venerdì 30 agosto 2019

Tool - Fear Inoculum (2019)


Una band sull’orlo di una crisi di nervi. È questo il quadro che emerge leggendo tra le righe delle ultime dichiarazioni dei Tool. Justin Chancellor che parla di brani finiti e buttati via come se nulla fosse, Danny Carey che minaccia di andarsene se gli altri non sono in grado di portare a termine il lavoro, MJ Keenan frustrato per dover stracciare melodie e testi già pronti. Nella metafora del titolo Fear Inoculum si possono trovare molti significati, ma forse il più azzeccato è la paura nei confronti dell’aspettativa di un album così mitizzato, così atteso. A quanto pare colui che ha sofferto meno la pressione è stato Adam Jones, molto soddisfatto del risultato. Ma se queste sette tracce (dieci nella versione digitale inclusiva di tre brevi segue) sono state le prime scelte, la giusta domanda da porsi non è se sia valsa la pena aspettare tredici anni, ma piuttosto se si sentiva la mancanza di un album del genere. E la risposta del tutto brutale è: francamente no. Dopo si può parlare di quanto sia necessaria l'aura artistica di una band che dopo tredici anni di silenzio riesce a catalizzare l'attenzione sul progressive rock come nessun altro, producendo un album comunque coraggioso e senza compromessi, ma dall'altro lato se i Tool fossero finiti con 10.000 Days nessuno si sarebbe disperato, a parte gli irriducibili che venerano questa band come un oracolo. Quindi spogliamoci di ogni pregiudizio da “capolavoro a prescindere” e cerchiamo di giudicare Fear Inoculum oggettivamente.

La title-track è quanto di meno convenzionale ci possa essere per aprire un album: dieci minuti plasmati da groove a spirali che però non hanno molto da offrire in termini di emotività. Un pezzo alquanto statico nelle sue lente trasformazioni. Privo di tutto: un climax o un crescendo degno di questo nome, uno sviluppo compatto che preservi l’interesse nel suo dipanarsi. Eppure questi dieci minuti di concerto mediorientale per percussioni e chitarra non sono eccessivi, ci vogliono tutti. Per non dire un bel nulla. Le premesse di Pneuma sono esattamente le stesse, se non ché ci si aggiunge pure quel senso di deja vu per una progressione di basso che richiama in modo spaventoso Schism e dove il lavoro di costruzione tensiva vorrebbe essere simile a The Patient, ma naturalmente privo di quella carica e quel pathos, anche perché il suo ripetersi senza deviazioni rilevanti ne evidenzia la debolezza. A Pneuma ci vogliono quasi dodici minuti per non arrivare da nessuna parte. 

Piccolo momento di riflessione con Litanie contre la Peur: Fear Inoculum non si apre nel migliore dei modi, dopo due tracce sono passati 22 minuti e la fatica farraginosa e svogliata con cui procedono non è certo un fattore che invita a nuovi ascolti. Poi è la volta di Invincible e Descending, i pezzi presentati dalla band in anteprima dal vivo nell’ultimo tour e si capisce anche il perché la scelta sia ricaduta proprio su questi due. Tolto il fatto che non raggiungono le vette dei migliori Tool, rappresentano comunque quanto di meglio abbia da offrire Fear Inoculum. Di novità c’è qualche intervento elettronico di synth, un Jones più sbizzarrito del solito nelle sue parti soliste e una cornice ingigantita e attentamente prudente nelle sue dilatazioni. Invincible da questo punto di vista è il brano più incisivo, costruito con mano sicura e che racchiude in sé il momento più lucido di ciò che vogliono trasmettere musicalmente questi Tool redivivi. Descending, sinistro e oscuro, è praticamente la colonna sonora di un rituale esoterico che si insinua in sottostrati elettrici sempre più profondi i quali vanno a convergere in una lunga coda strumentale tra The Grudge e Lateralus, ma è la prova vocale di Keenan presente nella prima parte, così versatile nell'imprimere emotività, a salvare buona parte del pezzo. Durante l'intromissione di Legion Inoculant c'è un altro momento per riflettere: Fear Inoculum è un album che pretende. Pretende da noi non solo la proverbiale attenzione, ma anche il giusto stato mentale/emotivo per affrontarlo. Non è un lavoro che si può ascoltare in qualsiasi momento, sarebbe sempre meglio prepararsi prima e domandarsi se si è pronti ad immergersi in questo viaggio di un'ora e venti minuti. 

