giovedì 19 novembre 2020

VEMM - Compromesso [Atto 1] (2020)

Nati nel 2013 per impulso del chitarrista Emanuele Luigi Andolfi, i VEMM (acronimo di Very Excited Mad Musicians) hanno all'attivo un omonimo album in studio del 2014, un live del 2017 e qualche singolo. Nonostante l'oggettiva qualità della proposta musicale che con eclettismo attraversa con disinvoltura vari generi come jazz, funk, metal, avant-garde e naturalmente prog, anche tra gli addetti ai lavori non sono stati in molti ancora ad accorgersi del gruppo romano. Speriamo che con il presente nuovo ambizioso progetto fresco di pubblicazione le cose si apprestino a cambiare.

Come suggerito dal titolo, Compromesso è il primo atto di una trilogia di album concept i cui capitoli successivi saranno Conservazione e Comunicazione. E' la stessa band a spiegare la storia aperta da Compromesso, la quale ruota attorno al personaggio immaginario di Elea, "una liceale, in procinto di sostenere l’esame di maturità. Si pone molte domande sul suo futuro e sull’umanità. Fa queste riflessioni tramite il suo diario a cui si rivolge con il “Tu”. In questo dialogo incessante, Elea si aliena dal mondo, saltando delle parti di vita quotidiana, in un paradosso in cui per cercare di trovare il significato della sua vita ne perde la vividezza. Nel percorso riesce a carpire uno schema alla base delle dinamiche naturali e umane, e divide questa ricerca in tre capitoli: Compromesso, Conservazione e Comunicazione. Un viaggio di formazione al confine tra realtà e percezione, della protagonista, che dialogando con varie parti di sé stessa vorrebbe sbrigliarsi dalla routine intrisa di preconcetti e rinascere dall’abisso della cultura con una consapevolezza in grado di riesumare i “tesori di umanità” che la rendono “reale”.

Il corposo sound del gruppo rispecchia la formazione allargata composta da Emanuele Luigi Andolfi (chitarra), Flaminia Lobianco (voce), Valerio Garavaglia (voce), Davide Savarese (batteria), Edoardo Cicchinelli (basso), Daniele Greco (chitarra), Giacomo Tagliaventi (tastiere), Costantino Stamatopoulos (sassofono) e Giuseppe Panico (tromba).

In bilico tra rock opera e opera concettuale, nel vero senso della parola, Compromesso scava nei meandri musicali come promette di farlo nei pensieri di Elea. Ed ecco allora che al singolo brano non basta più un titolo per essere caratterizzato, ma vengono associati due indirizzi, tipo a simbolizzare una biforcazione anche in ambito strutturale e formale. Come il percorso interiore della protagonista, infatti, ogni traccia è una scoperta che svela gradualmente le proprie deviazioni tematiche. L'ambivalenza dell'atmosfera racchiusa all'interno di esse funziona anche da incentivo per molteplici ascolti.

In pratica, la metafora delle voci interiori di Elea che si accavallano è ottimamente trasportata in musica con sovrapposizioni continue di strumenti e voci, permettendo alla band di spaziare nel modo più ampio possibile tra una moltitudine di dinamiche strumentali. L'opulenza degli arrangiamenti la si potrebbe ricondurre ad un trasversale gioco ed incontro di stili musicali, come il djent orchestrale di Tu/Pagine di Me, comprensivo di parti sinfoniche e acustiche, il frenetico electro prog sintetico di Entropia/Tempo che si tinge di bossa nova e fusion, oppure il jazz polifonico di Assillo/Assente, fino al calderone di chiusura Ombra/Gioco dell'Onda. Come a dire che gli accostamenti sono i più lontani ed improbabili, ma funzionano. Con Compromesso i VEMM si qualificano tra i più competenti, ambiziosi ed originali interpreti del prog italiano e non solo. Naturale che con tali premesse l'attesa per i prossimi capitoli a questo punto si fa concreta.

venerdì 6 novembre 2020

Vennart - In The Dead, Dead Wood (2020)


Costretto dal lockdown a cancellare eventuali impegni concertistici con i Biffy Clyro, Mike Vennart si è adeguato all'isolamento forzato e, oltre ad aprire una personale pagina Patreon, ha prodotto a sorpresa un album intero a due anni di distanza da To Cure a Blizzard Upon a Plastic Sea. In The Dead, Dead Wood riporta ancora la collaborazione e supervisione musicale degli ex compagni presenti negli Oceansize, Gambler alle tastiere e Steve Durose al mix. L'album nella sua totalità, a parte l'epica apertura di Silhouette, che è una delle cose più vicine agli Oceansize scritta dal Vennart solista, è un passaggio oscuro e meditativo nella discografia di Vennart, che non manca di squarci aggressivi come nel caso del singolo fuzz Super Sleuth. Il cantante e chitarrista mette qui in chiaro più che mai il suo amore per i Cardiacs e per Mike Patton, sconfinando in territori da ballad cantautorale su Elemental e Lancelot, le quali non mancano di offrire un impianto tastieristico velatamente chamber rock.

