domenica 15 settembre 2019

Perché "Clairvoyant" è l'album più rilevante del decennio


Eleggere un album a simbolo di un decennio significa implicitamente fare un bilancio di tale periodo. Gli anni dieci, per ciò che riguarda la parte più interessante e originale dell’evoluzione del progressive rock, sono stati da un lato la continuazione di quanto tramandato al prog hardcore dai The Mars Volta e Coheed and Cambria, i fondatori di questa corrente agli inizi del nuovo secolo, dall’altro una fonte straripante di art rock e avant-garde che ha generato esperimenti ibridi musicali piuttosto notevoli. Su entrambi i fronti sono stati pubblicati album di alto livello, ma il problema che scatta nell’individuare un’opera che abbia i requisiti per primeggiare sopra altre, comunque validissime, proposte è attribuirgli quel grado di eccellenza in più, giustificandolo. Ecco perché non si dovrebbe parlare solo di qualità, ma anche di quanto un artista o una band abbia saputo spingersi oltre e allo stesso tempo aver creato o conseguito una nuova prospettiva.

Sotto questo aspetto, tornando ai generi prima menzionati, possiamo nominare delle band come Thank You Scientist, The Knells o Bent Knee e addirittura Astronoid, che si sono distinti per aver plasmato un sound riconoscibile generato dall’ibridazione di generi tra loro distanti, la dissoluzione dei confini tra stili è un po' la cifra di questo decennio. Ognuno nei rispettivi ambiti ha conseguito qualcosa di eccellente in termini di qualità, ma se vogliamo scavare più a fondo al loro percorso, ad esso non può essere attribuita una forza tale da aver anche traghettato il genere in un nuovo territorio. Prova ne è che lo stilema adottato è rimasto circoscritto alla band in sé. La singolarità va premiata indubbiamente, ma nella visione più ampia, quando in molti imboccano la medesima estetica sonora e solo uno riesce a cogliere l’essenza di quel linguaggio, si staglia la reale singola eccezione di merito.

Se c’è quindi un termine simbolo per il decennio in via di conclusione questo è: ibrido. Gli anni ’10 sono stati all’insegna dell’ibridazione che ad oggi, non inventando più nulla di nuovo in musica, pare l’unica soluzione per aggiungere freschezza a proposte altrimenti già sentite. Chi ancora si rivolge al purismo non ha interesse nel cercare nuovi stimoli nella musica, ma preferisce cullarsi nei sicuri confini del prevedibile e dell'ordinario. Piccola puntualizzazione: non vorrei confondere "contaminazione" e "ibrido", tra cui vedo una certa differenza. La prima è più abusata e viene utilizzata saltuariamente quando lo richiede il contesto, l'ibrido, come sua conseguenza, è un aspetto costante e primario che si è installato in modo permanente nel sound di una band. Prima si è partiti con l’unire la progenie del punk – il post hardcore – con il progressive rock, e nel presente si è arrivati a capire che nessuna contaminazione è più un tabù: il math rock ha trovato un suo completamento molto naturale nel jazz e la fusion strumentale ha inglobato elementi di djent metal. Ma se tutte queste “sottocontaminazioni” si sono un po’ incartate in loro stesse, l'evoluzione più rilevante l'ha compiuta il djent fatto e finito.

Tra i pionieri di questo filone si segnalano gli statunitensi Periphery e gli inglesi TesseracT, che nel tempo sono divenuti i nomi più conosciuti e rappresentativi, anche se sono stati i secondi a impegnarsi in una seria rivisitazione del genere prog metal, facendolo evolvere verso una nuova concezione insieme a Skyharbor e Disperse. La prerogativa del djent così inteso sembra essere quella di spingere il progressive metal a latitudini sempre pesanti, ma attenuate però da un costante sottostrato new age. Il trucco consiste nel giustapporre estetiche musicali all’apparenza contrastanti, come la calma meditativa dell’ambient e la tecnica aggressiva e virtuosa del metal. Nei tre capitoli chiave utili per capirne l’essenza – Living Mirrors dei Disperse (2013), Guiding Light degli Skyharbor (2014) e Polaris dei TesseracT (2015) – si assiste a una versione psichedelica e ascetica del prog metal, non esente da intermezzi fusion, molteplici cambi formali, poliritmie al limite del macchinoso e ogni sorta di virtuosismo.

Ed è a questo punto che si staglia l'opera che mette la freccia e supera tutti a destra, puntando a distaccarsi nella distanza con la scelta di esaltare in modalità overdrive, ma alla rovescia, i canoni appena descritti. I The Contortionist si erano già accostati ai dettami del nuovo volto del djent con Language (2014), facendo storcere il naso (eufemismo) ai fan più ortodossi per il suo cambio repentino rispetto ai primi due lavori, impostati su un deathcore molto tecnico, sottolineato dall’arrivo del nuovo cantante Michael Lessard. Sul fronte opposto c'è stato però chi ha riconosciuto ai The Contortionist il coraggio di cambiare, incassando plausi per la visione senza compromessi di un progressive metal che fin dalle sue tematiche, liriche e musicali, si presentava come uno strumento spirituale per allontanarsi dall’immaginario metal che mette in primo piano l’aggressività.

Per questo Clairvoyant è apparso come un’ulteriore svolta contraria, un'inversione opposta a quell’estetica brutale e proprio per tale ragione ha creato così tanti giudizi contrastanti e divisivi. La questione non riguarda solo l’avversità dei fan che rimpiangono i The Contortionist prima maniera, ma anche il contenuto di Clairvoyant che possiede una fascinazione così peculiare e soggettiva ugualmente ostica per chi non è a loro avvezzo. In questo contesto è anche un album difficile da inquadrare poiché non segue in pieno i dettami degli stili a cui dovrebbe far riferimento anzi, li smonta uno ad uno: non fa sfoggio di virtuosismi progressive rock e fusion, non si serve della potenza motrice del metal, né propriamente della dinamica elegiaca del post rock. Se proprio vogliamo imporre un'etichetta, la più adatta a descriverlo sarebbe quella di "atmospheric metal" dato che rende l'idea dell'ossimoro stilistico a cui la band ambisce. Un prog metal drenato da ogni elemento principale, fino a risultare il suo perfetto contrario.

Il percorso estetico è risaltato dalla direzione musicale intrapresa: c'è da parte dei The Contortionist la scelta audace di non ostentare l'abilità dei solisti, in favore della costruzione sistematica di atmosfere  ultraterrene e nebulose plasmate della somma delle parti. In tale contesto le tastiere, di cui in genere fanno a meno i gruppi djent, assumono una presenza discreta ma rilevante per completare un sound impregnato di suggestioni oniriche. Tornando al concetto di "ibrido", per fare un esempio, siamo in grado di sezionare e riconoscere nei pezzi dei Thank You Scientist cosa è funk, cosa è fusion o cosa è etnico. In Clayrvoiant gli stili si muovono in una simbiosi che camuffa qualsiasi velleità di ricondurli ad un chiaro genere di appartenenza. Tutto l'album vive in una zona di penombra monocromatica (parafrasando il titolo della prima e ultima traccia) che fluttua in un universo sonoro a sé stante, in piena sintonia con la composizione fotografica color cenere della cover. Ed è per questo che non è facile apprezzare Clairvoyant, ma se si riesce a penetrare la spessa coltre di tenebra, la visione che ci accoglie è totalmente appagante.