A chiarire tale concetto arriva la conclusiva 7empest e pare di essere tornati alla visceralità di Opiate, spogliato di tutti gli orpelli prog il suo incedere è quello di un heavy blues che non concede molto a variazioni nei suoi sedici minuti, ma lascia molto spazio al solismo lacerante e lamentoso della chitarra di Jones che qui si erge a protagonista assoluto. Nonostante ciò Fear Inoculum è più che mai l’album di Danny Carey, non tanto perché gli è stato concesso spazio per uno spericolato strumentale tutto suo, Chocolate Chip Trip, ma si dimostra ampiamente il più aperto a sperimentare nuove soluzioni, nuovi suoni, insolite poliritmie, grazie ad un arsenale di percussioni con le quali si impegna a produrre svariate sfumature sonore per lo più ispirate alle tradizioni orientali, senza mai abbandonare il proprio trademark da tamburo tribale tentacolare.

Il più cambiato sembra essere invece Keenan. Il lungo lasso di tempo che gli ha permesso di esprimersi ed evolversi ampiamente in altri progetti come Puscifier e A Perfect Circle, ha restituito un cantante diverso da quello che conoscevamo con i Tool, autore di linee vocali melodicamente meno memorabili, meno incline alla furia di un tempo, ma più assorto nella sua costante espressività e profondità. Questa sua vocazione è particolarmente messa in esposizione su Culling Voices, una specie di litania o canto spirituale che per buona parte fa a meno della batteria, accompagnato solo da un requiem di arpeggi per chitarra. La seconda parte rimane deludente, riassumibile in una collezione random tratta dal catalogo riff di Adam Jones. E sono proprio il chitarrista e Chancellor ad essere rimasti i più aderenti alla formula Tool. Il loro modo di confezionare, non solo riff, ma anche break e riprese, cadenze e chiusure, interplay e sonorità non si è smosso di una virgola e talvolta i due finiscono per imbrigliare anche Carey dentro tale schema di scrittura col pilota automatico. 

Ma in fin dei conti sarebbe troppo facile e prevedibile criticare un album dei Tool perché suona come un album dei Tool, oppure affermare che i Tool suonano come una cover band dei Tool. Fear Inoculum è una collezione troppo maestosa e ponderata per essere liquidata così superficialmente. Il fatto è che un’opera di questa portata fa patire tutto il peso dei suoi anni di gestazione, tutte le sue indecisioni e revisioni, risultando un artefatto calcolato al millimetro e che quindi il più delle volte fatica a trasmettere reali emozioni. Alla fine il giudizio paradossale è che forse non se ne sarebbe sentita la mancanza, però è un bene che un album come questo esista.



venerdì 23 agosto 2019

Suns of the Tundra - Bones of Brave Ships (2015)


Quando nel 1995 il bassista Paul D’Amour lasciò i Tool, a prendere il suo posto fu chiamato l'inglese Justin Chancellor che allora militava nei Peach, band che aveva fatto da spalla al quartetto americano in alcuni concerti nei primi anni '90. I Peach finirono la loro carriera di lì a poco, ma i due ex membri Simon Oakes e Rob Havis si riunirono nel 2000 dando vita ai Suns of the Tundra. Dopo un omonimo album nel 2004 e il secondo Tunguska nel 2006, il gruppo si mise al lavoro per produrre la terza opera che già dalle premesse si presentava ambiziosa. Praticamente Oakes rimase affascinato dal documentario del 1919 South che testimonia in immagini girate dal fotografo Frank Hurley la spedizione imperiale trans-antartica Endurance compiuta da Ernest Shackleton tra il 1914 e il 1917. L'idea di Oakes fu quella di dare una colonna sonora alle immagini della pellicola senza sonoro con le musiche originali composte dai Suns of the Tundra.

