martedì 2 febbraio 2016

Dream Theater - The Astonishing (2016)


Solo i Dream Theater si sarebbero potuti permettere di azzardare tanto. Con molto coraggio e determinazione si sono ripresentati dopo quasi due anni e mezzo dall'ultimo lavoro in studio con The Astonishing, un gigantesco concept album di 130 minuti diviso in due CD che, più che un'opera rock, sembra voler essere una sfida (o provocazione) nei confronti del panorama musicale odierno. Si sa che l'ambizione non è mai mancata al quintetto, ma questa volta ha voluto esagerare su tutti gli aspetti. L'idea sarebbe anche interessante: porre al centro della storia un futuro distopico posizionato temporalmente nel 2258 dove ha preso il sopravvento una malvagia dittatura paramilitare che, tra le altre cose, l'unica forma di musica conosciuta è divenuta artificiale e prodotta da droni chiamati NOMACS. All'imperatore in comando Nafaryus si oppone un gruppo di ribelli guidati dai fratelli Aryhs e Gabriel, il quale dovrebbe essere il classico "prescelto" che porta con sé l'abilità di suonare e quindi di far ricordare all'umanità la perduta bellezza del suono dal calore umano. Del nostro eroe si innamorerà inevitabilmente la figlia dell'imperatore, Faythe.

Sulla realizzazione di The Astonishing però si trovano significati dai caratteri contrastanti. In un'epoca dove l'accumulo di informazioni, lo schiavismo del multitasking e la funzione degenerata da non sottovalutare del tasto "skip" stanno facendo effettivamente perdere l'abitudine nel metodo di fruizione della musica, i Dream Theater non hanno paura di confrontarsi con il pubblico, presentando un'opera debordante che richiede tempo e attenzione e, proprio per questo, preventivamente fuori moda nella sua veste passatista, ma in senso positivo.

L'altro lato della medaglia è che i Dream Theater non colgono questa occasione per cercare di aggiungere qualcosa di imprevedibile alla loro ormai troppo immutabile discografia, ma fanno esattamente ciò che ci si aspetterebbe da loro, spingendo sull'acceleratore della magniloquenza esecutiva fine a se stessa, portando dentro un'orchestra e un coro (diretti da David Campbell) e adattando il complesso prog metal ad arie da musical di Broadway per una messa in scena da saga fantasy con produzione Disney. In pratica si rispolvera tutta l'ambiziosa caricatura con la quale il progressive rock è stato deriso e ghettizzato per anni. Allora è ovvio che l'opera di riferimento a cui bisogna tornare a guardare un attimo è l'altro concept-pietra-miliare del gruppo di ben più alto spessore, Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory, con il quale i Dream Theater si erano già tolti tutte le soddisfazioni di questo mondo. Tanto quest'ultimo era presentato in una veste seriosa, compatta ed elettrizzante  - e che più si confaceva all'indole originaria della band -, quanto The Astonishing appare artefatto, spersonalizzato e confusionario.

Un album dai valori opposti quindi che, se da una parte può essere ritenuto audace per come è stato concepito e inserito nell'attuale contesto storico/culturale tendente a spersonalizzare la funzione della musica, dall'altra si può descrivere come un campionario di cliché e luoghi comuni sul progressive rock (o metal) che di certo non fanno affatto bene al genere e lo riportano indietro agli anni in cui veniva sbeffeggiato proprio per le peculiarità che i Dream Theater mettono alla luce. Come affrontare quindi The Astonishing? Standone alla larga o elogiarlo come opera grandiosa? Questa volta la verità non sta nel mezzo. Per quanto mi riguarda basterebbe questo esempio: se un amico mi chiedesse qualcosa da ascoltare per farsi un'idea sul progressive contemporaneo non gli presenterei mai e poi mai The Astonishing per paura di traumatizzarlo, anche se incredibilmente esso corrisponde alla definizione più usuale e corrente di prog.