Per approfondire qui trovate anche la mia recensione.


venerdì 13 settembre 2019

Frost* - i primi due singoli tratti dall'EP "Others"


Questa estate i Frost* hanno annunciato l'uscita di nuovo materiale dai tempi di Falling Satellites (2016), che sarà contenuto in un EP dal titolo Others. Se ancora una data di uscita non è stata ufficializzata, il gruppo di Jem Godfrey ha appena reso disponibile i primi due nuovi brani tratti da Others, Fathom e Exhibit A, quest'ultima soprattutto è un interessante esperimento che spinge in modo spregiudicato lo stile prog bombastico dei Frost* a latitudini simil techno con uso abbondatissimo di elettronica e una ritmica martellante. Sembra quasi un proseguimento di Towerblock, della quale potete ammirare una spettacolare resa dal vivo nel video qui sotto. A tale proposito ricordo che il batterista Craig Blundell ha di recente dato l'addio alla band a causa di altri impegni e il suo sostituto non è ancora stato ufficializzato.





sabato 7 settembre 2019

Altprogcore September discoveries


Si inizia con una scoperta che non è una scoperta, il primo album da solista di Richard Henshall, chitarra degli Haken, è molto meglio di ciò che hanno fatto ultimamente lui e i suoi compagni. Henshall si dà al djent con la declinazione fusion che ha già testato con i Nova Collective, il che rende The Cocoon un ascolto interessante per chi pretende qualcosa di più dal solito prog metal. Tra gli ospiti Jessica Kion, Chris Baum, Ben Levin dei Bent Knee, Jordan Rudess, Ross Jennings e David Maxim Micic. Disponibile anche in versione solo strumentale.



Ho scoperto questo unico album dei Dimphonic datato 2016 grazie al video di uno dei suoi membri nel quale coverizza Stinkfist dei Tool risuonando tutte le parti in modo fedelissimo. Nur5e riporta naturalmente qualche influsso Tool, ma è un bel concentrato di new grunge e di ottimi groove heavy rock in bilico tra i RATM e i Deftones.



Clément Belio è la versione francese di un Plini che incontra un Jacob Collier, nel senso che il ragazzo è un prodigio che dal 2013 suona e produce la sua musica tutto da solo e il suo stile è un amalgama di prog, fusion, musica etnica e djent. Patience è il secondo album realizzato da Belio, che esce a cinque anni di distanza dal suo debutto, affinandone l'eclettismo e la maturità compositiva.



I Future Machines suonano un convulso e aggressivo math rock nell'omonimo EP di debutto con un tocco di psichedelia e noise. Per i fan degli Alpha Male Tea Party, ma ancora più schizzati.



La proposta dei The Case Of Us è un art rock che cerca in ogni modo di essere originale e più personale possibile, portato avanti con la stessa caparbietà dei Bent Knee per cercare di distinguersi. Lo sforzo è da apprezzare, ma ancora c'è la sensazione che manchi una spinta, quel qualcosa in più che renda il tutto maturo.

venerdì 6 settembre 2019

Charlie Cawood - Blurring Into Motion (2019)


Il ritorno da solista Charlie Cawood dopo l'esordio The Divine Abstract non può che far piacere. Polistrumentista inglese che milita in band progressive rock tra lo sperimentale e l'art rock come Knifeworld, Mediaeval Baebes e ultimamente nei Lost Crown, quando si dedica alla propria visione musicale Cawood abbandona la sfera del rock e compone i propri pezzi come fosse un autore classico. L'album Blurring Into Motion è di nuovo uno sguardo su quel mondo fatto di strumenti da camera e contornato da un ensemble di esecutori suddivisi tra sezione di fiati e sezione di archi. La seconda opera di Cawood è ancora più orchestrale, bucolica e solare del precedente lavoro il quale, dalla sua pregevolissima prospettiva, possedeva anche un misticismo esoterico, valore aggiunto a tutto il suo percorso d'ascolto.

Blurring Into Motion tenta una prospettiva differente e si avvicina più all'estetica della classica moderna e al minimalismo, piuttosto che alla world music sperimentale, questa volta con la novità di aggiungere la voce soave di Marjana Semkina degli iamthemorning nelle due tracce Falling Into Blue e Flicker Out Of Being di cui lei è anche co-autrice. Per questo Blurring Into Motion risulta maggiormente accessibile rispetto al suo predecessore, aprendosi a melodie e armonie acustiche e orchestrazioni corali ad ampio respiro, pur facendo a meno dell'ausilio di un gran numero di strumentisti. I pezzi si sviluppano principalmente da temi folk tracciati dagli arpeggi della chitarra acustica per proseguire sui contrappunti di matrice classica, come fossero una versione orchestrale di temi tradizionali e antichi. Un ascolto rilassante per riaccendere positività e immaginazione.


giovedì 5 settembre 2019

Sky Window - .Space (2019)


Era dal 2017 che attendevo di ascoltare l'album d'esordio degli Sky Window, cioè da quando segnalai tra queste pagine i Terra Collective e indagando su uno dei loro membri, Jordan Gheen, appresi che era attivo in altri progetti musicali tra cui gli Sky Window appunto e i The Night Above Us. Ed ecco che ora, finalmente, nel giro di un mese gli Sky Window hanno realizzato l'album .Space e un EP più minimale che vede il gruppo ristretto a tre elementi, .Liftoff. Oltre a Gheen alle tastiere e alla tromba, il gruppo comprende Mike Luzecky al basso, Matt Young alla batteria, Brad Kang e Horace Bray alle chitarre, Spenser Liszt al sassofono, flauto e clarinetto.

Dalla formazione si capirà forse in quale territorio musicale operano gli Sky Window che è quello della musica strumentale che fonde il progressive rock con il jazz, ma Gheen e compagni immergono tutte le composizioni in un'aura psichedelica dai contorni new age e ambient. Pare quasi di essere tornati alla prima metà degli anni '90 accanto ai Porcupine Tree ansiosi di sperimentare nuove soluzioni con l'allora popolare trip hop, o con gli Ozric Tentacles che si libravano nella world music sulle ali dello space rock. Molti dei brani, già riportati in modo eccellente nei video su YouTube Live at Miami House, giocano quindi su un ampio spettro di stili che formano una nebulosa lisergica di muzak futurista.

Il bello di .Space è che, pur diviso in 14 tracce, potrebbe essere interpretato come un'unica lunga suite fluida nella quale perdersi in un suggestivo viaggio psichedelico. La musica degli Sky Windows è infatti pensata per stimolare non solo l'udito, ma anche il senso visuale in una specie di sinestesia che prende forma compiuta negli spettacoli dal vivo inclusivi di proiezioni, pratica con la quale il gruppo è attivo da diversi anni e completa il loro concetto di arte musicale. Alla fine .Space non è altro che un mezzo per arrivare alle atmosfere sognanti che gli Sky Window vogliono trasmettere: un suggestivo affresco di fusion psichedelica, un'originale e avventurosa esplorazione che riesce a toccare vari linguaggi della musica strumentale anche molto distanti tra loro, dall'avanguardia al funk jazz progressivo, uniti con grande naturalità, intuito formale e bilanciamento. Sicuramente da annoverare tra le uscite più interessanti del 2019.



venerdì 30 agosto 2019

Tool - Fear Inoculum (2019)


Una band sull’orlo di una crisi di nervi. È questo il quadro che emerge leggendo tra le righe delle ultime dichiarazioni dei Tool. Justin Chancellor che parla di brani finiti e buttati via come se nulla fosse, Danny Carey che minaccia di andarsene se gli altri non sono in grado di portare a termine il lavoro, MJ Keenan frustrato per dover stracciare melodie e testi già pronti. Nella metafora del titolo Fear Inoculum si possono trovare molti significati, ma forse il più azzeccato è la paura nei confronti dell’aspettativa di un album così mitizzato, così atteso. A quanto pare colui che ha sofferto meno la pressione è stato Adam Jones, molto soddisfatto del risultato. Ma se queste sette tracce (dieci nella versione digitale inclusiva di tre brevi segue) sono state le prime scelte, la giusta domanda da porsi non è se sia valsa la pena aspettare tredici anni, ma piuttosto se si sentiva la mancanza di un album del genere. E la risposta del tutto brutale è: francamente no. Dopo si può parlare di quanto sia necessaria l'aura artistica di una band che dopo tredici anni di silenzio riesce a catalizzare l'attenzione sul progressive rock come nessun altro, producendo un album comunque coraggioso e senza compromessi, ma dall'altro lato se i Tool fossero finiti con 10.000 Days nessuno si sarebbe disperato, a parte gli irriducibili che venerano questa band come un oracolo. Quindi spogliamoci di ogni pregiudizio da “capolavoro a prescindere” e cerchiamo di giudicare Fear Inoculum oggettivamente.

