venerdì 24 febbraio 2017

Disperse - Foreword (2017)


Questa primavera Plini, David Maxim Micic e i Disperse di Jakub Żytecki saranno insieme in un tour europeo congiunto che toccherà anche l'Italia in due date. Come programma e cartellone condiviso rappresenta un assortimento perfetto per capire una scena la quale, benché comprenda attualmente un'intera schiera di giovani talenti, racchiude in questi tre nomi il suo fulcro principale. In termini di pubblicazioni, Żytecki è stato finora il meno prolifico dei tre musicisti e per questo forse più in ombra agli occhi del grande pubblico, ma è sicuramente quello con una visione armonica più sviluppata, nonché colui che sa sfruttare al meglio commistioni esterne alla metal fusion chitarristica di derivazione djent. 

È vero che la sua uscita da solista Wishful Lotus Proof, seppur con momenti di pregio, non è apparsa una prova abbastanza ispirata o per lo meno all'altezza ma, a differenza degli altri suoi colleghi, gli è bastato quel capolavoro che fu Living Mirrors per certificare il proprio talento. Una qualità che viene confermata da Foreword, terzo album in studio dei Disperse, dove Żytecki prova a lasciare da parte i passaggi complessi e gli aspetti più metal del precedente e tira dritto con strutture definite da contorni ortodossi, accostamenti a lievi sfumature pop rock e un aumento degli influssi ambient. Ora però non c'è da allarmarsi riguardo ad un eventuale conversione commerciale della band. Niente di tutto questo. Foreword ha la capacità di estrapolare le intuizioni più felici di Living Mirrors e riproporle sotto un aspetto completamente nuovo ed evoluto. 

I singoli Tether e Bubbles sono stati quelli a presentare gli elementi controversi che potranno spiazzare qualcuno ma, nel suo cambiamento, è innegabile che Żytecki porti avanti un discorso di indubbio fascino per il genere e lo fa, comunque la si pensi, rischiando anche di non accontentare tutti. Sarà difficile comunque restare delusi da Foreword considerato nella sua totalità, poiché ogni brano viene contestualizzato in una ben precisa scelta stilistica generale dove i suoni più eterei si sposano con le polifonie pop, gli echi di world music si fondono nel metal spirituale e ultraterreno ed è veramente arduo non rimanere affascinati dall'aura avvolgente creata da brani come Kites, Does It Matter How Far e Gabriel.

Foreword solidifica e ridefinisce quanto già detto dai TesseracT su Polaris, ma i Disperse lo fanno attraverso un loro linguaggio e quindi in modo personale: ormai il djent è solo un pallido ricordo, qui siamo di fronte ad un genere tutto nuovo da esplorare che potremmo chiamare new age heavy metal. Tornando al discorso iniziale: in questo caso non conta tanto la prolificità al fine di definire chi tra i tre musicisti possieda un valore artistico più incisivo, quanto la conferma delle idee originali di Żytecki proiettate su una cornice che finalmente sa aggiungere qualcosa di originale.

mercoledì 22 febbraio 2017

Tiny Hazard - Greyland (2017)


Il primo EP con il quale i Tiny Hazard si presentarono al mondo risale ormai al lontano 2012 e, chissà come mai, esordiscono con un full length solo adesso a cinque anni di distanza. Forse hanno avuto bisogno di levigare e trovare la giusta quadratura dle cerchio per il loro sound così particolare. Greyland, in uscita il 24 febbraio per la Ba Da Bing Records, raccoglie quindi canzoni accumulate in questo periodo di tempo nel quale la band di Brooklyn non ha mai smesso di esibirsi dal vivo. Formati all'interno del college The New School di New York, i Tiny Hazard si sono specializzati in un indie rock o pop avant-garde le cui principali caratteristiche risiedono nei prominenti timbri elettronici dei sintetizzatori, nella voce da soprano di Alena Spanger (che ha studiato canto classico) e nella completa imprevedibilità dei suoi sviluppi. Ma c'è anche un senso di libertà esecutiva insito in ogni pezzo, come se questo fosse il risultato di un casuale flusso di coscienza musicale in tempo rubato*.

