mercoledì 28 settembre 2011

PAIN OF SALVATION - Road Salt Two (2011)


Sciogliamo subito il mistero. Una cosa è sicura a proposito di Road Salt Two, se vi è piaciuto il primo vi piacerà anche questo secondo volume, se invece lo avete trovato non all’altezza delle altre cose del gruppo, allora statene alla larga. Anche se il mio giudizio generale sulla band rimane più o meno il medesimo espresso nella recensione del volume uno. Quello che dispiace di più è che i Pain of Salvation hanno finito di stupire, nel senso che da una band di tale levatura ci si aspetterebbe di più. Però mi sono messo nei panni di chi i Pain of Salvation non li ha mai ascoltati. Ecco, forse è questa la chiave di lettura per giudicare positivamente questo album. Se si ignora cosa ha prodotto il gruppo in passato, prima dei due volumi di Road Salt, questo secondo capitolo può apparire degno.

Prendiamo ad esempio Eleven, uno dei migliori pezzi di Road Salt Two, messo in mano ad un gruppo di media bravura sarebbe stato una bomba, ma per una band dal curriculum dei Pain of Salvation rimane una cosa di routine. Insieme ad Eleven, tra i brani meritevoli, vanno citati la concitata The Deeper Cut e la più strutturata The Physics Gridlock.

Il tono generale rimane impostato su un lavoro dalle caratteristiche “americane” con la western-picaresca To the Shoreline, il soul rock di Mortar Grind, più il resto che punta sulla facile presa come Softly She Cries e il blues scontato di Conditioned. La netta cesura con il passato è data di nuovo dalle sonorità e dalla produzione: suoni secchi e rauchi, una batteria che sembra suonata con una sordina e la voce di Gildenlöw che svetta tra gli strumenti.

Personalmente questi Pain of Salvation continuano a non convincermi e penso che per ora li riporrò in un cassetto, ma se si accetta questo nuovo corso il disco non è poi male.


Tracklist:

01. Road Salt Theme
02. Softly She Cries
03. Conditioned
04. Healing Now
05. To The Shoreline
06. Eleven
07. 1979
08. The Deeper Cut
09. Mortar Grind
10. Through The Distance
11. The Physics Of Gridlock
12. End Credits

Nel frattempo, qualche mese fa, è uscito anche il video di Where It Hurts, brano tratto da Road Salt One, dai contenuti abbastanza espliciti. Tanto che la versione uncensored (riportata di seguito) è stata tolta da YouTube.




Pain of Salvation - Where it Hurts (UNCENSORED) from Il Recensore on Vimeo

sabato 24 settembre 2011

STEVEN WILSON - Grace for Drowning (2011)


Grace for Drowning è la prova che se Steven Wilson si impegna riesce ancora a fare qualcosa di buono. Premetto che sono un fan della prima ora dei Porcupine Tree e ho seguito sempre con interesse tutti i progetti portati avanti da mr. Wilson. Quindi credo di parlare con cognizione di causa quando dico che negli ultimi anni (diciamo dal dopo In Absentia) c’è stata una flessione in negativo per quanto riguarda le varie produzioni in cui è stato coinvolto. Forse sarà stato il fatto di impegnarsi in una moltitudine di progetti a disorientarlo (seriamente, non capisco come faccia quest’uomo a trovare il tempo per fare tutto quello che fa). Fatto sta che la prolificità di Wilson è stata inversamente proporzionale alla qualità del suo materiale.

Poi ti arriva questo doppio album e non sai cosa pensare. Cosa è successo Steven? È arrivata un’improvvisa vampata dal fuoco sacro dell’ispirazione? Sì, perché praticamente Grace for Drowning è il miglior lavoro di Steven Wilson da dieci anni a questa parte (già, compresi Porcupine Tree, No-Man e Blackfield). E chi pensava che Insurgentes o The Incident fossero buoni album dovrà seriamente rivedere la propria scala di valori da quanto è ampio il divario tra quelle opere e la qui presente. Insomma è questo lo Steven Wilson che vogliamo. Quello che si confronta con il progressive rock del passato e lo riveste con abiti moderni e non ci importa in che misura sarà citazionista. A tal proposito c’è da dire che i lavori di remixaggio degli album dei King Crimson hanno lasciato sicuramente traccia in alcune sonorità aspre che caratterizzano l’opera, soprattutto mutuate da Lizard e Islands.

