lunedì 21 gennaio 2013

RIVERSIDE - Shrine of New Generation Slaves (2013)


Non so se sia destino o altro, ma in maniera del tutto fortuita sono riuscito a seguire la carriera dei Riverside nelle sue varie "fasi", avendo recensito tutti i loro album - tranne il primo - per la rivista Wonderous Stories (qui i link ai vari numeri: Second Life Syndrome, Voices in My Head, Rapid Eye Movement, Anno Domini High Definition). Devo quindi premettere che il mio entusiasmo per il quartetto polacco è andato, nel tempo, scemando, rivalutando a posteriori l'oggettivo valore della loro opera. Il mio giudizio sulla musica dei Riverside è da sempre ambivalente (tranne che per Anno Domini che trovo pessimo senza appello) in tal senso: se c'è un pezzo che mi piace vi trovo qualcosa di negativo e, viceversa, se ne trovo qualcuno che non mi piace ne colgo un elemento positivo. Spero di essere stato chiaro perché Shrine of New Generation Slaves non fa eccezione.

La traccia di apertura New Generation Slave è fondamentalmente un lamento blues moderno, dove Mariusz Duda declama il testo tra le pause scandite dalla chitarra elettrica. Alla metà esatta il brano si mette in moto e pare di ascoltare il medesimo stacco tra Parabol e Parabola dei Tool. Le coordinate a questo punto sono già più o meno chiare. Sì, poiché i Riverside cercano di rinnovarsi, orientandosi nel presente similmente a come hanno fatto alcuni loro colleghi, cioè guardando al passato. Un po' come i Pain of Salvation di Road Salt e gli Opeth di Heritage, la via di rigenerazione dei Riverside passa attraverso il blues riletto in chiave rock e il progressive rock anni '70, lasciandosi alle spalle quella componente metal che tanto aveva animato gli album precedenti.



L'intenzione e la volontà di cambiare rotta erano chiare già dal singolo, alquanto insipido, Celebrity Touch, con quelle punteggiature di organo Hammond e quel riff da danza medievale sembrano un incrocio tra Deep Purple e Jethro Tull. Diciamo che fin qui, i primi tre brani, tra i quali è compresa anche l'anonima rock ballad The Depth of Self-Delusion, non regalano nulla di memorabile. Andando avanti non è che le cose migliorino di molto, ma almeno We Got Used to Us possiede una peculiare atmosfera tra l'ipnotico e il malinconico e Feel Like Falling riscalda un po' gli animi aggiungendo un pizzico di new wave alla Simple Minds.

Deprived (Irretrievably Lost Imagination) segna un pallido connubio tra Pink Floyd e Marillion (il canto di Duda in alcuni momenti si rifà all'espressività di Steve Hogarth), con reminescenze che vanno da Hey You a Marbles, salvando giusto la coda finale strumentale arricchita da suggestivi accordi di piano e un assolo di sax soprano. In tutti i suoi 13 minuti Escalator Shrine non si scrolla di dosso l'ombra del blues psichedelico di stampo Pink Floyd, tanto da sembrare un patchwork dei tratti salienti del loro stile.

Partiti come epigoni dei Porcupine Tree, i Riverside col tempo hanno cercato di slegarsi da questa etichetta, cosa che prosegue in questo lavoro, ma sempre partendo da stilemi altrui. I Riverside dimostrano di aver ascoltato il blues e la psichedelia inglesi degli anni '60-'70, ma non di averli interiorizzati altrettanto bene. A questo punto è presto chiedersi se il quartetto polacco continuerà, con eventuali approfondimenti, su questa strada, o se Shrine of New Generation Slaves rimarrà un episodio isolato. Esso rimane comunque un album irrisolto perché mette sul tavolo alcune idee e non le sviluppa in modo adeguato.

Tracklist:

1. New Generation Slave (4:17)
2. The Depth of Self-Delusion (7:39)
3. Celebrity Touch (6:48)
4. We Got Used To Us (4:12)
5. Feel Like Falling (5:17)
6. Deprived [Irretrievably Lost Imagination] (8:26)
7. Escalator Shrine (12:41)
8. Coda (1:39)

http://riversideband.pl/en/

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