mercoledì 13 dicembre 2017

ALTPROGCORE 2017 BEST EPs


Siete pronti per la classifica di fine anno di altprogcore? Per riscaldarvi ecco come sempre la preliminare lista dei migliori EP che comunque non va ritenuta come un qualcosa di secondario. Specialmente questo anno abbiamo dei titoli forse più intriganti dei full length in quanto a novità e interesse. Per l'appunto credo che questa del 2017 sia la lista più corposa che compilata nella storia di altprogcore per ciò che riguarda gli EP, decidendo di includere alla fine venti titoli degni di nota. Le didascalie di accompagnamento saranno riservate agli album, sempre per motivi di tempo, ma almeno se siete curiosi avete l'opportunità di premere "play" e ascoltare voi stessi cosa vi piace e cosa no.




20.Medals
 Dust



19.Hail the Sun
Secret Wars



18.Blue Taboo
Morning Fog



17.The Physics House Band
Mercury Fountain




16.Cauls
Recherché



15.Hakanai
Hakanai


14.Shipley Hollow
Change



13.Terra Collective
Emerge



12.Palm
Shadow Expert



11.Courtney Swain
Growing Pains



10.Childish Japes
After You're Born



9.Mercury Sky
Infra



8.AfterWake
TIL 



7.Time King
The 1955: Frontierland



6.JYOCHO
Days in the Bluish House



5.gP.
Destroy, So as to Build




4.SEIMS
3



3.Sleep Token
Two 



2.Snooze
Actually, Extremely



1.The Dear Hunter
All Is As All Should Be

domenica 10 dicembre 2017

Aereogramme - "My Heart Has A Wish That You Would Not Go" 10th Anniversary Remaster


Dieci anni fa veniva pubblicato My Heart Has A Wish That You Would Not Go, terzo e ultimo album in studio degli Aereogramme, band scozzese di cui oggi si è quasi persa memoria, anche se il loro contributo al genere post hardcore e post rock è stato molto importante. My Heart Has A Wish That You Would Not Go, che rimane per me uno degli album preferiti del decennio, fu quasi un'anomalia nella discografia del gruppo, allora reduce da due lavori altrettanto influenti ed amati come A Story in White (2001) e Sleep and Release (2003). Adesso è il momento di celebrare quell'opera e l'ex chitarrista della band Iain Cook ha curato la nuova edizione rimasterizzata del disco che da oggi è disponibile su Bandcamp.

Probabilmente nel presente molti conoscono i componenti degli Aereogramme per altri motivi: Cook è divenuto un produttore e, nel 2013, ha conseguito un meritato successo di pubblico con il gruppo electro-pop CHVRCHES, formato insieme alla cantante Lauren Mayberry, dei Blue Sky Archives, e a Martin Doherty (co-produttore di My Heart Has A Wish That You Would Not Go). Il batterista Martin Scott è diventato il tour manager dei The Temper Trap e dei CHVRCHES, così come il bassista Campbell McNeil ha ripreso e continuato la sua vecchia attività di tour manager dei Biffy Clyro che aveva abbandonato con la nascita degli Aereogramme. Infine il cantante Craig B. è colui che, tra tutti e quattro, forse, è rimasto un precario della musica: oltre ad iscriversi all’università per studiare teologia, ha poi creato, insieme a Cook, i The Unwinding Hours, raccogliendo il nostalgico pubblico che aveva amato gli Aereogramme e riallacciandosi idealmente a quella strada, ed oggi continua come solista con il progetto A Mote of Dust.