La title-track è quanto di meno convenzionale ci possa essere per aprire un album: dieci minuti plasmati da groove a spirali che però non hanno molto da offrire in termini di emotività. Un pezzo alquanto statico nelle sue lente trasformazioni. Privo di tutto: un climax o un crescendo degno di questo nome, uno sviluppo compatto che preservi l’interesse nel suo dipanarsi. Eppure questi dieci minuti di concerto mediorientale per percussioni e chitarra non sono eccessivi, ci vogliono tutti. Per non dire un bel nulla. Le premesse di Pneuma sono esattamente le stesse, se non ché ci si aggiunge pure quel senso di deja vu per una progressione di basso che richiama in modo spaventoso Schism e dove il lavoro di costruzione tensiva vorrebbe essere simile a The Patient, ma naturalmente privo di quella carica e quel pathos, anche perché il suo ripetersi senza deviazioni rilevanti ne evidenzia la debolezza. A Pneuma ci vogliono quasi dodici minuti per non arrivare da nessuna parte. 

Piccolo momento di riflessione con Litanie contre la Peur: Fear Inoculum non si apre nel migliore dei modi, dopo due tracce sono passati 22 minuti e la fatica farraginosa e svogliata con cui procedono non è certo un fattore che invita a nuovi ascolti. Poi è la volta di Invincible e Descending, i pezzi presentati dalla band in anteprima dal vivo nell’ultimo tour e si capisce anche il perché la scelta sia ricaduta proprio su questi due. Tolto il fatto che non raggiungono le vette dei migliori Tool, rappresentano comunque quanto di meglio abbia da offrire Fear Inoculum. Di novità c’è qualche intervento elettronico di synth, un Jones più sbizzarrito del solito nelle sue parti soliste e una cornice ingigantita e attentamente prudente nelle sue dilatazioni. Invincible da questo punto di vista è il brano più incisivo, costruito con mano sicura e che racchiude in sé il momento più lucido di ciò che vogliono trasmettere musicalmente questi Tool redivivi. Descending, sinistro e oscuro, è praticamente la colonna sonora di un rituale esoterico che si insinua in sottostrati elettrici sempre più profondi i quali vanno a convergere in una lunga coda strumentale tra The Grudge e Lateralus, ma è la prova vocale di Keenan presente nella prima parte, così versatile nell'imprimere emotività, a salvare buona parte del pezzo. Durante l'intromissione di Legion Inoculant c'è un altro momento per riflettere: Fear Inoculum è un album che pretende. Pretende da noi non solo la proverbiale attenzione, ma anche il giusto stato mentale/emotivo per affrontarlo. Non è un lavoro che si può ascoltare in qualsiasi momento, sarebbe sempre meglio prepararsi prima e domandarsi se si è pronti ad immergersi in questo viaggio di un'ora e venti minuti. 

A chiarire tale concetto arriva la conclusiva 7empest e pare di essere tornati alla visceralità di Opiate, spogliato di tutti gli orpelli prog il suo incedere è quello di un heavy blues che non concede molto a variazioni nei suoi sedici minuti, ma lascia molto spazio al solismo lacerante e lamentoso della chitarra di Jones che qui si erge a protagonista assoluto. Nonostante ciò Fear Inoculum è più che mai l’album di Danny Carey, non tanto perché gli è stato concesso spazio per uno spericolato strumentale tutto suo, Chocolate Chip Trip, ma si dimostra ampiamente il più aperto a sperimentare nuove soluzioni, nuovi suoni, insolite poliritmie, grazie ad un arsenale di percussioni con le quali si impegna a produrre svariate sfumature sonore per lo più ispirate alle tradizioni orientali, senza mai abbandonare il proprio trademark da tamburo tribale tentacolare.

Il più cambiato sembra essere invece Keenan. Il lungo lasso di tempo che gli ha permesso di esprimersi ed evolversi ampiamente in altri progetti come Puscifier e A Perfect Circle, ha restituito un cantante diverso da quello che conoscevamo con i Tool, autore di linee vocali melodicamente meno memorabili, meno incline alla furia di un tempo, ma più assorto nella sua costante espressività e profondità. Questa sua vocazione è particolarmente messa in esposizione su Culling Voices, una specie di litania o canto spirituale che per buona parte fa a meno della batteria, accompagnato solo da un requiem di arpeggi per chitarra. La seconda parte rimane deludente, riassumibile in una collezione random tratta dal catalogo riff di Adam Jones. E sono proprio il chitarrista e Chancellor ad essere rimasti i più aderenti alla formula Tool. Il loro modo di confezionare, non solo riff, ma anche break e riprese, cadenze e chiusure, interplay e sonorità non si è smosso di una virgola e talvolta i due finiscono per imbrigliare anche Carey dentro tale schema di scrittura col pilota automatico. 

Ma in fin dei conti sarebbe troppo facile e prevedibile criticare un album dei Tool perché suona come un album dei Tool, oppure affermare che i Tool suonano come una cover band dei Tool. Fear Inoculum è una collezione troppo maestosa e ponderata per essere liquidata così superficialmente. Il fatto è che un’opera di questa portata fa patire tutto il peso dei suoi anni di gestazione, tutte le sue indecisioni e revisioni, risultando un artefatto calcolato al millimetro e che quindi il più delle volte fatica a trasmettere reali emozioni. Alla fine il giudizio paradossale è che forse non se ne sarebbe sentita la mancanza, però è un bene che un album come questo esista.



venerdì 23 agosto 2019

Suns of the Tundra - Bones of Brave Ships (2015)


Quando nel 1995 il bassista Paul D’Amour lasciò i Tool, a prendere il suo posto fu chiamato l'inglese Justin Chancellor che allora militava nei Peach, band che aveva fatto da spalla al quartetto americano in alcuni concerti nei primi anni '90. I Peach finirono la loro carriera di lì a poco, ma i due ex membri Simon Oakes e Rob Havis si riunirono nel 2000 dando vita ai Suns of the Tundra. Dopo un omonimo album nel 2004 e il secondo Tunguska nel 2006, il gruppo si mise al lavoro per produrre la terza opera che già dalle premesse si presentava ambiziosa. Praticamente Oakes rimase affascinato dal documentario del 1919 South che testimonia in immagini girate dal fotografo Frank Hurley la spedizione imperiale trans-antartica Endurance compiuta da Ernest Shackleton tra il 1914 e il 1917. L'idea di Oakes fu quella di dare una colonna sonora alle immagini della pellicola senza sonoro con le musiche originali composte dai Suns of the Tundra.

