tornare in studio e registrare?
Riassumendo, dal 2010 al 2012 la band ha suonato "Tutti appesi" parecchio ed un po' ovunque in concerti autoprodotti in tutta la penisola, poi ci siam presi una pausa che è però diventata più lunga del previsto in seguito ai vari cambi di formazione, avvenuti  non per litigi strani ma semplicemente per cambiamenti di vita personali. Nel mentre ho sempre scritto, buttato giù idee, composto. Dal 2015 abbiamo lavorato al disco nuovo con stabilità, uscito poi nel 2016 ed ora stiamo lavorando a pezzi nuovi. Potevamo esser più veloci di certo, ma se fai i conti alla fine (sempre abbia senso farne), forse abbiamo rallentato un annetto, non molto di più. Son indeciso,sai? Spesso le band che escono ogni due anni mi hanno sorpreso, spesso deluso tantissimo. Qualcuno lo fa per battere il ferro caldo e poi si scotta lui, non è mai facile, si va ad istinto. Per noi è stato giusto cosi, ci ha permesso di concepire un nuovo punto di vista musicale probabilmente necessario.



Possiamo affermare con certezza che il tema portante del vostro ultimo album, è la natura? Qual è il vostro rapporto con lei?
Assolutamente si. La natura che ci ha generato, docile e rassicurante, ma anche una natura arpia e selvaggia che non ti concede errore e spazio. Di certo i pezzi del disco hanno questo fil rouge comune. Non parlerei di concept, perché all'interno delle canzoni le tematiche variano molto, ma di certo la guida è quella. Il nostro rapporto con Lei è quello di esseri umani affascinati e increduli di fronte all sua maestà, purtroppo però consci che  il suo valore sottostimato e dato per gratuito risveglierà sempre più il suo lato feroce e distruttivo, il che non è solo un discorso ecologista, ma da leggersi anche con respiro più ampio, culturale e morale.

Il momento migliore e peggiore della lavorazione al vostro ultimo album?
Credo il momento migliore sia stato quando finalmente abbiamo capito di avercela fatta a tornare, nonostante spesso il cammino sia stato di certo duro. Forse il peggiore non è stato tanto la lavorazione del disco, ma accorgersi dopo l'uscita dello stesso che la situazione  riguardante il portarlo in giro e suonarlo live era ben cambiata rispetto a due/tre anni prima. Le solite cose, sempre più difficile suonare e ricever attenzione da gestori e pubblico, spesso disattenti e schiavi delle "mode" musicali e di marketing.

Come nascono i vostri video? Mi dici qualcosa riguardo I Rami Oltre?
Non è che abbiamo mai fatto tanti video, anzi " I Rami Oltre" è solo il nostro secondo video ufficiale. Racconta una storia, perché trovavamo noioso vedere ancora l'ennesimo playback di una band, anche se ok ,può esser divertente, ma noi si voleva andare oltre, comunicare, lasciare una traccia, senza banalizzare il tutto. Il video tratta di quello che ti dicevo prima, di uomini che si confrontano con la natura e con le proprie anime, cercandosi fino ad incontrarsi nel punto più atavico di loro stessi, per una frazione, seppur limitata, infinita.

Si dice sempre che “si stava meglio prima”… dopo 6 anni, è cambiato in peggio o in meglio, la situazione musicale italiana? Cosa ne pensate della musica via internet?
Anche qui, mi ero anticipato!ahahah. Credo la situazione sia peggiorata, o forse son peggiorato io che la vedo peggio di una volta. Pochi spazi, ma soprattutto poca attenzione, tantissima superficialità, pressapochismo e un gran saltare i tempi necessari a costruire progetti musicali affidabili. Le band escono tutte con un ufficio stampa, booking incredibili, promettono giravolte pazzesche, registrano dischi coloratissimi, hanno muri di suoni, suonano bene,meglio di noi una volta (questo è un pregio!), ma poi quando scavi vedi (e senti) che chiamano tour il giro dei pub della Lombardia, non si dedicano al linguaggio nei loro brani, vogliono tutto e subito, non son disposti ad approfondire altre band/generi, a dedicar del tempo alla crescita musicale ed umana e tutto ad un tratto ti accorgi son già spariti  con il primo sole di primavera. Questa cosa ti è confermata dalle numerose reunion di band storiche italiane e non, oltre che dai numeri che fanno quasi sempre questi  eventi. Torniamo li a sentire quello che ci aveva cambiato la vita, forse qualcuno ci marcia di certo, ma a volte fa anche piacere sentire quelle "note storiche" e ti ricorda da dove arrivano certi legami. Son sempre sentimenti discordanti ma indicano di certo questa tendenza, spesso con risultati nettamente migliori di tante  "nuove uscite". Recentemente ho visto i Quicksand ad esempio, ed insomma non saranno quelli degli anni storici, ma il loro concerto  di certo è stato oltre che molto bello (tecnicamente poi, validissimo), anche un ottimo esempio di qualità musicale compositiva sia passata che recente (vedi lo splendido ritorno con il loro ultimo disco " Interiors"(2017). Comunque si diceva, vedo molto troppo, di questo cercar scorciatoie, questo saltare gli ostacoli, questo sentirsi arrivati da subito. Chiaramente esiste anche chi fa le cose bene, ne apprezziamo parecchi e non vogliamo certo generalizzare, ma purtroppo le strade più impervie fan spesso paura. Peccato.
Per quanto riguarda internet e tutto quello che permette una fruizione della musica più immediata, son assolutamente a favore. Ci ha aiutato parecchio ed agevolato nel conoscere più band e stili. Io stesso utilizzo tantissimo i vari You tube, Spotify e compagnia bella. Ovvio bisogna farne un uso anche attento, spesso dedichiamo 13 secondi e siam già pronti a cambiar traccia, siamo inondati di band e non approfondiamo i testi,le grafiche, i suoni. Come sempre esiste un pro ed un contro che sta a noi controllare. Io son ovviamente più legato al supporto fisico, ricordo quando scoprivo l'uscita di un nuovo disco da giornali, fanzine, passaparola, programmi tv (ah Videomusic/Tmc2 !) ; lo ordinavi, lo aspettavi, ogni giorno passavi al negozio finché arrivava, dio che bello. La fruizione digitale istantanea se vuoi, ha richiesto di riscoprire un po' questo nervo emotivo ed ha generato probabilmente il rilancio del vinile, oggetto che personalmente adoro. Il vinile è un oggetto ingombrante, te lo suoni solo a casa, lo studi, lo giri, lo apri, lo respiri. Non puoi fare queste cose in macchina, in metropolitana, per strada. E' bello cosi, utilizzare il digitale per la sua praticità ma senza perdere di vista il supporto fisico. Siamo sempre li no? Prenditi del tempo quando e come puoi e riscopri la tua natura a modo tuo, con i tuoi propri metodi. Di certo c'è da restare stupiti di quello che si può trovare e non si può aver paura nel fermarsi un po', anche solo un poco, a guardare il paesaggio prima di rimettersi in cammino.
Grazie per l'intervista, ci si vede live! Seguiteci agli indirizzi qui sotto!