Vol.I - Deform to Form a Star

L’intro di Grace for Drowning ci anticipa che sarà il pianoforte (qui suonato da Jordan Rudess) il protagonista dei due volumi e già questa è una sorpresa, abituati a vedere Wilson privilegiare la chitarra. Ad ogni modo ricordo un’intervista ai tempi di The Sky Moves Sideways nella quale il Nostro ammetteva di comporre più volentieri al piano che non alla chitarra e sicuramente in questo album ce lo dimostra. Con la strumentale Sectarian ci si addentra immediatamente nell’ottica crimsoniana (mutuata dai contemporanei Anekdoten) con un basso martellante, bordoni di chitarre distorte, mellotron e progressioni in crescendo tipiche dell’era Larks’-Starless-Red. Deform to Form a Star è la prima perla: una ballad per piano che nei suoi accordi ha un che di vagamente canterburiano, sfociando poi in un chorus tipicamente “Wilson style” (era Stupid Dream direi). Bellissimi anche i solismi della chitarra: il primo, che va ad introdurre basso e batteria, magico e gustoso; il secondo, maggiormente invasivo, con le stesse sonorità distorte di Where We Would Be. No Part of Me fa il pieno di ospiti con Pat Mastellotto, Nick Beggs, Trey Gunn e Markus Reuter. Il brano è virtualmente divisibile in due sezioni: la prima, con accenni di suoni ambientali e una leggera patina di percussioni elettroniche à la David Sylvian; la seconda, molto più aggressiva, dominata dalla Warr Guitar di Gunn. Postcard ritorna alla ballata pianistica, questa volta nella chiave pop e più leggera che caratterizza i Blackfield. Il suggestivo coro cosmico - tra il gregoriano e il misticismo di Ligeti - di Raider Prelude fa da ponte con Remainder the Black Dog. Il brano - uno dei più notevoli ed eclettici usciti dalla penna di Wilson - si dispiega lentamente in un arpeggio sinistro di pianoforte al quale si aggiunge una ritmica sincopata che incrementa l’inquietudine. Il crescendo, attuato attraverso fraseggi scomposti del sax di Theo Travis e bassi incalzanti, è molto simile alle cose dei King Crimson di Islands, fino ad arrivare alla seconda parte dove si insinuano schegge di jazz e ambient.

Steven Wilson - Remainder the Black Dog (from Grace for Drowning) from Kscope on Vimeo.



Vol.II - Like Dust I Have Cleared from My Eye

Se ad introdurre il primo disco c’era il pianoforte, qui c’è l’arpeggio malinconico della chitarra classica di Belle de Jour che sembra uscita dalle corde di Steve Hackett. Dopodiché c’è anche spazio per il Wilson che apprezzo di meno, quello che si concede puntate nella dark elettronica su Index e parte di Track One. Ma, per fortuna, rimangono episodi isolati. Il secondo disco è semmai dominato dal tour de force della suite Raider II che si apre con poche note gravi di pianoforte e poi entra quella linea vocale che riecheggia così tanto Cirkus (da Lizard). Il brano si dipana in tutta la propria complessità tra spasmi metal e suggestioni fusion dove, in entrambi i casi, i fiati di Theo Travis si adeguano prendendo le mosse dall’indimenticato Mel Collins. Erano anni che Wilson non scriveva con questa lucidità e sapienza progressiva, dove si incontrano avant-garde, jazz, R.I.O., germi d’elettronica e ambient.

Steven Wilson - Raider (edit) (full track from Grace for Drowning) by Kscope

Like Dust I Have Cleared from My Eye è un altro pezzo da novanta, una tenue ballad che dona una rinnovata prospettiva al lirismo wilsoniano. Con accordi ariosi e aperti, malinconici e allo stesso tempo gioiosi (sui quali Wilson cuce uno dei sui più ispirati assoli) che trasmettono proprio la sensazione di una ritrovata pace interiore dopo un travagliato viaggio. Ottimo, nonostante una coda ambientale un po’ troppo lunga.