Nasce così Bones of Brave Ships, doppio album scritto tra il 2006 e il 2008, ma che ha visto la luce solo nel 2015, concepito per essere sincronizzato agli 81 minuti del suddetto documentario nella versione restaurata dal British Film Institute. L'ascolto di questa magnum opus tende ad essere avventuroso come l'odissea affrontata da Shackleton e dalla sua nave Endurance. Fondamentalmente i Suns of the Tundra abbracciano una gamma di stili che ben si adattano al commento sonoro, tra cui si alternano post rock, psichedelia e progressive rock, calibrandoli in uno scambio delle parti lento ed inesorabile come il moto ondoso, accumulando fragorosi scontri e tappeti lisergici.

Come i Van der Graaf Generator di H to He le musiche dei Suns of the Tundra si prestano a metafora di un parallelismo che accosta le insidie e le incognite degli abissi marini alle insondabili profondità spaziali. L'epopea di Bones of Brave Ships per affinità concettuale va ad arricchire quella mitologia equoreo-musicale che negli anni ha incluso i canti marinareschi degli High Tide, le navi fantasma dei The Fall of Troy e i naufraghi balenieri dei Motorpsycho. Naturalmente si incontrano accenni ai riff circolari dei Tool e anche sax hard rock di stampo vandergraafiano che arricchiscono la tensione, ma i Suns of the Tundraa, grazie al minutaggio abbondante, riescono a catalogare tutto lo scibile del post rock psichedelico contemporaneo addensato in un'opera corposa, imponente e ambiziosa come l'impresa di Shackleton.

giovedì 22 agosto 2019

Nova Charisma - Exposition I (2019)


Donovan Melero, batteria e voce degli Hail the Sun, e Sergio Medina, chitarra degli Stolas e di recente entrato negli Eidola, hanno unito le forze dopo lo scioglimento del supergruppo Sianvar e si sono impegnati in questo nuovo progetto chiamato Nova Charisma. Il primo assaggio offerto dal duo sono le tre tracce contenute in Exposition I, prodotto dal veterano Brian McTernan (Circa Survive, Thrice), che viene pubblicato ufficialmente oggi dalla Equal Vision Records. Per l'occasione Melero ha lasciato l'incombenza delle percussioni a Carlos Marquez degli Stolas, mentre lui si è occupato del basso.

Il materiale dei Nova Charisma, composto da Melero e Medina durante un soggiorno londinese di due settimane, benché non abbandoni del tutto il legame con il prog hardcore presente nel background di entrambi i musicisti californiani, affronta la materia in modo molto più diretto e accessibile, espressione forse della volontà di allontanarsi dalle complesse trame dei Sianvar e affrontare percorsi più distesi.

martedì 20 agosto 2019

Somos - Prison On A Hill (2019)


Nel 2014, all'apice dell'emo revival, insieme al ritorno sulla scena di alcuni gruppi storici di questo movimento (vedi American Football, Braid, ecc.) ne saltarono fuori altri di giovani e debuttanti come i bostoniani Somos che esordirono con il carino Temple of Plenty, attirando buone reazioni dalla critica. Due anni nel dopo nel 2016 ci riprovano con il meno ispirato First Day Back, senza però riuscire a portare il loro nome ad un interesse maggiore nell'ambiente underground. Dopo una pausa per smaltire lo stress da tour eccoci al 2019, l'anno che per i Somos avrebbe potuto regalare tante soddisfazioni se non fosse stato per un tragico ed inaspettato evento. Prison On A Hill è pronto ad uscire il 27 settembre, ma il 12 agosto arriva la terribile notizia della prematura scomparsa del chitarrista Phil Haggerty a soli 28 anni. Quindi i due Somos superstiti Michael Fiorentino e Justin Hahn decidono di rendere l'album disponibile all'acquisto prima della data ufficiale di pubblicazione, per una sola settimana, al fine di raccogliere un fondo da donare alla famiglia Haggerty in modo da coprire le spese del funerale, riuscendoci in un solo giorno.

Nel dramma che ha portato a questa decisione si fa strada un flebile raggio di sole, perché Prison On A Hill, al quale Haggerty ha lavorato con tanta dedizione, ripaga lo sforzo del trio non solo per rappresentare di diritto la loro prova migliore, ma anche per essere uno degli album più riusciti dell'anno. E dispiace che alla luce di un'opera così fondamentale per i Somos, Haggerty non potrà eseere qui a vederne i frutti. La sua chitarra è effettivamente l'anima di Prison On A Hill, accostandosi con versatilità al salto stilistico compiuto dal gruppo. Infatti il disco abbraccia l'ormai imperante ritorno al sound anni 80, ma lo fa con un'inedita intuizione senza abbandonare le proprie radici. I Somos innamorati del midwest emo sono ancora qui e per far evolvere il proprio sound del tutto americano non si sono rivolti prevedibilmente ad un generica synthwave, ma più precisamente alla new wave di matrice inglese, più consona a far risaltare la componente pop punk della band.

Ed è proprio lo scontro tra chitarra e synth che contrassegna quasi tutte le canzoni dell'album che da una parte mantengono la malinconia ottimista dell'emo, mentre dall'altra sfoggiano una scintillante veste pop la quale dona uno slancio orecchiabile e solenne, mostrato in tutto il suo potenziale su The Granite Face e Iron Heel. La chitarra di Haggerty dirige le due fazioni tra arpeggi e progressioni che ti entrano sottopelle come quelli di Young Believers, uno dei pezzi più brillanti di questo 2019, o con le sferzate abrasive da power emo di Mediterranean, sfiorando la coralità dell'arena rock su Ammunition. La new wave prende il sopravvento nelle ballabili Farewell to Exile e Absent and Lost con giochi di sintetizzatori e ritmiche elettroniche. In questo suo ibrido Prison On A Hill riesce a cavarsela su entrambi i fronti: la freschezza infusa dall'inedito sodalizio con l'estetica pop degli anni 80 riveste l'emo dei Somos con una luminosità tale che le circostanze hanno reso il miglior modo per ricordare Phil Haggerty.


venerdì 16 agosto 2019

Bent Knee - il nuovo album "You Know What They Mean"


Il quinto album in studio dei Bent Knee sarà pubblicato l'11 ottobre sempre sotto l'etichetta InsideOut con il titolo di You Know What They Mean. Il nuovo singolo tratto dall'album Hold Me In, che segue Catch Light uscito a giugno, mostra ancora una volta la versatilità della band aggiungendo altri elementi al loro sound. La tracklist è la seguente:

1 Lansing 1:22
2 Bone Rage 4:13
3 Give Us the Gold 3:51
4 Hold Me In 4:50
5 Egg Replacer 3:10
6 Cradle of Rocks 3:59
7 Lovell 1:26
8 Lovemenot 5:09
9 Bird Song 2:55
10 Catch Light 4:38
11 Garbage Shark 5:38
12 Golden Hour 5:50
13 It Happens 5:05

martedì 13 agosto 2019

Thank You Scientist - Live at Backroom Studios EP (2019)


Ricordando che nel prossimo numero di PROG Italia, in edicola dal prossimo 20 settembre, ci sarà una mia intervista al chitarrista Tom Monda, i Thank You Scientist sono tornati in azione, alla vigila del loro tour inglese in supporto ai Coheed & Cambria che li porterà ad esibirsi anche all'ArcTanGent Festival, pubblicando l'EP Live at Backroom Studios nel quale si trovano due tracce registrate dal vivo tratte dall'ultimo Terraformer.






domenica 11 agosto 2019

Gavin Castleton - Home (2009)


Gavin Castelton è un nome che è sempre ruotato vicino alla scena del prog hardcore e Home, pubblicato dieci anni fa, è probabilmente il suo album più maturo e completo. Attivo come solista per molti anni, Castelton ha collaborato con i Rare Futures, suonando al loro fianco più di una volta, ed è di recente entrato ufficialmente nella formazione dei The Dear Hunter come tastierista, ma le sue capacità eclettiche di autore e performer erano già state ampiamente dimostrate nei Gruvis Malt, prima band in cui ha militato e della quale è stato tra i fondatori. Attivi dal 1995 al 2005, i Gruvis Malt furono un leggendario culto nei territori del Rhode Island e limitrofi, giovani talentuosi strumentisti pionieri di un sound che fondeva jazz, hip hop, prog, math rock e funk. Ed è proprio questo curriculum che alla fine mi ha convinto a scoprire Home, album che conoscevo per fama ma al quale finora non avevo dato interesse.