Nasce così Bones of Brave Ships, doppio album scritto tra il 2006 e il 2008, ma che ha visto la luce solo nel 2015, concepito per essere sincronizzato agli 81 minuti del suddetto documentario nella versione restaurata dal British Film Institute. L'ascolto di questa magnum opus tende ad essere avventuroso come l'odissea affrontata da Shackleton e dalla sua nave Endurance. Fondamentalmente i Suns of the Tundra abbracciano una gamma di stili che ben si adattano al commento sonoro, tra cui si alternano post rock, psichedelia e progressive rock, calibrandoli in uno scambio delle parti lento ed inesorabile come il moto ondoso, accumulando fragorosi scontri e tappeti lisergici.

Come i Van der Graaf Generator di H to He le musiche dei Suns of the Tundra si prestano a metafora di un parallelismo che accosta le insidie e le incognite degli abissi marini alle insondabili profondità spaziali. L'epopea di Bones of Brave Ships per affinità concettuale va ad arricchire quella mitologia equoreo-musicale che negli anni ha incluso i canti marinareschi degli High Tide, le navi fantasma dei The Fall of Troy e i naufraghi balenieri dei Motorpsycho. Naturalmente si incontrano accenni ai riff circolari dei Tool e anche sax hard rock di stampo vandergraafiano che arricchiscono la tensione, ma i Suns of the Tundraa, grazie al minutaggio abbondante, riescono a catalogare tutto lo scibile del post rock psichedelico contemporaneo addensato in un'opera corposa, imponente e ambiziosa come l'impresa di Shackleton.

giovedì 22 agosto 2019

Nova Charisma - Exposition I (2019)


Donovan Melero, batteria e voce degli Hail the Sun, e Sergio Medina, chitarra degli Stolas e di recente entrato negli Eidola, hanno unito le forze dopo lo scioglimento del supergruppo Sianvar e si sono impegnati in questo nuovo progetto chiamato Nova Charisma. Il primo assaggio offerto dal duo sono le tre tracce contenute in Exposition I, prodotto dal veterano Brian McTernan (Circa Survive, Thrice), che viene pubblicato ufficialmente oggi dalla Equal Vision Records. Per l'occasione Melero ha lasciato l'incombenza delle percussioni a Carlos Marquez degli Stolas, mentre lui si è occupato del basso.

Il materiale dei Nova Charisma, composto da Melero e Medina durante un soggiorno londinese di due settimane, benché non abbandoni del tutto il legame con il prog hardcore presente nel background di entrambi i musicisti californiani, affronta la materia in modo molto più diretto e accessibile, espressione forse della volontà di allontanarsi dalle complesse trame dei Sianvar e affrontare percorsi più distesi.

martedì 20 agosto 2019

Somos - Prison On A Hill (2019)


Nel 2014, all'apice dell'emo revival, insieme al ritorno sulla scena di alcuni gruppi storici di questo movimento (vedi American Football, Braid, ecc.) ne saltarono fuori altri di giovani e debuttanti come i bostoniani Somos che esordirono con il carino Temple of Plenty, attirando buone reazioni dalla critica. Due anni nel dopo nel 2016 ci riprovano con il meno ispirato First Day Back, senza però riuscire a portare il loro nome ad un interesse maggiore nell'ambiente underground. Dopo una pausa per smaltire lo stress da tour eccoci al 2019, l'anno che per i Somos avrebbe potuto regalare tante soddisfazioni se non fosse stato per un tragico ed inaspettato evento. Prison On A Hill è pronto ad uscire il 27 settembre, ma il 12 agosto arriva la terribile notizia della prematura scomparsa del chitarrista Phil Haggerty a soli 28 anni. Quindi i due Somos superstiti Michael Fiorentino e Justin Hahn decidono di rendere l'album disponibile all'acquisto prima della data ufficiale di pubblicazione, per una sola settimana, al fine di raccogliere un fondo da donare alla famiglia Haggerty in modo da coprire le spese del funerale, riuscendoci in un solo giorno.