La title-track, fondata interamente su un drone minaccioso, è uno strumentale che funge quasi da spartiacque con i rimanenti tre pezzi finali, maggiormente dedicati all'aspetto sperimentale. Weight in Gold si poggia su un edificio di distorsioni che si contorcono in un incedere marziale ed ossessivo, mentre Mourning on the Range è una triste ed elegiaca composizione che sembra portare uno spiraglio di luce solo nel finale, soffocato poi dai riff funerei della chitarra, che riportano tutto ad un limbo oscuro. Forch in the Road rallenta e dilata ancora di più i tempi, accostandosi a quelle evanescenti cavalcate di stampo Oceansize come Savant e The Frame. Ad ogni modo, per i nostalgici di quel leggendario gruppo, In The Dead, Dead Wood appare come l'album più personale di Vennart, distanziandosi dai canoni della sua vecchia band. Oltre a ciò, la natura più immediata di certe soluzioni compositive, questa volta meno inclini a sperimentazioni progressive e maggiormente indirizzate al cantautorato art rock, palesa le circostanze improvvise e imprevedibili che hanno generato l'album.

sabato 17 ottobre 2020

Autocatalytica - Powerclashing Maximalism (2020)


L'incontrollabile, folle e imprevedibile progetto Autocatalytica del chitarrista Eric Thorfinnson approda, con Powerclashing Maximalism, ad un lavoro più contenuto e meno ambizioso del precedente e dobordante Vicissitudes. Non che l'eclettismo e la pirotecnica vena creativa siano carenti in questo capitolo, ma la minor quantità di materiale presentato fa in modo di digerire l'album con più dedizione e attenzione. Come sempre nella tavolozza degli Autocatalytica si passa da orrorifici growl a melodie power metal con la stessa incuranza eclettica di Devin Townsend, senza alcun timore di creare un saliscendi vertiginoso tra stili. 

La versatilità di Thorfinnson, che vanta studi al Berklee College of Music, torna in ambiti più impegnati con il prog jazz di Cheggo, il quale riprende la medesima spigliatezza strumentale da funk fusion dei Thank You Scientist, oppure mostra la propria finezza nel florilegio acustico alla Mike Keneally di Bananas Have Potassium. I due estremi antitetici sono toccati da Crawboi, fin dall'inizio una fluida e sognante ballad crepuscolare piena di suggestioni psichedeliche e prog che, a ridosso della coda, si tramuta in un apocalittico finale distorto e acido.

giovedì 15 ottobre 2020

Chaos Divine - Legacies (2020)


Gli australiani Chaos Divine con il quarto album, che arriva a cinque anni di distanza dall'ultimo Colliding Skies, hanno deciso di dare uno sguardo al passato e tornare parzialmente all'aspetto metal più estremo dei primi lavori, pur mantenendo la componente più prog e melodica emersa di recente. Sono loro stessi a presentare ampiamente i dettagli di Legacies:

The concept of legacy has had increasingly more meaning for Chaos Divine as time has gone by. As one of the world's finest progressive acts, they have secured their own legacy over the course of 15 years, three iconic albums, countless stage hours and a trophy cabinet full of awards and industry accolades. Added to this, with band members recently entering into the world of parenthood for the first time, Legacies has not only emerged as the most fitting title for their gargantuan fourth album, but the theme that threads everything together.

From the dexterous opener Instincts, to the powerhouse finale of Into The Now, Legacies is a journey of exemplary musicianship and songwriting. Songs like Only Son, Colours Of War and the ambient title track affirm the album's concept, while singles False Flags and Unspoken each flaunt the band's staggering level of finesse. Their progressiveness has never come at the cost of their songwriting, nor have their penchants for brutality and melody ever been at odds with one another. True to this, Legacies finds Chaos Divine galvanising the crushing heaviness of their early work with the musicality and atmosphere of their 2015 masterpiece Colliding Skies.

As a working band, Chaos Divine have always done the hard yards required to bring their vision to life. From their music, to their artwork, to their stage show; the band has taken no shortcuts in striving for greatness. Since their inception they have pushed the envelope with a series of stunning releases that would define them. They forged their name as one of the must-see emerging heavy acts with their relentless debut Ratio (2006) and from there continued to progress exponentially. Defying expectations with three phenomenal albums back-to-back (and one hell of a cover of Toto's Africa) Chaos Divine's musical output has been nothing short of heavyweight.

Each Chaos Divine album has built upon the one that came before it. 2008's Avalon took the heaviness of Ratio to lofty new places. Its follow-up The Human Connection (2011) was the perfect bridge between sheer heaviness and the increasingly more progressive sound that would define Colliding Skies. Honouring this tradition, the band have raised the bar yet again with Legacies. Visceral and emotional, Legacies captures Chaos Divine at their absolute best – due in no small part to the skilled production team of Forrester Savell, Brody Simpson, Troy Nababan and Simon Mitchell.