Partiamo con il dire che Home è un concept album, o meglio una rock opera sui generis che lo stesso Castleton ha ribattezzato "popera". La trama stessa è alquanto singolare, Castleton prende ispirazione dalla sua vita personale e racconta la fine della propria relazione con la fidanzata, ma decide di metterla in scena sullo sfondo di un'apocalisse zombie. La storia è narrata in prima persona mentre Castelton condivide, in più di un brano, le parti vocali con la bravissima Lauren Coleman che intepreta il ruolo della ex fidanzata, i cui interventi e duetti sono un valore aggiunto all'opera. Idea che mette in una prospettiva originale tutto il racconto. Castlelton, oltre che capace musicista si rivela paroliere acuto e di spiccata sensibilità ed è ovvio che, proprio per la natura narrativa dell'opera, i testi svolgono un ruolo chiave al suo interno al pari della musica.

Si crea così un brillante mix che la maestria di Castelton come arrangiatore e strumentista permette di rileggere la materia da rock opera, facendola passare attraverso un trattamento inusuale per un musical. La capacità straordinaria di Castleton risiede nel riuscire a far fluire non solo mutamenti tematici, ma anche stilistici all'interno del medesimo brano. E' vero, si percepisce sottotraccia un che di teatrale che gli interventi orchestrali e gli ammiccamenti al pop del passato si assicurano di tramandare, tipo le modulazioni su Bugguts e il rock doo-wop di Coffeelocks, ma non c'è nulla che possa risultare immediato o cantabile. Il focus a cui punta Home non è l'immediatezza, la sua eccellenza è indirizzata sulla performance, sulla finezza degli arrangiamenti molto ricercati e complessi esecutivamente. Piccole finezze come il breakbeat motore ritmico di Warpaint, o l'andatura instabile nel sinuoso soul Sugar on the Sheets, sono solo la punta dell'iceberg di idee disseminate musicalmente su più livelli.

Sulla scia di Razia's Shadow dei Forgive Durden, se ne ricava un art pop (o prog pop) dove nulla è come appare, ad esempio The Human Torch non ha un refrain conforme alla ballata malinconica che incarna, ma decide piuttosto di allargare a tutto il brano il senso di compiutezza. Anche l'r&b di Unparallel Rabbits e Layers o il disco funk alla Prince di Stampete non corrispondono all'idea convenzionale di "genere" dove il chorus è il perno attorno al quale si muove tutto il brano. L'intensità viene dettata dallo sviluppo e dall'impianto strumentale all'interno della panoramica totale che abbraccia l'intera sua durata. Per questo un ascolto con le cuffie è consigliato, per approfondire le sfumature che possono sfuggire. Il fatto che ancora, dopo dieci anni, questa piccola gemma che è Home non abbia ricevuto un degno riconoscimento la dice lunga su quanto Castelton abbia preferito privilegiare la sostanza dell'arte piuttosto che la sua forma più ovvia.


venerdì 9 agosto 2019

Sleep Tactics - Sleep Tactics (2019)


Sleep Tactics - ovvero quando la definizione di power trio non potrebbe calzare meglio. Il debutto omonimo di questa band è un'epifania e una deflagrazione al tempo stesso viscerale e controllata. Già, perché alla furia del post hardcore il trio di Philadelphia - composto da Dan Smith (chitarra, voce), Matt Weber (batteria) e Josh Taylor (basso, voce) - bilancia l'impegno geometrico del math rock. Ma Sleep Tactics non vive solo di questo, strumentalmente c'è molto di più. Nei ricami affilati e ruvidi della chitarra di Smith si trova tanto post rock quanto shoegaze ed è da qui che prende vita un incontrollabile e inesorabile tour de force che si protrae per tutte le sette tracce.

Significance Theme svela il suo spessore poco a poco, partendo come una melodia frenetica indie rock ma riservando una più rauca svolta nel finale ed in seguito gli Sleep Tactics continuano a mantenere una certa indole solare e math hardcore nelle ritmiche spigolose di A Promise to Suffer o nella paradossalmente malinconica litania punk di Pitted, anche se la tensione non abbandona mai l'andamento spedito. Il singolo Don't Protect Yourself si destreggia nei suoi cambiamenti tematici con una forza e un'irruenza da manuale, la formula prosegue con Herniated che conta sulla sua veloce ritmica e sui riff scaricati con la stessa urgenza di un'arma automatica. Un fuoco di fila impressionante.

Poi, discorso a parte meritano il mastodonte Anatomy of a Lesson Learned, il quale dispiega tutto il potenziale prog sperimentale degli Sleep Tactics, insieme alla conclusiva paranoica No Insight (for the kids). Lunghe e articolate, entrambe si prendono tutto il tempo di costruire percorsi contorti e poderosi attraverso l'appoggio di arpeggi abrasivi al limite della dissonanza nella medesima prospettiva dei Palm, dove il cantato si alterna tra l'ipnotico e l'impetuoso, mettendo sullo stesso piano un vortice di umori contrapposti. Qui siamo alla massima espressione del math rock sperimentale. Ok, d'accordo gli osannati black midi, ma per me questo giro lo vincono gli Sleep Tactics.


giovedì 8 agosto 2019

Agent Fresco - "Destrier" live in Reykjavik


Per il quarto anniversario dell'album Destrier gli Agent Fresco hanno pubblicato su YouTube il video integrale del concerto tenuto a Reykjavik il primo ottobre 2015 e finora disponibile solo su acquisto. Un anno fa la versione audio del concerto era stata pubblicata anche su Bandcamp.
In altre news gli Agent Fresco hanno da poco iniziato le registrazioni per il terzo album.



mercoledì 7 agosto 2019

Tool - Il nuovo singolo "Fear Inoculum" e altre news


Insomma è tutto vero, non stiamo vivendo in una realtà parallela. Il nuovo album dei Tool uscirà veramente il 30 agosto e il titolo è Fear Inoculum, dal quale oggi è stata anticipata la title-track e si è dato il via ai pre-ordini. Anche la data scelta per il lancio non sembra essere casuale poiché, come ha spiegato Adam Jones, il numero 7 gioca un ruolo cruciale nel contesto dell'album, tanto che il chitarrista avrebbe voluto intitolarlo Volume 7: molti pezzi sono stati scritti in 7/4, le tracce sono 7 in tutto (e pare due segue) e al momento di discutere l'evoluzione concettuale del lavoro il numero continuava a saltare fuori nelle discussioni con Maynard Keenan e Alex Grey, ancora una volta responsabile dell'elaboratissimo artwork in collaborazione con altri artisti. Tra le cose più sorprendenti c'è proprio il packaging del CD che nella sua confezione pieghevole conterrà un piccolo schermo 4 pollici, ricaricabile tramite cavo USB, con video in esclusiva, speaker da 2 watt, un booklet da 36 pagine e una card per il download che promette quasi dieci minuti di musica in più rispetto agli 85 (!) del CD.