Like Dust I Have Cleared from My Eye (Radio edit)

A questo punto cosa dire? È inutile negare che lo stato di grazia di Steven Wilson si manifesta ogniqualvolta quest’ultimo rivolge lo sguardo al passato - agli anni ’70 per la precisione - e lo “riporta indietro” nella propria musica. Per quanto Wilson si sforzi e si divincoli per sfuggirgli è questo il suo ambiente naturale e non quello prog metal degli ultimi Porcupine Tree. È come uno scolaro che per molti anni ha fatto l’indisciplinato e ora ha ripreso l’aspirazione a suonare progressive rock. E difatti, dopo tanto tempo, quando le speranze sembravano svanire, Wilson è tornato a grandi livelli. Che questa “disciplina” sia stata ritrovata dalla frequentazione del dottor Fripp? Ah! Magari i Porcupine Tree potessero suonare così!







www.gracefordrowning.com

venerdì 23 settembre 2011

TURNS - Out (2011)


Parlavamo qualche post fa di Retromania e quale regione migliore della Scandinavia si può avere come esempio se si parla di musica. Negli anni '90 è stata la terra d'eccezione per la rinascita di certo prog nostalgico con Anekdoten, Änglagård, Landberk, ecc. L'album di debutto dei norvegesi Turns è una nuova pietra angolare da aggiungere al lotto. Qui le coordinate sono però leggermente spostate verso lidi da pop rock jazz quasi (strano a dirsi) solare.

Anders Tjore, compositore principale e leader dalla band, ha investito 5 anni di lavoro su Out e dalla ricercatezza degli arrangiamenti si sente. Durante questo periodo Tjore (già nella band di pop elettronico Montée) è stato coadiuvato dall'arrivo degli altri membri Harald Fagerheim Bugge (sassofoni, flauto, clarinetto), Are Reichelt Føreland (tromba, flicorno, piano), Magnus Hængsle (voce), Marcus Forsgren (chitarra), Christian Engfelt (basso) e Karim Sayed (batteria).

La musica di Out è un pop orchestrale di splendida fattura con largo uso di polifonie vocali con tanto di archi e fiati a condire il tutto in un "wall of sound" alla Phil Spector. Le atmosfere ci fanno tornare al suono californiano degli anni '60, ma non c'è solo questo: l'utilizzo di raffinatezze jazz abbinate alla psichedelia e a tematiche formali non sempre convenzionali fanno pensare ad un ipotetico sodalizio tra Beach Boys e rock progressivo. I parallelismi con musicisti connazionali sono molto semplici: si va dai Motorpsycho di Let Them Eat Cake, agli ultimi Dungen fino ai Liquid Scarlet.



Turns: Do It Again (By:Larm 2011) from Turns on Vimeo.







www.myspace.com/turnsmusic

giovedì 22 settembre 2011

IZZ - Live DVD (2011)

Gli IZZ, gruppo newyorkese di progressive rock, pubblicheranno il 4 ottobre il loro primo DVD contenente la registrazione di diverse performance live, tra le quali l'esibizione al NEARfest del 2007 già uscita su CD, per un totale di oltre 3 ore di materiale.



Chapter 1 - IZZ Live at Nearfest 2007:
1. Intro - Swallow Our Pride
2. My River Flows
3. Assurance
4. Coming Like Light
5. Late Night Salvation
6. Where I Belong
7. Star Evil Gnoma Su
8. Mists of Dalriada

Chapter 2 - IZZ Live at ProgWest, 2002
1. Spinnin' Round
2. I Move
3. Razor
4. Star Evil Gnoma Su

Chapter 3 - IZZ Live Webcast, 2003
1. Beginning Jam
2. Double Bass
3. Another Door
4. Meteor
5. Lifecycle (Forever's Way)
6. Late Night Salvation/I Get Lost
7. A Soul in Flight
8. Assurance
9. Believe
10. Razor
11. Crossfire
12. Lornadoone
13. Where I Belong

Chapter 4 - Bonus - In-Studio Recording Sessions
1. Light From Your Eyes
2. Regret
3. Late Night Salvation
4. 23 Minutes of Tragedy
5. Crossfire
6. Can't Feel the Earth, Part 3
7. My River Flows
8. Abby's Song
9. Stumbling
10. Day of Innocence

www.izznet.com

mercoledì 21 settembre 2011

THRICE - Major/Minor (2011)