E proprio Craig B. fu indirettamente responsabile del cambio di rotta intrapreso con My Heart Has A Wish That You Would Not Go. Il prolungato periodo di fermo che infatti precedette la sua pubblicazione fu dovuto ai problemi vocali del cantante che, praticamente, svanì per sei mesi. “L’estensione più acuta della mia voce semplicemente scomparve”, spiegò Craig in un’intervista, “e penso sia in parte dovuto alle urla che ero solito fare durante i concerti, specialmente nel tour per il secondo album. È stato un terribile mix di tabacco, whiskey e urla. […] Non c’era alcuna cura medica, ho anche visto dei dottori, ma solo il riposo l’avrebbe riportata indietro. Fu un momento veramente spaventoso”. Craig si trovò in quella situazione a causa dell’estensivo tour che seguì la promozione per Sleep and Release. Così, quando gli Aereogramme riuscirono a tornare in tour, al fine di preservare la voce di Craig B., fu aggiunto un membro esterno che si occupava delle parti urlate. Questo inaspettato incidente in parte influenzò la direzione musicale del nuovo album, dove veniva dato largo spazio alla vena orchestrale/sinfonica della band (tanto che loro stessi coniarono il termine “score-core”), sicuramente meno sperimentale rispetto agli esordi, ma ugualmente affascinante.

L’album fu registrato nei 4th Street Studios e, riguardo alla piega musicale che prese, McNeil spiegò: “Discutemmo a lungo a proposito dell’indirizzo che avrebbe dovuto prendere l’album e molto presto capimmo che apparentemente avevamo due scelte. La prima sarebbe stata quella di abbracciare volontariamente i nostri ottusi individualismi e provare a creare il più incasinato e generalmente discordante album immaginabile. La seconda era scegliere un aspetto del nostro sound precedente ed esplorare pienamente il suo potenziale. […] Convenimmo che l’opzione due sembrava il giusto percorso per noi, così decidemmo di aprirci alla nostra parte più orchestrale, cinematica e abbandonare il nostro metallico Mr. Hyde”. My Heart Has A Wish That You Would Not Go uscì il 5 febbraio 2007 e il lungo titolo era una citazione tratta dal libro “L’Esorcista” di William Peter Blatty, scelta che quasi funzionava da metafora per il contenuto del disco, molto più soft rispetto al passato, ma che conservava l’inquietudine tipica del gruppo. È come se gli Aereogramme con questo titolo avessero voluto dire: ci siamo lasciati andare a sonorità romantiche, ma la nostra anima rimane tenebrosa. Forse i fan della prima ora del quartetto scozzese rimasero spiazzati da tale scelta, ma, a ben vedere, le atmosfere languide e orchestrali dell’album erano un naturale sviluppo di quanto già fatto in passato. Se, infatti, nei lavori precedenti il gruppo aveva lasciato convivere furiose aggressioni e arie dal respiro sentimentale, ora erano queste ultime a prevalere.



Le rasoiate di chitarra elettrica di Conscious Life for Coma Boy traevano quasi in inganno nell’introduzione, il brano diventava subito un lento dai connotati country rock con tanto di intermezzo da camera. Il clima romantico rimaneva tale su Exits, in seguito punteggiata da un piano minimale che sottolineava l’andamento dondolante del pezzo. Il valzer di Barriers e la sinfonica Finding a Light rimanevano i brani simbolo di questa nuova prospettiva solenne e coinvolgente. Dove prima c’erano le chitarre a dare l’impeto dei crescendo ora ecco arrivare fiati e violini che, però, non superavano mai il livello di guardia. Dall’altro lato potevano costituire un legame con il passato le residue tracce elettriche che facevano la loro comparsa nel finale di Living Backwards o il clima morboso di Nightmares, che si collegava alle spire elettroniche nelle quali si consumava il dramma della notevole The Running Man. Gli Aereogramme scelsero coraggiosamente di allontanarsi dall’asprezza dei loro suoni, inerpicandosi in una materia delicata come il melodismo sinfonico, restando però ancorati al loro substrato melanconico.

