lunedì 6 giugno 2016

DARK SUNS - Everchild (2016)


Ormai, devo ammettere, mi ero completamente dimenticato dei Dark Suns. Il loro ultimo album, Orange, risale al 2011 e nel frattempo la band tedesca è rimasta un po' fuori dai radar anche della stampa del settore. Ecco perché questo nuovo doppio album Everchild arriva come un'inaspettata sorpresa che meriterebbe dello spazio nelle future discussioni tra appassionati di prog. Da perfetti outsider i Dark Suns si ripresentano con l'album che non ti aspetti, un ottimo album direi. Per farsi un'idea sul sound dei Dark Suns, non sarebbe sbagliato fare dei confronti con Steven Wilson, Riverside, Haken e Anathema, senza dimenticarsi che le radici del gruppo risiedono nel progressive metal abbastanza estremo, una cosa ricordata in modo lieve da tracce come Codes e la title-track. Ma, ripartendo dalla vena heavy art prog di Orange, su Everchild la band di Lipsia approfondisce un elemento che in quel contesto emergeva solo in superficie, ovvero l'uso di fiati, con l'ingresso ufficiale in formazione di Evgeny Ring (sassofono) e Govinda Abbott (tromba), comportandosi di conseguenza anche con gli altri strumenti. Per il resto la band è sempre guidata dal batterista/cantante Niko Knappe che questa volta lascia le percussioni anche in studio nelle mani (e nelle gambe) del live drummer Dominique "Gaga" Ehlert.

In pratica, ciò che allontana Everchild da un progressive rock conforme alle norme sono le continue incursioni nel jazz che i Dark Suns, in genere, inseriscono nei momenti di raccordo e non utilizzano lungo la durata complessiva di un brano anche se comunque vi rimangono impresse in modo subliminale. E' in brani come The Only Young Left, Spiders e Monster che possiamo parlare propriamente di jazz più che di fusion (genere che per le sue caratteristiche viene adattato con più semplicità al progressive rock) grazie a un intervento maggiormente incisivo della tromba, uno strumento che raramente ascoltiamo in ambiti rock, visto che molti artisti gli preferiscono il sassofono, ma la sinergia tra i due fiati, nei pochi momenti in cui risaltano insieme, tira fuori dei suoni compatti quasi da big band.

In più di un punto, inoltre, si respirano climi da ambient metal che sembrano collegare mondi lontani come quelli dei Tool, del post rock di David Sylvian e l'oscuro swing alla David Bowie - periodo 1.Outside - con istanti pianistici reminiscenti delle prodezze di Mike Garson (ancora la title-track, Escape of the Sun, Unfinished People, The Fountain Garden). L'unico appunto che si potrebbe fare è che, intrapresa questa via, i Dark Suns si sarebbero potuti spingere oltre ed essere ancora più radicali sul lato jazz, magari accogliendo nei solchi prog delle progressioni avant-garde spregiudicate. Il che non avrebbe sfigurato soprattutto nello spazio che occupa l'ultima mezz'ora - dedicata ai tre lunghi brani Torn Wings, Morning Rain e la cover di Tori Amos Yes, Anastasia (tratta da Under the Pink, 1994) - che, al contrario, si richiude su se stesso nel segno di un progressive rock più di maniera. Se il primo e il secondo brano risultano delle didascaliche lezioni di prog atmosferico condito da sporadici sussulti strumentali, la cover della Amos - in origine un requiem per piano, voce e archi - qui viene elaborata in forma di suite solenne a grande respiro, come se dietro agli arrangiamenti ci fossero i Pain of Salvation, un altro gruppo che non sfigura tra le influenze dell'ottetto tedesco.



www.darksuns.de

2 commenti:

Changa ha detto...

Bellissima recensione. Io ho appena scritto la mia sullo stesso disco, se vi va di leggerla mi fa molto piacere!

Forcy ha detto...

Per me si tratta di un piccolo passo indietro rispetto ad Orange.
Non che sia qualitativamente peggiore, ma Orange sembrava volersi aprire a una direzione stilistica curiosa (e coraggiosa) che invece qui è meno presente (se non assente).

Un buon album che avrebbe potuto essere qualcosa di più!

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