Questa volta preferisco andare dritto al punto, senza tanti preamboli: questo album è una bomba! Nel senso della natura deflagrante della musica. Major/Minor, settimo disco in studio della band californiana, è un lavoro asciutto e solido, che sembra registrato in presa diretta da quanto si sente il coinvolgimento emotivo del gruppo, ovvero quello che andrebbe perso inevitabilmente dopo alcuni takes. I Thrice sono così: in questo momento più che mai ti fanno sembrare un album in studio l'equivalente di una registrazione dal vivo sulla quale viene riversata una mole di coinvolgimento emotivo che raggiunge inevitabilmente l'ascoltatore.

Pensando a qualche punto basso di Major/Minor non ne colgo nessuno: non c'è un brano debole, ognuno di essi ha una potenza espressiva unica, sia che si tratti di rock aggressivo, sia che si tratti di brani riflessivi. A ben vedere, però, questi due approcci antitetici sono ben presenti in ogni canzone, dato che il gruppo calibra allo stesso tempo in modo naturale rabbia e malinconia.

Non cito volutamente nessun brano rispetto ad altri per questo motivo (se proprio devo fare una scelta personale punto sul trittico Cataracts, Call It in the Air e Words in the Water). Major/Minor va gustato obbligatoriamente dall'inizio alla fine, senza saltare nessuna traccia. Scivola via compatto e monolitico. Esso rispecchia una generale ruvidezza impressa sin da subito dalla straordinaria, imponente ed esaltante voce di Dustin Kensrue. Non fatico a collocare quest'ultimo tra i migliori vocalist rock attualmente in circolazione. La sua prova maiuscola non solo testimonia come sia maturata la propria tecnica vocale, ma inevitabilmente trascina i Thrice e il loro repertorio in un empireo post-grunge paragonabile alle migliori cose prodotte da gruppi come Pearl Jam e Soundgarden.

L'interplay tra le chitarre di Kensrue e Teppei Teranishi è tanto pacato nelle linee strofiche quanto imponente nei chorus. Mentre la poderosa sezione ritmica dei fratelli Breckenridge fa il resto. Un grande album di alternative rock come non se ne sentiva da tempo.

Thrice - Yellow Belly by Vagrant Records

Thrice - Major/Minor (Preview) by Vagrant Records

martedì 20 settembre 2011

WHITE WILLOW - Terminal Twilight (2011)


All’indomani dell’uscita di Signal to Noise (2006) il futuro dei White Willow sembrava incerto. La band si era disgregata e il leader, Jacob Holm-Lupo, si era dedicato a tempo pieno al suo progetto solista The Opium Cartel. In effetti di tempo ne è passato e, a distanza di cinque anni dall’ultimo lavoro in studio, esce ora Terminal Twilight, sesta opera della band norvegese. Holm-Lupo ha nel frattempo rimodellato la line-up del gruppo. Insieme a lui e agli ormai consolidati Lars Fredrik Frøislie (tastierista di fama “wobbler-iana”) e Ketil Einarsen (flauto), c’è stato l’arrivo della nuova bassista Ellen Andrea Wang, la seconda sortita alla batteria dell’ex Änglagård Mattias Olsson (già presente su Ex Tenebris) e soprattutto il ritorno della storica voce dei White Willow Sylvia Skjellestad (a.k.a. Erichson).

Come reazione alla sovrapproduzione di Signal to Noise, Holm-Lupo ha deciso di registrare e mixare il lavoro in modo minimale, non in uno studio professionale, ma nella propria casa, coadiuvato dal suo MacBook, una soundcard e qualche microfono. Ciò, in termini di qualità sonora ed equilibrio, non ha afflitto in alcun modo il risultato finale. Nella discografia dei White Willow Terminal Twilight è destinato a divenire una delle prove migliori. Mai il gruppo si era confrontato con un repertorio così complesso e articolato, dove ogni composizione è una mini suite che incorpora al proprio interno molteplici risvolti tematici.