A sentirli i Tiny Hazard non sembrerebbero neanche in cinque, ma il loro avant pop minimale e idiosincratico nasconde più di una sorpresa, non siamo esattamente nei reami del progressive, ma la sperimentazione riveste un ruolo considerevole nel modo trasversale di intendere un tipo di musica che in teoria dovrebbe essere accessibile. Greyland richiede infatti molta attenzione ed è una somma di contrasti: registrato in parte in studio e in parte nella camera da letto della Spanger, esso riflette atmosfere intime interrotte da inaspettati elementi impropri - che possono essere le dissonanze di Lynx o il chiptune Like a Child - usati come ad intaccare l'idillio pastorale. Le atmosfere sono molto quiete, come la ninnananna di Sesame, ma nella maggior parte dei casi, come su Ekon e nella title-track, è come se nel percorso venissero iniettate delle cellule esogene che deviano ritmo e melodia in modo insolito. Le acrobazie vocali della Spanger, abbinate all'approccio non certo convenzionale all'indie pop, fanno pensare ad un bellissimo incidente tra Kate Bush, Bent Knee e Jane Siberry. Come esordio Greyland è veramente impressionante e ogni ascolto lascia con il voglia di ricominciare da capo per la sensazione di essersi persi qualcosa.





* Per chi non lo sapesse, in musica: tempo rubato, movimento musicale condotto con una certa elasticità in rapporto ai valori rigorosamente determinati delle singole note allo scopo di ottenere un particolare effetto ritmico.

domenica 19 febbraio 2017

Strawberry Girls - Italian Ghosts (2017)


Italian Ghosts non è da considerarsi propriamente il seguito di American Graffiti, l'ultimo album degli Strawberry Girls risalente al 2015, ma una versione aggiornata, potenziata e riarrangiata, dell'omonimo EP pubblicato in origine nel 2012 che, grazie ad una nuova registrazione, dona nuova energia ai pezzi che erano in esso contenuti con l'aggiunta di alcuni inediti dove a fare la comparsa alla voce ritornano alcuni degli ospiti di American Graffiti e French Ghetto. La sensazione però che Italian Ghosts non voglia essere percepito come una semplice rilettura di vecchi brani ma come un nuovo capitolo, è data dalla scelta di unire ogni pezzo all'altro come se l'album fosse un'unica suite.

Zac Garren, Ben Rosett e Ian Jennings hanno quindi donato un taglio inedito al materiale come a volerlo accogliere in modo ufficiale nel loro repertorio, inquadrandolo tra l'eclettismo di French Ghetto con l'R&B quasi hip hop di Thank God e Step Into the Light e applicando la maturità conseguita nelle strumentali Vanilla Rainforest e Black Night, Golden Circus. Ah, la citazione di Careless Whisper su South American Sun non vuole essere un omaggio postumo a George Michael dato che la piccola parentesi era già presente nella vecchia versione.

giovedì 16 febbraio 2017

Dutch Uncles - Big Balloon (2017)


Proprio come i Field Music, gli Everything Everything o gli Outfit, il quartetto di Manchester Dutch Uncles ha una visione del tutto personale di quello che si può definire pop rock. La loro formula è quella, non banale, di tessere trame molodiche oblique, magari con qualche influsso preso dall'elettronica moderna e retro, spesso con l'ausilio di tempi spezzati che pongono l'enfasi sulla ritmica. Ed è proprio quest'ultimo fattore che il bassista e principale autore Robin Richards ha pensato di porre in evidenza nel quinto album in studio della band dal titolo Big Ballon. E' il suo basso a tenere banco nella strepitosa e coinvolgente title-track che apre il disco e da qui in avanti il suo motore propulsivo non si ferma un attimo preso in un upbeat continuo e vorticoso che si propaga, con più o meno forza, per tutte le dieci tracce. Anzi, la tensione diviene ancora più serrata nell'indie rock cubista di Baskin' e, mentre si fanno strada i singhiozzi ritmici sottolineati anche dal canto di Duncan Wallis, si arriva al groove sincopato di Same Plane Dream al limite del tardo prog ibrido di fine carriera dei Gentle Giant, rimarcato nelle acustiche arie da camera di Achameleon o nelle trame patinate di Overton.

L'album è comunque il più veloce, il più vivo e vivace prodotto sinora dai Dutch Uncles, una band che nel corso della propria carriera non ha mai nascosto le sue inclinazioni verso un art pop che includesse elettronica e chitarre talmente affilate da sembrare un connubio tra post punk e retro wave. In questo, Big Balloon è molto simile allo scoppiettante esordio Dutch Uncles del 2009, ma qualcuno ha tirato in ballo accostamenti anche alle più sofisticate canzoni barocche di David Bowie e di David Byrne. I Dutch Uncles hanno però dalla loro il fatto di non sembrare dei tipi che se la tirano o che si sforzino di apparire per forza degli aristocratici del pop sperimentale (una cosa che si poteva respirare nella collaborazione Byrne/St.Vincent), ma semplicemente a loro viene naturale suonare così e il divertimento che si percepisce su Oh Yeah è genuino altrettanto quanto l'electro funk di Sink e Combo Box. E credo che il pregio maggiore di Big Balloon sia far riconoscere che nulla è forzato, artefatto o artificiale secondo canoni pre-impostati: questo è art pop nella sua essenza più pregevole.


