martedì 3 maggio 2016

BRITISH THEATRE - Mastery (2016)


Sembra tutto calcolato al millimetro negli impegni musicali di Mike Vennart. Dismesso temporaneamente il ruolo di live guitarist per i Biffy Clyro dopo il tour di Opposites, in contemporanea alla pausa di questi ultimi per produrre il nuovo album (in uscita a luglio), ha lavorato alacremente ai suoi progetti personali dai quali è stato partorito un lavoro solista lo scorso anno e adesso la prima opera dei British Theatre, Mastery, in collaborazione con Richard A. Ingram (aka Gambler), tutto realizzato appena in tempo per tornare a salire sul carrozzone live dei Biffy Clyro. A chi non avesse mai sentito nominare Mike Vennart e Richard Ingram basti sapere che hanno fatto parte degli Oceansize, una tra le più importanti e significative band della scorsa decade, definitivamente disciolti nel febbraio 2011.

Fin dalla prematura conclusione, comunque, Vennart e Ingram hanno proseguito a collaborare con due EP nel 2012 sotto il nome di British Theatre e poi come musicisti di supporto nei concerti dei Biffy Clyro appunto. Con The Demon Joke, Vennart si era riavvicinato e allo stesso tempo distanziato dal complesso post progressive della sua ex band, ma i British Theatre sono sempre rimasti un oggetto differente dal potenziale tutto in divenire. I due EP pubblicati ad un anno di distanza esatta dallo scioglimento degli Oceansize ci mostravano un duo affiatato che non si rassegnava ad abbandonare il proprio stile, consegnandoci un pugno di brani tra il rock sperimentale e il minimalismo elettronico. Ci sono però voluti altri quattro anni per arrivare a Mastery, una pausa che probabilmente è servita per mettere a punto il sound e lasciarsi alle spalle esperimenti già collaudati. Giunti al presente, possiamo affermare che i due EP erano solo delle prove generali per far comprendere ai due musicisti in quale direzione orientarsi e che Mastery, come ci anticipò Vennart nella nostra intervista, è molto, molto differente da tutto ciò che i due hanno prodotto finora.



Parlando di ruoli, Vennart si è occupato esclusivamente delle liriche e delle linee melodiche del canto, lasciando per il resto il timone musicale interamente a Ingram, il quale, nel frattempo, si era dato inoltre alla sperimentazione spinta nel campo dell'ambient esoterica, con l'inevitabile risultato di importare quelle spore dall'influsso elettronico nel primo album dei British Theatre. Se infatti nei due EP era evidente più di qualche residuo rock, qui ci troviamo di fronte ad un coacervo di drum machines, percussioni programmate, sequencer e sintetizzatori, riducendo al minimo indispensabile l'intervento di strumenti a corda. Pensate ad una versione dark punk e sperimentale dell'electro dream pop che è oggi in voga e collegatela ad un'evoluzione strutturata e progressive dei Suicide, e forse avrete una vaga idea di ciò che vi aspetta su Mastery. O almeno è quello a cui ci troviamo di fronte mentre scorrono i droni industriali di Blue Horror, l'orgia tribal synth di Dinosaur e le insidiose ragnatele di Newman che si dispiega in un trip finale di glitch music. Tra tappeti di synth, pulsazioni e beat elettronici, viene risaltata soprattutto la prova vocale di Vennart, che praticamente rappresenta l'unico strumento melodico all'interno dell'architettura sonora, firmando delle intuizioni che portano a brillare quasi di luce pop brani come CapraCross the Sword.

Per chi ha amato gli Oceansize, senza fare inutili paragoni, nella siderale differenza saprà trovare comunque delle attinenze, ad esempio, su Gold Bruise (ripresa direttamente dal primo EP) e The Cull, affini a quelle deviazioni atmosferiche post rock alle quali il gruppo si era dedicato nel proprio eclettismo su Everyone Into Position (penso a Music for a Nurse e Meredith) e Home & Minor. Oltre a ritrovare quella maestosità che praticamente faceva da suggello ad ogni album degli Oceansize, qui preservata dalle repentine oscillazioni tra calma/tempesta di Favour the Brave e nella title-track, posta in chiusura, dove Vennart canta sopra un campionamento del secondo movimento della Sinfonia n.1 op. 39 in mi minore di Jean Sibelius. Mastery è un capitolo spiazzante (o meglio, sorprendente?) solo per chi conosce il retaggio dal quale provengono i British Theatre, altrimenti rimane un buon album di synthrock, ma ci fermiamo qui. Non so, dando ascolto alla mia parte nostalgica avrei preferito un maggiore bilanciamento nella direzione tra le due anime rock ed elettronica presenti sull'EP Dyed in the Wool Ghost, piuttosto che optare per un esclusivo privilegio del secondo aspetto.





www.britishtheatremusic.com

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