martedì 3 aprile 2018

Altprogcore April discoveries


Il giovane trio inglese degli Exploring Birdsongs formato da Lynsey Ward, Jonny Knight e Matt Harrison, ha da poco esordito con i due singoli The Baptism e The Downpour. Guidati dalla voce e dalle tastiere della Ward che infondono atmosfere art rock, le composizioni non disdegnano anche passaggi ritmici più elaborati.




Il trio giapponese Ling Tosite Sigure è sulla breccia da anni tanto che questo è il loro sesto album (a dispetto di quanto dice il titolo). La loro formula di post hardcore e math pop possiede pregi e difetti di molte altre produzioni giapponesi. La veemenza della produzione che spinge tutto al massimo: dinamiche, volumi e acuti vocali che sforzano oltre il consentito.



Un altro trio è quello dei Vox Vocis che con Star Meissa segna il suo secondo lavoro, piazzandosi accanto alla nuova onda post hardcore/swancore che vede Stolas, Eidola, Sianvar e Hail the Sun tra i principali esponenti.


I Lingua Nada potrebbero essere considerati come i Tera Melos tedeschi, stessa è la vena di follia che permea le composizioni math rock del loro nuovo album Snuff.

domenica 1 aprile 2018

Introducing Six-Ring Circus


Nati a Lione e in attività fino dal 2015, i Six-Ring Circus si sono fatti notare nel circuito dei festival jazz francesi grazie ad un repertorio fresco e moderno che sublima il jazz in un ibrido prog fusion che non teme di sperimentare sia in chiave acustica che elettronica. I cinque musicisti Elie Dufour (piano), Baptiste Ferrandis (chitarra), Célia Forestier (voce), Elvire Jouve (batteria) e Alexandre Phalippon (basso) sono giovani ma appaiono già dei fuoriclasse nell'eseguire intricate improvvisazioni che sconfinano in territori affini come il math rock o il minimalismo. Senza ancora alle spalle una pubblicazione ufficiale, il gruppo si appresta ad esordire il primo giugno con un album che, a giudicare dal materiale reso noto finora, ha tutte le carte in regola per affermarli come una delle novità più rilevanti dell'anno.










http://six-ringcircus.com/

venerdì 30 marzo 2018

Rare Futures - This is Your Brain on LIVE (2018)


Alla fine dello scorso anno i Rare Futures si sono impegnati ad allestire i Rancho Recordo Studios per registrare dal vivo alcune tracce tratte dal loro album This is Your Brain on Love. Un esperimento live in studio senza pubblico, simile alle sessioni Audiotree, che comunque mantiene la carica del groove rock che contraddistingue i Rare Futures e che ha dato modo al quartetto di ripescare Time e Up Late, due gemme dal passato quando ancora si chiamavano Happy Body Slow Brain. Il titolo scelto è coerentemente This is Your Brain on LIVE e alla tracklist si aggiunge anche la cover di No Ordinary Love di Sade, artista molto amata dal frontman Matt Fazzi, in origine contenuta nello split EP che i Rare Futures hanno condiviso con Gavin Castleton.










