mercoledì 12 dicembre 2018

Atlas : Empire - The Stratosphere Beneath Our Feet (2018)


Dopo sei anni di carriera e tre EP alle spalle, gli scozzesi Atlas : Empire riescono finalmente a pubblicare il loro album d'esordio. Il preludio a The Stratosphere Beneath Our Feet fu posto addirittura tre anni or sono con The Stratosphere Beneath Our Feet Part 1: For The Satellite, EP dal quale gli Atlas : Empire vanno a ripescare due dei quattro brani presenti (Hostess e It's All in the Reflexes) e li riportano con una nuova incisione un nuovo arrangiamento. La procedura che caratterizza il prog hardcore degli Atals : Empire è una buona dose di malinconia epica tipica del post rock strumentale contemporaneo sulla quale il trio aggiunge parti vocali, ma si ha quasi la sensazione che i pezzi funzionerebbero anche autonomamente, senza l'apporto della voce, prova ne è la lunga suggestiva cavalcata spaziale The Entire History of You e parte della conclusiva Cenotaphs.

Naturalmente la cosa non interferisce con il prodotto finale, ma anzi aggiunge un tocco di drammaticità e un senso di completezza che contribuisce a percepire più chiaramente le dinamiche delle trame. Ci sono momenti che sfiorano il metal atmosferico (Hostess, As Yet Unwritten), altri più propriamente il post hardcore (The Moment We Were Exploding), ma sempre posti in una prospettiva progressive che non risparmia percorsi maggiormente contorti e involuti (The Year of the Four Emperors, Our Hands Part the Waves). In definitiva The Stratosphere Beneath Our Feet non va ad aggiungere molte novità per quanto già esplorato nei precedenti EP dagli Atlas : Empire, ma la si può considerare una dichiarazione di intenti per il futuro.



martedì 11 dicembre 2018

The 1975 - A Brief Inquiry Into Online Relationships (2018)


Per chi è sopra i trenta forse il nome dei The 1975 dirà poco, ma con soli due album il quartetto di Manchester è già diventato popolare tra i giovanissimi, riuscendo in poco tempo a bruciare le tappe e raggiungere l’agognato traguardo del primo posto in classifica in USA e in UK. Con questo terzo album però i The 1975 hanno attirato l’attenzione anche al di fuori del loro pubblico abituale, innanzitutto perché gli unanimi consensi della critica ricevuti da A Brief Inquiry Into Online Relationships sono sfociati in parallelismi azzardati con Ok Computer, un equivoco sciolto come neve al sole una volta ascoltato. Il riferimento si addice in effetti più alla forma che alla sostanza, in quanto il gruppo ha cercato di produrre un’opera su misura per la generazione Y.

La cosa che più si avvicina alla filosofia del famoso disco dei Radiohead è The Man Who Married a Robot / Love Theme, di fatto una Fitter Happier aggiornata al 2018. Comunque, che A Brief Inquiry Into Online Relationships si ponga come un trattato di sociologia sui nostri tempi o meno, quello che interessa maggiormente ai The 1975 è condensare in quindici tracce i canoni del pop moderno e le sue relative variazioni, non esenti da richiami anni '80, per un target preferibilmente rintracciabile tra gli under 20. Infatti, se Ok Computer partiva da stilemi sonori universalmente atemporali come psichedelia, prog ed elettronica, il grande limite di A Brief Inquiry Into Online Relationships è di contenere un’estetica musicale "usa e getta" per adolescenti, che difficilmente coinvolgerà una tipologia di ascoltatore più adulto.

Nel suo accumulo di luoghi comuni pop ogni cosa è un'istantanea del “qui e ora”: ci sono i beat dell’hip hop (How To Draw / Petrichor), c’è l’autotune dei Bon Iver (I Like America & America Likes Me) e c’è persino l’R&B nobilitato dalla tromba di Roy Hargrove (Sincerity Is Scary). Non mancano momenti che sembrano fuori luogo, in positivo o in negativo, dalla simpatica Give Yourself a Try che pare una cover di Disorder (Joy Division) riletta in chiave glitch da Max Tundra, ai barlumi di pop soul che sfiorano il Marvin Gaye e il Prince più svenevoli (I Couldn't Be More In Love), fino all’approccio così stupidamente innocuo di TOOTIMETOOTIMETOOTIME che parrebbe quasi una parodia da boyband per far innamorare le ragazzine.

