domenica 14 luglio 2019

The Valley Ends - Hearth (2019)


Tra i nuovi gruppi prog australiani i The Valley Ends in questi anni sono stati purtroppo tra i meno attivi discograficamente, ma di sicuro la loro proposta è tra le più suggestive ed emotivamente sincere nella scena di Melbourne, ovvero la città natale del quintetto. Hearth è l'album d'esordio dei The Valley Ends, ma le loro origini vanno rintracciate al 2014 quando l'omonimo EP fece la sua comparsa realizzato con una formazione ancora in embrione dal duo Blake Drenth, che si occupò di tutti gli strumenti, e Tim D'Agostino alla voce. Già da quella prova le coordinate erano chiare: alternative rock che utilizza l'estetica del moderno math rock per dare un tocco onirico e ultraterreno alla musica.

Il gruppo si è poi stabilizzato con l'aggiunta di Rich Hebden, Dylan Smith e Petrus Humme, ma il cuore del sound dei The Valley Ends risiede ancora in quell'idea originale di D'Agostino e Drenth, il quale ha registrato e mixato Hearth, lasciando l'impegno della produzione al gruppo nella sua totalità. Hearth ha avuto una gestazione molto lunga, considerato che in origine sarebbe dovuto uscire alla fine dello scorso anno, ma forse il perfezionismo della band ha dilungato l'attesa e alla fine, come era da aspettarsi, l'album che ne è uscito ha i connotati di un viaggio sonico vivido, immersivo e vertiginoso.

E' vero che molto di ciò che il quintetto porta sul piatto proviene dall'influsso del prog hardcore alternativo americano di Circa Survive, Dance Gavin Dance e Emarosa (per i quali i The Valley Ends hanno aperto i concerti australiani), ma la formula viene amplificata e potenziata nei suoi contorni math rock, attraverso i molteplici strati di tessiture chitarristiche, mentre la voce acuta ed eterea di D'Agostino contribuisce a rendere ancora tutto più sognante. L'insieme sonoro dei The Valley Ends è così denso e stratificato da nascondere nelle sue pieghe la drammaticità del post rock e la calma catartica dei soundscapes ambient. Hearth può essere così riassunto in uno scontro di sentimenti musicali contrapposti, fluttuazioni chiaroscure di impalpabili connessioni tra l'evanescenza dell'ambient e la frenesia concreta del math rock.



lunedì 8 luglio 2019

Adjy - A Boy Called June (2019)


Dopo tre anni di assoluto silenzio e un brillante EP dal titolo Prelude (.3333), gli Adjy tornano dall'oblio con il singolo diviso in due parti A Boy Called June. Pubblicato in occasione del solstizio d'estate dalla Triple Crown Records il brano, nelle intenzioni della band e del suo leader Christopher Noyes, vuole essere una celebrazione dell'estate espressa nel loro consueto stile innodico e melodrammatico, ma questa volta più cantautorale rispetto all'emo prog dell'EP. Qui rimane la fascinazione nei confronti delle percussioni al fine di trasmettere il senso di gioia e apertura per l'arrivo della nuova stagione e il classico cantato di Noyes che tende ancora al midwest emo. Dopo tre anni di attesa era lecito aspettarsi qualcosa di più, anche un album, ma non è detto che dopo questo ritorno a sorpresa gli Adjy se ne staranno in disparte per molto ancora.


sabato 6 luglio 2019

Sleep Token e la strada che porta a "Sundowning"


Come ormai è nella propria tradizione misteriosa ed esoterica, anche per l'avvento dell'album di debutto degli evanescenti Sleep Token, che arriva dopo due EP e qualche singolo, è stato pensato qualcosa di particolare. A partire infatti dal 21 giugno (solstizio d'estate) il gruppo ha iniziato a rilasciare il primo dei dodici brani che faranno parte di Sundowning, il tutto procedeà con cadenza bisettimanale, guarda caso al calare del sole, accompagnandoci alla fatidica data del 22 novembre quando sarà realizzato l'album. Tra i formati annunciati si parla anche di un box set contenente registrazioni precedenti.

Per ogni traccia è stato creato un simbolo e un artwork specifico, indicati nel sito ufficiale, come se ad ognuna di esse fosse attribuito un vero e proprio status di opera indipendente. In effetti con i due brani pubblicati sinora non solo gli Sleep Token mostrano approcci musicali differenti che proseguono nel loro mix di post metal e art rock, ma anche la capacità di operare una notevole crescita rispetto agli standard che loro stessi avevano impostato nei due EP.

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SUNDOWNING: “Sundowning, or sundown syndrome, is a neurological phenomenon associated with increased confusion and restlessness in patients with delirium or some form of dementia. The term ‘sundowning’ was coined due to the timing of the patient’s confusion. For patients with sundowning syndrome, a multitude of behavioural problems begin to occur in the evening or while the sun is setting…”

From June to November, through 12 tracks and passing seasons, Sleep Token reveals an evenly-spaced, precisely-timed sequence of recordings that stand as both individual touchstones and carefully aligned musical pieces, all informed by a common emotional thread plus a flow of graphics and videos specific to each song; the end result is a digital and physical release of the album on November 22nd, with format choices embracing a bespoke box-set containing a variety of exclusive elements, including early recordings.

Starting with ‘The Night Does Not Belong To God’, the opening track on the album, the singles will be issued, in sequence, every two weeks at sundown (GMT). ‘The Night…’ arrives on summer solstice when the sun is highest in the sky in London, descending throughout the subsequent singles releases.

Worship.




mercoledì 3 luglio 2019

Altprogcore July discoveries


Con Cheshire King i Vesper Sails firmano un interessante esordio fatto di atmosfere rilassate che si incontrano tra i confini dell'alternative rock e l'art rock che utilizza qualche progressione jazz e math rock fusi in una cornice psichedelica, oppure per dirla con le parole del gruppo: "Imagine if Thom Yorke and St. Vincent played a show with This Town Needs Guns, except Danny Carey was subbing on drums, Joni Mitchell sang guest vocal, and you’re traveling underwater, like a manatee."



Credo che in pochi si ricordino dei brillanti Feed Me Jack. Comunque, il loro ex chitarrista Robert Ross ha iniziato questo sfiziosissimo nuovo progetto math pop chiamato Bobbing e il primo EP Thank You For Singing To Me è un piccolo compendio di surrealismo strumentale spezzettato in piccoli frammenti di elettronica, chiptune e micro art rock da camera.



Assistendo ad un recente scambio di messaggi tra Tom Monda (chitarra dei Thank You Scientist) e Nick Sollecito (basso dei The Dear Hunter) tra i due è stato fatto il nome a me ignoto di Gruvis Malt. Andando a controllare è venuto fuori che è il nome appartiene alla prima band di Gavin Castleton (attualmente membro dei The Dear Hunter) vissuta tra gli anni 1995 e 2004. I Gruvis Malt furono dei pionieri del jazz prog rock nella scena indipendente di Providence e delle varie zone limitrofe, diventando un vero e proprio culto in quegli anni come competenti musicisti di avanguardia. Maximum Unicorn fu il loro ultimo lavoro (e forse il migliore) che si andava ad aggiungere ad una discografia ampia ed eterogenea che fondeva progressive rock, hip hop, jazz e funk, o per meglio definirlo con il termine coniato dai membri stessi "futurerock". Dei sei elementi che componevano i Gruvis Castleton, Brendan Bell e Justin Abene andarono a formare un'altra band ancora più assurda di nome Ebu Gogo.



