domenica 10 aprile 2016

HAKEN - Affinity (2016)


Qualche volta è davvero difficile prevedere il futuro, poiché la realtà appare ben più misera di tutte quelle belle varianti che ci potremmo immaginare nella nostra mente. Ad esempio, prendete il cinema o il revival di molte serie TV di culto: penso che nessuno poteva prevedere che la progressiva atrofizzazione delle idee a cui siamo arrivati ci avrebbe riproposto una tale quantità di sequel, prequel, inutili remake e rebooth che però sono solo la pallida espressione (per non dire di peggio) dei bellissimi film che conoscevamo rimasti nell'immaginario collettivo e nella cultura pop. Di contro, nessuno di questi prodotti moderni rimarrà nella storia da quanto sono superficiali, ma fotografano un vero e non immaginario futuro del XXI secolo equivalente ad un vacuo mashup degli anni '80 riproposto con effetti speciali ipertrofici e sceneggiature molto più stupide e infantili (grazie Disney!).

Anche in musica c'è un progressivo ritorno al fascino e all'estetica retrò di quegli anni, ma le cose vanno decisamente meglio. Basti pensare alla riscoperta del synthpop e delle sue peculiarità spartane, declinato in qualsivoglia modo: dalle band che lo rileggono in chiave contemporanea come CHVRCHES, School of Seven Bells, GEMS; oppure più strettamente aderente allo stile iconico e sonoro dell'epoca come il carinissimo omonimo album dei GUNSHIP (uscito lo scorso anno), i recenti ospiti degli Snarky Puppy su Family Dinner vol.2, i Knower, la colonna sonora (e di conseguenza il film) del fantastico "futuro-passato" di Turbo Kid; ed infine le variazioni più estreme attuate dal delirante genere chiptune o 8-bit music di cui Bandcamp è invaso.

Ora vi starete chiedendo cosa c'entra tutto ciò con il progressive rock, niente in effetti, però mi sembrava una digressione necessaria e pertinente per introdurre la scelta di come gli Haken hanno presentato il loro quarto album in studio, Affinity. Se date un'occhiata al loro sito web e ancora di più alla simpatica presentazione e al video teaser dell'album, vi renderete conto di come la band inglese abbia adottato anch'essa questo effetto nostalgia, facendoci tornare alla mente (per chi se li ricorda) i tempi gloriosi dei mangianastri e del Commodore 64. Con tale espediente, la curiosità per un'eventuale cambio di direzione musicale è aumentata, legittimando il dubbio se gli Haken avessero virato verso un neo prog anni '80 o magari intrapreso la via di un crossover synthprog alla maniera dei VOLA. 

Niente di tutto ciò. La band è rimasta saldamente ancorata al suo stile, però il fatto che al songwriting questa volta abbia partecipato tutta la band con maggiore collaborazione, condividendo democraticamente idee musicali, si sente eccome. L'operazione degli Haken è semmai più intelligente e adotta sporadicamente peculiarità sonore degli eighties, come la drum machine, il registro pacchiano delle tastiere e imitazioni della computer music, per trasportarle nel loro progressive rock. Prendete 1985, già esplicativa fin dal titolo, dove abbiamo passaggi solisti degni delle soundtrack tastieristiche di Vince DiCola (ricordate Rocky IV?), brevi intersezioni djent e una più marcata vena sinfonica del solito. Diciamo che questa è un po' la prerogativa di altri brani temporalmente contenuti come Lapse, Earthrise e The Endless Knot, i quali, sottotraccia, riescono a strizzare l'occhio a quei vezzi musicali (non solo in ambito prog) tipici di trenta anni fa, rimanendo allo stesso tempo ben saldi al sound prog metal del presente. Cioè, a differenza di The Mountain, vengono abbandonati senza rimpianti quei rimandi a Gentle Giant, AOR e al continuo sfoggio di virtuosismo nel quale il gruppo si smarriva e si recuperano le intuizioni migliori di brani come Atlas Stone.



Affinity appare molto più vario e ispirato nella scelta normalissima di riprendersi il giusto spazio connesso tra prog sinfonico e prog metal, sapendo quando trattenersi e quando spingere sull'acceleratore. Il brano di punta The Architect da oltre quindici minuti, ad esempio, torna alle ouverture dei primi Spock's Beard, mettendoci dentro le digressioni dei Dream Theater e un insolito intermezzo tra l'ambient e il minimale che sale gradualmente alle vette che solo i Pain of Salvation erano capaci di sfoggiare. E' a questo punto che fa la sua comparsa la voce "harsh" di Einar Solberg dei Leprous, che per un attimo riporta gli Haken in quel regno di metal estremo familiare alla band norvegese.

Red Giant probabilmente è la traccia più atipica per chi è abituato alle grandi aperture sinfoniche degli Haken. Tutta ritmi e pulsazioni concentrati tra l'elettronica dark e le visioni future di Vangelis, punta a spiazzare: laddove il gruppo fa della sua forza le melodie, qui è tutta un'edificazione atmosferica che gioca per sottrazione. L'ultima traccia Bound By Gravity è invece tutto l'opposto: un'ariosa e calma suite-ballad di nove minuti e mezzo il cui unico difetto è quello di non presentare grandi variazioni al suo interno. Affinity rimane comunque un lavoro che offre molteplici aspetti, anche nuovi, degli Haken e da questo punto di vista va lodato il mettersi alla prova della band. Devo confessare di non essere mai stato un loro grande fan e, proprio da questa posizione privilegiata di non faziosità, mi sbilancerei affermando che Affinity può essere tranquillamente considerato il miglior lavoro della band fino ad oggi.


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