domenica 18 febbraio 2018

Introducing: Royal Coda


Per un gruppo che nasce uno ne muore. Reduci dalla notizia dello scioglimento degli A Lot Like Birds si segnala la nascita dei Royal Coda. Kurt Travis (ex A Lot Like Birds e Dance Gavin Dance), Sergio Medina (Stolas, Sianvar, Eidola) e Joseph Arrington (A Lot Like Birds, Sianvar) hanno formato quello che si può definire un supergruppo della scena experimental post hardcore contemporanea. Il trio ha appena realizzato il primo singolo Anything to Save che farà parte del primo album di prossima pubblicazione sotto l'etichetta Blue Swan Records.





https://www.facebook.com/RoyalCodaOfficial/

venerdì 16 febbraio 2018

The Body Rampant - RMPNT (2018)


Il primo vero ed effettivo album dei californiani The Body Rampant che viene pubblicato oggi è in realtà il prodotto di anni di gavetta nel circuito alternativo statunitense. RMPNT arriva infatti dopo i due buoni EP Transient Years (2011) e Midnight Mayfair (2013) ed è stato anticipato già lo scorso anno con il singolo Small Side Effect. Annunciato in un primo momento in uscita per l'etichetta Tragic Hero Records, con la quale il gruppo aveva realizzato l'altro singolo Northern Sky, RMPNT certifica invece l'indipendenza dei The Body Rampant che si sono trovati nuovamente senza il supporto di alcuna label. Ma nonostante la relativa poca fama del gruppo, l'album presenta una considerevole schiera di ospiti di spicco nelle persone di Thomas Pridgen (The Mars Volta), Bradley Walden (Emarosa), Daniel Wand (Capsize), and Ryan Hunter (Envy On The Coast). Volendo introdurre i The Body Rampant a chi non li ha mai ascoltati l'associazione più pertinente guarda verso quel tipo di band post hardcore che mantiene un equilibro tra l'accessibilità e la tecnica, come potevano essere i Children of Nova e i Saosin.



mercoledì 14 febbraio 2018

Greg Spero e Spirit Fingers


Qualche mese fa parlai del talentuoso pianista jazz Greg Spero e del suo progetto Polyrhythmic in procinto di pubblicare l'album di debutto. Il momento è quasi giunto poiché la data fissata per l'uscita è il 16 marzo e sono stati realizzati i due brani Being e Inside, ma nel frattempo sono accadute alcune cose. I Polyrhythmic hanno cambiato nome in Spirit Fingres e, mentre il bassista Hadrien Feraud e il batterista Mike Mitchell sono rimasti al proprio posto, adesso alla chitarra abbiamo l'italiano Dario Chiazzolino.

Greg Spero si è focalizzato su questo progetto dopo aver dato l'addio alla pop singer Halsey con la quale tre anni fa aveva iniziato a collaborare scrivendo e suonando con lei, conseguendo inoltre un crescente successo dai primi piccoli concerti a Los Angeles fino a quelli nelle grandi arene intorno al mondo. Oltre a questo, Spero ha da pochissimo iniziato a curare un canale YouTube dedicato alla sua serie Tiny Room dove, con altri musicisti, presenta riletture e nuovi arrangiamenti jazz di canzoni pop contemporanee. I primi a partecipare sono stati Trevor Dahl dei Cheat Codes e Sarah McTaggart dei Transviolet.