Nel dramma che ha portato a questa decisione si fa strada un flebile raggio di sole, perché Prison On A Hill, al quale Haggerty ha lavorato con tanta dedizione, ripaga lo sforzo del trio non solo per rappresentare di diritto la loro prova migliore, ma anche per essere uno degli album più riusciti dell'anno. E dispiace che alla luce di un'opera così fondamentale per i Somos, Haggerty non potrà eseere qui a vederne i frutti. La sua chitarra è effettivamente l'anima di Prison On A Hill, accostandosi con versatilità al salto stilistico compiuto dal gruppo. Infatti il disco abbraccia l'ormai imperante ritorno al sound anni 80, ma lo fa con un'inedita intuizione senza abbandonare le proprie radici. I Somos innamorati del midwest emo sono ancora qui e per far evolvere il proprio sound del tutto americano non si sono rivolti prevedibilmente ad un generica synthwave, ma più precisamente alla new wave di matrice inglese, più consona a far risaltare la componente pop punk della band.

Ed è proprio lo scontro tra chitarra e synth che contrassegna quasi tutte le canzoni dell'album che da una parte mantengono la malinconia ottimista dell'emo, mentre dall'altra sfoggiano una scintillante veste pop la quale dona uno slancio orecchiabile e solenne, mostrato in tutto il suo potenziale su The Granite Face e Iron Heel. La chitarra di Haggerty dirige le due fazioni tra arpeggi e progressioni che ti entrano sottopelle come quelli di Young Believers, uno dei pezzi più brillanti di questo 2019, o con le sferzate abrasive da power emo di Mediterranean, sfiorando la coralità dell'arena rock su Ammunition. La new wave prende il sopravvento nelle ballabili Farewell to Exile e Absent and Lost con giochi di sintetizzatori e ritmiche elettroniche. In questo suo ibrido Prison On A Hill riesce a cavarsela su entrambi i fronti: la freschezza infusa dall'inedito sodalizio con l'estetica pop degli anni 80 riveste l'emo dei Somos con una luminosità tale che le circostanze hanno reso il miglior modo per ricordare Phil Haggerty.


venerdì 16 agosto 2019

Bent Knee - il nuovo album "You Know What They Mean"


Il quinto album in studio dei Bent Knee sarà pubblicato l'11 ottobre sempre sotto l'etichetta InsideOut con il titolo di You Know What They Mean. Il nuovo singolo tratto dall'album Hold Me In, che segue Catch Light uscito a giugno, mostra ancora una volta la versatilità della band aggiungendo altri elementi al loro sound. La tracklist è la seguente:

1 Lansing 1:22
2 Bone Rage 4:13
3 Give Us the Gold 3:51
4 Hold Me In 4:50
5 Egg Replacer 3:10
6 Cradle of Rocks 3:59
7 Lovell 1:26
8 Lovemenot 5:09
9 Bird Song 2:55
10 Catch Light 4:38
11 Garbage Shark 5:38
12 Golden Hour 5:50
13 It Happens 5:05

martedì 13 agosto 2019

Thank You Scientist - Live at Backroom Studios EP (2019)


Ricordando che nel prossimo numero di PROG Italia, in edicola dal prossimo 20 settembre, ci sarà una mia intervista al chitarrista Tom Monda, i Thank You Scientist sono tornati in azione, alla vigila del loro tour inglese in supporto ai Coheed & Cambria che li porterà ad esibirsi anche all'ArcTanGent Festival, pubblicando l'EP Live at Backroom Studios nel quale si trovano due tracce registrate dal vivo tratte dall'ultimo Terraformer.