Per la promozione dell’album gli Aereogramme riuscirono ad organizzare un nuovo tour negli Stati Uniti, un’esperienza che questa volta non si rivelò affatto positiva per la band. Le cose cominciarono a prendere una brutta piega fin dall’inizio, quando si presentarono i problemi per ottenere il visto. I cavilli burocratici ritardarono la partenza del gruppo con il risultato di dover cancellare la prima settimana del tour e ripianificare le date interessate, rimandandole. Anche una volta giunti negli Stati Uniti niente andò per il verso giusto: il tour si rivelò un vero inferno, sia dal punto di vista organizzativo, sia dal punto di vista logistico, fiaccando definitivamente il morale della band. Fu in quel momento che, durante alcune discussioni nelle varie stanze d’albergo, gli Aereogramme decisero di farla finita e sciogliersi.

sabato 9 dicembre 2017

Glassjaw - Material Control (2017)


Riferendosi a Material Control il chitarrista Justin Beck e il frontman Daryl Palumbo parlano di un album dalla natura urgente, ignorante e acuta, registrato molto velocemente per mantenere intatte queste caratteristiche spontanee. Il terzo album in studio del duo di Long Island arriva a quindici anni di distanza dal seminale Worship and Tribute, un silenzio che era stato interrotto solo da qualche EP, l'ultimo dei quali, Coloring Book, sembrava segnare una nuova strada con influssi dub, vibrazioni caraibiche e il cantato più composto di Palumbo (che durante la pausa dei Glassjaw ha avviato nuovi progetti musicali come Head Automatica e Color Film, mentre Beck ha messo su famiglia e si è dedicato al business con il sito Merch Direct). Dopo tutto questo tempo quindi i Glassjaw avevano interrotto la stesura di nuovo materiale ed è forse anche per questo che Material Control non trabocca di inediti come ci si sarebbe potuto aspettare, visto che la sua durata non oltrepassa i trentasei minuti.

Material Control corrisponde proprio a quanto dichiarato dai propri autori: è un album grezzo, di una pesantezza ruvida portata all'eccesso, quasi nichilista, con brani a volte molto brevi e affilati come rasoi. Quello che stupisce, oltre alla selvaggia performance, è la chitarra di Beck che va ad implementare la già imponente barriera invalicabile di feedback e wah wah prolungati, creando una cacofonia di suoni indefiniti, un confusionario grumo elettrico privo di qualsiasi musicalità molto simile al rumore bianco della TV. Privandosi di riff o accordi rimane Palumbo l'unico motore melodico dei Glassjaw che comunque adatta la sua voce al contesto e si lascia trasportare dal flusso viscerale. Se il singolo di lancio Shiba è una nuova Cosmopolitan Bloodless dove ti aspetti che il suo ritornello parta da un momento all'altro, dimenticatevi invece cose come la seconda parte di Worship and Tribute, più sperimentale, quasi tutta dedicata ad un mistico post hardcore psichedelico, su Material Control anche i chorus che di solito si contrappongono alla furia portando distensione con un po' di melodia, vengono inglobati nel caos generale. Il risultato è la cosa più dura e monolitica prodotta dai Glassjaw.

mercoledì 6 dicembre 2017

Dialects - Because Your Path Is Unlike Any Other (2017)


Con un solo EP alle spalle e con l'album d'esordio qui presente ancora da pubblicare, dal 2013 gli scozzesi (di Glasgow) Dialects hanno già alle spalle prestigiose partecipazioni a festival prestigiosi come ArcTanGent e nella serie di sessioni live in studio di Audiotree. Da queste poche tracce lasciate si era capito che il quartetto di math rock/post rock era da tenere d'occhio, andandosi ad inserire stilisticamente in un ideale incontro tra Three Trapped Tigers, Alpha Male Tea Party e Strawberry Girls. La band nacque su impulso del chitarrista Conor Anderson, grazie all'amicizia con gli Atlas: Empire, un altro gruppo di Glasgow, coinvolse il batterista Liam McAteer a provare del materiale insieme. McAteer entrò in pianta stabile nei Dialects, lasciando gli Atlas: Empire, ma quella musica doveva essere piaciuta anche al loro chitarrtista Steven Gillies che da allora si divide tra le due band. A completare il quadro il bassista Ali Walker, compagno d'appartamento di Gillies. Il bagaglio d'esperienza accumulato in questi quattro anni di attività si palesa in tutta la sua potenza su Because Your Path Is Unlike Any Other che bilancia i toni aggressivi e le ritmiche inconsulte del math rock con i paesaggi sonori psichedelici descritti dal post rock.