L’album si apre con le esoteriche atmosfere di Hawks Circle the Mountain che recuperano quel retaggio da rituale pagano presente su Ex Tenebris, ma con ben altra forza e spessore. Kansas Regrets è una languida ballata autunnale guidata da incantevoli arpeggi di chitarra acustica, con una coda finale che ricorda il David Sylvian degli ultimi anni ’80. La canzone è molto toccante e delicata e l’utilizzo della voce raffinata e malinconica dell’ospite Tim Bowness non potrebbe essere più riuscito. Oltretutto il cantante dei No-Man, già ospitato nell’album solista di Holm-Lupo, è anche co-autore del brano.

Red Leaves e Floor 67 sono forse i pezzi forti di Terminal Twilight. Il primo è dedicato esplicitamente a Tony Banks, ma non è però una pedissequa rivisitazione delle sonorità genesisiane. Holm-Lupo allestisce il brano sfruttando una notevole capacità di arrangiamento e sugli emozionanti crescendo di tastiere di Frøislie. Il secondo fonde la natura melodica (e quasi pop) dei White Willow con quella più progressiva, rappresentata dal drammatico showdown strumentale, orchestrato dalla presenza magistrale delle percussioni di Olsson.

Natasha of the Burning Woods è uno strumentale abbastanza ordinario, all’inizio quieto e in odore di Pink Floyd, poi si trasforma in una cavalcata elettronica somigliante ad alcune cose degli Alan Parsons Project. Searise, con le sue arie elegiache, si ricollega direttamente alle ambientazioni dark di Storm Season. Anche qui a farla da padrone sono le tastiere di Frøislie con una predilezione per l’organo e un certo gusto per le sonorità dei gruppi progressivi italiani degli anni ’70. I White Willow continuano a mantenere un altissimo profilo nell’ambito del progressive rock contemporaneo. Sono mancati dalle scene per un po’ di tempo, ma ora sono qui a riprendersi il posto che gli spetta.



Tracklist:
1. Hawks Circle the Mountain (7.10)
2. Snowswept (4.13)
3. Kansas Regrets (4.39)
4. Red Leaves (8.40)
5. Floor 67 (9.54)
6. Natasha of the Burning Woods (6.30)
7. Searise (13.14)
8. A Rumour of Twilight (2.35)

http://www.whitewillow.info/

sabato 17 settembre 2011

Anni Zero e Retromania: una riflessione

«Se gli anni settanta hanno avuto la disco music e il punk, gli anni ottanta l’hip-hop e gli anni novanta il rave e il grunge, qual è stato l’imprescindibile fenomeno musicale che ha dominato il mondo della musica pop negli Anni Zero? (Imbarazzato silenzio)».

L’uscita del libro di Simon Reynolds Retromania mi ha dato l’occasione per una riflessione che riporto di seguito ed è, se vogliamo, una continuazione del discorso aperto a suo tempo in questo post.


INTRO
Non so se sapete quanto sia frustrante rispondere alla domanda che tipo di musica ti piace? o, ancora peggio, che gruppi ascolti?, quando sai già che il tuo interlocutore sarà totalmente allo scuro dei nomi che farai. Il più delle volte mi rassegno e rispondo con un laconico e secco “nessuno che tu conosca”. Oppure, quando mi gira bene, opto per una risposta possibilista che ripone un margine di fiducia in chi mi sta davanti e tento uno speranzoso “posso farti qualche nome, ma dubito che potresti conoscerne qualcuno”. Attenzione, non faccio tutto questo con il piglio del presuntuoso professorino, sono solo realista. E infatti, se scelgo la seconda risposta (quella che lascia un'apertura di dialogo) succede questo: sono naturalmente invitato a fare qualche nome. E io lo faccio. Diffidente, ma lo faccio. A quel punto sul volto del mio astante si dipinge regolarmente un’espressione di smarrimento, poi mano a mano che vado avanti, mi guarda inebetito come se fossi un alieno appena arrivato sulla Terra dopo un soggiorno su Proxima Centauri. Quando vedo che siamo ormai al terzo stadio - quello cioè in cui sul viso dell’altro si fa strada una punta di terrore, neanche stessi enunciando nomi che fanno parte di un antico rituale nazista per evocare presenze maligne - mi fermo e lo tranquillizzo: “ma sai…mi piacciono anche Pink Floyd, Led Zeppelin, Genesis (in genere con questi si riprendono come succede con i sali fatti annusare ad uno svenuto), Yes, King Crimson (e qui mi ripiombano nell’oblio).