domenica 11 agosto 2019

Gavin Castleton - Home (2009)


Gavin Castelton è un nome che è sempre ruotato vicino alla scena del prog hardcore e Home, pubblicato dieci anni fa, è probabilmente il suo album più maturo e completo. Attivo come solista per molti anni, Castelton ha collaborato con i Rare Futures, suonando al loro fianco più di una volta, ed è di recente entrato ufficialmente nella formazione dei The Dear Hunter come tastierista, ma le sue capacità eclettiche di autore e performer erano già state ampiamente dimostrate nei Gruvis Malt, prima band in cui ha militato e della quale è stato tra i fondatori. Attivi dal 1995 al 2005, i Gruvis Malt furono un leggendario culto nei territori del Rhode Island e limitrofi, giovani talentuosi strumentisti pionieri di un sound che fondeva jazz, hip hop, prog, math rock e funk. Ed è proprio questo curriculum che alla fine mi ha convinto a scoprire Home, album che conoscevo per fama ma al quale finora non avevo dato interesse.

Partiamo con il dire che Home è un concept album, o meglio una rock opera sui generis che lo stesso Castleton ha ribattezzato "popera". La trama stessa è alquanto singolare, Castleton prende ispirazione dalla sua vita personale e racconta la fine della propria relazione con la fidanzata, ma decide di metterla in scena sullo sfondo di un'apocalisse zombie. La storia è narrata in prima persona mentre Castelton condivide, in più di un brano, le parti vocali con la bravissima Lauren Coleman che intepreta il ruolo della ex fidanzata, i cui interventi e duetti sono un valore aggiunto all'opera. Idea che mette in una prospettiva originale tutto il racconto. Castlelton, oltre che capace musicista si rivela paroliere acuto e di spiccata sensibilità ed è ovvio che, proprio per la natura narrativa dell'opera, i testi svolgono un ruolo chiave al suo interno al pari della musica.

Si crea così un brillante mix che la maestria di Castelton come arrangiatore e strumentista permette di rileggere la materia da rock opera, facendola passare attraverso un trattamento inusuale per un musical. La capacità straordinaria di Castleton risiede nel riuscire a far fluire non solo mutamenti tematici, ma anche stilistici all'interno del medesimo brano. E' vero, si percepisce sottotraccia un che di teatrale che gli interventi orchestrali e gli ammiccamenti al pop del passato si assicurano di tramandare, tipo le modulazioni su Bugguts e il rock doo-wop di Coffeelocks, ma non c'è nulla che possa risultare immediato o cantabile. Il focus a cui punta Home non è l'immediatezza, la sua eccellenza è indirizzata sulla performance, sulla finezza degli arrangiamenti molto ricercati e complessi esecutivamente. Piccole finezze come il breakbeat motore ritmico di Warpaint, o l'andatura instabile nel sinuoso soul Sugar on the Sheets, sono solo la punta dell'iceberg di idee disseminate musicalmente su più livelli.

Sulla scia di Razia's Shadow dei Forgive Durden, se ne ricava un art pop (o prog pop) dove nulla è come appare, ad esempio The Human Torch non ha un refrain conforme alla ballata malinconica che incarna, ma decide piuttosto di allargare a tutto il brano il senso di compiutezza. Anche l'r&b di Unparallel Rabbits e Layers o il disco funk alla Prince di Stampete non corrispondono all'idea convenzionale di "genere" dove il chorus è il perno attorno al quale si muove tutto il brano. L'intensità viene dettata dallo sviluppo e dall'impianto strumentale all'interno della panoramica totale che abbraccia l'intera sua durata. Per questo un ascolto con le cuffie è consigliato, per approfondire le sfumature che possono sfuggire. Il fatto che ancora, dopo dieci anni, questa piccola gemma che è Home non abbia ricevuto un degno riconoscimento la dice lunga su quanto Castelton abbia preferito privilegiare la sostanza dell'arte piuttosto che la sua forma più ovvia.