Ihlo è una nuova progressive metal band inglese che si affaccia sulla scena con Union, album di debutto che li presenta come alfieri di un djent ad alto tasso melodico tra le cui influenze dichiarate si contano Tesseract, Haken, Periphery, Leprous e Devin Townsend.



L'esordio dei Dark Spring More Than Suffering è un salto nell'emocore più classico che assorbe influssi dal pop punk e giusto qualche riflesso prog hardcore memore di Circa Survive e Sunny Day Real Estate.

venerdì 28 giugno 2019

Le migliori uscite di metà anno 2019


Neanche il tempo di compilare il best of del 2018 che già siamo arrivati a metà del 2019, e come di consueto ecco un piccolo sunto che raccoglie 21 tra le migliori uscite pubblicate finora. Dopo un inizio anno un po' sonnacchioso, strada facendo ci sono state molte sorprese che si sono accavallate, tra le quali un ritorno in gran spolvero dei Biffy Clyro e un impensato (da parte mia) apprezzamento nei confronti dei Periphery. Ma tra tutti svetta la scoperta (relativa) dei Copeland che con Blushing firmano quello a cui, senza esagerare, non esito ad attribuire il termine di vero e proprio capolavoro. Naturalmente sarebbero da aggiungere alcuni pregevolissimi EP che però rimanderò alla solita lista separata di fine anno.


 1.Copeland - Blushing



2. Thank You Scientist - Terraformer



3.Umpfel - As the Waters Cover the Sea 



4.Snooze - Familiaris



5.The Mercury Tree - Spidermilk 



6.American Football - American Football (LP3)



 7.OWEL - Paris



8.East Of The Wall - NP-Complete



9.Anton Eger - Æ



10.Arch Echo - You Won't Believe What Happens Next!



11.Narco Debut - Strange & Ever-Changing Depths



12.Holding Patterns - Endless



 13.Periphery - IV: Hail Stan



14.Biffy Clyro - Balance, Not Symmetry


15.Moon Tooth - Crux



16.QUIET LIONS - Absenteeism



17.Firefly Burning - Breathe Shallow




18.The Jon Hill Project - Rebirth


19.Earthquake Lights - Distress Signals



20.IZZ - Don't Panic

21.Farmhouse Odyssey - Fertile Ground

giovedì 27 giugno 2019

La reunion dei Pure Reason Revolution al Midsummer Prog Festival 2019


Lo scorso ottobre, quasi in sordina, fu annunciata la reunion dei Pure Reason Revolution, uno dei gruppi prog più interessanti dello scorso decennio, scioltosi nel 2011 dopo tre album in studio e che regalò almeno un'opera memorabile da ricordare negli annali come The Dark Third. La reunion prevedeva una sola data live: il 22 giugno al Midsummer Prog Festival tenuto a Valkenburg in Olanda.

Ora che l'evento si è consumato possiamo dare notizie più dettagliate con l'aggiunta di qualche filmato dello show. Innanzitutto la reunion ha riguardato solo i due membri storici Jon Courtney e Chloë Alper che hanno deciso per l'occasione di suonare per intero The Dark Third. Durante questi anni entrambi sono stati impegnati separatamente in dei progetti musicali che solo parzialmente avevano ripreso gli elementi della musica dell'ultima fase dei Pure Reason Revolution: l'art rock elettronico dei Bullet Height per Jon Courtney e il power pop dei Tiny Giant per Chloë Alper.

Adesso sembra che anche questi due gruppi saranno messi in pausa indefinita poiché l'altra notizia sensazionale, riportata all'interno del flyer del festival, è che i due musicisti non si fermeranno a questa apparizione, ma stanno lavorando ad un nuovo album che, a detta loro, sarà un ritorno a quelle radici progressive degli esordi, abbandonate poi in seguito già dal secondo album Amor Vincit Omnia che conteneva sonorità contaminate dall'elettronica.

Di seguito la setlist completa eseguita al Midsummer Prog Festival e alcuni filmati:

Aeropause
Goshen's Remains
Apprentice of the Universe
The Bright Ambassadors of Morning
Nimos & Tambos
Voices in Winter / In the Realms of the Divine
Bullitts Dominæ
Arrival / The Intention Craft
He Tried to Show Them Magic! / Ambassadors Return

Encore:
The Twyncyn / Trembling Willows
Deus Ex Machina
Fight Fire










martedì 25 giugno 2019

The Contortionist - Our Bones EP (2019)


I The Contortionist hanno annunciato la pubblicazione per il 9 agosto del un nuovo EP dal titolo Our Bones che conterrà solamente quattro tracce. Tra queste una è la cover di 1979 degli Smashing Pumpkins che i The Contortionist hanno già avuto modo di suonare dal vivo in tour. Per il resto Our Bones si può quasi considerare come un maxi singolo in quanto, alla sua durata di quattordici minuti totali, si aggiungono solo tre tracce inedite: Follow, Early Grave (scelta come singolo) e All Grey, brevissimo pezzo dalla durata di poco meno di due minuti. Oltretutto i The Contortionist saranno in Italia per due date a ridosso dell'uscita di Our Bones, il 3 agosto a Venezia e il 4 a Milano. In attesa del vero e proprio successore del magnifico Clairvoyant, a giudicare da Early Grave il gruppo pare proseguire su quella linea che forse anticipa nuovi sviluppi.

lunedì 24 giugno 2019

GriffO(鬼否)- 通用计算 《NEO ENIAC》 (2019)


Il quartetto cinese di math rock GriffO, a seguito di due EP e qualche singolo, pubblica il suo primo album NEO ENIAC, il quale contamina ancora di più la musica del gruppo con orpelli di elettronica e suggestioni futuriste. Il lato più peculiare dell'album, riassunto in maniera eccellente da BBBall, è come riesca a passare da motivetti che sembrano prodotti da strumenti giocattolo, o comunque colonne sonore per videogame, a serissime e professionali trame math rock. Ascoltando le connotazioni dei brani Neatly e Kaleidoscope non si può negare che il ceppo di appartenenza vada ricollegato ad altre band dello stesso genere provenienti dall'estremo oriente, come tricot, Paranoid Void e Elephant Gym. Ma i GriffO sono brillanti sia quando non si prendono sul serio, nel singolo Tamagotchi ad esempio, sia quando serrano le fila nei riff sincopati di Malicious Maru. Nella lallazione infantile di Odd is as Much as Natural Numbers o nelle declamazioni robotiche di Siri Dance vengono a galla tutte le capacità utilizzate dai quattro per spaziare con più originalità possibile da un estremo all'altro. 通用计算 《NEO ENIAC》si offre come una boccata d'aria fresca nella scena math rock orientale, elevando i GriffO in primo piano accanto agli altri colleghi.



venerdì 21 giugno 2019

Black Midi - Schlagenheim (2019)



Nell'ultimo anno i black midi sono stati tra i più chiacchierati gruppi dell'underground londinese, costruendosi in poco tempo una forte reputazione grazie alle loro esibizioni dal vivo, tanto da richiamare l'attenzione anche Oltreoceano, partecipando al festival SXSW e incassando le lodi di Pitchfork. Tutti e quattro giovanissimi e freschi di diploma alla BRIT School di Croydon, i black midi hanno raggiunto uno stato di popolarità senza neanche pubblicare un album, ma solo una manciata di singoli. Schlagenheim è il debutto che esce ora per l'etichetta Rough Trade e prodotto da Dan Carey (Bat For Lashes, Franz Ferdinand), praticamente un condensato di quel math punk noise che i black midi offrono dal vivo molto spesso originati improvvisando tra di loro. Infatti, nonostante la giovane età, i quattro ragazzi hanno una invidiabile padronanza dei loro strumenti, sopratutto l'incredibile e pirotecnico batterista Morgan Simpson che si fa carico di sostenere gli strani e obliqui riff cacofonici del terzetto a corde costituito da Geordie Greep (voce e chitarra), Cameron Picton (basso, voce) e Matt Kelvin (chitarra, voce).