mercoledì 15 febbraio 2017

Monobody / Pyramid Scheme - Monobody / Pyramid Scheme (2017)


Due gruppi di math rock/jazz fusion di Chicago si incontrano in questo split EP in uscita oggi. Il quintetto dei Monobody è una vecchia conoscenza di altprogcore, responsabili di un omonimo esordio pubblicato nel 2015 che fondeva per la prima volta in modo compiuto math rock e jazz e qui ci propongono due nuovi brani inediti sempre su quella scia. Per i Pyramid Scheme, invece, il presente EP rappresenta la prima esposizione al pubblico ed è un trio formato dal bassista Al Costis (già nei Monobody), da Rajiv Raju degli Half Milk alla chitarra e Seth Engel alla batteria. Per ciò che riguarda la parte dedicata a loro, essa è più attinente ad un math rock tradizionale impostato sulle prodezze chitarristiche di Raju. I Monobody hanno festeggiato l'uscita dell'EP esibendosi qualche ora fa negli studi Audiotree, il video della performance per ora lo potete trovare a questo indirizzo.


martedì 14 febbraio 2017

The Grand Silent System: ricercati, ufficialmente morti


Facendo una breve ricerca su Google si trovano ben poche notizie sui The Grand Silent System, una band così oscura e poco conosciuta da non avere neanche qualche articolo di approfondimento a lei dedicato. Proprio per rimediare a tale ingiustizia e colmare una lacuna, per quello che mi è possibile, ho pensato di presentarli a chi eventualmente ancora non li conoscesse e dare così più visibilità a un gruppo che, se fosse insieme ancora oggi, probabilmente riscuoterebbe grandi consensi nell'ambiente del progressive rock. C'è infatti il piccolo particolare che i The Grand Silent System si sono disciolti ormai dieci anni fa, ma il loro lascito (due EP e due full length) è di una rilevanza e modernità talmente eccellente che se ascoltato in questo momento non perderebbe un briciolo del fascino che poteva avere all'epoca della sua pubblicazione. Purtroppo tutto il materiale è da tempo fuori catalogo e non è mai stato caricato su Bandcamp e pure l'esoterismo dei The Grand Silent System non aiuta a trovare molti risultati su Youtube di buona qualità audio, ma qualcosa è iniziato ad emergere su Spotify.

Come altre grandi band contemporanee i The Grand Silent System provengono dall'Australia e si formarono nel 1999 nell'area di Latrobe Valley, trasferendosi poi in seguito a Melbourne. Il gruppo offrì un personale impasto e prospettiva su vari generi che andavano dal prog al jazz, dal funk e world music alla classica e, uniti assieme, davano origine ad un sound unico paragonato ad artisti altrettanto singolari nella propria sfera come Dredg, Tool, Porcupine Tree e The Mayan Factor. La scena musicale del paese accolse Sean Albers (voce, percussioni), Daniel Calabro (chitarra), Ben Rejmer (tastiere), Craig Moren (basso), Ben Hellmig (batteria) e Karen Heath (flauto, sassofono, clarinetto) con grande entusiasmo, almeno è ciò che riportano le cronache e ciò che accade tra coloro che riuscirono ad assistere ai concerti del sestetto, il quale all'epoca era solito accompagnare in tour molti act alternativi australiani, dando prova della propria potenza e dinamica.



I due EP 1 (2000) e They Who Built (2001) sono i primi esempi di un sound ancora in crescita che presenta già gli elementi distintivi del gruppo e che poi evolveranno in maniera considerevole. Sono presenti in fase embrionale il funk metal (The Graveyard Song, Robotics), il prog (Okinawa Beatles), il jazz (Livin' Off) e chamber rock (La Macchina) tra pezzi originali e altri che verrano rivisitati.