In questi giorni i Tool stanno centellinando le informazioni come briciole di pane, con il risultato prevedibile di aumentare l'attesa come se questa non fosse già a livelli altissimi. Prima è stato svelato il titolo, poi la copertina ed oggi la title-track. Alcune altre notizie sono trapelate dalle interviste che usciranno per le riviste Guitar World e Revolver Magazine, scoprendo che la band aveva già fatto ascoltare in anteprima il disco ad alcuni giornalisti selezionati durante il tour europeo di giugno. Quindi sappiamo che i due pezzi presentati live, Descending ed Invincible, sono inclusi su Fear Inoculum ed è stato confermato che i brani superano tutti abbondantemente i dieci minuti, presentando molteplici movimenti e strutture molto dense. Tutto fa pensare che se ci sono voluti 13 anni per concepirlo ce ne vorranno altrettanti per digerirlo.



2006-2019: i Tool hanno avuto modo di finire anche il BBQ. Nasce il genere post barbecue

giovedì 1 agosto 2019

Altprogcore August discoveries


Conosciuti di rinterzo perché amici dei Thank You Scientist (hanno il manager in comune e i cantanti dei due gruppi vivevano nello stesso appartamento), i One Hundred Thousand hanno pubblicato The Forms In Which They Appear nel 2016. Il loro stile non è eclettico come quello dei TYS, ma si destreggia molto più "semplicemente" in un prog metal dalle caratteristiche dirette e con passaggi dalla presa immediata, semi imparentato con il djent. E' un po' quel crossover messo a punto da molti gruppi australiani come Dead Letter Circus, Chaos Divine e Circles: non troppo metal e non troppo prog, ma molta melodia epica.



Il batterista degli Animals As Leaders Matt Garstka e il chitarrista Joshua De La Victoria hanno questo progetto insieme chiamato Victoria con il quale hanno prodotto l'EP Modern Value lo scorso anno e ora è appena uscito l'ottimo singolo Kepler. Naturalmente si tratta di musica strumentale ad alto tasso di virtuosismo, con il drumming spettacolare di cui è capace Garstka e la chitarra fusion-metal molto gustosa di De La Victoria.




I New Ghost sono un collettivo che ha composto questo album in una fattoria nelle colline vicino a Sheffield. Il principale responsabile delle composizioni, Chris Anderson, ha coinvolto come ospite alla voce anche l'ex Aereogramme Craig B. E proprio quelle armonie dalla velleità grandiosa e malinconica rivivono in alcuni momenti di New Ghost Orchestra.



Gli inglesi Dead Ground con il secondo EP No Thoughts, No Tears e con il singolo appena uscito Going Nowhere si confermano una band da tenere d'occhio nel circuito alternative rock, a cui interessa anche addentrarsi in soluzioni meno mainstream, utilizzando lo stesso temperamento di Hypophora e Black Peacks, con i quali i Dead Ground hanno suonato.



Gran trio francese di math rock questi Big Bernie. Il primo EP che tirano fuori è di solo quattro tracce, ma sufficienti a scandagliare il genere contaminandolo di altri influssi tra cui psichedelia, sperimentazione e prog rock.



Arrivati al secondo album con New Life, i Flying Machines si propongono come un quartetto strumentale che fonde progressive rock e jazz contemporaneo. Molto buono.



Green Tree Novelty Tea è un duo formato dal bassista degli Axon-Neuron Corey Haren (qui nelle vesti di chitarrista) e dal batterista Eric Vaught. The Lion's Suite è un ruvido EP di prog punk mischiato con math rock registrato interamente dal vivo e in presa diretta, che ricorda l'attitudine dei gruppi della Dischord Records, in particolar modo la destrutturazione sonora dei Faraquet.

martedì 30 luglio 2019

The Tea Club - If / When (2019)


In questi quattro anni intercorsi tra Grappling e If / When i The Tea Club sono riusciti a cambiare ancora una volta la line-up con l'ingresso di Joseph Dorsey alle tastiere e Daniel Monda (fratello di Tom dei Thank You Scientist) alla batteria. Rimangono costanti i fondatori e fratelli McGowan, Daniel e Patrick, e Jamie Wolff al basso. If / When, ci fanno sapere, è il prodotto diretto o inconsciamente indiretto dei molti cambiamenti ed eventi accaduti nelle loro vite personali, che siano stati tristi o felici. Naturalmente ciò ha portato ad un ennesimo cambiamento di rotta stilistico, riuscendo a conseguire, al quinto album in studio, il lodevole traguardo di non essersi mai ripetuti a livello musicale, pur rimanendo senza dubbio incasellati nella sfera del prog rock. Dirò di più, non ricordo un gruppo prog contemporaneo che sia riuscito ad esprimersi con un'estetica sonora così mutevole ad ogni lavoro.

If / When si può così riassumere in due parti. La prima mette virtualmente da parte i connotati prog più accentuati e procede verso scelte quasi cantautorali, instaurando fin da subito un'aria bucolica con la breve e placida introduzione di The Way You Call. Mentre il rock diretto e sanguigno di Say Yes interrompe di botto e temporanemante l'atmosfera della delicata prefazione, If I Mean When, Sinking Ship e Came at a Loss abbracciano di nuovo i territori da ballata acustica con tutti i connotati del caso, che spaziano verso inflessioni da West Coast alla Crosby, Stills & Nash, America e agli immancabili Beatles. L'unico pezzo che si distacca in modo sostanziale da questa prospettiva è Rivermen: un sinistro crescendo che sfocia in un ossessivo shoegaze di chitarre elettriche affilate e voci tormentate. Un buco nero in mezzo a tanta luce.

La seconda parte è invece occupata interamente da Creature, una suite che sfiora i ventotto minuti che i The Tea Club lasciano come ultima traccia quasi a suggello per riversare le reali velleità di questo album. Si passa quindi attraverso vari stadi e umori, fortunatamente senza farsi venire la voglia di pagare tributo ai vecchi classici e quello che stupisce di più sono gli intermezzi sperimentali di tastiere, a volte folli e frenetici a volte da tratti avant-garde. Nel prog le suite sono sempre servite agli autori per liberarsi delle inibizioni compositive e per testare ciò che un brano di durata contenuta non potrebbe darti la possibilità. Per i The Tea Club questo postulato sembra adattarsi più che mai poiché, nonostante nei loro album precedenti hanno ampiamente dimostrato di non aver paura di osare fuori dagli schemi del neoprog, Creature è di sicuro l'opera più ambiziosa testata dai fratelli McGowan. Solo per questo  If / When vale l'ascolto.



sabato 27 luglio 2019

Emergono i primi demo anni '80 di Kevin Gilbert


Prima di formare i Giraffe e di far parte dei Toy Matinee, Kevin Gilbert, intorno alla metà degli anni '80, aveva inciso un buon numero di demo rimasti per lo più inediti e mai circolati ufficialmente, ma solo sotto forma di bootleg. A questa lacuna per il momento sembra sopperire il canale YouTube di Scott Smith, ex batterista dei Giraffe, che proprio ieri ha pubblicato uno dei due nastri incisi da Gilbert, Sometimes Why (l'altro è Decent Exposure), e un'intervista radiofonica risalente al 1989 pochi mesi prima che venisse pubblicato l'album dei Toy Matinee. Nello show radiofonico Gilbert offriva qualche anteprima dall'omonimo esordio (Queen of Misery, There Was a Little Boy), un inedito dei Giraffe (Tired Old Man), la band che aveva appena lasciato per volare a Los Angeles e mettersi al lavoro con Patrick Leonard, ed infine parlava della sua collaborazione con Keith Emerson per l'album Changing States.