Ma che il frontman Matty Healy prenda però tutto maledettamente sul serio ce lo mostra in un unico ed esaltante episodio il quale da solo varrebbe, non diciamo l’acquisto, ma per lo meno l’ascolto: Love If We Made It, è un epico inno (ancor di più se contestualizzato con il potente video) che può tranquillamente divenire un manifesto della contemporaneità caotica che stiamo vivendo. Da una vaga rassomiglianza con le prime note di The Downtown Lights dei The Blue Nile, il gruppo ne amplifica il ritmo marziale su una base retrowave, mentre il rant passionale di Healy declama slogan come se scorresse una cronologia di Twitter con gli eventi salienti degli ultimi due anni, tra riferimenti a Trump e alle contraddizioni della modernità. Insomma, più che The 1975, sarebbe stato quasi meglio The 1985. E se non ci credete date un’occhiata al video tributo ai Talking Heads di It's Not Living (If It's Not With You). A Brief Inquiry Into Online Relationships non è di certo l'album epocale che è stato descritto, ma l'hype che ha generato è figlio stesso della cassa di risonanza social da cui oggi queste band traggono sostentamento.

domenica 9 dicembre 2018

The Intersphere - The Grand Delusion (2018)


In genere le crisi umane personali, a qualsiasi livello, portano paradossalmente un artista a dare il meglio nel suo campo. I tedeschi The Intersphere erano fermi dicograficamente a quattro anni fa con Relations in the Unseen proprio a causa di questi problemi. Con The Grand Delusion forse hanno cercato di esorcizzare il passato e rimettere a posto le loro vite con una sorta di concept album ispirato alle teorie sulla realtà dello psicologo Paul Watzlawick e del suo omonimo libro.

Il risultato è l'album più vario e potente che il gruppo abbia prodotto sinora. Non nascondo che l'interesse per i The Intersphere sia nato per il fatto che mi capitò di vederli più volte paragonati ai Dredg. In realtà ben poco dell'hard rock barocco dei The Intersphere è accostabile alla band di Los Gatos, ma posso capire che in quanto ad esecuzione di un alternative rock venato di momenti progressive, la questione facilita una certa affinità. Complice la voce di Christoph Hessler e l'apparato strumentale intento ad erigere mastodontici muri post hardcore, le somiglianze si avvicinano con più coerenza ad un mix tra Sucioperro e Shihad.

Ma vediamo perché The Grand Delusion è un album che va ascoltato attentamente, nonostante abbia ricevuto un'accoglienza tiepida. Innanzitutto, nel suo mostrarsi molto accessibile e diretto, può facilmente creare l'equivoco di essere messo da parte in seguito a qualche ascolto poco attento, al contrario si comprenderà il suo valore solo dopo alcuni ascolti che svelano molte doti nascoste. Ma ciò che risalta maggiormente in The Grand Delusion sono la produzione, gli arrangiamenti e la cura dei suoni. I riff giganteschi, gli intrecci delle chitarre, la profondità delle ritmiche convulse, non si perdono in una nube indefinita di rumore elettrico, ma ogni suono viene esaltato, contribuendo a creare un'onda che avvolge l'apparato uditivo per un'esperienza di ascolto che è un valore aggiunto.