giovedì 29 marzo 2018

Mansun's Legacy: "Six" e il suo lascito a 20 anni dall'uscita


Ci vuole un certo grado di coraggio e di incoscienza per decidere con cognizione di lasciarsi precipitare dalla vetta più alta una volta che l’hai raggiunta. È praticamente ciò che fecero i Mansun con il loro secondo album Six pubblicato nel settembre 1998, dopo aver raggiunto il primo posto in classifica con l’esordio Attack of the Grey Lantern (1997). Sbocciati all’apice del Britpop, scena musicale molto indulgente nei confronti del talento dove la stampa inglese bollava come “next big thing” ogni vagito discografico, i Mansun sembravano destinati a confondersi tra mille altre proposte come Kula Shaker, Suede, Pulp ed Elastica. I quattro di Chester scelsero invece la gloria eterna suicidandosi commercialmente (parole di Paul Draper) con una mossa la quale, in modo parallelamente metaforico, li consegnò alla storia. A dire il vero il magnifico flop commerciale di Six non fu neanche colpa del pubblico, impreparato ad accogliere la portata di quella bomba ad orologeria, non comprendendo ciò che gli era capitato tra le mani. La “colpa”, se così vogliamo dire, era proprio tutta di Paul Draper e soci che si incaponirono in un’opera eclettica dai tratti schizofrenici e con una cover (a cura di Max Schindler) in pieno stile prog, carica di riferimenti letterari, veri o fittizi, che fungeva da preludio iconografico per gli argomenti trattati all'interno di ispiratissimi testi dal pessimismo adolescenziale ostentato (venivano citati il Marchese De Sade, Ron Hubbard, la serie TV "Il Prigioniero", Winnie the Pooh e molto altro). 

Non è sbagliato affermare che i settanta minuti di Six siano il risultato di un attento taglia e cuci di idee solo abbozzate, oppure ultimate ma che avevano bisogno di maggior respiro. In tutto questo però si percepisce l’assoluta buona fede della band che non vuole propinarci un ambizioso e scriteriato zibaldone di motivi prog, ma una prova di maturità artistica dove il prog inteso come tale non fa mai capolino. La genuinità è preservata dal protagonismo delle chitarre che mantengono comunque un legame basico con il rock e prova ne è anche la direzione concettuale delle liriche, piene zeppe di linee memorabili che hanno la capacità in una sola battuta di cogliere l'essenza dell'argomento: All relationships are emptying and temporary Nobody cares when you're gone (Legacy) - my life it's a series of compromises anyway (Six) - I'm emotionally raped by Jesus (Cancer) - I know you're purely Marxist/Your philosophy's so cool With your tranquillisers, valium and gin / You talk of euthanasia/And your breakdown was so cool Did Stanley Kubrick fake it with the moon? (Fallout).



Ad ogni modo nel ’98 si intuiva già che il Britpop aveva i giorni contati, l’anno prima il successo di critica e pubblico di OK Computer aveva alzato l’asticella delle ambizioni e infuso coraggio ad altri artisti per percorrere strade meno scontate di un orecchiabile ritornello radiofonico. E allora ecco i Mansun che nella loro irrequietezza tentarono qualcosa di simile, ma con un approccio del tutto differente: Six è un disordinato collage post punk-pop-prog che disintegra la sicurezza formale e la restituisce in miriadi di pezzetti. Il pop c’è, il rock pure, ma sono dissezionati in così tante particelle da far venire il capogiro: un "Paranoid Android" elevato all'ennesima potenza che li rese dei Mida alla rovescia, parafrasando il titolo della intermissione per piano Inverse Midas. Ma Six ha un altro pregio nel suo osare, poiché se ritorniamo al paragone con Ok Computer e i suoi effetti si coglie una certa differenza tra “definire” e “prefigurare”. Se infatti quest’ultimo pose immediatamente delle direttive sulle quali in molti si sono poggiati successivamente, senza però progredire oltre quei parametri stilistici, a distanza di venti anni possiamo certificare che Six è stato il precursore involontario di elementi che hanno dato nuovo slancio a certi dettami prog come il prog hardcore dei The Mars Volta (le evoluzioni di Negative e Cancer), le attuali deviazioni disarticolate e multipartite del math rock (Shotgun, Being a Girl) o il jigsaw pop degli Everything Everything (Anti Everything),

Six ebbe il merito di anticipare in modo lucido - e anche un po’ audacemente autoindulgente - buona parte di ciò che sarebbe stato il prog alternativo del decennio successivo e, insieme a OK Computer, è stata l’opera prog pop più importante del rock inglese degli anni ’90. L’unico problema è che all’epoca, quel prendere di petto il progressive rock con collage schizoidi al posto di canzoni, spiazzò il pubblico al quale i Mansun in un primo momento si erano rivolti con Attack of the Grey Lantern. Eppure Six rimane un affresco coraggioso basato sull’accumulo che ha saputo prendersi i propri rischi e, ultimamente, anche un'inaspettata rivincita, dato che in molti lo stanno riscoprendo. Six era stato un incosciente quanto temerario sguardo nel futuro, tanto che nelle note biografiche della raccolta postuma Kleptomania, pubblicata nel 2004, il giornalista musicale inglese Mark Beaumont scrisse: “In pochi riuscirono a vedere Six per quello che era veramente – uno dei più ispirati, inventivi e decisamente migliori album degli anni ’90. I Radiohead lo riconobbero pubblicamente come ispirazione per i loro personali sforzi sperimentali e potete ascoltare i volteggi eclettici di Six nell’attuale lavoro di The Mars Volta e Muse”.



