martedì 23 ottobre 2018

A.M. Overcast - That Being Said EP (2018)


A stretto giro dopo la pubblicazione del favoloso debut del side project Miles Paralysis insieme a Jon Markson, Alex Litinski torna al suo progetto principale in solitaria A.M. Overcast per un brevissimo EP di tre canzoni. In passato ci ha deliziato ed abituato a formati altrettanto sintetici a livello temporale, ma modellati come fossero degli album. That Being Said con le sue tre tracce potrebbe benissimo rivestire il ruolo di singolo, ma per gli standard di Litinski è invece innegabilmente l'equivalente di un EP. La musica riprende idealmente quello che aveva lasciato fuori l'ultimo lavoro Drown To You (2017), ma qui Litinski accentua ancora di più ogni caratteristica del progetto: il pop punk è ancora più diretto, frenetico e colmo di agganci melodici, mentre il puzzle math rock è portato a livelli sempre più veloci e stratificati. Un altro piccolo, piccolissimo gioiello da aggiungere alla collezione A.M. Overcast.


lunedì 22 ottobre 2018

Matt Calvert prima di Matt Calvert - The Heritage Orchestra e Evil Ex


Dato che sono rimasto colpito, ammirato (e chi più ne ha più ne metta) dall'abilità di Matt Calvert sia come esecutore che come compositore, dopo aver assimilato il suo ultimo recentissimo album Typewritten, ho deciso di andare a ritroso nella sua carriera di musicista e non ho potuto fare a meno di scoprire altre perle. Noto principalmente per essere il chitarrista dei Three Trapped Tigers e dei più recenti Strobes, Calvert ha mosso i primi passi con la The Heritage Orchestra, un collettivo di musicisti a formazione aperta, del quale fa ancora parte, il cui numero di elementi può variare a seconda delle occasioni. Come orchestra di impostazione classica, ha la particolarità di incorporare elementi e influssi moderni di popular music come soul, funk, jazz e l'album omonimo del 2006 rimane probabilmente il più rappresentativo per capire le sfumature che convergono nella Heritage Orchestra, in quanto è compilato da materiale originale e non da rivisitazioni come su quelli successivi. Calvert compare in veste di autore e co-autore di due esecuzioni straordinarie come D'Lin e Sky Breaks rispettivamente, prestando anche la sua chitarra per uno splendido solo in quest'ultima.




Il 2011 vede poi il vero e proprio esordio solista di Calvert con Bygones sotto lo pseudonimo di Evil Ex, dove fa tutto lui accompagnato solamente dalla batteria di Adam Betts, suo futuro compagno nei Three Trapped Tigers. Futuro perché, anche se Bygones è stato pubblicato nel 2011, la sua registrazione risale in realtà al 2007, quando ancora i TTT dovevano ancora realizzare il loro primo EP uscito nel 2008. Qui troviamo un Calvert sempre e(c)lettrico e in vena di decostruzioni avant-grade, ma ancora solo in avvicinamento al devastante sound IDM math rock del suo trio. Tra una rivisitazione elettro-minimale di D'Lin, quadri noise accostati a crescendo inesorabili e improvvisi assalti metallici il risultato è altrettanto epico, ma con un vezzo compositivo forse più vicino spiritualmente ai canoni e moduli della colta contemporanea che non al prog rock, facendone così un perfetto preludio elettrico speculare alla via acustica mostrata su Typewritten.



www.mattcalvert.co.uk

domenica 21 ottobre 2018

Esperanza Spalding - 12 Little Spells (2018)


Dopo aver pubblicato Emily's D+Evolution due anni fa deve essere scattato qualcosa in Esperanza Spalding, dato che da allora si è impegnata in progetti sempre più ambiziosi e "a tema" per così dire, sempre più tesi alla ricerca di spingere le proprie possibilità e alla sperimentazione. La prima prova in un campo nuovo risale all'anno scorso quando la bassista si chiuse in studio per 77 ore filate, comprensive di diretta streaming, registrando quello che poi è diventato Exposure. Adesso con 12 Little Spells tenta qualcosa di analogo a livello di improvvisazione e che questa volta si estenda oltre la musica.