Tra i tanti attributi affibbiati alla musica dei black midi il termine "imprevedibilità" appare di sovente per descrivere il flusso sonoro, ma in realtà il gruppo sembra più affascinato da droni e reiterazioni di cellule strutturali che trasmettono quasi un senso di alienazione ipnotica, come nelle spirali siml sample di Speedway o nella marcetta psicotica bmbmbm. Quindi, più che vicini all'imprevedibilità del prog, i black midi si fanno paladini del futurismo nichilista alla Devo mescolato al Krautrock teutonico dei NEU! nell'ansiogena Ducter. Come dire che l'approccio rimane punk, ma l'intenzione è altamente pseudoartistica. In questa corsa all'avanguardia espressionista capitano alcuni colpi di genio come la destrutturazione post punk jazz di Raggae e Near DT, MI. I pezzi con cui i black midi danno sfogo alla loro parte più sperimentale e votata all'imprevedibilità sono i centrali Western e Of Schlagenheim, delle jam di gruppo trasformate in canzoni.

Ulteriore particolarità è la voce di Greep, il quale al cantato regolare preferisce spesso e volentieri intervenire in modo libero e fuori dagli schemi metrici, concedendosi ancora più anarchia di Adrian Belew impegnato in Elephant Talk. Ma nell'insieme troviamo frammenti del proto punk vandergraaffiano, sia che si tratti dell'immortale Pawn Hearts (e mi riferisco in particolare alla sezione centrale di MAN ERG) sia che si tiri in ballo l'Hammill solista di Nadir's Big Chance. Non a caso i King Crimson e i Van der Graaf Generator sono gli unici gruppi prog a cui si possa far eventualmente riferimento per quel caos organizzato e chitarrismo ossessivo muscolosamente mostrato in Years Ago e l'opener 953, due tra i brani migliori del lotto. Forse Schlagenheim non è quel debutto esplosivo che ci si poteva aspettare dai black midi, ma già il fatto che un gruppo del genere abbia generato tanto hype può essere solo un bene.


martedì 18 giugno 2019

Kenta Shimakawa - Glimpse (2019)


Abbandonato il moniker di TinderGodz (ottimo gruppo che avevo introdotto qui), il chitarrista Kenta Shimakawa porta con sé da quell'esperienza il sassofonista Baptiste Horcholle e pubblica a proprio nome il nuovo Glimpse. Con i talenti e l'aiuto di Louisa Rosi (voce), Guy Moskovich (piano) e Yoni Livnat (basso) Shimakawa produce un album dove vengono spinte al limite, in ogni direzione, le possibilità di jazz, djent, progressive rock e avant-garde, facendo coesistere in ogni brano le caratteristiche di ogni genere. Il tutto riporta a quel jazz metal di frontiera percorso in passato anche da Stimpy Lockjaw e The Gabriel Construct.

Il grande pregio di Shimakawa è di aver conseguito un pressoché perfetto equilibrio tra ognuno di questi generi in modo che uno non vada a sovrastare l'altro. Il livello tecnico e virtuosistico di Glimpse assume praticamente il ruolo centrale, dato che è concepito come un tour de force strumentale tirato ai massimi livelli. Per far capire quale sia il range stilistico abbracciato da Glimpse, i vocalizzi della Rosi, all'interno del contesto musicale, possono avvicinarsi agli Hatfield and the North (nella title-track) così come ad un misto tra il Pat Metheny Group e i Thinking Plague (su Oiseau e Dunyeah Pt.1 rispettivamente).

Il piano lirico del talentuoso Moskovich si inserisce nelle poliritmie con la destrezza di un Tigran Hamasyan o un Eldar Djangirov, mentre il sax (tenore e soprano) di Horcholle cuce riff etnici e veloci fraseggi memore dei bollori frenetici del jazzcore dei The Mars Volta. La finale Ambivalence, come indica il titolo, spezza in due il brano con una prima parte violentissima in stile Meshuggah, con i growl a cura di Kyle Schaefer, e una seconda parte che prende il volo in una jam fusion che vede tutto il gruppo impegnato a spendere ciò che è rimasto ancora intentato. Glimpse è un lavoro fatto per stupire dalla prima all'ultima nota, e in effetti ci riesce.



Bonus Track: Ambivalence (Shred Edition) che si trova solo nel download dell'album e che ha come strumento solitsta il piano anziché il sax.

venerdì 14 giugno 2019

Thank You Scientist - Terraformer (2019)


Che cosa ti puoi inventare ancora di più per stupire quando sei una progressive rock band con deviazioni funk fusion, composta da sette elementi che, con due album all'attivo, ha già prodotto un repertorio densissimo, complesso e accessibile in egual misura? La risposta dei Thank You Scientist è questo Terraformer: un doppio album di 84 minuti che, alla già ricca trama di strumenti di cui la band si fregia, aggiunge una sezione di archi, strumenti etnici prelevati delle culture greca e cinese (shamisen, bouzouki, guzheng, erhu) e per la prima volta tastiere elettroniche, in uno scontro di tradizione e futurismo, un esperimento messo a frutto con efficacia nei dieci minuti di Everyday Ghosts.

Questo, in poche lacunose parole, il sunto che può introdurre alla terza debordante opera del settetto del New Jersey, pubblicata ancora una volta dall'etichetta indipendente Evil Ink Records di Claudio Sanchez dei Coheed and Cambria. Terraformer è anche il primo lavoro che vede la line-up dei Thank You Scientist quasi completamente rinnovata con l'arrivo (da qualche tempo ormai) di Joe Fadem (batteria), Sam Greenfield (sassofono) e Joe Gullace (tromba), che vanno ad aggiungersi a Ben Karas (violino) e Cody McCorry (basso), lasciando come membri originali solo il fondatore e leader Tom Monda (chitarra) e Salvatore Marrano (voce).

La ricetta sonora che i Thank You Scientist portano avanti sin dal primo impressionante album è una delle più complesse, avventurose e pretenziose del panorama musicale contemporaneo, condensando una miriade di stili e sovrastrutture strumentali in brani che scambiano molto spesso la sperimentazione con l'accessibilità. Infatti, in questa selva di virtuosismi e architetture enfatiche, il gruppo rimane focalizzato sulla forza della melodia, parte della quale va sicuramente attribuita alla presenza vocale di Marrano, e ai groove infettati di soul, funk, latin e rock creati dai contrappunti di fiati e chitarra.