Piccolo inciso
(Come uno dei miei gruppi preferiti mi spiace che generalmente siano in molti a non conoscere gli Yes. Cos’hanno in meno dei Genesis? Per aiutare potrei dire che gli Yes sono quelli - pur degni - di Owner of a Lonely Heart e accennare il riff taaaa-dada-dada-da-da, ma non sarebbe esattamente rappresentativo del tipo di musica che voglio descrivere.)

Ecco, i nomi sconosciuti a cui mi riferisco sono tutti più o meno di gruppi o artisti sorti negli anni Zero o comunque negli ultimi anni ‘90. Privilegio questi perché è la musica che ascolto adesso, quella del presente. Gli anni ’60 e ’70 li ho sviscerati da adolescente, poi sono andato avanti. Ma per far capire che tipo di musica ti piace devi per forza far riferimento a nomi del passato. Tutto questo mi dispiace perché ci sono delle band veramente notevoli che hanno attraversato il decennio appena trascorso, ma nessuno o quasi le ha mai sentite nominare.

UNA RIFLESSIONE
Leggendo le tesi di Retromania, ultimo saggio del giornalista musicale Simon Reynolds, mi è venuta in mente qualche considerazione. Molto, molto sinteticamente“Reynolds sostiene che la musica ha ormai smesso di evolversi. Di crescere. Non ci troviamo in una fase di plateau, ma di vera e propria impasse. La ragione, secondo il critico inglese, è di natura essenzialmente tecnologica: la sovrabbondanza di materiale musicale accessibile su internet – a costo zero, 24 ore al giorno, trecentosessanta cinque giorni l’anno – ha finito per creare una situazione surreale in cui passato, presente e futuro coesistono, ma in forma caotica e potenzialmente distruttiva. Meglio ancora, parafrasando Nietzsche, oggi viviamo in un eterno presente ("lungo presente", scrive Reynolds). Alla passione neofila per il nuovo – si è sostituita un’ossessione retro, che prevede il culto e il recupero costante del passato. La neofilia è stata rimpiazzata dalla tecno-necrofilia.” (fonte qui)

Con quello che dice Reynolds concordo in parte, perché all’inizio degli anni Zero almeno uno stimolo di rinnovamento c’era stato. Il culmine fu nel 2003, quando uscirono diversi album di qualità che poi hanno segnato la musica indipendente e alternativa negli anni a venire. Ma il loro impatto si è limitato a questo, non trovando la forza di creare un trend mainstream. Tra le cose uscite quell’anno i primi nomi che mi vengono in mente sono De-loused in the Comatorium dei Mars Volta, Effloresce degli Oceansize, The Vertigo of Bliss dei Biffy Clyro, l’omonimo esordio dei The Fall of Troy, In Keeping Secrets of Silent Earth: 3 dei Coheed & Cambria, Did You Know People Can Fly? dei Kaddisfly, Sleep and Release degli Aereogramme e Choirs of the Eye dei Kayo Dot. Poi le uscite di qualità si sono via via diradate, hanno preso il sopravvento i sopravvalutati Muse e Coldplay, lo pseudo avant-rock dei Radiohead, il “nuovo corso” dei Porcupine Tree ed è andato tutto in vacca. Dalla metà del decennio in poi un effettivo appiattimento c’è stato. Ed è qui che concordo con Reynolds. Gli ultimi 2-3 anni poi, con uscite sempre più inconsistenti, sono stati drammatici. Tanto che sono scivolati via senza portarsi dietro nessun capolavoro, o al limite qualcosa su cui poter riporre un’indicazione per il futuro della musica. E l’inizio di questi anni ‘10 non accenna a nessun sussulto.

In un certo senso ciò sembra ricalcare le sorti dell’indie-hardcore americano degli anni ’80, quando le riviste musicali erano troppo impegnate con la new wave e i new romantics per dare spazio a Pixies, Black Flag, Minutemen e Hüsker Dü. Ci volle il terremoto del grunge e dei suoi gruppi, che ammettevano candidamente di ispirarsi a quelle band, per sottolineare come quel tipo di musica avesse avuto le potenzialità per portare una ventata d’aria fresca al mercato discografico. Cosa che, quando avvenne, in molti li andarono a riscoprire. Come a dire che i giovani della provincia americana hanno più fiuto di un giornalista musicale e sono loro i veri catalizzatori del futuro della musica. C’è da rilevare che tutto questo accadeva senza l’aiuto del Web. Allora può essere Internet una delle cause di questo stallo? La sovrabbondanza di materiale e informazioni può avere atrofizzato la nostra creatività? Reynolds crede di sì.