Paul Draper, da qualche tempo ritornato sulle scene musicali come solista, ne sta preparando un’edizione speciale per il suo ventennale e non c’è momento migliore per testarne la sua “Eredità". Anni dopo commentando Legacy, il singolo/simbolo dell'album che riflette sulla futilità della celebrità e della musica pop accompagnato efficacemente da un video allestito da marionette in stile Big Jim, Draper si chiedeva se era valsa la pena registrare un disco come Six e quale sarebbe stato il ricordo dei Mansun. Diciamo che in entrambi i casi la risposta è senza alcun dubbio positiva.

domenica 25 marzo 2018

Kawri's Whisper - Belle Epoque (2018)


Nati nel 2011 a San Pietroburgo, i Kawri's Whisper firmano il loro primo album con Belle Epoque dopo aver pubblicato due EP e alcuni singoli in passato. I nomi ai quali si sono affiancati come supporto nelle decine di concerti tenuti nel proprio Paese - 65daysofstatic, Tangled Hair, Tera Melos, Tides From Nebula - credo possano indicare più che sufficientemente in quale categoria vada ad inserirsi il gruppo. Comunque sia, in questo esordio post rock intriso di math rock, i Kawri's Whisper sanno essere originali, non ripetendo a vuoto gli insegnamenti dei colleghi ed evitando con cura tutti i luoghi comuni del genere sui quali si può inciampare.

Come per gli spagnoli Circadia anche i Kawri’s Whisper affrontano il post rock da un lato più energico e meno riflessivo, fattore decisamente messo in primo piano nelle composizioni che non si sviluppano su cellule minimali, insormontabili muri elettrici o impercettibili reiterazioni, ma sono in perpetuo movimento, uscendo dai canoni del genere stesso e abbracciando un più vasto prog rock jazz inclusivo di ritmiche elaborate e fraseggi chitarristici virtuosi, varrebbe anche la sola Vostok1, crimsoniana quanto basta, per rendersene conto.

Altra aggiunta che dona spessore e corpo al sound dei Kawri's Whisper è l'elettronica dei synth, la quale adorna You Hear Whales Here come fosse delle tessere di un mosaico inserite casualmente, e i vocalizzi femminili che schiudono Flaming Creatures Against Purple Cubes e Summer Waves a spazi quasi da alternative rock. La carica deflagrante di Girls Want to Be Found e Thundercloud-coloured, alternata a momenti di calma apparente e incursioni fusion, porta i Kawri's Whisper vicini alla new wave math rock statunitense degli Strawberry Girls. Tutto ciò per dire che Belle Epoque sa regalare un'emozione differente per ogni brano, eppure risultare fortemente compatto e omogeneo nella sua vitale e intricata varietà. Uno degli esordi più interessanti dell'anno.



giovedì 22 marzo 2018

Oh Malô - Pedaling Backwards (2018, single)


Il ritorno degli Oh Malô è stato anticipato alcune settimane fa con il singolo Don’t Look, Don’t Stare, preludio ad un nuovo EP in uscita a breve. Il quartetto, nato a Boston al Berklee College of Music e adesso residente a Brooklyn, aveva già nel 2016 pubblicato un album dalla bellezza ammaliante dal titolo As We Were e adesso con il nuovo singolo sembrano rimarcare quelle coordinate, aumentando la posta dell'espressività e della profondità. Pedaling Backwards è un capolavoro ultraterreno che si perde in magici riverberi e disorientanti ritmiche. Brandon Hafetz (chitarra, voce), Jack McLoughlin (chitarra, voce), Jordan Lagana (basso) e Isaac Wang (batteria, tastiere) presentano un brano che cresce poco a poco e un arrangiamento che punta tutto sull'edificazione di atmosfere eteree e sperimentali, non c'è un vero e proprio chorus, ma una sapiente amministrazione di dinamiche create da accordi impalpabili dove la soffice voce di Hafetz si posa con grazia ed eleganza. Gli Oh Malô si confermano una delle migliori band in circolazione attualmente e meritano di sicuro una maggiore attenzione.



https://ohmalo.bandcamp.com/

mercoledì 21 marzo 2018

JYOCHO - A Parallel Universe EP (2018)


Non è passato molto tempo dall'ultimo EP dei JYOCHO o meglio, come li definiscono loro, mini-album, ed oggi viene pubblicato Otagai No Uchu (A Parallel Universe) contenente quattro tracce inedite. Il nuovo materiale sembra una prosecuzione Days in the Bluish House e non avrebbe sfigurato all'interno di quel lavoro andando a formare idealmente un unico full length. Ma l'occasione per questa breve opera è legata al brano (e alla sua controparte acustica A Parallel Definition) che dà il titolo all'EP, il quale è stato pensato come pezzo di chiusura di Collection, una serie anime horror antologica scritta dell'autore Junji Ito.

Se si pensa alle origini dei JYOCHO come prosecutori morali e artistici del math rock degli Uchu Conbini del chitarrista Daijiro Nakagawa, adesso lo stile si sta sempre di più spostando verso un raffinato J-pop che si lascia tentare da chorus cantabili e malinconici. La cristallina bellezza degli altri due inediti Euclid e Pure Circle, ad esempio, appartiene anch'essa a quella categoria stilistica di sigle da anime malinconico che in Giappone solitamente viene affidata a professionisti dall'altissima qualità e quindi non svalutato come mero contorno commerciale per un prodotto di massa.