 

venerdì 9 febbraio 2018

HAGO - HAGO (2018)


La sezione ritmica degli israeliani Anakdota formata dal bassista Guy Bernfeld e dal batterista Yogev Gabay non smette di stupire e, direttamente dal Berklee College of Music di Boston, si sono uniti nel nuovo gruppo HAGO formato insieme a Nerya Zidon (sassofono), Yoel Genin (chitarra) e Tom Bar (piano e tastiere). L'omonimo primo album del quintetto è una bellissima e ricca panoramica sul progressive metal fusion strumentale che, da un lato si espande e accoglie il crossover con altri stili esotici in continuità con quanto fatto in precedenza dai Thank You Scientist, mentre dall'altro impone delle ampie digressioni più sperimentali e jazz sulla scia di veri fuoriclasse coevi come Nova Collective e Stimpy Lockjaw. Ezechiel 1.4 è già in grado di mostrare ogni sfaccettatura del contesto spettacolare e pluri-stratificato nel quale si muovono gli HAGO.

Altro elemento che si presenta è quello del sound middle-eastern, rafforzato dalla presenza di una rilettura del brano Shdemati del compositore russo israeliano Yedidia Admon. Forse anche per via di questa caratteristica, gli HAGO si sono scelti la surreale categorizzazione di "falafel djent". Che comunque rende l'idea solo in parte, poiché quella è solo una tra le tante forme che può assumere il gruppo: all'interno dell'opera ci sono alcune incursioni dentro complesse strutture ritmico-futuriste (Antikythera, Dawn of Machine, Alpha Centauri), momenti holdsworthiani così ispirati da risultare lirici (Ancient Secrets) e sapienti armonizzazioni canterburiane (Aurora). Comunque non ci troviamo di fronte all'ennesimo gruppo che replica idee altrui da essere destinato a scomparire nelle innumerevoli proposte che offre il genere. La qualità superba delle composizioni, sia dal punto di vista esecutivo che da quello qualitativo, proietta gli HAGO immediatamente in vetta alla lista dei migliori interpreti prog fusion del 2018.

giovedì 8 febbraio 2018

Black Neon District - Standing Waves (2018)


Un anno fa dalla Francia i RIVIẼRE mettevano uno dei primi rilevanti picchetti per segnalare che anche in quel Paese si stava muovendo qualcosa sul lato djent del progressive metal. Adesso, sempre dalla Francia, si presentano i Black Neon District nati nel 2014, ma arrivati all'esordio con Standing Waves soltanto adesso. Nicolas Soulat (chitarre), Clément Mauro (basso), Mathieu Santin (batteria) e Maxime Cuillerat (voce), in attesa di un full length già annunciato, hanno prodotto un EP che ingloba tutte le connotazioni di un ottimo prog metal moderno nel quale si possono rintracciare parti strumentali a tratti aggressive, a tratti post rock, ma sopratutto inclini a costruire delle atmosfere epiche come le lunghe elucubrazioni dei Karnivool. Logicamente un considerevole spazio è lasciato alla melodia delle linee vocali le quali si scontrano con le complesse evoluzioni degli strumenti.

martedì 6 febbraio 2018

Good Tiger - We Will All Be Gone (2018)


Incredibile, Elliot Coleman è riuscito ad incidere due album di fila con la stessa band! In effetti, dopo la dissoluzione degli Sky Eats Airplane, sarebbe stato un peccato se il suo indubbio talento vocale fosse andato sprecato. Fatto sta che, dopo un gustosissimo EP del duo soul R&B Zelliack (messo in piedi con Zack Ordway) e uno con i TesseracT col quale è passato alla storia come il cantante che ha militato minor tempo nella line-up della band inglese, Coleman ha trovato il suo posto nel supergruppo Good Tiger insieme ad una serie di ex: Derya Nagle e Joaquin Ardiles alla chitarra (ex-The Safety Fire), Alex Rüdinger (ex-The Faceless) alla batteria e Morgan Sinclair al basso (ex-touring guitarist degli Architects).