Ancora facendo affidamento sui numeri, i 12 incantesimi sono anche la quantità delle tracce incluse nel disco, ognuna delle quali si riferisce ad una parte ben precisa del corpo umano e alle proprietà spirituali, di potere ed energia, legate ad esse. Un lavoro che non si risolve solo sul piano musicale ma anche su quello visivo, dato che la Spalding per dare una dimensione totale all'opera ha collaborato con la visual artist Carmen Daneshmandi, il direttore teatrale Elkhanah Pulitzer e il videomaker Ethan Samuel Young, legando ad ogni canzone un video corrispondente che poi la musicista ha realizzato tramite il proprio sito ufficiale, uno alla volta, ogni giorno a partire dal 7 ottobre.

Ad ascoltare 12 Little Spells si ha la sensazione che la maggior parte del materiale sia stato improvvisato ed infatti la Spalding ha gettato le basi per l'album proprio in Italia all'interno di un castello con i suoi musicisti per poi registrare il risultato in due settimane a Brooklyn. L'ispirazione parte dalla pratica spirituale giapponese del Reiki che prende spunto dall'energia interiore del corpo per guarire le nostre emozioni negative, fino ad arrivare alla Psicomagia di Alejandro Jodorowsky che invece cerca di sanare i traumi psicologici tramite l'uso dei tarocchi.

Partendo dalla title-track che utilizza l'orchestra in modo suggestivo per aggiungere una parvenza di linearità, l'album si addentra ben presto in un sentiero di indeterminatezza formale, palesando la sua vera natura di aleatorietà musicale nel seguire più la parola cantata che una vera e propria struttura. L'opera si traduce così in una sorta di flusso di coscienza strumentale che funge da trampolino per quello che la Spalding ha da dire (o meglio da cantare), accentuando tali caratteristiche e divenendo sempre più ostico mano a mano che ci si avvia verso la parte finale. Sicuramente, nel mostrare le possibilità della sua idea di improvvisazione impressa su nastro, la Spalding dimostra in questa nuova incursione nell'art pop sperimentale, se possibile, ancora più coraggio che su Exposure. Il suo percorso di unire pop e jazz si fa quindi sempre più simile all'intellettualismo di Joni Mitchell, il cui spirito aleggiava già nelle canzoni di Emily's D+Evolution.

sabato 20 ottobre 2018

Vinilici - un documentario sul vinile e sull'amore per la musica

In uscita il 20 novembre un documentario che penso potrà interessare gli appassionati di musica, ma non solo progressiva. Si intitola Vinilici ed il suo soggetto è così descritto:

A settanta anni esatti dalla nascita del disco in vinile, il docufilm Vinilici vuole indagare sul ritrovato interesse per la musica su vinile in Italia. I dischi in vinile, infatti, non sono più acquistati solo dai collezionisti ma anche da una nuova e più ampia schiera di appassionati di diverse età. Si tratta di un nostalgico ritorno al passato o di un’opportunità per il futuro?

Attraverso le testimonianze di musicisti, autori, collezionisti, audiofili, venditori, sociologi, appassionati,  Vinilici è la storia di un’icona, il disco: dalla registrazione alla stampa, dalla distribuzione all’acquisto, dall’ascolto alla sua conservazione.

Molte sono le testimonianze presenti nel film: Renzo Arbore, Claudio Coccoluto, Elio e le Storie Tese, Renato Marengo, Mogol, Giulio Cesare Ricci, Red Ronnie, Lino Vairetti, Bruno Venturini, Carlo Verdone ed altri ancora.

Il film parte da Napoli, originaria capitale della musica e del disco in Italia. E non è un caso: la Phonotype Record, fondata a Napoli agli inizi del ‘900, è tra le prime case discografiche al mondo ad avere un autonomo stabilimento per la fabbricazione di dischi.

Il filo conduttore del film è l’amore per il vinile, inteso nel vero senso del termine perché evidenzia la musica come elemento imprescindibile nella vita di ognuno, anche se in modo sempre soggettivo. Infatti la scelta del titolo deriva da un certo modo di vedere il vinile, quasi come una piacevole dipendenza, una “buona droga”, come, del resto, tutta la musica.

Vinilici non è un documentario tecnico per pochi esperti ma il racconto di esperienze di appassionati che si uniscono in una storia più grande, quella del vinile.