Ogni brano, nel suo mantenere uno schema tematico abbastanza ortodosso, conserva comunque al suo interno piccoli particolari di inaspettate variazioni che contribuiscono nel non abbassare la guardia e mantenere desta l'attenzione. Man on the Moon è forse l'esempio più lampante: quello che all'apparenza parte come come un rock slow alla Queens of the Stone Age, si arricchisce ben presto di epiche svolte prog hardcore passaggi da chamber con tanto di fiati e archi. Anche la title-track nei suoi frenetici bombardamenti punk metal si dipana in progressioni melodiche con proporzioni anthemiche da arena rock. Una cornice generale che esalta grandi aperture pensate per aggiungere quella sensazione larger than life ad un alternative rock che altrimenti si perderebbe nella massa. Ed è forse quello che è sfuggito a molti di coloro che hanno sottovalutato la potenza (ma anche le potenzialità) di questo album.


sabato 8 dicembre 2018

JYOCHO - The Beautiful Cycle of Terminal (2018)


Dopo molti EP o mini album che dir si voglia, il progetto JYOCHO del chitarrista Daijiro Nakagawa raggiunge finalmente il traguardo del primo full length, un'impresa che purtroppo non gli era riuscita neanche con la sua magnifica band precedente Uchu Conbini. 美しい終末サイクル o The Beautiful Cycle of Terminal è un altro album pieno di grazia che mostra come un genere aprioristicamente considerato freddo e razionale come il math rock possa invece trasmettere emozioni. La personale missione dei JYOCHO è infatti piegare la tecnica strumentale ai voleri del cuore e della melodia, fino a sconfinare oltre, più precisamente attraversando quel confine che in Giappone spesso viene considerato come un evoluto J-Pop.

Dolci e malinconiche, le armonie create da Nakagawa e compagni passano attraverso gli ormai collaudati ultra virtuosi arpeggi acustici e tapping elettrici, ritmiche sempre elaborate e accompagnati da un cantato femminile soave e delicato. Il gruppo suona musica complessa, ma ciò che arriva all'ascoltatore è l'esatto contrario: un rilassante e malinconico affresco sognante, crepuscolare e camuffato benissimo in art pop. Anche per questo conseguimento i JYOCHO sono attualmente la miglior band di math rock sulla piazza e Daijiro Nakagawa un talento raro che fin dalla sua militanza negli Uchu Conbini non ha mai registrato un calo di ispirazione.




venerdì 7 dicembre 2018

ALTPROGCORE 2018 BEST EPs


Se in genere si tende a sottovalutare la classifica annuale degli EP è perché esiste quella ben più corposa degli album che tiene inesorabilmente banco. Comunque ogni anno, e anche questo non fa eccezione, si possono individuare sempre lavori molto interessanti prodotti da artisti esordienti, piuttosto che proposti da altri nomi ormai affermati, che li pongono in una luce ancora esente da compromessi. E' successo infatti in passato che autori di brillanti EP di esordio si sono poi rivelati un fuoco di paglia una volta messi sotto pressione per realizzare un full length. Naturalmente auguro a tutti gli esordienti di questa lista di continuare sulla loro strada, senza mai perdere di vista l'entusiasmo del novizio. Ecco un buon motivo per gustarsi anche gli EP migliori dell'anno, perché molto spesso si dà il massimo fin dall'inizio.


#20.ARCHABALD 
CARCOSA



#19.AMARIONETTE
AMVIRI


#18.GOOD GAME
GOOD LUCK HAVE FUN



#17.KERO KERO BONITO
TOTEP



 #16.VAVÁ
THE OTHER SIDE



#15.LENIO
WEIGHT ON A SCALE


#14.CHILDISH JAPES
SALAMANDER
 

#13.MOETAR
FINAL FOUR


#12.NOWE
NOWE


#11.INSTRUMENTAL (ADJ.)
REDUCTIO AD ABSURDUM




#10.LOUSER
INTERMEDIATE STATE



#9.BAROCHE
SIDES


#8.A.M. OVERCAST
THAT BEING SAID


#7.HAVEN STATE
STRATUS


#6.VENNART
COPELAND


#5.THE MERCURY TREE + CRYPTIC RUSE
CRYPTIC TREE


#4.BLACK NEON DISTRICT
STANDING WAVES


#3.SKETCHSHOW
PATCHWORK



#2.REDWOOD
LAY YOUR LOVE DOWN


#1.OH MALO
YOUNG ORCHARD, vol.1

domenica 2 dicembre 2018

Mae - Multisensory Aesthetic Experience (2018)