Per quanto possa essere paradossale i Thank You Scientist riescono in un'impresa forse senza precedenti e assolutamente impensabile nella prospettiva di tali latitudini musicali, ovvero firmare il loro album più articolato musicalmente e allo stesso tempo più accessibile per orecchie non abituate a tali vertigini. In più su Terraformer si raggiunge quell'equilibrio di mix e produzione dei suoni dove ognuno dei numerosi strumenti possiede una voce chiara e pulita. Un elemento sicuramente da sottolineare quando si parla dei Thank You Scientist e che già all'epoca di Maps of Non-Existent Places ci aveva fatto solo immaginare la mole di lavoro nel mixaggio per rendere giustizia ad un insieme sonoro così elaborato.

La paura principale che poteva far sorgere Terraformer era il rischio di risultare indigesto, proprio a causa del carattere straripante della musica del gruppo posta in un contesto da album doppio. Invece, come dei bravi scienziati, Tom Monda e compagni hanno contenuto la natura di un materiale altamente instabile, musicalmente parlando. Interessante è notare a livello temporale come le mezze misure siano state eliminate: o si raggiungono durate estese oppure molto contenute. Ad esempio il primo CD è circoscritto tra due tracce strumentali che sviscerano una quantità di idee - sia nella breve (Wrinkle) che nella lunga distanza (Chromology) - di jazz zappiano e hardcore fusion orchestrale da rimanere storditi. In mezzo si trovano FXMLDR (ovvero il codice fiscale di Fox Mulder), Swarm e Son of a Serpent, i primi a corrispondere in pieno a quella caratteristica appena descritta di brani avvincenti e orecchiabili, intrisi di assoli fusion e break progressivi.

Come accennato, oltre al violino di Karas, il gruppo aggiunge viola, violoncello e altri due violini utilizzati per dare corpo nei crescendo negli sviluppi di Anchor e Life of Vermin facenti parte del secondo CD nel quale si trovano brani più aderenti agli stratagemmi compositivi utilizzati nel primo e nel secondo album. Ma anche escursioni nel pop prog piuttosto disimpegnato (per loro) di Geronimo e nel metal matematico della title-track, portata a casa da Monda con la difficoltosa chitarra fretless, che come per il primo CD aprono e chiudono in modo antitetico la seconda tranche dell'album. Terraformer è un lavoro gigantesco nella forma e nella sostanza, però non è esagerato, eccessivo o ampolloso perché i Thank You Scientist vestono questa musica come fosse un completo elegante e naturale, rigettando la sensazione che possa invece trattarsi di un esercizio di stile forzato.

lunedì 3 giugno 2019

Farmhouse Odyssey - Fertile Ground (2019)


I Farmhouse Odyssey sono tra quelle poche band moderne che hanno capito come prendere ispirazione e utilizzare le sonorità e gli stilemi del progressive rock degli anni '70 e non risultare derivativi. Il trucco risiede in una ricca tavolozza di strumenti e sfumature elettroacustiche che fondono psichedelia, folk e jazz canterburiano, come già avvenuto nell'eccellente predecessore Rise of the Waterfowl (2016). Il terzo album Fertile Ground, come anticipato dal singolo Verve, torna a battere su quelle sponde, ma con un rinnovato interesse nell'esporre architetture più prossime all'elaborazione prog, tipo nella multiforme Betwixt and Between, che non a divagazioni strumentali.

Gli intrecci dell'ouverture Out of the Frog contengono ogni sorta di dettame sonoro che ci possa legare mnemonicamente al prog rock del passato, in cui troviamo il leader Alex Espe impegnato in vari fronti tastieristici con piano elettrico, Moog e Mellotron. Però i Farmhouse Odyssey riescono a trovare quell'emancipazione dai cliché tipica delle prog band americane che si spendono nelle jam psichedeliche e jazz alla Phish. La solare Ancient Yet Eternal con delicate progressioni di piano acustico e le chitarre che ricalcano sonorità hackettiane non fanno assolutamente percepire il peso di un ipotetico connubio tra Caravan e Genesis, ma come per The Call l'amalgama di intarsi acustici e interludi prog è così ben dosato da produrre una miscela personale.

La genesi di Fertile Ground è stata travagliata e sfortunata, anche se il gruppo ci scherza su definendola appunto un'odissea, l'album era quasi finito già l'estate scorsa, ma l'hard drive del computer dove erano stati registrati i brani ha avuto un guasto e tutto è andato perduto. La band si è così rimboccata le maniche per rifarsi daccapo una seconda volta, cogliendo l'occasione per migliorare il lavoro. E a quanto pare ne è valsa la pena.

sabato 1 giugno 2019

Altprogcore June discoveries



Gli Earthquake Lights sono un quintetto di New York che esordisce con Distress Signals, un album dal carattere pop jazz molto raffinato e melodie eteree come fosse un incontro tra i mondi musicali dei Copeland e dei primi The Reign of Kindo. Molto curato e suggestivo l'interplay tra il piano e l'orchestra (che è stata registrata niente meno che agli studi Abbey Road) presente in molti brani.



Formati dal chitarrista Joge Torres e dal batterista Stephen Wilson, i Deeply Woven sono completati da Shawn Hadid (chitarra) e da Sean Wallace (basso). Nel loro omonimo EP d'esordio pubblicato l'anno scorso vanno ad infoltire le fila di quella prog fusion strumentale imparentata col metal attraverso un bello stile. Tra reiterazioni in stile minimale, tastiere prog e passaggi ambient i Deeply Woven riescono a mantenere fresco, evanescente e propulsivo il sound. Un nuovo inedito singolo dal titolo The Unending Thread è uscito il 10 maggio.



Già titolari di uno spettacolare esordio con Popular Demain, i dublinesi Alarmist si apprestano a pubblicare il seguito con Sequesterer in uscita il 19 luglio. In un ipotetico abbraccio sonoro tra Three Trapped Tigers e Jaga Jazzist il math rock orchestrale del trio si tinge di elettronica e jazz spaziale.



Il duo chiamato The Resonance Project, formato da Lang Zhao (batteria) e Yas Nomura (chitarra e basso), suona un prog metal strumentale di alta classe e virtuosismo. L'omonimo album di esordio ospita molti musicisti e si colloca sulla scia della fusion djent degli Earthside, molto patinato e molto suggestivo.



Joseph Stevenson è il one man band che si cela dietro il moniker StarSystems, produttore e polistrumentista. Il suo prog rock strumentale è influenzato in uguale misura dalla fusion e dal lato più soft del djent alla Plini. Nel nuovo album Lift non mancano ospiti di prestigio alle tastiere come Richard Blumenthal (Aviations, Blumen) e Jordan Rudess.



The Act Of Disintegration è l'EP di debutto del musicista finlandese Joona Samuel (chitarra e tastiere) in uscita il 5 luglio. Il jazz rock suonato dall'ensemble diretto da Samuel attinge da influenze del passato e del presente, mostrando nelle sue varie diramazioni tematiche una molteplicità di stili sonori che vanno dai The Mars Volta a Chick Corea.


