giovedì 10 aprile 2014

Terry Reid - una retrospettiva su "River"

 
La storia di Terry Reid potrebbe rappresentare benissimo una parabola al contrario della rockstar che viene plasmata da produttori e manager, senza però ottenere il successo sperato. Ragazzo prodigio fin dall'adolescenza, Reid iniziò la carriera con due album di beat e folk sotto la protezione del produttore Mickie Most. Fu quest’ultimo a lancire la carriera solista del giovane Reid, sfruttando il suo gigantesco talento vocale (grazie al quale gli fu attributo il soprannome di “silver scream”).  Ma Reid ben presto entrò in conflitto con Most, avendo il desiderio di divincolarsi dai canoni musicali che gli venivano imposti in favore di una propria libertà artistica.

Una volta staccatosi da Most, nel 1970 Reid inizio a lavorare sulla propria visione musicale, cercando il modo di adattarvi la sua straordinaria vocalità e reclutando nella propria band David Lindley (alla chitarra slide e lap steel) - che all’epoca suonava con i Kaleidoscope -, il bassista Lee Miles (Ike e Tina Turner) e, in un primo momento, Michael Giles (King Crimson) alla batteria, sostituito poi dal futuro Yes Alan White. Reid era caparbiamente attaccato a coltivare in maniera indipendente la sua carriera come solista, tanto da declinare in poco tempo due offerte allettanti. La prima e più famosa fu quella fattagli da Jimmy Page per diventare il cantante dei futuri Led Zeppelin e la seconda di sostituire Rod Evans nei Deep Purple, posto al quale subentrò Ian Gillian. Entrambi famigerati episodi che sono entrati nella storia del rock e che hanno fatto conoscere il nome di Reid più per questi fatti che per la sua musica. Ma già da questo si può intuire la sua caratura e la stima di cui godeva nell’ambiente.
Intanto Reid stava continuando a suonare dal vivo, partecipando anche al festival di Glastonbury del 1971 - di una parte della performance esiste una testimonianza video oggi facilmente reperibile su YouTube -, ma, pur avendo stipulato un contratto con l’etichetta Atlantic, i problemi legali con Most non gli permettevano di registrare alcunché. Per questo e altri motivi il lavoro per River fu più travagliato del previsto e l’album vide la luce solamente nel 1973.
Le prime sessioni di River ebbero luogo in Inghilterra agli Advision Studios di Londra con il produttore Eddie Offord (quello di Yes e ELP). Tra prove, improvvisazioni e ricerca, tentando anche di catturare quella magia che il gruppo sprigionava dal vivo, le sessioni diedero origine a materiale sufficiente per tre album. Ma nessuno fu veramente soddisfatto dei risultati, tantomeno Reid che decise di ripiegare in California, dove aveva già vissuto, per cercare di completare l'album sempre sotto l'egida della Atlantic. Frustrato ancora della situazione di stallo con Most, Reid chiese aiuto proprio al presidente dell’etichetta, Ahmet Ertegun, che sbloccò la situazione legale e affidò Reid nelle mani del produttore e ingegnere del suono Tom Dowd (che aveva lavorato con Otis Redding e  Allman Brothers). A parte Alan White, gli altri musicisti avevano seguito Reid negli USA e per completare le parti ritmiche furono chiamati Willie Bobo (percussioni) e Conrad Isidore (batteria). E, anche se il nome di Alan White non compare nei credits di River, a detta di Reid alcune sue parti di percussioni sono finite nel mix finale dell’album. Le registrazioni con Dowd finirono senza intoppi e in maniera soddisfacente, segnando anche una certa eterogeneità musicale che mostrava la volontà di rinnovo presente in Terry Reid. Il cambio geografico improvviso dall’Inghilterra agli Stati Uniti, infatti, andò a ripercuotersi pure sull'equilibrio stilistico di River, differenziando in modo significativo le due facciate dell'LP. Il lato A contiene dei pezzi di stampo blues americano, mentre il lato B è caratterizzato da tre lunghe composizioni acustiche di folk non ortodosso, più simili a improvvisazioni che a canzoni. 

Dalle sessioni londinesi nell'album finirono solo due brani dall'impianto acustico, Dream e Milestones, che sondavano quei percorsi astratti e free form del Van Morrison di Astral Weeks o di Tim Buckley con in più il folk delicato di Nick Drake. Se Dream è innegabilmente prossima alla fragile sensibilità di quest’ultimo, Milestones è architettata come un flusso di coscienza che rispecchia gli esperimenti tra jazz e folk che Reid stava mettendo a punto.  La title-track, che inaugura il lato B e completa il trittico, mette a frutto la ricerca su accordi jazz e ritmiche sudamericane, riassumendo così la musica in un suadente andamento da bossa nova. Dean, la canzone d'apertura di River e cavallo di battaglia dal vivo sin dal 1971, poneva le basi dello stile reidiano. Un groove funk bagnato nelle calde acque del blues che viene reiterato in modo da poter rendere libero Reid di improvvisare sul canovaccio imposto dalle liriche. In questo brano compare tutta la perizia del cantante nel controllo della modulazione vocale. Le tre canzoni che seguono, ovvero Avenue, Things to Try e Live Life, sono un concentrato di country blues, punteggiate dalla steel guitar di Lindley, alle quali però non sfugge un leggero ascendente da folk inglese alla stregua del terzo LP dei Led Zeppelin.  
River fu ristampato in CD nel 2006 dall’etichetta Water Records in un’edizione limitata con le due ottime bonus tracks, Anyway e Funny, saltate fuori probabilmente dalle ore e ore di registrazione negli studi londinesi. Quando l’album uscì nel 1973 l’Atlantic aveva ormai perso interesse nel progetto e non fece un’adeguata campagna promozionale. Ancora una volta per Terry Reid si palesava un destino da “loser” del rock, sorte che non lo abbandonò neanche nella lavorazione tormentata dei suoi album successivi Seed of Memory (1976) e Rogue Wave (1978).

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