Se si eccettuano i tre EP dalla vena eclettica (m)oring, (a)fternoon, (e)vening, pubblicati a cavallo tra il 2009 e il 2010, era dal 2007 con Singularity che i Mae non producevano un full length, un album che dopo gli exploit dell'esordio Destination: Beautiful e del suo successore The Everglow aveva lasciato l'amaro in bocca. Rimasti in tre, dal quintetto originale, Dave Elkins, Zach Gehring e Jacob Marshall nel frattempo hanno ristampato il proprio catalogo in vinile come per prepararsi a questo ritorno (chi non fosse a conoscenza della storia dei Mae può leggere qui), e ripartono con un lavoro che per titolo sceglie di mettere il vero significato del loro acronimo, come a voler sottolineare un nuovo inizio.

Il tempo che è passato ha inciso sul materiale composto per Multisensory Aesthetic Experience in modi differenti. Se da una parte si può rilevare il fattore positivo che ha dato modo alla band di rinnovarsi, sperimentando nuove strade, dall'altra si deve constatare il non proprio favorevole risultato di ottenere un album dagli esiti altalenanti. L'originario pop emocore dei Mae comunque qui evolve e diviene una versione adulta e matura grazie ad una significativa attenzione sui suoni moderni, capaci di unire ambient ed elettricità nel riuscito singolo 5 Light Years o nella ballad psichedelica No Promises (10001001001100), ma anche invalidare di contro il pathos negli sviluppi che talvolta ampliano la durata dei pezzi in modo pleonastico (You Fall When You Hesitate, Our Love is a Painted Picture, A Race for Our Autonomy).

Dicevamo del tempo trascorso il quale dona un'impronta eterogenea tra pezzi dall'impronta più pop rock, tipo The Overview e Simple Words, o altri dagli arrangiamenti più ambiziosi come Kaleidoscope o esperimenti mai provati prima come la strumentale ouverture di sintetizzatori Flow che, posta in chiusura alla tracklist, sottolinea l'aura spaziale di pop futuristico che permea tutto l'album. Multisensory Aesthetic Experience possiede quindi quell'impostazione di opera dalla lunga gestazione a più riprese, frutto di un lavoro che si concentra su vari aspetti dell'estetica del gruppo, ma che non sempre riesce a soddisfare in modo compiuto le idee che stanno dietro ad ogni brano.





www.whatismae.com

sabato 1 dicembre 2018

Altprogcore December discoveries


Yomi Ship è un trio di post rock australiano che è stato scelto nientemeno che dai Karnivool come supporto per il loro ritorno sulle scene con alcuni concerti previsti in gennaio. Credo sia sufficiente come biglietto da visita.



Un po' come i Palm gli Hypnic Jerks sono avvezzi ad un alternative rock sperimentale e non ortodosso che include nelle proprie composizioni una quantità di melodie idiosincratiche e scorci strumentali inaspettatamente dilatati e piuttosto ricercati.



Quintetto di Brighton formato nel 2014, i Porshyne mescolano quella alchimia tra heavy prog e suoni atmosferici che ultimamente è stata studiata e sezionata da band come Black Peaks, FOES, Atlas: Empire, pubblicando un EP che può lasciar ben sperare per il futuro.


Lost Crowns è un uovo supergruppo formato da membri di Stars In Battledress, Knifeworld, North Sea Radio Orchestra e Scritti Politti. Il loro primo album è in uscita il 25 gennaio e credo che interesserà tanto i fan dei Knifeworld quanto quelli dei Cardiacs.


Una nuova band di math rock strumentale sulla scia di Chon, Polyphia e Plini, per ora i TANG hanno pubblicato solo questo interessante singolo dal titolo Moon Sugar.

Dopo i Bulldada, i Terzo sono un altro progetto nato dalla fine dei Father Figure e formato dal chitarrista Gerard De Carlo e dal violinista Taka Aochi. All'album, che ha un'impostazione acustica e di folk tradizionale, hanno partecipato come ospiti anche i due ex compagni di band Mike e Steve Osso.