Trio di Melbourne incentrato su i due bassi di Matt Fack e Toby Peterson-Stewart ai quali si aggiunge Jerome Lematua alla batteria. The Mind's Eye è il terzo EP del gruppo e risponde alla domanda di come suonerebbe un incontro tra math rock e post rock.



Gli ex MoeTar Tarik Ragab e Moorea Dickason hanno formato la nuova band Raze the Maze il cui album d'esordio uscirà entro questo mese. Il primo singolo è Riot is a Storm e come direzione sembra molto più diretta e rock rispetto all'art prog a cui i MoeTar ci avevano abituato.




Appendice giapponese

Un disco d'esordio che si preannuncia scoppiettante di idee strampalate ma competenti quello dei De Lorians. Questi giovanissimi ragazzi di Tokyo si dicono ispirati in egual misura da Frank Zappa e dalla scuola di Canterbury, suonando un jazz irriverente e scanzonato che non manca di un retrogusto altamente anni '70. De Lorians è in uscita il 26 luglio.



I NABOWA sono una bella formazione di Kyoto che suona musica strumentale che raccoglie nel suo perimetro diverse influenze tra cui math rock, jazz, elettronica, neo classica, pop etnico, per un album dove ogni traccia è un mondo a sé stante.



Il duo giapponese ヨルシカ (Yorushika), formato dal produttore e compositore n-buna e dalla cantante suis, hanno pubblicato il terzo album だから僕は音楽を辞めた. Si tratta di j-pop nella sua essenza più pura e raffinata non esente da venature math rock lontanamente imparentato con quello dei JYOCHO.
http://yorushika.com/

lunedì 27 maggio 2019

Origami Button - Button Season EP (2019)


Il quintetto di Chicago Origami Button si affaccia sulla scena math rock con l'EP Button Season e a quanto pare è un piacevole ibrido che innesta anche influenze che vanno dal funk prog degli Eternity Forever e Zelliack all'alternative degli RX Bandits. Il proclama che si può leggere nella loro pagina Bandcamp annuncia "math rock for people that don't like math rock" ed è tutto qui il riassunto del sound degli Origami Button. Se del math rock vengono riprese le caratteristiche essenziali, che possono essere gli intrecci di chitarre intercalati da ritmiche sempre pronte a spezzarsi irregolarmente, il resto è puro divertimento pop punk prog che si dedica sottotraccia a groove mutuati dalla musica black come emerge dall'RnB di Penance Permission e al soul di Another Life. Ottimo e incoraggiante esordio.

sabato 25 maggio 2019

Knekklectric - Maskinelt Utbeina EP (2019)


Dopo due ottimi lavori in studio, di cui l'ultimo in ordine di tempo è For Mange Melodia (2017), i norvegesi Knekklectric pubblicano un EP acustico con tre tracce registrate dal vivo come preambolo al terzo album di prossima pubblicazione. La genesi di Maskinelt Utbeina EP risale in realtà all'estate scorsa quando il gruppo decide di riunirsi nel salotto del chitarrista Edvard Brøther e improvvisare uno studio mobile di registrazione per provare nell'arco di una sola giornata alcune versioni acustiche dei brani a cui stanno lavorando.

Tre di questi sono andati a finire nell'EP il quale risalta bene le caratteristiche vagamente jazzate del prog rock delicato e bucolico dei Knekklectric. Altra particolarità della band originaria di Bergen è quella di cantare adottando il dialetto usato nella cittadina di Ålesund (a qualche chilometro più a nord) che, unito all'indirizzo sonoro dato ai brani, rafforza un certo legame con atmosfere da folk nordico, senza escludere una tappa tra le parti di Canterbury.


mercoledì 22 maggio 2019

IZZ - Don't Panic (2019)

A dieci anni dall'album The Darkened Room, che iniziò una trilogia conclusasi con Everlasting Instant nel 2015, gli IZZ pubblicano ora il suo successore e album n.7 della discografia del gruppo, se non si contano i due volumi antologici di Ampersand e il live al NEARfest. Concentrandosi sul titolo dell'album e su quello del relativo brano cardine 42, che è una suite dalla durata di 18 minuti, si può intuire una natura parzialmente concept di Don't Panic che tira in ballo Douglas Adams e la sua opera Guida Galattica per Autostoppisti. In questo caso 42 è un pretesto per il bassista/chitarrista e paroliere John Galgano per parlare anche di altre cose terrene (dato che 42 nei romanzi di Adams rappresenta filosoficamente la "Risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto"), esternare la sua passione per il baseball e celebrare la maglia numero 42 Jackie Robinson che negli anni quaranta fu il primo giocatore afroamericano ad essere incluso nella Major League Baseball.

Come mi è capitato di sottolineare anche in passato gli IZZ, insieme agli Echolyn, sono tra le migliori realtà del prog rock americano contemporaneo, quello classico per intenderci con tanto di synth e polifonie vocali, anche se di loro non se ne è mai accorto nessuno, restando una band altamente sottovalutata. I due brani posti in apertura e chiusura, la title-track e Age of Stars rispettivamente, sono una vetrina di quello di cui gli IZZ sono capaci nella breve e nella lunga distanza al fine di distaccarsi da ogni possibile paragone e creare il solito impasto personale di voci (senza dimenticare quelle femminili di Anmarie Byrnes e Laura Meade), deviazioni tematiche ben orchestrate e arrangiamenti stimolanti che sottolinenano l'interplay tra ogni strumento.

42 forse non avrà lo stesso respiro epico di Deafening Silence (altra suite contenuta su My River Flows), ma nei suoi movimenti tende ad essere più coeso, come un lungo brano senza cesure nette e qualche ammiccamento agli Yes, da sempre un punto di riferimento per i fratelli Galgano, non fa che arricchire l'impasto sonoro. Nella strumentale Moment of Inertia, gli IZZ fanno sfoggio della propria tecnica con un pezzo che ben pochi esponenti del prog sinfonico saprebbero mettere in musica con la stessa capacità di evitare le trappole dei cliché, nei suoi passaggi spigolosi, a tratti crimsoniani, ma sempre saldamente ricomposti nella melodia. In questo Don't Panic rinnova lo stimolo e l'ispirazione degli IZZ sancendo un passo artistico in avanti rispetto a Everlasting Instant.

martedì 21 maggio 2019

Narco Debut - Strange and Ever-Changing Depths (2019)


I Narco Debut non sono una novità da queste parti, il loro secondo EP Garden Dreams era già entrato nei radar di altprogcore ai tempi della sua uscita nel 2016. Con Strange and Ever-Changing Depths il quartetto di Detroit arriva al debutto alla cui produzione ci ha pensato Kevin Dye dei Gates. Già questa è una sorta di garanzia in quanto se è palese che i Narco Debut abbiano qualche debito stilistico con band come Coheed and Cambria e Circa Survive, è anche da notare come si distinguano per calibrare sonorità più leggere e oniriche provenienti dal post rock e dallo shoegaze.