We Will All Be Gone è il secondo album prodotto dai Good Tiger e c'è da dire che se vi piacevano i The Safety Fire non è detto che vi piacciano anche loro per quel carattere meno sperimentale e che privilegia l'aspetto melodico della componente metal. We Will All Be Gone lavora bene su quest'ultimo fronte, anche meglio del primo album A Head Full Of Moonlight, e mantiene quella carica aggressiva, pur non sconfinando in eccessi harsh. Ciò che di buono aggiunge We Will All Be Gone sono appunto delle progressioni calibrate che permettono al gruppo di lavorare ottimamente su due fronti: quello melodico - tanto da permettere chorus piuttosto contagiosi (come nei singoli Grip Shoes e Salt of the Earth) e sembrare una versione più accessibile dei Circa Survive - e quello ricercato che mette in campo la qualità tecnica del quintetto e affiora nelle strutture armoniche di Such a Kind of Stranger e di Blueshift.

Interessante l'uso dei riff da parte di Nagle e Ardiles che alternano idee classiche e basilari ad altre math rock completate dalle ritmiche costantemente in tensione. Verrebbe da chiudere la pratica dei Good Tiger come alternative pop prog hardcore, dato che We Will All Be Gone possiede tutte le connotazioni per un crossover che fa tesoro di ognuno di questi elementi e che, proprio per questo, potrebbe piacere anche a chi non è solito avvicinarsi a musiche derivate dal post hardcore.


venerdì 2 febbraio 2018

Field Music - Open Here (2018)


In una discografia pressoché perfetta come quella dei Field Music risulta piuttosto difficile trovare un album che spicchi tra gli altri. I fratelli Peter e David Brewis si sono sempre dedicati al pop rock come degli artigiani indipendenti che lavorano con amore e dedizione per intagliare ricche sfumature barocche in melodie intelligenti sostenute da musiche che hanno toccato di volta in volta il post punk, l'art rock, la synthwave il chamber pop, il minimalismo e il funk. Sempre molto concisi in termini di durata, i Field Music si sono allargati in una ricognizione a 360 gradi del loro caleidoscopico pop solo con il doppio (Measure) o con l'ultimo lavoro in ordine di tempo Commontime risalente a due anni fa. Ma se non avete fatto in tempo a reperire i loro passati lavori adesso potreste benissimo partire dall'attuale Open Here il quale, in termini di progressione artistica, regala dei risultati molto superiori a Commontime, nel quale il gruppo mostrava un po' di ripetività autoreferenziale nella formula.

In questo contesto, per dare uno slancio di freschezza, ai Field Music è bastato aggiungere una sezione di fiati con al flauto Sarah Hayes e Pete Fraser ai sax, e un quartetto d'archi (Ed Cross, Jo Montgomery, Chrissie Slater e Ele Leckie) che aggiungono spessore e prospettiva alle quadrature barockeggianti del duo. Strano poi pensare che una musica cosi spensierata, affilata e geometrica affronti delle tematiche politiche e di critica sociale il cui indirizzo, in questo caso, non poteva che essere la Brexit e l'immigrazione (come tra l'altro erano al centro dell'ultimo degli Everything Everything), contando il fatto che Sunderland, la città natale dei due fratelli, è stata tra le prime a votare a favore del provvedimento. E così abbiamo un'apertura perfetta con il prog discreto, contrappuntato da flauti, di Time in Joy, il funk dall'incedere tronfio di Share a Pillow e il pop da camera della title-track, di Daylight Saving e di Cameraman che ricordano i migliori XTC dell'era Nonsuch.

Che Open Here sia anche l'album più variegato dei Field Music in quanto ad approccio musicale è provato da tentativi di aggiungere al proprio spettro stilistico qualche elemento in più, come ad esempio accennare al classic rock FM americano in Checking on a Message e soprattutto con la traccia finale Find a Way to Keep Me che, per la prima volta, mostra velleità da mini suite prog orchestrale, quasi sfiorando gli ambiti bucolici dei Genesis. Però come detto prima non aspettatevi durate dilatate, tutt'altro, ogni dettaglio è in miniatura nel mondo dei Field Music, ben curato e rifinito, proprio come quei velieri di una volta costruiti dentro una bottiglia.