La cassetta contenente i demo di Sometimes Why era contrassegnata a nome Kai Gilbert, lo pseudonimo utilizzato all'epoca da Kevin per lavori occasionali come il tastierista nel tour di Eddie Money o come autore di soundtrack. Ad esempio la versione ufficiale di Nightmares, brano che apre la cassetta, fu cantata da Martha Davis della band The Motels e inclusa nella colonna sonora del film del 1986 Night of the Creeps (Dimensione Terrore). Inoltre compare la primissima versione di Image Maker che poi fu inserita sia nel primo album dei Giraffe The Power of Suggestion sia nella postuma rock opera solista di Gilbert The Shaming of the True. Queste e molte altre tracce rimaste inedite hanno indubbiamente un sapore vintage, ma con il revival che stanno attualmente avendo gli anni '80 in ogni ambito di sicuro non sfigurerebbero in una pubblicazione ufficiale. Per ora l'unica cosa probabile è che Scott Smith proceda e vada avanti con il suo lavoro di archeologia antologica e pubblichi nel suo canale altro materiale.



lunedì 22 luglio 2019

Alarmist - Sequesterer (2019)


Attivi fin dal 2011, gli irlandesi Alarmist si segnalarono come abili manipolatori di suoni di confine tra minimalismo, jazz, math rock e post rock nell'esordio Popular Demain del 2015, in una sorta di proseguimento sonoro di quanto messo in tavola da Jaga Jazzist e Three Trapped Tigers. Il paragone con questi ultimi persiste anche in questo seguito Sequesterer, con in più qualche spinta elettronica invasiva alla Strobes (sempre nella famiglia TTT) e per togliere ogni dubbio, se avete stima dei gruppi appena citati, è ovvio che Sequesterer sarà un album da non perdere.

Come i Three Trapped Tigers anche gli Alarmist sono in tre, ovvero Neil Crowley, Elis Czerniak e Barry O’Halpin, ma il contenuto così riccamente serrato di pezzi come District of Baddies, Boyfriend in the Sky e Kalite Quest li fa sembrare come un ensemble composto da più elementi. Perdersi nei rivoli strutturali aperti da Lactic Tang o immergersi nelle delicate spirali di Life in Half Time è l'equivalente uditivo di assistere ad una mostra di arte visiva. Quello degli Alarmist è uno studio sulle possibilità della musica elettronica applicate ai parametri del jazz unito al rock e, come un nuovo tipo di fusion, si rivela alla stessa caratura di musica colta del ventunesimo secolo. Questa logica è presente in Bronntanasaurus, un tema che potrebbe essere suonato da una big band e che qui viene trasfigurato in una suite elettro-cosmica. Quindi sì, Sequesterer anche se ad un primo impatto non sembra, è un album jazz, uno di quelli provenienti dalla stessa futuristica dimensione di Tom Rogerson, Adam Betts e Matt Calvert.



sabato 20 luglio 2019

The Complete Jeff Buckley & Gary Lucas Songbook


Dopo 25 anni ecco la notizia che non ti aspetti riguardante l'universo di Jeff Buckley e forse l'unica meritevole di una segnalazione nella selva di raccolte postume e posticce che hanno costellato la discografia post mortem di Buckley. Infatti Gary Lucas, il chitarrista che diede l'avvio alla carriera di Buckley, nonché co-autore delle immortali Mojo Pin e Grace, si è deciso a registrare ufficialmente anche tutti i restanti brani inediti scritti insieme a Buckley. I due si conobbero durante il concerto tributo a Tim Buckley e Lucas, ammaliato dal ragazzo, lo convinse a lavorare insieme a lui presentandogli alcuni pezzi che stava elaborando.

Nacque così la band Gods And Monsters durata lo spazio di pochissimo tempo e con un repertorio di dodici canzoni mai incise in modo professionale e suonate solo dal vivo, divenendo una delle più grandi occasioni mancate della storia del rock. Qualcosa di questo periodo trapelò sotto forma di demo casalingo in quel raschiamento del fondo di barile che fu Songs to No One 1991–1992, ma l'annuncio dell'album The Complete Jeff Buckley & Gary Lucas Songbook in uscita il 4 ottobre, promette di dare una luce definitiva a quell'esperienza purtroppo incompiuta. L'album sarà presentato in anteprima mondiale domani sera dal vivo a Roma.

Per portare a termine il gravoso compito vocale Lucas ha scelto il cantautore italiano Davide Combusti in arte The Niro e nel primo singolo uscito proprio ieri No One Must Find You Here la resa è degna di uno dei brani più potenti e suggestivi tra quelli rimasti purtroppo sino ad oggi nel cassetto e registrato in studio per la prima volta con altri titoli come Story Without Words, In the Cantina, Distorsion e Bluebird Blues. Da parte mia speravo in una versione definitiva in studio di No One Must Find You Here, soprattutto dopo averla ascoltata anche nell'interpretazione di Ninet Tayeb (visibile più sotto) quando ancora era una cantante conosciuta solo in Israele e lontano dalla visibilità ricevuta grazie alla collaborazione con Steven Wilson. Per la versione di Buckley e Lucas, invece, ci dovremo accontentare solo di quella bootleg per l'eternità.




domenica 14 luglio 2019

The Valley Ends - Hearth (2019)


Tra i nuovi gruppi prog australiani i The Valley Ends in questi anni sono stati purtroppo tra i meno attivi discograficamente, ma di sicuro la loro proposta è tra le più suggestive ed emotivamente sincere nella scena di Melbourne, ovvero la città natale del quintetto. Hearth è l'album d'esordio dei The Valley Ends, ma le loro origini vanno rintracciate al 2014 quando l'omonimo EP fece la sua comparsa realizzato con una formazione ancora in embrione dal duo Blake Drenth, che si occupò di tutti gli strumenti, e Tim D'Agostino alla voce. Già da quella prova le coordinate erano chiare: alternative rock che utilizza l'estetica del moderno math rock per dare un tocco onirico e ultraterreno alla musica.

Il gruppo si è poi stabilizzato con l'aggiunta di Rich Hebden, Dylan Smith e Petrus Humme, ma il cuore del sound dei The Valley Ends risiede ancora in quell'idea originale di D'Agostino e Drenth, il quale ha registrato e mixato Hearth, lasciando l'impegno della produzione al gruppo nella sua totalità. Hearth ha avuto una gestazione molto lunga, considerato che in origine sarebbe dovuto uscire alla fine dello scorso anno, ma forse il perfezionismo della band ha dilungato l'attesa e alla fine, come era da aspettarsi, l'album che ne è uscito ha i connotati di un viaggio sonico vivido, immersivo e vertiginoso.