I groove chitarristici di This Feels Just Like Heaven e Omniscience Verses sono vicini per intensità alla band di Claudio Sanchez, ma i Narco Debut di loro sanno aggiungere delle efficaci svolte psichedeliche (nella prima delle due) che sfociano nel lisergico e che talvolta si sposano con atmosfere elettroacustiche, tipo su Wading Strange and Ever-Changing Depths, High Beam Composure o la bella introduzione Lck+10 che si collega direttamente alla suggestiva Wanderlush. Capace anche di tirate drammatiche come Azulita, in cui viene fuori la loro attrazione per il post rock, l'album offre altri punti di vista più solari come Yukon e i delicati paesaggi sonori immersi nei riverberi di Dandelion Kids. Soltanto per ribadire che le somiglianze con altre band sono solo dei punti di partenza dai quali iniziare, in quanto i Narco Debut, spaziando, hanno la possibilità di soddisfare il gusto anche dei meno avvezzi al post hardcore.


domenica 19 maggio 2019

Biffy Clyro - Balance, Not Symmetry (2019)


All'indomani di Ellipsis avevo messo una pietra sopra ai Biffy Clyro con il proposito di non interessarmi più a loro in quanto da anni avevano per me intrapreso un percorso artisticamente in declino, sempre meno avvincente e coinvolgente. E' stato l'entusiasmo di Mike Vennart per questo nuovo album a farmi tornare sui miei passi e dare ancora una possibilità al trio scozzese. La pubblicazione di Balance, Not Symmetry però credo non abbia colto di sorpresa soltanto me, o meglio, era noto che i Biffy Clyro stavano lavorando ad una colonna sonora di un film indipendente del quale il frontman Simon Neil è co-sceneggiatore insieme al regista Jamie Adams, ma la sua uscita è stata annunciata a sorpresa soltanto un giorno prima senza nessun preambolo durato mesi. Quindi avete capito bene, il nuovo progetto dei Biffy Clyro non è propriamente l'ottavo tassello della discografia (che comunque stanno al momento preparando), ma bensì la colonna sonora del film omonimo (descritto dagli autori come "una storia alla Giulietta e Romeo raccontata dalla prospettiva di Giulietta") che sarà presentato in anteprima a giugno all'Edinburgh International Film Festival, seguito a luglio dalla release dell'album in formato fisico.

Tornando pertanto al contenuto musicale, Balance, Not Symmetry non è, come ci si potrebbe aspettare, una sequenza di brani strumentali (a parte gli interludi Pink, Navy Blue e Yellow), ma un album di canzoni vero e proprio che raccoglie 17 tracce (per la durata di oltre un'ora) le quali rappresentano forse la miglior prova dei Biffy dai tempi di Infinity Land. Naturalmente Balance, Not Symmetry non si spinge così avanti con il post hardcore, i Biffy sono ancora quelli che hanno mietuto successi negli ultimi anni, ma come si capisce ascoltando la title-track questa volta osano un po' di più e lo fanno con un album eterogeneo dove ogni brano è diverso dall'altro, riportando a galla in parte lo spirito anticonvenzionale che gli apparteneva.

Se infatti già dalla seconda traccia All Singing and All Dancing si pensa di essere tornati nei binari dei classici Biffy che mostrano il loro lato più commerciale, a partire da Sunrise e Colour Wheel avviene il miracolo e riemergono reminiscenze sepolte fin dai tempi di Puzzles, piccoli twist e accorgimenti applicati alla solita formula, ma che si arricchiscono con ritmiche che tornano a battere tempi spezzati e chorus che finalmente non hanno più quel retrogusto da indie adolescenziale (la seconda parte di Colour Wheel è delziosa con le sue delicate polifonie vocali che si inseguono). Da qui ogni pezzo è una scoperta, dal soul di Plead al potente crescendo orchestrale di Touch che certifica uno dei migliori incisi del gruppo da diverso tempo. Ma anche i restanti Tunnels and Trees e The Naturals che strizzano l'occhio ad un pop rock mainstream sanno racchiudere piccole sorprese negli intermezzi e nei break, nella strumentazione utilizzata, nelle dissonanze che spuntano quasi per gioco.

Forse il fatto che Balance, Not Symmetry è considerato come un progetto collaterale ha persuaso i Biffy ad includervi materiale un po' più audace che per alcuni risulterà di seconda scelta nell'ottica di un'involuzione per il percorso della band - sarà un'impressione ma il trittico finale mi sembra un velato tributo ad altrettante figure storiche: Jasabiab (The Beatles), Following Master (Lou Reed), Adored (Pink Floyd) - , ma avercene di Biffy Clyro sempre così in forma!

sabato 18 maggio 2019

Holding Patterns - Endless (2019)


Chi si ricorda dei Crash of Rhinos? Quella band inglese che nel 2013 con il secondo album Knots raccolse consensi incondizionati nell'ambiente emo math rock per sciogliersi immediatamente dopo? Ebbene, tre dei cinque membri originali, Jim Cork, Ian Draper e Oli Craven, nel 2016 hanno iniziato a lavorare ad un nuovo progetto musicale dal nome Holding Patterns e Endless è il frutto di tale rinnovato sodalizio. Forse un inevitabile confronto con la loro vecchia band sarà da mettere in conto ma, a parte il fatto che i tre hanno deciso di percorrere la strada da un'angolazione leggeremente diversa rispetto alla complessità di Knots, c'è subito da rilevare che Endless è un esordio di grande impatto.

Se il post hardcore e l'emo rimangono ancora saldamente tra i principali interessi degli Holding Patterns, la quota math rock cala leggermente in favore di una collezione di canzoni più dirette e legate in modo indissolubile all'estetica statunitense con un riferimento particolare ai Braid e a quella capacità del midwest emo di fondersi con il pop punk (At Speed, No Accident). Siamo di fronte quindi ad un album molto curato negli arrangiamenti i quali non si limitano ad una resa scarna ed essenziale, ma ad un vero e proprio sound corale che colpisce per intensità e sentimento, come This Shot Will Ring che risulta uno dei pezzi migliori del lotto per la sua dinamica versatile.

Gli Holding Patterns ci spiegano così che la visceralità non deve necessariamente provenire da aggressione fine a se stessa o essere trasmessa da un impianto strumentale ridotto all'osso che sputa power chords a random, ma che essa può venire anche costruita con pazienza certosina (nel caso di House Fire e Long Dead) o con tensione crescente e imprevedibile (si veda First Responder, Centered at Zero). Nel complesso Endless è un album sorprendentemente fresco e piacevole, ma soprattutto un nuovo capitolo imperdibile se siete fan anche solo di uno dei generi sopra menzionati.

giovedì 16 maggio 2019

Envy on the Coast - Alive After All (2019)


Nella cerchia del post hardcore americano del decennio scorso gli Envy on the Coast erano considerati un culto, ma nel loro breve arco di carriera non fecero in tempo a diventare più conosciuti per il prematuro scioglimento nel 2010 con solo due album all'attivo. Come già sintetizzato in precedenza, i due quinti della band, ovvero il cantante Ryan Hunter e il chitarrista Brian Byrne, si sono rimessi insieme nel 2017 per un EP e una serie di concerti coadiuvati nella formazione da Gray Robertson (basso), Bill Rymer (batteria) e Matt Fazzi dei Rare Futures alle tastiere e alla chitarra.

