mercoledì 6 aprile 2016

BLACK PEAKS - Statues (2016)


L'evoluzione e la storia dei Black Peaks è come un piccolo bignami di come una band possa passare in poco tempo dal quasi anonimato di culto al nuovo nome caldo da tenere d'occhio. Infatti, nonostante il quartetto di Brighton sia al primo album, ha già alle spalle una storia ben delineata che lo differenzia sostanzialmente da molti altri gruppi che, come loro, pubblicano musica su Bandcamp e si fanno il culo nei concerti in piccoli club. Sarà per le giuste conoscenze o per un'otttima strategia di mercato, comunque Joe Gosney (chitarra), Liam Kearley (batteria), Andrew Gosden (basso) e Will Gardner (voce), dopo aver pubblicato nel 2014 un fantastico EP di tre tracce sotto la sigla Shrine, di lì a poco hanno cambiato nome in Black Peaks (poiché avevano scoperto che quello vecchio era fin troppo abusato), tirato fuori un paio di singoli inediti che prontamente hanno avuto molteplici passaggi su BBC Radio 1 e lodi da dj del calibro di Zane Lowe e Daniel P. Carter e ci è scappato pure un contratto con la Sony che adesso pubblica Statues tramite la consociata Easy Life Records.

Nel frattempo, il materiale a nome Shrine presente nelle piattaforme di streaming musicale è stato prontamente cancellato, come a segnare un nuovo inizio, ma se non ci fosse stato l'EP Closer to the Sun non credo avrei guardato ai Black Peaks con lo stesso interesse. Un po' perché i singoli Glass Built Castles e Crooks non avevano la stessa potenza di Saviour e Say You Will (due pezzi compresi nell'EP e che in questa sede sono stati leggemente ritoccati a livello di sound), un po' perché Will Gardner (che pure ha una grandissima voce) eccede talvolta negli scream da me personalmente non molto tollerati. Lasciando da parte i gusti personali, però, c'è da dire che Statues mantiene un grado tale di componenete prog e di abrasività hardcore che è impossibile non annoverarlo tra le più importanti uscite dell'anno, anche se non è esente da contradizioni interne.





L'album parte a palla con l'assalto di Glass Built Castles, il brano che tratteggia le peculiarità comuni anche agli altri singoli (Crooks, Set in Stone, White Eyes), che la band ha lentamente svelato mano a mano che la data di uscita si avvicinava, e cioè un'inclinazione al chorus da arena rock con implicazioni epic metal, ma comunque con una melodia che si ricorda - una formula simile agli ultimi Biffy Clyro - intervallati da arpeggi e riff hard con la medesima intensità stoner prog dei Mastodon, i quali riecheggiano nel potente tour de force Hang Em High. Ma in queste prolungate reiterazioni corrosive che si replicano su Drones ci si dimentica troppo spesso della bellezza dell'imprevisto, della virata improvvisa che spiazza l'ascolatatore e si procede a risaltare la materia hard tout court. Ecco allora che Statues si trasforma più in un ritratto di un post hardcore emancipato, come testimonia la stima e la partecipazione su To Take the First Turn da parte di Jamie Lenman (ex frontman degli ormai dimenticati Reuben), che non in un prog-core capace di osare, imparentato alla lontana con gli Oceansize, una tra le band a cui il gruppo si ispira.

La perla prog hardcore di tutto il lavoro rimane quindi la già nota Saviour che, nel suo alternare epiche cadenze a trame dinamiche in continua evoluzione culminante negli intricati fraseggi chitarristici dell'esplosivo finale, non trova un altro brano all'interno di Statues che possa reggerne lo stesso livello d'intensità, a parte forse la calma apparente allestita da Say You Will che, guarda caso, si trovava anch'essa nell'EP già citato (del quale ormai potevano recuperare anche la validissima title-track Closer to the Sun). Insomma, la sensazione è che con Statues i Black Peaks non abbiano voluto esporsi al rischio di risultare troppo cervellotici e abbiano imbrigliato parzialmente quella libertà che traspariva quando si chiamavano Shrine. Ad ogni modo, i protagonisti sono grandiosi nel portare l'esecuzione ad un livello di sfida permanente: Gardner passa in un secondo da violente urla a passaggi ariosi alla Jeff Buckley, dando prova di una duplicità vocale schizofrenica e versatile, Gosney, da solo, cuce assieme furiosi riff e arpeggi da ballad senza abbassare il pathos drammatico di una tacca e il motore propulsivo del duo Kearley-Gosden raggiunge alti stati di frenesia ritmica.

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