 

martedì 20 marzo 2018

COAST - COAST (2018)


Come sempre il fiuto della lanciatissima label australiana Art As Catharsis si dimostra attento a pescare all'interno di una scena musicale che ha ancora tante sorprese da regalare. La nuova offerta che ci propone l'etichetta è l'esordio di quattro giovani jazzisti riuniti sotto la semplice sigla di COAST, i quali non temono di presentarsi con un'opera ambiziosa nella sua ricercatezza e già profondamente matura nel fondere un jazz classico ad una fusion funk (come nei brani Dance 35 e Or Not) senza tralasciare elementi sperimentali. Paul Derricott (batteria), Shannon Stitt (tastiere), Peter Koopman (chitarra) e Michael Avgenicos (sassofono) affrontano le partiture con una certa ruvidità e spigolosità rock su Blackline e White Water, completando in tal modo il quadro delle interazioni tra generi e facendo riferimento ai recenti apprezzati crocevia segnati da gente come Kneebody, Mark Guiliana Quartet e Donny McCaslin, ai quali i COAST ammettono di ispirarsi. Quando su Tide e Obin i suoni vengono avvolti da sfumature più delicate e prettamente prog jazz si vaga tra le parti di Canterbury e dell'improvvisazione, questo per dire che comunque COAST sa offrire molti punti di vista all'approccio sonoro, variabili brano per brano, per soddisfare i gusti più vari.


venerdì 16 marzo 2018

Spirit Fingers (Greg Spero) - Spirit Fingers (2018)


Qualche mese fa parlai del talentuoso pianista jazz Greg Spero e del suo progetto Polyrhythmic in procinto di pubblicare l'album di debutto. Il momento è giunto poiché la data fissata per l'uscita è oggi 16 marzo, ma nel frattempo sono accadute alcune cose. I Polyrhythmic hanno cambiato nome in Spirit Fingres e, mentre il bassista Hadrien Feraud e il batterista Mike Mitchell sono rimasti al proprio posto, adesso alla chitarra abbiamo l'italiano Dario Chiazzolino. Per chi aveva ascoltato l'album dal vivo registrato a Los Angeles a nome Polyrhythmic (quando ancora i brani erano identificati con numeri) la prima cosa che risalta su Spirit Fingers è la loro minor durata anche se rimangono le mirabolanti intersezioni soliste di ogni membro.

In questo Spero si dimostra un leader generoso con i suoi compagni d'avventura, ponendosi più nelle vesti di direttore piuttosto che di virtuoso solista onnipresente. Molto spesso egli guida, sostiene e ritma con il suo piano gli interventi del basso e della chitarra, accompagnati dalla straripante batteria di Mitchell. Gli incontenibili unisoni, sia ritmici che melodici, sono un altro tratto distintivo del quartetto ed in questo caso si sfiora talvolta il reame della musica classica. Credo che Spirit Fingers dovrebbe essere visto come un importante tassello del nuovo jazz contemporaneo: contiene tutto ciò che hanno offerto sinora nomi celebrati che lo affrontano su differenti prospettive come Tigran Hamasyan o GoGo Penguin e anche di più. Nel senso che non si rileva con chiarezza il pianocentrismo del primo né il minimalismo dei secondi, ma una combinazione acuta degli elementi sviluppati ultimamente dal jazz moderno.

Greg Spero si è focalizzato sul progetto Spirit Fingers dopo aver dato l'addio alla pop singer Halsey con la quale tre anni fa aveva iniziato a collaborare scrivendo e suonando con lei, conseguendo inoltre un crescente successo dai primi piccoli concerti a Los Angeles fino a quelli nelle grandi arene intorno al mondo. Oltre a questo, Spero ha da pochissimo iniziato a curare un canale YouTube dedicato alla sua serie Tiny Room dove, con altri musicisti, presenta riletture e nuovi arrangiamenti jazz di canzoni pop contemporanee. I primi a partecipare sono stati Trevor Dahl dei Cheat Codes e Sarah McTaggart dei Transviolet.



 

Tangled Hair - We Do What We Can (2018)


Nella scena math rock inglese di inizio secolo c'era molto fermento, tanto che le band nascevano e si dissolvevano nello spazio di pochissimo tempo. Il fatto è che ognuna di esse ha lasciato qualche traccia nell'underground anglosassone e tra queste c'erano i Colour, sciolti nel 2009 e titolari di alcuni EP poi raccolti in un unico disco appropriatamente nominato Anthology. Dal 2010 i due ex membri Alan Welsh (voce e chitarra) e James Trood (batteria) hanno formato i Tangled Hair insieme al bassista Alex Lloyd, pubblicando da allora due EP (Apples e First) rimasti un culto tra gli appassionati. Da allora non si è saputo quasi più niente del trio a parte qualche apparizione dal vivo e sessioni in studio che presentava nuovo materiale ancora inedito. I Tangled Hair quindi, nonostante il lungo silenzio, non hanno mai smesso di lavorare e oggi esce finalmente il primo album dal tirolo We Do What We Can che di sicuro potrà essere apprezzato dai fan dei TTNG o dei defunti Tubelord.