Alive After All è una specie di celebrazione di ciò che sono stati e di quello che sono oggi gli Envy on the Coast. Registrato dal vivo il 21 novembre 2018 al Paramount di New York il concerto riporta l'intera esecuzione degli album Lowcountry (2010) e Lucy Gray (2007) in una definizione esecutiva e sonora che non fa perdere un briciolo dell'energia e della carica esplosiva originale dei due lavori, stilisticamente molto differenti tra loro: una collezione di memorabili riff rock blues il primo e un manifesto emocore il secondo. Avendo in mente questo tipo di repertorio è automaticamente logico ottenere uno dei migliori album live dell'anno.

mercoledì 15 maggio 2019

Thrice - Deeper Wells (2019)


L'EP Deeper Wells è stato pubblicato dai Thrice in occasione del Record Store Day di quest'anno (ovvero il 13 aprile) che, come prevede la consuetudine, ha avuto un'edizione limitata rigorosamente in vinile bianco e contenente quattro tracce poste su un unico lato. I brani in questione provengono dalle sessioni del loro ultimo album in studio e, a giudicare dalla qualità, non hanno nulla da invidiare alle prime scelte che alla fine sono state incluse su Palms. Se la title-track è un veloce e tagliente missile hardcore, i rimanenti tre A Better Bridge, In This Storm e Stumbling West ritrovano la potenza di scrittura della band con la quale da anni riesce a tratteggiare nello stesso ambito malinconia e aggressività, divenendo di diritto nuovi classici con cui confrontarsi. 

giovedì 9 maggio 2019

Twin Pyramid Complex - Regression Toward The Mean (2019)


Se c'è una band che non ha timore di spostare i propri confini al limite del paradosso quella corrisponde al nome di Twin Pyramid Complex. Reduci dall'assurdo tour de force Jinx Equilibria, che li presentava come degli eredi dei The Mars Volta in versione avant-garde spinto, questa volta il quintetto svedese aggiusta il tiro con la seconda prova Regression Toward The Mean. Per quanto si potessero rintracciare nell'esordio delle influenze, pur nella sua coraggiosa originalità, provenienti dal nuovo prog hardcore, Regression Toward The Mean appare come un'opera forse più personale. Oltre a questo, l'album segue un differente percorso stilistico che risalta immediatamente all'attenzione: non più lunghe digressioni multitematiche, ma un formato contenuto che comunque non rinuncia alla continua ricerca e deviazione dei percorsi musicali meno confortevoli e senza compromessi.

L'atmosfera esoterica che si riversa in tutti i brani è quasi da rituale live con strumenti impazziti in un apocalittico flusso di coscienza. Le ritmiche disarticolate che deviano incessantemente la loro traiettoria accompagnano chitarre space rock incalzate da groove matematici che sembrano prelevati dagli anni '60, mentre le voci psicotiche attraversano altrettanti registri al limite del parossismo, spingendo all'eccesso il carattere singolare delle composizioni. Ecco, di sicuro i Twin Pyramid Complex non covano velleità compromissorie per farsi compiacere facilmente, ma piuttosto mettono di continuo alla prova l'ascoltatore con il consueto assalto sonoro. Il fatto poi che Regression Toward The Mean contenga la bellezza di quindici tracce serve a rendere ancor più variegato l'universo della band, aggiungendo altri frammenti al quadro già difficoltoso e composito introdotto dalle spericolate elucubrazioni di Jinx Equilibria.

martedì 7 maggio 2019

The Physics House Band - Death Sequence (2019)


The Physics House Band fino ad ora erano un trio composto da Sam Organ (chitarra/tastiere), Adam Hutchison (basso/tastiere) e Dave Morgan (batteria), con il nuovo EP da poco pubblicato Death Sequence si è aggiunto al trio il sassofonista Miles Spilsbury e, a giudicare dal risultato, la scelta si è rivelata più che felice. Death Sequence si risolve fondamentalmente in un unico pezzo di quasi quindici minuti suddiviso in tre parti e la sua natura assomiglia molto al jazzcore affrontato dai The Mars Volta nel periodo Amputechture/The Bedlam in Goliath, un risvolto che poi diede vita al supergruppo di breve durata T.R.A.M. il quale, volendo, si può accostare a tale indirizzo.

Death Sequence segue quelle orme tra urgente improvvisazione e furiosa composizione, mostrando ancora una volta come possano convivere prog, hardcore e jazz in un vortice di caos organizzato, almeno nelle prime due sequenze. La terza si dipana con un mood ipnotico e psichedelico, reso ancora più estraniante dallo spoken word dell'ospite Stewart Lee, fino a poco prima della chiusura quando l'andamento apocalittico ritorna dinamicamente a ricollegarsi al quadro generale. Dopo Mercury Fountain i The Physics House Band crescono ancora nella speranza che in futuro sviluppino in un album che dia più spazio al percorso appena iniziato e accennato con Death Sequence.

lunedì 6 maggio 2019

I Tool presentano due nuovi brani dal vivo


Lo avevano anticipato e lo hanno fatto. Per la nuova serie di concerti (che toccherà anche l'Italia il 13 giugno a Firenze) Adam Jones e Maynard James Keenan qualche giorno fa avevano annunciato che i Tool, per la prima volta in quasi dieci anni, avrebbero suonato nuovo materiale, il che si è materializzato puntualmente nel concerto di sabato sera di Rockville a Jacksonville. I due brani inediti, Descending (in precedenza presentata sempre live in una versione strumentale non definitiva) e Invincible, faranno parte dell'ormai mitologico nuovo album che dovrebbe uscire entro l'estate e, anche se sono tuttora in molti a dubitare che ciò possa accadere visto i precedenti della band, questi due nuovi pezzi sono la prova che qualcosa di nuovo in casa Tool si sta effettivamente muovendo. Le testimonianze dal vivo emerse in Rete confermano anche che il prossimo album sarà composto da pezzi molto lunghi. Questa la setlist completa eseguita dal vivo:

1. Ænema
2. The Pot 
3. Parabola
4. Descending (First time with lyrics) 
5. Schism
6. Invincible (New song, name seen on setlist) 
7. Jambi  
8. Forty Six & 2
9. Sweat
Ions (-)
10. Stinkfist

edit 08/05: la band ha confermato via Twitter che il nuovo album sarà pubblicato il 30 agosto
https://twitter.com/Tohtps://twitter.com/Tool/status/1125992825756233729ol/status/1125992825756233729
 htps://twitter.com/Tool/tatus/112599282575623372
Descending


Invincible

sabato 4 maggio 2019

Snooze - Familiaris (2019)


C'è musica che nasce per essere fissata e scritta su uno spartito e poi c'è n'è un'altra, talmente fuori dagli schemi che non può che essere stata sognata, vagheggiata, immaginata. Quella degli Snooze appartiene senz'altro a quest'ultima categoria. Lo splendido EP d'esordio Actually, Extremely, pubblicato due anni or sono, faceva cadere immediatamente gli Snooze nella categoria math rock, ma l'album Familiaris, ripartendo da quelle coordinate, fa molto di più. Esso affina, perfeziona e aggiunge piccoli concetti e li trasforma in grandi idee, il che ad un primo distratto ascolto farà sembrare che gli Snooze non si siano allontanati molto dall'EP, ma in realtà le cose stanno diversamente.