Uno dei paradossi della Rete è che, con la sua natura omnicomprensiva, si pensava potesse diversificare e ramificare l’offerta e aiutare a promuovere nuove tendenze. Invece, in molti casi, non ha fatto che moltiplicare la presenza dei già noti. Se prima si parlava di Beatles, Dylan, Springsteen, Rolling Stones il 75%, adesso se ne parla il 100%. La corsa all’inedito post mortem, al box set, alla ristampa per audiofili persi, spesso espansa a triplo CD/DVD (nei vari formati surround 5.1, DVD/SACD, blue ray, DTS), è rimasta invariata. Come se la storia della musica ci avesse offerto una ristretta cerchia di artisti e si dovesse comprare all’infinito il loro materiale. Io amo i Pink Floyd, ma non posso comprarmi la loro discografia per la centocinquantesima volta! Un trucchetto messo a punto ultimamente anche da King Crimson, Caravan e Jethro Tull. Non sarebbe meglio ignorare queste operazioni che vanno ad arricchire gruppi già affermati e spendere gli stessi soldi in 5 o 6 CD per finanziare band emergenti che hanno realmente bisogno di farsi conoscere? Un parallelismo in campo cinematografico lo troviamo in George Lucas che, da oltre 30 anni, si diverte a manipolare allo sfinimento le sue Guerre Stellari per spremerle il più possibile. E intanto non produce nulla di nuovo.


La cosa più azzeccata di questo progetto è il nome: Why Pink Floyd?

Così facendo ci addentriamo in un “passato tecnologico” e non nel vero futuro. Ri-ammoderniamo il passato. D’altra parte con un mercato discografico agonizzante, che comunque premia in termini di vendite il pop più insulso, si deve essere cauti nello sperimentare nuove strade, altrimenti non si rimane a galla. Un segnale che si è acutizzato in quest’ultimo anno con lo scioglimento di moltissime band.

A mio avviso molto dell’appiattimento musicale è responsabile certa stampa di settore che, ad esempio, fa assurgere roba pseudo-alternativa da hipsters, come Arcade Fire e Fleet Foxes, a nuovi classici da culto del rock. Se volete sentire qualcosa di vecchio, derivativo e assolutamente non rivoluzionario, l’ultimo dei Fleet Foxes fa per voi. Se cercate originalità rivolgetevi altrove. Voglio dire che, pure nei giornali, quando si parla di band alternative, compaiono casualmente sempre gli stessi nomi. Non mi è mai capitato di leggere, che so, un elogio agli Oceansize, che magari può capitare il critico a cui fanno cagare, ma mi rifiuto di pensare che gli sia negato un oggettivo valore artistico. Fateci caso: anche tra i gruppi alternativi gli incensati dalla stampa sono sempre gli stessi e se li ascolti sei un figo della madonna.

INTERMEZZO
Poi devo leggere gigantesche cazzate come questa (proferita nientemeno che da Mick Jagger a proposito dell’ultimo album fatto con Dave Stewart e Joss Stone): “Superheavy è un incrocio di culture, ma non chiamatela world music, meglio allora dire che è un genere di musica che non ha ancora trovato un nome”. Boom!!! Ecco, il giornalista riporta queste affermazioni senza batter ciglio, facendo un danno incalcolabile alla musica. Certe dichiarazioni sono pericolose perché: 1) la gente sprovveduta e ingenua poi ci crede veramente e pensa di ascoltare chissà cosa, quando invece è la solita fuffa riscaldata; 2) la musica non si evolverà con Superheavy, nonostante Mr. Jagger creda di aver registrato l’album del secolo. A queste parole il giornalista avrebbe dovuto interrompere l’intervista e dire al rocker ottuagenario: “scusa ma credo sia meglio andare ad intervistare i 22 che sicuramente innovano più del tuo album muffoso. Ah! A proposito Mick…fatti vedere…ma da uno bravo!” Come dite? Sacrilegio? Be’ fottetevi anche voi!! A me piace la musica e non idolatro nessuno. Quando gli idoli hanno fatto il loro corso è bene che vadano a casa! La tua l’hai già detta, ora fai spazio ai giovani. Come dicevo prima amo i Pink Floyd, ma se fanno una cazzata non li seguo incondizionatamente.