domenica 11 marzo 2018

Instrumental (adj.) - Reductio ad Absurdum (2018)


Pare proprio che agli Instrumental (adj.) piaccia la brevità e siano titubanti a regalarci l'ebrezza di un full length. Infatti, a tre anni di distanza dal fulminante EP A Series Of Disagreements, il trio australiano composto da Simon Dawes, Simon Grove e Chris Allison replica quella formula e con Reductio ad Absurdum aggiunge altri tre brani inediti al proprio repertorio. Quello degli Instrumental (adj.) rappresenta un ottimo esempio per capire come si è evoluto il progressive rock strumentale influenzato dal math rock e dal jazz. Per descriverlo si parte come sempre dal pilastro centrale King Crimson, dai quali i riff di Yours traggono i loro tratti principali, per poi arrivare ad Animals As Leaders, Herd of Instinct, passando per i Gordian Knot. In questo particolare momento storico dove i confini musicali sono considerati tali solo da chi ha dei pregiudizi, una band come gli Instrumental (adj.) deve essere necessariamente considerata fusion, anche se al suo interno presenta retaggi metal o djent.

Ormai le poliritmie, l'improvvisazione e il modo di organizzare le composizioni, accostano l'estetica del trio più ad un ensemble jazz che non a puro prog metal. In particolare questa volta gli Instrumental (adj.) mettono in pratica un metodo di svolgimento suddiviso in due parti che lo si potrebbe spiegare con un parallelismo tratto dalla filosofia di Francis Bacon: nei principi della pars construens (dove viene esposto il tema principale) e della pars destruens (la sua "riduzione all'assurdo") risiede la chiave per addentrarsi meglio nella comprensione strutturale di Reductio ad Absurdum. La title-track e Panopticon, dall'andamento più funk, si schiudono nella prima parte a dissonanze, ad improvvisi intermezzi che stravolgono le prospettive ritmiche e a power chords utilizzati come tessere di un mosaico. Nella seconda il gruppo si dedica paradossalmente a incrementare il livello di difficoltà esecutiva tra caos e virtuosismo ragionato. Se cercate musica avventurosa che sfida ad ogni battito le geometrie perfette del prog più convenzionale gli Instrumental (adj.) sono gli unici che possono tener testa a chiunque cerchi di emulare le attuali elucubrazioni strumentali dei King Crimson...e senza il bisogno di scomodare quattro batterie.


mercoledì 7 marzo 2018

Jean Jean - FROIDEPIERRE (2018)


La fredda pietra del titolo FROIDEPIERRE del nuovo album dei Jean Jean si riferisce alle fredde rocce alpine dove il trio ha lavorato intensamente a questi pezzi chiusi in una angusta baita. Ma il risultato non è l'indie folk depresso di Bon Iver, bensì un concentrato di post rock imbevuto di elettronica e spazi psichedelici. Durante la loro storia segnata dall'esordio di tutto rispetto Symmetry i Jean Jean hanno avuto molti cambi di line-up da duo sono diventati quartetto e poi trio, ma sembra che le mutazioni non abbiano influito a livello creativo.

Con FROIDEPIERRE i Jean Jean si collocano accanto alla nuova angolazione di approcciare il post rock declinata con differenti risultati da Vessels, Three Trapped Tigers, Gallops e Strobes. Utilizzando una buona dose di elettronica e minimalismo i tre riescono a dare corpo a pezzi densamente stratificati e di gran spessore come Tensor Field. Non tutto l'album ha la stessa presa, ma il lato del costruire pazientemente grandi architetture tensive rimane pressoché invariato su Anada e Limerence, mentre nella title-track si percepisce un tocco di avanguardia sperimentale. Uno degli elementi più interessanti che caratterizza FROIDEPIERRE è come la synthwave tanto in voga adesso venga applicata ai canoni del post rock: una selva di grandi affreschi per tastiere, piuttosto che le chitarre, riempie il paesaggio sonoro di Event Horizon e Konichiwa. Più che roccia fredda, roccia ibrida.



venerdì 2 marzo 2018

Mile Marker Zero - The Fifth Row (2018)


Non è sempre detto che una band di progressive rock sia da rigettare quando decide di rifarsi ai vecchi canoni estetici di una volta. La storia ci ha insegnato (almeno personalmente) a guardare con un certo sospetto chi cerca inutilmente di riproporre il passato senza un tocco di personalità, ma ogni tanto si palesa l'eccezione alla regola come hanno dimostrato di recente i Perfect Beings con il loro osannato Vier. Adesso, a breve distanza, è il turno della band americana Mile Marker Zero, anche se in realtà il quintetto formato dai fratelli Alley - Dave (voce) e Doug (batteria) - durante gli anni passati a studiare musica presso la Western Connecticut University, è in attività da più di dieci anni ed è titolare di un album omonimo e un EP (Young Rust), ma credo che con The Fifth Row, grazie ad una produzione più sicura e delle idee più chiare a livello stilistico, potranno raggiungere un pubblico più vasto.