venerdì 9 agosto 2019

Sleep Tactics - Sleep Tactics (2019)


Sleep Tactics - ovvero quando la definizione di power trio non potrebbe calzare meglio. Il debutto omonimo di questa band è un'epifania e una deflagrazione al tempo stesso viscerale e controllata. Già, perché alla furia del post hardcore il trio di Philadelphia - composto da Dan Smith (chitarra, voce), Matt Weber (batteria) e Josh Taylor (basso, voce) - bilancia l'impegno geometrico del math rock. Ma Sleep Tactics non vive solo di questo, strumentalmente c'è molto di più. Nei ricami affilati e ruvidi della chitarra di Smith si trova tanto post rock quanto shoegaze ed è da qui che prende vita un incontrollabile e inesorabile tour de force che si protrae per tutte le sette tracce.

Significance Theme svela il suo spessore poco a poco, partendo come una melodia frenetica indie rock ma riservando una più rauca svolta nel finale ed in seguito gli Sleep Tactics continuano a mantenere una certa indole solare e math hardcore nelle ritmiche spigolose di A Promise to Suffer o nella paradossalmente malinconica litania punk di Pitted, anche se la tensione non abbandona mai l'andamento spedito. Il singolo Don't Protect Yourself si destreggia nei suoi cambiamenti tematici con una forza e un'irruenza da manuale, la formula prosegue con Herniated che conta sulla sua veloce ritmica e sui riff scaricati con la stessa urgenza di un'arma automatica. Un fuoco di fila impressionante.

Poi, discorso a parte meritano il mastodonte Anatomy of a Lesson Learned, il quale dispiega tutto il potenziale prog sperimentale degli Sleep Tactics, insieme alla conclusiva paranoica No Insight (for the kids). Lunghe e articolate, entrambe si prendono tutto il tempo di costruire percorsi contorti e poderosi attraverso l'appoggio di arpeggi abrasivi al limite della dissonanza nella medesima prospettiva dei Palm, dove il cantato si alterna tra l'ipnotico e l'impetuoso, mettendo sullo stesso piano un vortice di umori contrapposti. Qui siamo alla massima espressione del math rock sperimentale. Ok, d'accordo gli osannati black midi, ma per me questo giro lo vincono gli Sleep Tactics.


giovedì 8 agosto 2019

Agent Fresco - "Destrier" live in Reykjavik


Per il quarto anniversario dell'album Destrier gli Agent Fresco hanno pubblicato su YouTube il video integrale del concerto tenuto a Reykjavik il primo ottobre 2015 e finora disponibile solo su acquisto. Un anno fa la versione audio del concerto era stata pubblicata anche su Bandcamp.
In altre news gli Agent Fresco hanno da poco iniziato le registrazioni per il terzo album.



mercoledì 7 agosto 2019

Tool - Il nuovo singolo "Fear Inoculum" e altre news


Insomma è tutto vero, non stiamo vivendo in una realtà parallela. Il nuovo album dei Tool uscirà veramente il 30 agosto e il titolo è Fear Inoculum, dal quale oggi è stata anticipata la title-track e si è dato il via ai pre-ordini. Anche la data scelta per il lancio non sembra essere casuale poiché, come ha spiegato Adam Jones, il numero 7 gioca un ruolo cruciale nel contesto dell'album, tanto che il chitarrista avrebbe voluto intitolarlo Volume 7: molti pezzi sono stati scritti in 7/4, le tracce sono 7 in tutto (e pare due segue) e al momento di discutere l'evoluzione concettuale del lavoro il numero continuava a saltare fuori nelle discussioni con Maynard Keenan e Alex Grey, ancora una volta responsabile dell'elaboratissimo artwork in collaborazione con altri artisti. Tra le cose più sorprendenti c'è proprio il packaging del CD che nella sua confezione pieghevole conterrà un piccolo schermo 4 pollici, ricaricabile tramite cavo USB, con video in esclusiva, speaker da 2 watt, un booklet da 36 pagine e una card per il download che promette quasi dieci minuti di musica in più rispetto agli 85 (!) del CD.