The process of writing Legacies was very different than previous records. After the colossal undertaking that was Colliding Skies, the band took a well-earned break from creating. Eventually, new ideas began to surface during intensive group writing sessions, and members of the band worked on other songs more or less in solitude. As Legacies began to unfold, so too did its concept. Singer David Anderton explains, “Unlike our previous works, Legacies has a really strong theme throughout the album. Virtually every song in some way links back to the experience of parenthood and the innocence of children.”

Guitarist Simon Mitchell adds, “When it came time to record, the songs needed to be fleshed out, so the recording process ended up being significantly longer than had previously been the case.” Upon listening to Legacies though, it is instantly apparent that the extra effort has been worthwhile. Flawlessly performed and produced, it is the band's finest work to date. 

sabato 10 ottobre 2020

The Most - Of What We Have (2020)


Con Of What We Have i The Most pubblicano il loro primo album dopo due interessantissimi EP di math rock che si incontra con il jazz. Il settetto infatti, oltre a far uso spregiudicato di trame complesse tipiche del rock più intricato, aggiunge una sezione di fiati (comprendente sax soprano e tenore e clarinetto), elementi che in questo album si ampliano con l'aggiunta di tre ospiti al clarinetto tenore, alto sax e tuba, facendo diventare a tutti gli effetti i The Most un ensemble sperimentale che, volontariamente o meno, si accosta anche alle metodologie stravaganti e tortuose del Rock In Opposition. L'equilibrio tra consonanza e dissonanza è costantemente rimesso in discussione non solo dagli strumenti, ma anche dalle tre voci di Connor Waage, Nick Hasko e Sean Pop a tratti volutamente sgraziate nell'inserirsi in un contesto musicale del genere che comunque, per il suo approccio funambolico, richiede una componente anarchica e destabilizzante.

lunedì 5 ottobre 2020

Arch Echo - Story I (2020)


Dopo averci deliziato con due ottimi album, gli Arch Echo si riservano di regalarci ancora una appendice di prog fusion ad alto tasso virtuoso con l'EP Story I. I quattro brani in esso inclusi non fanno altro che incrementare il caleidoscopico incastro strumentale, costantemente teso ad una frenesia senza attimi di cedimento. Su Strut e To the Moon il quintetto si getta in spericolate jam dove le note di tastiere e chitarra bruciano letteralmente lo spartito per quanto si spingono a livelli di velocità fuori dall'ordinario. Il pericolo della freddezza priva di emozioni però viene evitato con cura, grazie a sonorità e registri accattivanti, molto vicini allo stadium rock e all'AOR più sofisticato. Ecco, il "bombastico" sound degli Arch Echo, presentato anche in Measure of a Life, li inserisce in una categoria tutta loro, tipo il primo gruppo strumentale che farebbe faville in una arena (se ancora i concerti si facessero), trascinando il pubblico come i Van Halen negli anni '80 o come sottofondo coreografico per un evento sportivo in mondovisione. Se in pratica "Rocky IV" avesse un remake, la soundtrack per il training montage potrebbe tranquillamente essere composta dagli Arch Echo.


 

domenica 4 ottobre 2020

Sordid Pink - Sordid Pink (2020)

Sono passati ormai sei anni dal primo album dei Destiny Potato, la band portata avanti addirittura dal 2010 dal chitarrista David Maxim Micic e dalla cantante Aleksandra Djelmash. Per la seconda prova i due hanno deciso di cambiare nome, senza apparente motivo, in Sordid Pink, confermando che la scelta del nuovo moniker, ma anche delle copertine, non è esattamente il loro forte. Passando a parlare della musica non si può propriamente affermare che tale scelta corrisponda allo stesso tempo ad una deviazione nello stile rispetto a LUN. Sordid Pink accentua ancora di più le velleità pop del duo e, pittosto che al progressive metal, si dedicano ad un pop metal con qualche sussulto tecnico e virtuoso, però senza farsi mai prendere la mano.

Come sempre emergono i trucchetti electro pop che piacciono tanto a Micic (Killer, Saw It Coming) e la tentazione di ritornelli lineari e orecchiabili che ben si sposano con i testi molto leggeri della Djelmash (Freak) si fa strada con molta consistenza. Proprio per questo non c'è da aspettarsi grandi divagazioni strumentali o repentini cambi tematici durante il percorso. Il tono anzi si arricchisce di sintetizzatori anni '80 che sfiorano l'emo rock (Falling, Livin'), oppure l'indie rock conteporaneo nella funkeggiante Drive. Gli interventi djent o fusion della chitarra di Micic fanno la loro apparizione col contagocce e, anche se il singolo FU ritorna su territori metal, l'album rimane indirizzato per la maggior parte su una visione disimpegnata e piuttosto soft del suddetto genere.