domenica 3 dicembre 2017

Icarus the Owl - Rearm Circuits (2017)


Partiti come un progetto solista del cantante/chitarrista Joey Rubenstein insieme ad altri musicisti, gli Icarus the Owl dal 2009 ad oggi si sono mossi nel sottobosco indipendente dell'experimental post hardcore con una formazione in costante movimento e pubblicando tre album divenuti negli anni dei bestseller su Bandcamp. Nel 2015 la svolta con Pilot Waves che ha avuto un più rilevante impatto commerciale grazie all'intervento dell'etichetta Blue Swan Records (di Will Swan dei Dance Gavin Dance), fino ad arrivare al presente quinto album Rearm Circuits che raggiunge di fatto la coronazione del quartetto di Portland come band di punta all'interno del cosiddetto "swancore". Non sono mai pienamente entrato in sintonia con la musica degli Icarus the Owl almeno fino a Pilot Waves e adesso Rearm Circuits certifica una paziente ma costante crescita dal punto di vista della scrittura. Il bello di Rubenstein è stato (ed è) un autore nel quale si possono trovare varie influenze che vanno dal post hardcore al math rock, dal metal al pop punk e solo ultimamente sembra aver messo a punto la propria formula vincente.

Capirete che ce n'è abbastanza per accattivarsi e incuriosire i fan di Hail the Sun, Eidola, Artifex Pereo e Sianvar ed infatti gli Icarus si sono sempre mossi fianco a fianco di questa scena. Ma, se ognuna delle band citate nella propria estetica tende a marcare tra i vari stilemi un aspetto in particolare, gli Icarus the Owl su Rearm Circuits sembrano muoversi con molta naturalezza ed equilibrio tanto nell'aspetto progressivo, virtuoso e aggressivo, quanto nel lato melodico, armonico e accessibile. L'euforia di Dream Shade e Do Not Resuscitate trapela anche dalla melodrammaticità di certi passaggi che arrivano a sfiorare le cupe tonalità djent. Ci avviciniamo sempre di più a quelle latitudini (si potrebbero menzionare i Protest the Hero) nelle frenetiche trame math metal di Failed Transmission e The Vanishing Point. Ghosts of Former Lives invece porta quasi una ventata d'aria fresca emo pop rock sulle coordinate degli ultimi Paramore, per dire quanto gli Icarus the Owl possano trasmettere vibrazioni dalle differenti prospettive.

La prima parte dell'album viene chiusa dai due pezzi di punta Coma Dreams e DoubleSleep, i quali seppur diversi tra loro, svelano ognuno a suo modo come la scrittura di Rubenstein può eccellere in direzioni contrapposte come una power ballad (la prima) e un mini tour de force progressivo con incipit pop punk (la seconda), mantenendo alto il livello con brillanti melodie e tessiture chitarristiche. Rubenstein è inoltre cresciuto molto come vocalist, dando in questa sede la sua prova migliore non solo come modulazione e intonazione, ma pure come ideatore di ottime linee melodiche, prova ne sono The Renaissance of Killing Art e Dimensions. Infine, da sottolineare con plauso sono le piccole intermissioni strumentali, le variazioni, o bridge che dir si voglia, costantemente inventive sul versante progressivo e math rock, brevi ma estremamente curate, come tutto l'album del resto. Peccato per chi si è precipitato già a compilare la lista di fine anno dei migliori album perché dicembre ha portato la sorpresa Icarus the Owl.

venerdì 1 dicembre 2017

The Dear Hunter - All Is As All Should Be (2017)