Vinilici - Trailer from Giorgio Beltrame on Vimeo.

mercoledì 17 ottobre 2018

the EFFECTS - Eyes to the Light (2017)


Nella leggendaria scena hardcore della Washington D.C. degli anni '90, tra le tante band raccolte intorno all'altrettanto leggendaria etichetta Dischord Records ce ne fu una in particolare, che rispondeva al nome di Faraquet, il cui sound si imponeva con forti accenti prog, ritmiche sincopate e chitarre con fraseggi math rock che ispirarono molti giovani musicisti a venire. I Faraquet durarono lo spazio di poco tempo, ma quel breve periodo bastò per lasciare il segno, soprattutto postumo, con il seminale The View From This Tower (2000) e il leader Devin Ocampo rimase sempre attivo nell'ambiente musicale della città sia come produttore che come musicista, formando tra l'altro i Medications.

Da qualche anno Ocampo ha messo in pausa i Medications e con l'irrequietezza artistica che lo contraddistingue ha formato i the EFFECTS, pubblicando alcuni singoli e l'album Eyes to the Light (sempre per la Dischord Records), risalente ad un anno fa. Come i Faraquet anche questa nuova band si presenta in una veste di trio, questa volta in collaborazione con Matt Dowling (dei Deleted Scenes) al basso e David Rich (ex Buildings) alla batteria. Ancor più che con i Medications, Ocampo sembra qui riprendere il discorso interrotto con i Faraquet, anche se con uno sguardo volto leggermente all'accessibilità. Usare questo termine pare esagerato e rischioso quando ci si trova di fronte ai riff taglienti della chitarra di Ocampo che si aggrovigliano uno sopra l'altro oppure alle continue evoluzioni ritmiche che completano l'ininterrotto fragore frenetico prodotto.

Eppure, tra le cervellotiche trame math rock e tra gli algidi mosaici alla King Crimson,
compaiono inaspettati squarci melodici e lineari, come se questo fosse il gioco o l'obiettivo della band: spiazzare rimanendo però fedele ad un'estetica prog hardcore che pulsa costantemente energia, anche nei pezzi di maggior immediatezza come Set It Off e Anchors Aweigh. Ma il lavoro meticoloso dei the EFFECTS nel proporre un'etica rigorosa di costruzioni strumentali che abbinano tecnica e sentimento pare proprio più vicino al serioso approccio del prog che non alla furia destrutturata del post hardcore. Un gran disco da recuperare.



www.the-effects.com

domenica 14 ottobre 2018

Sanguine Hum - Now We Have Power (2018)


Con Now We Have Power i Sanguine Hum concludono (forse) la saga concept iniziata con il precedente Now We Have Light, doppio album di tre anni fa che apriva la storia di Don, un singolare personaggio che dopo aver causato un'apocalisse, nel mondo post bellico dei sopravvissuti riesce comunque a creare un nuovo tipo di energia pulita e rinnovabile. L'invenzione si basa su due leggi fisiche innegabili: quando un gatto cade atterrerà sempre in piedi, quando a cadere è invece una fetta di toast imburrato, questa cadrà inevitabilmente dalla parte del burro. Ne conseguirà che, legando al dorso di un gatto un toast imburrato e lanciandoli in aria, i principi fisici non possono far altro che farli ruotare perennemente senza mai toccare terra in modo da creare un moto perpetuo che genera energia. 

Se non capite questo tipo di umorismo utilizzato dai Sanguine Hum come spunto per la loro storia probabilmente non siete fan di Douglas Adams o del nonsense patafisico canterburiano. La narrazione non manca comunque di momenti e occasioni per riflettere dato che Don, divenuto leader del suo nuovo mondo, verrà inevitabilmente corrotto dal potere, lasciando un finale aperto a nuovi scenari che forse saranno raccontati in un album successivo. Un soggetto distopico che, nonostante la sua attualità metaforica, il duo Joff Winks e Matt Baber aveva già in mente ben quindici anni fa, quando ancora si facevano chiamare Antique Seeking Nuns (nel loro primo EP del 2003 Mild Profundities comparivano i primi indizi). Now We Have Power vede anche il ritorno come ospite del batterista originale Paul Mallyon, che cinque anni fa lasciò per perseguire altri impegni, ricomponendo così con Brad Waismann una solidissima sezione ritmica in costante ricerca di tempi dispari.