Familiaris, inizialmente programmato per l'anno scorso poi un imprevisto cambio di cantante ha  dilungato i tempi per permettere di registrare ex novo le parti vocali, mette assieme tanti minuscoli tasselli presi in prestito da altri generi e li assembla in una veste ibrida che comunque rimane fedele al math rock. Il risultato è una montagna russa che ad ogni curva nasconde un risvolto estetico inaspettato, calandosi però molto bene nello stile degli Snooze, come le mitragliate di grancassa tipiche del thrash metal, le armonie vocali prelevate dal dream pop, gli intermezzi psichedelici imparentati con il prog rock, incontrandosi in un melting pot idealmente collegato a quanto fatto dagli Astronoid nel demolire certe barriere tra generi distanti.

L'ascolto di Familiaris si trasforma quindi in un'esperienza che spiazza le nostre attese e che va goduta tutta d'un fiato, dato che i suoi trentacinque minuti, nell'associare le tracce senza soluzione di continuità, scorrono via con grande leggerezza. La stessa mutabilità di ogni pezzo trasmette addirittura la sensazione di trovarsi di fronte ad un'unica suite, rendendo virtualmente difficoltoso individuare il suo inizio o la sua fine se non abbiamo di fronte la divisione della tracklist. Familiaris è una risposta a chi pensa che il math rock si stia dirigendo verso territori stagnanti, al contrario gli Snooze lo affrontano con originalità consegnandoci uno dei migliori album degli ultimi anni all'interno del genere.

venerdì 3 maggio 2019

Altprogcore May discoveries


Gli Edge of Reality nascono nel 2012 come progetto di Joey Frevola, chitarrista dei Kyros, i cui membri si sono stabilizzati ultimamente dopo tre album in studio. Il 31 maggio uscirà il quarto In Static che è il primo lavoro a vedere alla voce Jesse Brock dei Lines in the Sky che si è unito alla band nel 2016. Lo stile è un prog rock con venature metal e altri elementi bizzarri come l'influenza dei Cardiacs che emerge dal singolo Puzzle Man.




A dispetto del nome john makay non è un musicista solista, ma in realtà un duo francese che suona math rock come fosse una band completa, fatta e finita. Nell'EP crom si trovano grandi momenti come l'ultima traccia Corail.



The Biology of Plants è un quartetto australiano entrato da poco a far parte della sempre stimolante etichetta Art As Catharsis, con la quale pubblicherà il secondo album Vol.2 il 14 giugno. Il gruppo offre un bello squarcio di neo-classica, fusion ed elettronica senza tralasciare poliritmie tipiche del math rock.




Creazione del tastierista Eitan Kenner, l'album 8Ball City (in uscita il 23 maggio) si appresta ad essere una delle sorprese prog rock del 2019. Datato di un arsenale di tastiere pronte ad immergersi nelle declinazioni più avventurose del prog, dal jazz alla classica, all'elettronica fino all'etnico, Kenner, a giudicare dalla title-track che anticipa l'album, si dimostra legato sia alla tradizione (in questo caso Gentle Giant) sia alle nuove espressioni prog fusion vicine a Project RnL e Anakdota.




Un EP di debutto di grande effetto questo Plastic Jazz del quartetto math rock Le Grand, proveniente da Kansas City. Il gruppo si è garantito una buona fama grazie a numerosi live show locali che hanno affinato il loro stile funambolico. Come il titolo Plastic Jazz lascia intuire, la materia sonora viene maneggiata dai Le Grand con grande fluidità e flessibilità, mettendo in risalto le loro abilità.



Gruppo o singolo musicista non è dato sapere, si sa solo che questo progetto dal nome Gentle Robot proviene dal Pakistan, ma suona una musica dal respiro internazionale con canzoni imprevedibili che partono dal cantautorato art pop e si dimostrano piuttosto eclettiche nel loro sviluppo: dal prog al jazz, dal folk all'avant-garde.

mercoledì 1 maggio 2019

Arch Echo - You Won't Believe What Happens Next! (2019)


A distanza di due anni esatti dall'omonimo esordio il quintetto strumentale Arch Echo è già pronto con il secondo sforzo You Won't Believe What Happens Next!. E in questo caso la parola sforzo non è usata a caso poiché traccia dopo traccia gli Arch Echo danno l'impressione di spingere (e spingersi) sempre al massimo delle proprie possibilità di preparati strumentisti, a partire dal singolo Immediate Results! accompagnato da un video altrettanto adrenalinico. Ciò che stupisce di tale abilità sono la coesione e la compattezza con le quali i cinque membri si misurano, sempre pronti ad imporsi con i rispettivi strumenti a prescindere da chi sia sotto i riflettori solistici in quel momento. E ciò permette ad ognuno di brillare in pezzi corali come Bocksuvfun e Iris oppure, dimenticandosi della dinamica intesa come tale, impostarla tutta su spasmi (Daybreak, Mukduk) e strappi continui che trasformano i brani in tanti piccoli segmenti (Stella) che si susseguono con la stessa velocità di un treno in corsa.

Se gli Arch Echo fossero dominati dalle sole chitarre di Adam Bentley e Adam Rafowitz staremmo qui a parlare dell'ennesimo gruppo metal/djent abile nel mostrarsi contiguo a certi stilemi prog e jazz. Invece la massiccia presenza delle tastiere  di Joey Izzo infonde un'aura fusion prelevata a mani basse dall'estetica stilistica dei synth anni 80 (tra le altre cose più lampanti gli esempi sono l'intermezzo di Tempest e l'intro di Aurora). Queste più o meno costituiscono le caratteristiche che emergevano con incisività dal primo album e che la band ha indubbiamente mantenuto e preservato anche perché, ormai abbiamo capito, è lì che risiede la sua identità. You Won't Believe What Happens Next! persegue benissimo quella strada e mantiene alto il livello qualitativo, oltre che il volume di prog fusion suonata in Caps Lock.

www.archecho.com

domenica 28 aprile 2019

Introducing Quiet Lions


Sorti dalle ceneri dei Jumping Ships, i Quiet Lions sono un quartetto di Brighton che ha all'attivo i due EP Surroundings (2013) e No Illusions (2015). Il gruppo si sta ora preparando a debuttare con il primo full length dal titolo Absenteeism pubblicato dall'etichetta Lonely Voyage Records il 14 giugno. I Quiet Lions hanno preparato il terreno perfezionando il loro sound tra alternative e math rock con due singoli separati All That I Had (2016) e Stronger Than Before (2017) che non saranno all'interno dell'album.




Andando in tour come supporto a band tra le quali Rival Schools, Black Peaks, Fatherson, Lonely The Brave, Press To Meco e Big Spring, i Quiet Lions si sono inseriti musicalmente vicino a questi nomi senza dimenticare altre influenze da loro citate come Biffy Clyro, Reuben, Oceansize e Sucioperro. Ascoltando la loro discografia in maniera cronologica è innegabile notare una crescita e maturazione che sicuramente troveranno compimento nell'esordio che si annuncia dai temi impegnati. Il primo singolo tratto da Absenteeism è Echo Chamber e introduce il tema portante dell'album che proverà a raccontare l'impatto e l'influenza dei social media nella nostra vita di tutti i giorni dalla prospettiva di tre figure emblematiche (il politico, l'influencer e il pubblico emotivamente vulnerabile). Argomento impegnativo e interessante.





http://quietlions.co.uk/