Tanto per cominciare The Fifth Row ha tutto ciò che può attirare un appassionato di progressive rock che ama tra le altre cose i concept album distopici, i Rush, gli Spock's Beard e i Dream Theater. Ma, un po' nel segno dei Dream the Electric Sleep, ha anche una grande carica AOR dettata da piacevoli melodie radiofoniche sprigionate dai riff di The Architect e 2001. L'intreccio di tastiere e riff hard rock è una costante, dove le prime tra fuzz, ouverture e fughe aggiungono pathos e passaggi virtuosi alla Jordan Rudess (si ascolti Victory e The Architect), mentre i secondi assicurano un retaggio da classic rock che si rafforza negli accordi provenienti direttamente dal dizionario di Alex Lifeson (Digital Warrior, 2020). Nelle ragnatele di synth di Building a Machine si possono ritrovare le moderne derivazioni electro prog dei Frost*, anche se nel ripetersi strofico il metodo di arrangiare le variazioni è simile a quello utilizzato dagli Spock's Beard dell'era Neal Morse. The Fifth Row è così un grande affresco prog metal di stampo melodico che rinvigorisce certe scelte estetiche che il genere intraprese negli anni '90, ma naturalmente con piglio moderno.

 

 http://milemarkerzero.com/

Hidden Hospitals - Liars (2018)


Sono passati tre anni da Surface Tension, l'esordio con il quale gli Hidden Hospitals si certificavano come eredi math prog dei magnifici ma effimeri Damiera. In questo lasso di tempo sono successe altre cose: il leader e frontman del gruppo David Raymond si è impegnato con la compagna Rachel nel progetto di indie elettronica Stil + Storm e un altro alquanto similare di dark ambient chiamato Given Names formato insieme a Jeremy Perez-Cruz (che cura anche la grafica degli Hidden Hospitals). Dall'altro lato gli Hidden Hospitals hanno perso il secondo chitarrista Steve Downs (che Raymond si era portato dietro dai Damiera), riducendo la band a trio e allo stesso tempo costringendola a ridisegnare il proprio sound al fine di adattarsi alle nuove necessità sonore dato che Downs non è stato rimpiazzato.

Si è creata quindi una situazione che per forza di cose ha imposto a Raymond di proseguire rinnovando il modo di comporre, togliendo alcune cose e aggiungendone altre. Il risultato nato da tutti questi fattori è Liars, in uscita il 18 maggio per la Spartan Records e ancora una volta prodotto dalle sapienti mani di J. Hall, il quale sposta la direzione sonora degli Hidden Hospitals accanto alle esperienze che ha avuto Raymond, riducendo quindi l'apporto della chitarra in favore di synth, suoni e beat elettronici derivati quasi dalla glitch music come la title-track fa intuire o dalla retrowave propagata dai bordoni sintetici di Better Off, anche se il rock però resta sempre ben saldo e presente nella traiettoria del gruppo a giudicare dall'altro singolo Smile and Wave.






www.hiddenhospitals.com

giovedì 1 marzo 2018

Altprogcore March discoveries


Con le composizioni jazz del tastierista Evan Waaramaa e la voce soul di Songyi Jeon i bostoniani Crosswalk Anarchy pubblicano il secondo album dopo molto tempo (il primo lo trovate in streaming qui) e c'è spazio sia per la fusion americana sia per quella di matrice prog europea che guarda in particolare alla scuola di Canterbury.



Lord of Worms, quartetto inglese dedito ad un heavy prog che cita tra le proprie influenze Tool e Soundgarden. In effetti la natura dark e pesante dei riff rimanda a quei modelli con in più alcuni accenni a psichedelia, arie mediorientali e una voce femminile che si inserisce bene nel quadro completo. Questo è solo un EP di esordio, però se riusciranno ad essere incisivi come su Loyal to the Mass potrebbero avere un buon futuro.


Cat Mask è l'esordio del duo canadese Ki The Tree formato da Keegan Rohovich (chitarra) e Brett Lindsay (batteria). Quello dei Ki The Tree è un math rock molto soft con qualche inclinazione atonale e sperimentale che lo rende più atipico: qualche volta si presentano dei collage sonori (Whisper Face, Prospero), math glitch (Never Left), ma più in generale l'aspetto scarno e idiosincratico delle composizioni si avvicina spesso al concetto di minimalismo.



Ancora una volta la fanpage dei The Dear Hunter si rivela ottima fonte di scoperte. In questo caso parliamo dei Dirt Poor Robins, una band che è attiva da dieci anni ma che incredibilmente non ha avuto finora nessuna copertura mediatica. Il gruppo è la creatura dei coniugi Kate e Neil DeGraide che condividono anche le notevoli parti vocali. Su Bandcamp potete trovare i loro ultimi tre album che costituiscono una storia suddivisa in atti (vi ricorda qualcuno?) ispirata alla letteratura di Charles Dickens, C.S.Lewis, Lewis Carroll e Edgar Allan Poe con qualche riferimento al musical e al cabaret, ma per fortuna rielaborati in una forma moderna e orchestrale con melodie molto accattivanti. Gli altri due album The Last Days of Leviathan (2010) e Tha Cage (2007) non sono da meno, ma in generale per i fan dei The Dear Hunter credo possano rappresentare una segnalazione da prendere in considerazione.



Titolari di un buon EP, i Decades tornano con quello che si può definire un doppio singolo, continuando nel segno del rock alternativo atmosferico e sognante presentato nell'EP Similar Lights.