La prolificità di Casey Crescenzo è veramente impressionante, soprattutto se si tiene conto della qualità delle sue uscite. L'improvviso annuncio, di punto in bianco, di una nuova produzione a firma The Dear Hunter è motivo di un'ulteriore sorpresa. Questa volta si tratta di un EP che spezza di nuovo la narrazione dell'epopea degli Act, come fece Migrant, spiazzando coloro (praticamente tutti credo) che si aspettavano una continuità con l'imminente conclusione del sesto capitolo del quale però è stato già annunciato che si tratterà di qualcosa di speciale, molto probabilmente di natura extra musicale. Nel comunicato che ha accompagnato All Is As All Should Be si scopre però qualcosa di altrettanto particolare e cioè che nella sua realizzazione sono stati coinvolti anche fan e amici della band, come una sorta di sessione di scrittura aperta ad una famiglia estesa. Per chi volesse saperne di più, la storia dietro le quinte della produzione è narrata qui, ma sinteticamente diciamo che i The Dear Hunter sono stati accolti durante il tour di Act V da sei persone differenti con le quali hanno realizzato altrettanti brani.

Lo stile della band rimane naturalmente intatto e invariato e la recensione di All Is As All Should Be potrebbe essere simile ad altre scritte in passato. Anche se qui non si parla della saga messa in piedi con gli Act (virtualmente conclusa), ma di una collezione di sei tracce dalla durata di meno di venticinque minuti, il risultato eccellente è più o meno il medesimo. Come una versione condensata di Migrant e The Color Spectrum, All Is As All Should Be fa in tempo ad esporre tutta la poetica e l'estetica musicale di Casey Crescenzo, ricordandoci quale sopraffino arrangiatore egli sia. In più, si diceva nonostante i collaboratori, si riconoscono i vari caratteri della sua scrittura che vanno dal folk al prog, dal musical al psichedelia pop degli anni ’60. Beyond the Pale e Shake Me (Awake), non a caso collegate tra loro, risplendono di una piena lucentezza acustica, orchestrale e polifonica, così come i primi due singoli Blame Paradise e The Right Wrong mostrano una carica che riporta agli episodi più marcatamente rock di Act IV e Act V. Witness Me è ancora più esplicita nel riassumere tali aspetti, accennando una natura da ballata acustica e poi aggiungendo una strumentazione più ampia che spazia dall'elettronica con accenni alla retrowave e ciò che sembra un omaggio al prog inglese nella coda finale. La perfetta conclusione della title-track, un requiem blues moderno, è il suggello ad un altro capitolo importante di questa band. Per evitare paragoni ingombranti che per qualcuno potrebbero risultare a sproposito, ribadiamolo chiaramente: Casey Crescanzo è l'autore più rilevante del prog contemporaneo e non chiamatelo "genio", ma "maestro".


 
http://thedearhunter.com/

venerdì 24 novembre 2017

AfterWake - TIL (2017)


Scoperti un anno fa con l'EP Alive, i canadesi AfterWake ne hanno da poco realizzato un secondo con altre tre tracce inedite che accrescono il potenziale che faceva intravedere il suo predecessore. Il quartetto porta sul piatto un djent professionalmente tirato a lucido con ottime melodie, aperture chitarristiche armoniche molto spaziali e qualche ammiccamento alla frangia più aggressiva del genere. In Misdirection, ad esempio, si inseriscono dei growl anche non necessari, ma il brano con il suo incedere marziale penso piacerà ai fan dei Karnivool. This is Living ha come ospite il chitarrista Nick Johnston con un intervento breve ma incisivo e, insieme a The Way You Were, forma una coppia di pezzi che riprende l'ultima sterzata psych new age degli Skyharbor con grande stile. Riassumendo, non stiamo qui a riportare chissà quali rivoluzioni, ma TIL è un signor EP che si ascolta con gran piacere e, chissà, se fosse stato un album completo adesso saremmo qui a tesserne le lodi come uno dei più interessanti dell'anno.