E' vero che molto di ciò che il quintetto porta sul piatto proviene dall'influsso del prog hardcore alternativo americano di Circa Survive, Dance Gavin Dance e Emarosa (per i quali i The Valley Ends hanno aperto i concerti australiani), ma la formula viene amplificata e potenziata nei suoi contorni math rock, attraverso i molteplici strati di tessiture chitarristiche, mentre la voce acuta ed eterea di D'Agostino contribuisce a rendere ancora tutto più sognante. L'insieme sonoro dei The Valley Ends è così denso e stratificato da nascondere nelle sue pieghe la drammaticità del post rock e la calma catartica dei soundscapes ambient. Hearth può essere così riassunto in uno scontro di sentimenti musicali contrapposti, fluttuazioni chiaroscure di impalpabili connessioni tra l'evanescenza dell'ambient e la frenesia concreta del math rock.



lunedì 8 luglio 2019

Adjy - A Boy Called June (2019)


Dopo tre anni di assoluto silenzio e un brillante EP dal titolo Prelude (.3333), gli Adjy tornano dall'oblio con il singolo diviso in due parti A Boy Called June. Pubblicato in occasione del solstizio d'estate dalla Triple Crown Records il brano, nelle intenzioni della band e del suo leader Christopher Noyes, vuole essere una celebrazione dell'estate espressa nel loro consueto stile innodico e melodrammatico, ma questa volta più cantautorale rispetto all'emo prog dell'EP. Qui rimane la fascinazione nei confronti delle percussioni al fine di trasmettere il senso di gioia e apertura per l'arrivo della nuova stagione e il classico cantato di Noyes che tende ancora al midwest emo. Dopo tre anni di attesa era lecito aspettarsi qualcosa di più, anche un album, ma non è detto che dopo questo ritorno a sorpresa gli Adjy se ne staranno in disparte per molto ancora.


sabato 6 luglio 2019

Sleep Token e la strada che porta a "Sundowning"


Come ormai è nella propria tradizione misteriosa ed esoterica, anche per l'avvento dell'album di debutto degli evanescenti Sleep Token, che arriva dopo due EP e qualche singolo, è stato pensato qualcosa di particolare. A partire infatti dal 21 giugno (solstizio d'estate) il gruppo ha iniziato a rilasciare il primo dei dodici brani che faranno parte di Sundowning, il tutto procederà con cadenza regolare a distanza di due settimane, guarda caso al calare del sole, accompagnandoci alla fatidica data del 22 novembre quando sarà realizzato l'album. Tra i formati annunciati si parla anche di un box set contenente registrazioni precedenti.

Per ogni traccia è stato creato un simbolo e un artwork specifico, indicati nel sito ufficiale, come se ad ognuna di esse fosse attribuito un vero e proprio status di opera indipendente. In effetti con i due brani pubblicati sinora non solo gli Sleep Token mostrano approcci musicali differenti che proseguono nel loro mix di post metal e art rock, ma anche la capacità di operare una notevole crescita rispetto agli standard che loro stessi avevano impostato nei due EP.

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SUNDOWNING: “Sundowning, or sundown syndrome, is a neurological phenomenon associated with increased confusion and restlessness in patients with delirium or some form of dementia. The term ‘sundowning’ was coined due to the timing of the patient’s confusion. For patients with sundowning syndrome, a multitude of behavioural problems begin to occur in the evening or while the sun is setting…”

From June to November, through 12 tracks and passing seasons, Sleep Token reveals an evenly-spaced, precisely-timed sequence of recordings that stand as both individual touchstones and carefully aligned musical pieces, all informed by a common emotional thread plus a flow of graphics and videos specific to each song; the end result is a digital and physical release of the album on November 22nd, with format choices embracing a bespoke box-set containing a variety of exclusive elements, including early recordings.

Starting with ‘The Night Does Not Belong To God’, the opening track on the album, the singles will be issued, in sequence, every two weeks at sundown (GMT). ‘The Night…’ arrives on summer solstice when the sun is highest in the sky in London, descending throughout the subsequent singles releases.

Worship.




mercoledì 3 luglio 2019

Altprogcore July discoveries


Con Cheshire King i Vesper Sails firmano un interessante esordio fatto di atmosfere rilassate che si incontrano tra i confini dell'alternative rock e l'art rock che utilizza qualche progressione jazz e math rock fusi in una cornice psichedelica, oppure per dirla con le parole del gruppo: "Imagine if Thom Yorke and St. Vincent played a show with This Town Needs Guns, except Danny Carey was subbing on drums, Joni Mitchell sang guest vocal, and you’re traveling underwater, like a manatee."



Credo che in pochi si ricordino dei brillanti Feed Me Jack. Comunque, il loro ex chitarrista Robert Ross ha iniziato questo sfiziosissimo nuovo progetto math pop chiamato Bobbing e il primo EP Thank You For Singing To Me è un piccolo compendio di surrealismo strumentale spezzettato in piccoli frammenti di elettronica, chiptune e micro art rock da camera.



Assistendo ad un recente scambio di messaggi tra Tom Monda (chitarra dei Thank You Scientist) e Nick Sollecito (basso dei The Dear Hunter) tra i due è stato fatto il nome a me ignoto di Gruvis Malt. Andando a controllare è venuto fuori che è il nome appartiene alla prima band di Gavin Castleton (attualmente membro dei The Dear Hunter) vissuta tra gli anni 1995 e 2004. I Gruvis Malt furono dei pionieri del jazz prog rock nella scena indipendente di Providence e delle varie zone limitrofe, diventando un vero e proprio culto in quegli anni come competenti musicisti di avanguardia. Maximum Unicorn fu il loro ultimo lavoro (e forse il migliore) che si andava ad aggiungere ad una discografia ampia ed eterogenea che fondeva progressive rock, hip hop, jazz e funk, o per meglio definirlo con il termine coniato dai membri stessi "futurerock". Dei sei elementi che componevano i Gruvis Castleton, Brendan Bell e Justin Abene andarono a formare un'altra band ancora più assurda di nome Ebu Gogo.



Ihlo è una nuova progressive metal band inglese che si affaccia sulla scena con Union, album di debutto che li presenta come alfieri di un djent ad alto tasso melodico tra le cui influenze dichiarate si contano Tesseract, Haken, Periphery, Leprous e Devin Townsend.



L'esordio dei Dark Spring More Than Suffering è un salto nell'emocore più classico che assorbe influssi dal pop punk e giusto qualche riflesso prog hardcore memore di Circa Survive e Sunny Day Real Estate.

venerdì 28 giugno 2019

Le migliori uscite di metà anno 2019


Neanche il tempo di compilare il best of del 2018 che già siamo arrivati a metà del 2019, e come di consueto ecco un piccolo sunto che raccoglie 21 tra le migliori uscite pubblicate finora. Dopo un inizio anno un po' sonnacchioso, strada facendo ci sono state molte sorprese che si sono accavallate, tra le quali un ritorno in gran spolvero dei Biffy Clyro e un impensato (da parte mia) apprezzamento nei confronti dei Periphery. Ma tra tutti svetta la scoperta (relativa) dei Copeland che con Blushing firmano quello a cui, senza esagerare, non esito ad attribuire il termine di vero e proprio capolavoro. Naturalmente sarebbero da aggiungere alcuni pregevolissimi EP che però rimanderò alla solita lista separata di fine anno.


 1.Copeland - Blushing



2. Thank You Scientist - Terraformer



3.Umpfel - As the Waters Cover the Sea 



4.Snooze - Familiaris



5.The Mercury Tree - Spidermilk 



6.American Football - American Football (LP3)



 7.OWEL - Paris



8.East Of The Wall - NP-Complete



9.Anton Eger - Æ



10.Arch Echo - You Won't Believe What Happens Next!



11.Narco Debut - Strange & Ever-Changing Depths



12.Holding Patterns - Endless



 13.Periphery - IV: Hail Stan



14.Biffy Clyro - Balance, Not Symmetry


15.Moon Tooth - Crux



16.QUIET LIONS - Absenteeism



17.Firefly Burning - Breathe Shallow




18.The Jon Hill Project - Rebirth


19.Earthquake Lights - Distress Signals



20.IZZ - Don't Panic

21.Farmhouse Odyssey - Fertile Ground