EPILOGO
Una delle cose più esilaranti che ho letto a proposito di Retromania è quella dei collezionisti di Mp3 rari. L’altro giorno stavo trafficando tra i miei scaffali di LP e CD pensando a quale album far girare. Di fronte a quell’abbondanza ho pensato che probabilmente ad un ragazzo della internet generation tutto quel rimestare tra una fila e l’altra sarebbe risultato superfluo. Allora, pensando al suo ipotetico scaffale inesistente, ho provato ad immedesimarmi in lui che conserva tutto nel proprio lettore Mp3. Forse mi avrebbe detto: “ma che ci fai con tutti questi CD, prendono spazio e basta, se voglio mi trovo velocemente tutto quello che voglio qui (mostrando iPod,nda) e quando non mi va più di ascoltarlo lo cancello.” Mi sono rattristato pensando alla musica come qualcosa di futile, volatile e che in futuro, gli stessi scaffali che raccolgono pezzi della nostra vita, saranno vuoti, rimpiazzati da icone sul desktop. E forse la vera causa per cui la musica fatica ad evolversi è perché oggi viene ascoltata e fruita con superficialità.

SIGLA

mercoledì 14 settembre 2011

"The Shaming of the True" performed at ProgWest 2002

Dagli archivi di David Robin, lo stesso autore di questo validissimo documentario sul progressive rock, sono saltati fuori due filmati che ritraggono una parte della performance di Nick D'Virgilio al ProgWest 2002, quando suonò per intero il mitico album di Kevin Gilbert. Chissà che in futuro non venga fuori altro materiale. I brani sono City of the Sun, Suite Fugue e A Long Day's Life.



Shaming of the True from David Robin on Vimeo.



Long Days' Life from David Robin on Vimeo.

lunedì 12 settembre 2011

UMPHREY'S McGEE - Death by Stereo (2011)


Gli Umphrey's McGee sono una di quelle cosiddette "jam band" americane (sulla falsa riga dei Phish per intenderci) che faticano a sfondare in Europa, ma che in patria hanno una ragguardevole base di fan. Questi ultimi si divertono come pazzi, soprattutto durante i concerti del gruppo, dove vengono improvvisate jam chilometriche (chiamate con l'appellativo di "Jimmy Stewart"), presentati brani inediti e cover di lusso.

Gli Umphrey's, proprio come i Phish, sono dei musicisti sopraffini, ma i loro album rimangono comunque nella media, senza nulla di veramente memorabile, concentrandosi più sulla spettacolarità esecutiva che non sulla composizione in sé.

L'album precedente Mantis era comunque ottimo, oltre ad essere il primo della band a presentare dei brani propriamente progressivi. Death by Radio (che esce domani) torna a lidi meno elaborati, presentando dei pezzi brevi e stilisticamente abbastanza eterogenei. A vedere il titolo, la copertina e sentendo il singolo Miami Virtue vengono in mente delle atmosfere vintage anni '80, come se la band tentasse una sterzata verso lidi commercialmente più appetibili. Ma dentro c'è più di questo. Forse è un omaggio ai bei tempi andati quando i Rush suonavano Spirit of the Radio e i Journey si immolavano al pop radiofonico con Raised on Radio.

Death by Stereo gronda di groove rockettari mutuati dal grunge (Domino Theory), ma anche di AOR funky (Booth Love, Deeper) con un occhio a Supertramp e Steely Dan (Wellwishers). Il fatto è che, pur gradevoli che siano questi pezzi, si intuisce che l'album sarebbe stato di tutt'altro tenore se gli Umphre's McGee avessero seguito la linea di Search 4 e The Floor, dove vengono adottati dei percorsi più sofisticati. Invece così si ha quasi l'impressione che il gruppo non si sia impegnato più di tanto, arrivando a mettere su disco delle cose raffazzonate negli scarti di tempo tra una jam e l'altra.





http://www.umphreys.com/