Gift or a Weapon (2003), con Venting Etiquette, ha una delle più belle e imprevedibili aperture grazie ad un invasivo groove di synth che sembra trasportarci in ambienti elettronici e invece, con l'entrata della chitarra e del clarinetto, devia lentamente verso spazi progressivi e paesaggi sonori sconfinati che potrebbero essere nelle corde dei Big Big Train. All, con le sue spire mediorientali, si collega a quel rock atmosferico che una volta era prerogativa dei Porcupine Tree. Anche Stint the Obey e Space Whore si fanno carico di altrettante suggestioni etniche con qualche intervento metal la cui presenza taglia trasversalmente tutto l'album. Se la natura massiccia e secca di alcuni riff potrebbe richiamare alla mente i Tool la componente heavy che si viene a creare non è comunque preponderante. Le peculiarità sono piuttosto i fiati delle bravissima Karen Heath e le tastiere prog di Rejmer che si inseriscono in un contesto ambient rock ravvivandolo (si ascolti la funkeggiante ASSR e Seems) con contrappunti e tappeti sonori tra il sinfonico e il new age.



Everyone Lies Alone (2004) è un'altra eccellente prova che accentua i contorni da rock alternativo intellettuale alla Dredg con tratti memorabilmente equidistanti dalle deviazioni heavy di King Crimson e Tool (Anchor Smile, Champion). Quello che fa di Everyone Lies Alone un lavoro solido e senza sbavature è la combinazione e il consolidamento tra le spezie jazz elargite dai contrappunti della Heath e il sottostrato da progressive rock che portano la band a sfiorare quasi la scuola di Canterbury (la title-track, The Cantor Dust, Mrs.T in the Morning) e a dare un nuovo significato alla definizione di art rock.



lunedì 6 febbraio 2017

Axon-Neuron - Metamorphosis (2016)


Una scoperta recente e colpevolmente assente dall'almanacco di segnalazioni dello scorso anno è stato il sestetto di Akron, Ohio, Axon-Neuron e il suo doppio album Metamorphosis. Del gruppo sono venuto a conoscenza grazie ad una versione rimasterizzata della loro opera prima Brainsongs risalente al 2011, resa disponibile su Bandcamp qualche giorno fa e ho con molto piacere ascoltato il monumentale (è proprio il caso di dire) terzo lavoro Metamorphosis dello scorso anno. La storia ci dice che Jeremy Poparad, chitarrista a nove corde, mise insieme senza impegno una versione provvisoria della band con degli amici per suonare con loro prima che lasciassero l'Ohio. Il risultato fu talmente appagante che Poparad assemblò una nuova band, scrivendo e registrando due album pubblicati nel 2011 e nel 2012. La line-up è stata da allora costantemente in movimento, tanto che ogni CD ha avuto una cantante differente e l'ultima arrivata, Heidi Swinford, deve ancora registrare qualcosa di ufficiale con gli Axon-Neuron. Su Metamorphosis abbiamo invece Amanda Rankin la cui grazia (propria anche della Swinford) si contrappone a partiture che non disdegnano interventi metal, ma che si concentrano principalmente in progressioni jazz, fusion, space rock o dal piglio classico/sinfonico. In questo le sezioni strumentali dei brani si dipanano veramente con gusto e con ottime soluzioni armoniche, sfiorando, nei momenti più pacati, anche le lande canterburiane.

Ascoltando il primo CD tra i paragoni che vengono alla mente con band progressive contemporanee si possono citare District 97, MoeTar e Thieves' Kitchen, anche se il secondo assume delle sfumature più personali grazie a idee dalla visione sviluppata in diverse direzioni. Le parti più ambiziose tra le 16 tracce comprese su Metamorphosis sono quelle poste in apertura e in chiusura dei due CD (preludi e postludi), delle vere e proprie sinfonie classiche realizzate con l'ausilio di un'orchestra di 21 elementi. Comunque, chi non mastica di musica classica non deve temere, la direzione che viene data alle quattro suite è così gradevole e impostata su un linguaggio moderno che tutto scorre via molto bene. Uno dei pezzi più pregevoli, Kronos, nasce proprio dall'interazione tra gruppo e orchestra ed è contenuto nel secondo CD dal quale consiglierei di iniziare l'ascolto se siete attirati dalla materia progressive rock. L'indirizzo verso sonorità jazz e dilatazioni temporali assicura pezzi di gran classe eseguiti con perizia come Summit, Silence e Eulogy, per poi concludere con lo spessore chamber prog di Postlude II. Se cercate un album ricco di sfumature, che possa stimolare una varietà di gusti differenti e dove l'ambizione con la quale è stato affrontato il progetto non è soffocata dalla dispersione di idee, Metamorphosis promette di tenervi occupati per molti ascolti.



Come bonus potete ammirare una versione acustica dal vivo del brano Silence che credo sia anche la prima cosa resa disponibile con la nuova cantante Heidi Swinford.