Il carattere del post rock spaziale, rallentato e fluttuante dei russi Antethic rende Ghost Shirt Society un album non scontato e che è bene segnalare tra la marea di proposte all'interno del genere.


Il chitarrista Nick Fondse e il cantante Nick Gammon della band Sit Calm si sono uniti al batterista Jesse Hardie per formare il side project Louser. Intermediate State appare come un EP dalle velleità ambiziose che mischia math rock e post hardcore in quello che pare un experimental punk come una versione più ruvida dei The Mars Volta, soprattutto anche per la qualità acerba della registrazione.

martedì 27 febbraio 2018

Everything Everything - A Deeper Sea EP (2018)


A pochi mesi di distanza dall'ottimo A Fever Dream, gli Everything Everything pubblicano a sorpresa l'EP di quattro tracce A Deeper Sea. E' anche vero che di inedito l'EP contiene solo i due brani The Mariana e Breadwinner dalla quale è stato tratto un video e la sua registrazione risale alla sessioni di A Fever Dream. Ad essi si aggiunge, oltre che un remix di Ivory Tower a cura di Tom Vek, anche la bella cover di Neil Young Don't Let It Bring You Down registrata dal vivo in session ai BBC Maida Vale Studios per Radio 1 Show di Annie’s Mac nel luglio 2017. Jonathan Higgs, presentando l'EP tramite il sito NME, ha dichiarato che in particolare la canzone The Mariana tratta dell’identità e della depressione maschile, ispirandosi ad alcune notizie lette dal gruppo riguardo inaspettate e scioccanti statistiche sul suicidio maschile.



sabato 24 febbraio 2018

Frontside - Essentially, Eventually (2018)


Nel 2013 i Frontside si presentarono con un brillante EP dal titolo Cheers and Fears from the Past Year, poi ci sono voluti altri quattro anni per arrivare al secondo You, Of All People, pubblicato esattamente un anno fa. Tutto questo quando ancora si facevano chiamare un po' anonimamente FS. Ora il trio del North Carolina sembra voler prendere una marcia più spedita grazie a qualche novità: oltre al cambio di nome i Frontside hanno trovato un appoggio nell'etichetta discografica We Are Triumphant che ha riunito i due EP in un unico album dal titolo Essentially, Eventually. La pubblicazione a nuovo nome si certifica quindi come un nuova partenza per il gruppo nell'attesa di un annunciato secondo album che finalmente vedrà al suo interno materiale inedito.

Per chi non li avesse ancora ascoltati i Frontside si destreggiano in un crocevia tra accessibile pop punk e linee più sperimentali di post hardcore. I punti di riferimento possono essere le energiche dinamiche in eterno movimento dei defunti Damiera e l'inclinazione hard prog dei Coheed and Cambria che in pratica si traduce nella capacità di creare mutevoli trame di chitarra, ritmiche sincopate e linee melodiche orecchiabili tra emocore e math rock. Seppur giovani i tre scrivono con una sensibilità tecnica invidiabile, dando spazio sia a intricati riff, sia a melodie memorabili, ricordando in qualche passaggio anche gli Hidden Hospitals. Proprio come questi ultimi e i loro predecessori Damiera le canzoni hanno una durata molto compressa, il che non preclude le continue sorprese che hanno da offrire.


https://fsncband.bandcamp.com/

giovedì 22 febbraio 2018

Cyclamen - Amida (2018)


Devo dire che non ero a conoscenza dei giapponesi Cyclamen e il perché l'ho capito dando un rapido ascolto ai loro lavori precedenti. Praticamente il gruppo nasce, come molti progetti djent, nella camera da letto di Hayato Imanishi il quale, tra il 2008 e il 2010, vive e lavora in Inghilterra, così recluta altri musicisti al fine di produrre il primo album. Tornato in Giappone nel 2011, Imanishi ricompone il gruppo con altri membri, realizzando alcuni EP dove comunque lo stile dei Cyclamen rimane invariato. A caratterizzare la band era un estremo thrash metal che adesso con l'uscita di Amida viene abbandonato completamente in favore di un math rock che si apposta al confine tra venature pop malinconiche e girandole soniche post rock. Si pensi solo a questo: per le parti vocali Amida ospita vari cantanti e quando a prendere il microfono è il turno della voce femminile di Haruka Ambiru su If There Ever Was Anything That I Meant as Love, It Was for You il mood si avvicina ai nuovi campioni del genere JYOCHO.

Ma Amida ha ancora altro da offrire: la presenza al basso di un ospite prestigioso come Sean Malone (Cynic, Gordian Knot) assicura incursioni in paesaggi virtuosi limitrofi alla fusion (A Line Between Us, The Least). Qualche rigurgito thrash ritorna su Feurlise e Once, the Last, ma rappresentano episodi isolati in quanto a prendere il sopravvento sono le ariose deviazioni quasi AOR di Choices, con Eri Sasaki alla voce, o l'atmospheric pop di You'd Look Prettier If You Smiled. La vicinanza al jazz permette paragoni non troppo fuori luogo come quelli al midwest emo (Perfect Answer), in più, un pezzo di perizia strumentale come Comes and Goes, Back and Forth, sottolinea che per gli amanti del math rock più tecnico che si sposa con il djent Amida è un album da prendere sicuramente in considerazione.