La musica dei Sanguine Hum è una perfetta allegoria del concept su cui si basano i testi: ad un primo contatto sembra qualcosa di semplice e disimpegnato, invece il doveroso ascolto multiplo ne rivela tutta la sua complessa natura fatta di arrangiamenti stratificati e puntigliosi, che a partire dal pop e dall'art rock vi aggiungono spezie fusion e orchestrali, fino a comporre un mosaico post prog tra il canterburiano e lo zappiano (specialmente negli squarci strumentali Skydive, A Tall Tale, Flight of the Uberloon). Pur essendo in passato stati paragonati a questi due parametri stilistici, su Now We Have Power i Sanguine Hum conseguono una specie di indipendente maturità che li lascia esplorare lidi molto densi di idee anche se non sempre perfettamente compiute nel loro potenziale. Questo non va ad intaccare quella personale bolla sonora perfettamente riconoscibile che il duo Winks/Baber ha generato e sviluppato nelle loro varie incarnazioni (oltre ai già citati Antique Seeking Nuns si aggiunga la Joff Winks Band).

Il fascino ormai consolidato da anni del connubio tra i due musicisti è rimasto invariato e qui si cementa ancora di più, sopratutto su Speak to Us e Devachan Don che rimangono il cuore centrale dell'album. Baber, raffinato ricercatore di suoni tra il moderno e il minimale, aveva già dato prova della sua audacia tastieristica nel recente excursus solista Suite For Piano and Electronics; mentre Winks si contrappone alla parte sperimentale di Baber rimanendo l'anima melodica e cantautorale del gruppo. Dall'impostazione quasi impressionista di The View, Pt. 1 a quella a forma di ballad di The View, Pt. 2 ci si apre il mondo sonoro dei Sanguine Hum caratterizzato da abbondante uso di piano elettrico, frasi di synth e chitarre acustiche. Anche nell'impostazione compositiva i ruoli sono più chiari che mai: si capisce la predisposizione di Winks per ritmiche moderate ed elementi elettroacustici che affiora praticamente in ogni brano (tipo Bedhead, Quiet Rejoicing), mentre Baber aggiunge negli assoli e negli accompagnamenti forme circolari e reiterate unendosi in un sound pacato e gentile che parla un linguaggio post prog molto erudito.


sabato 13 ottobre 2018

VOLA - Applause Of A Distant Crowd (2018)


Quando i VOLA si mostrarono sotto i nostri radar l'entusiasmo nei confronti della loro formula riguardava i contrasti provocati da pesantissimi riff djent in opposizione a suoni di synth elettronica che ne replicavano le direttive sonore, donando al prog metal un'aura da retrowave patinata in stile Mew. Tre anni fa, quando uscì Inmazes, nessuno o quasi aveva sentito parlare dei VOLA e il clamore di quel lavoro fu tale che da artisti autonomi e indipendenti si ritrovarono a scegliere varie offerte da parte di case discografiche e adesso Applause Of A Distant Crowd viene pubblicato dall'olandese Mascot Label Group.

In questa nuova prova però sembra che i VOLA abbiano avuto un gran timore di fare il passo successivo oppure, peggio ancora, si siano trovati confusi su quale modo proseguire. Tutto ciò che appariva gigante, eccessivo e spinto al limite su Inmazes, qui viene riproposto affievolito in favore di canzoni costruite intorno ad un ritornello (Alien Shivers ne è l'emblema). Il che non costituirebbe nulla di male, se questa priorità non avesse penalizzato la volontà di progredire nello sviluppo delle idee che avevano funzionato così bene su Inmazes. Quelle di Applause Of A Distant Crowd sono composizioni dove il ritornello è avvolto da un involucro vuoto cadendo pericolosamente vicino agli errori di quel tipo di pop che punta solo alla facile presa, privilegiando dal punto di vista compositivo solo quella parte destinata ad essere ricordata. Con questo non si vuole far intendere che VOLA si siano dati al mainstream, piuttosto che l'ostentazione intenzionale nel privilegiare la forma canzone abbia appannato quel senso di avventuroso che poteva fare la differenza.

Con tale paragone non si sta quindi criticando l'aver cambiato rotta verso lidi più accessibili perché non è così, ma solo la metodologia di lavoro. Certo, ritroviamo sempre e comunque quelle poliritmie alla Meshuggah, ma ormai chi è che non ne fa uso? Non bastano più questi espedienti per elevarsi al di sopra della massa e così, ad esempio, le prime tre tracce We Are Thin Air, Ghosts e Smartfriend si risolvono in qualcosa di irrisolto che ti fa pensare "tutto qui?". Avevo grandi aspettative per Applause Of A Distant Crowd ma la delusione più cocente è che esso non rappresenta né una nuova direzione né una fotografia istantanea di ciò che hanno prodotto sinora, ma un netto passo indietro.