In questi giorni i Tool stanno centellinando le informazioni come briciole di pane, con il risultato prevedibile di aumentare l'attesa come se questa non fosse già a livelli altissimi. Prima è stato svelato il titolo, poi la copertina ed oggi la title-track. Alcune altre notizie sono trapelate dalle interviste che usciranno per le riviste Guitar World e Revolver Magazine, scoprendo che la band aveva già fatto ascoltare in anteprima il disco ad alcuni giornalisti selezionati durante il tour europeo di giugno. Quindi sappiamo che i due pezzi presentati live, Descending ed Invincible, sono inclusi su Fear Inoculum ed è stato confermato che i brani superano tutti abbondantemente i dieci minuti, presentando molteplici movimenti e strutture molto dense. Tutto fa pensare che se ci sono voluti 13 anni per concepirlo ce ne vorranno altrettanti per digerirlo.



2006-2019: i Tool hanno avuto modo di finire anche il BBQ. Nasce il genere post barbecue

giovedì 1 agosto 2019

Altprogcore August discoveries


Conosciuti di rinterzo perché amici dei Thank You Scientist (hanno il manager in comune e i cantanti dei due gruppi vivevano nello stesso appartamento), i One Hundred Thousand hanno pubblicato The Forms In Which They Appear nel 2016. Il loro stile non è eclettico come quello dei TYS, ma si destreggia molto più "semplicemente" in un prog metal dalle caratteristiche dirette e con passaggi dalla presa immediata, semi imparentato con il djent. E' un po' quel crossover messo a punto da molti gruppi australiani come Dead Letter Circus, Chaos Divine e Circles: non troppo metal e non troppo prog, ma molta melodia epica.



Il batterista degli Animals As Leaders Matt Garstka e il chitarrista Joshua De La Victoria hanno questo progetto insieme chiamato Victoria con il quale hanno prodotto l'EP Modern Value lo scorso anno e ora è appena uscito l'ottimo singolo Kepler. Naturalmente si tratta di musica strumentale ad alto tasso di virtuosismo, con il drumming spettacolare di cui è capace Garstka e la chitarra fusion-metal molto gustosa di De La Victoria.




I New Ghost sono un collettivo che ha composto questo album in una fattoria nelle colline vicino a Sheffield. Il principale responsabile delle composizioni, Chris Anderson, ha coinvolto come ospite alla voce anche l'ex Aereogramme Craig B. E proprio quelle armonie dalla velleità grandiosa e malinconica rivivono in alcuni momenti di New Ghost Orchestra.



Gli inglesi Dead Ground con il secondo EP No Thoughts, No Tears e con il singolo appena uscito Going Nowhere si confermano una band da tenere d'occhio nel circuito alternative rock, a cui interessa anche addentrarsi in soluzioni meno mainstream, utilizzando lo stesso temperamento di Hypophora e Black Peacks, con i quali i Dead Ground hanno suonato.



Gran trio francese di math rock questi Big Bernie. Il primo EP che tirano fuori è di solo quattro tracce, ma sufficienti a scandagliare il genere contaminandolo di altri influssi tra cui psichedelia, sperimentazione e prog rock.



Arrivati al secondo album con New Life, i Flying Machines si propongono come un quartetto strumentale che fonde progressive rock e jazz contemporaneo. Molto buono.



Green Tree Novelty Tea è un duo formato dal bassista degli Axon-Neuron Corey Haren (qui nelle vesti di chitarrista) e dal batterista Eric Vaught. The Lion's Suite è un ruvido EP di prog punk mischiato con math rock registrato interamente dal vivo e in presa diretta, che ricorda l'attitudine dei gruppi della Dischord Records, in particolar modo la destrutturazione sonora dei Faraquet.