Ma la scelta di dare alle stampe un album dai connotati così temerari sembra tirare in ballo anche un altro fattore più sottile e cioè quello di far ridestare l'interesse verso una band che, da quando - due album fa - ha perso una delle sue colonne portanti (Mike Portnoy), correva il rischio di trascinarsi lentamente nell'oblio. Quindi penso ci sia anche del metodo in quest'operazione estrema, inventandosi un progetto con la capacità di scuotere le opinioni grazie a connotati ambiziosi e dai contorni epici, tanto che la strategia pare abbia proprio funzionato visto che ne stanno scrivendo proprio tutti, anche chi di solito non si interessa di progressive rock.



Il concept è stato ideato e sviluppato da John Petrucci con la finalità di essere anche trasposto in altri media come teatro, cinema e video game, mentre la maggior parte della scrittura musicale è opera del chitarrista e del fido tastierista Jordan Rudess che, avendo coro e orchestra a rivestire parte delle sue veci, si dedica principalmente al piano acustico ed è colui che si prende maggior spazio, dato che i suoi arpeggi costituiscono le fondamenta sulle quali i brani si sviluppano. Petrucci, dopo l'encomiabile impegno di aver scritto storia e musica, mette da parte la fantasia e imbraccia la chitarra suonando col pilota automatico, ma c'è da dire non smania mai per primeggiare. Da parte sua James LaBrie ha accolto la sfida non facile di interpretare vocalmente tutti gli otto personaggi principali previsti dalla storia, anche se talvolta non fa altro che inventarsi dei toni gravi e moderarsi nei suoi striduli acuti. Il più penalizzato dei cinque sembra essere il povero Mike Mangini, dato che, paradossalmente, in una storia che mette al centro l'importanza della musica umana, il suono del suo strumento esce fuori molto spesso come fosse quello di una batteria programmata.

La prima notizia però è che, nell'enorme spazio temporale in cui si dipanano i due CD, non è presente alcuna suite multiforme, un vezzo ormai che assurge a marchio di fabbrica per la band, con il brano più lungo che arriva "solo" a sfiorare gli otto minuti. In realtà i pezzi sono abbastanza contenuti al fine di suddividere meglio i capitoli e le azioni della storia e la musica fa volentieri ricorso ad atmosfere teatrali come mai era accaduto prima in un album dei Dream Theater - con pezzi come Lord Nafaryus e Three Days -, arrivando agli stessi risultati dei The Dear Hunter nei loro album Act I-IV. Con la differenza che per questi ultimi il rischio di mostrarsi pomposi è scampato dalla soluzione di non associarsi al prog metal. Il problema di The Astonishing risiede anche in tale aspetto, dato che su tutto l'album aleggia una pesante sensazione di musical muscolare e supereroistico, con accostamenti stilistici che più di una volta appaiono forzati e pacchiani.

Il primo CD è tutto un altalenarsi tra ballate pianistiche stucchevoli e sdolcinate tipo When Your Time Has Come, Act of Faythe, Chosen e momenti che sfoggiano smisurati propositi da "musica visiva", "operatica" e "cinematica" (The Road to Revolution, A Tempting Offer, A Savior in the Square e Brother, Can You Hear Me?, una specie di Bring the Boys Back Home insensatamente tirata per le lunghe). Non tutto si riduce a questo se si contano The Gift of Music, A Better Life e qualche spunto strumentale da A New Beginning, fino all'intro desueto di A Life Left Behind (che pare spuntato fuori da Drama degli Yes), ovvero dei brani che funzionano meglio quando l'ibrido da operetta metal viene meno accentuato. 

La seconda parte è, se possibile, ancora più incisiva nel sottolineare ed estremizzare i caratteri riassunti dalle righe precedenti, affidandosi però ad una scrittura decisamente meno ispirata e poco incisiva, a parte per la funambolica Moment of Betrayal. Abbiamo il prog metal operistico di The Path That Divides, The Last Farewell e The Walking Shadow, accanto alle melodrammatiche Begin Again e Losing Faythe, talmente prevedibili nel loro indigesto romanticismo da sfiorare il kitsch neomelodico. Poi troviamo cose incomprensibilmente pleonastiche come il richiamo a Is There Anybody Out There? su Haeven's Cove (ma che bisogno c'era? Era tanto difficile inventarsi un arpeggio e un arrangiamento inediti?) e la power ballad più che ordinaria Our New World che qui pare fuori contesto e per un attimo ci fa dimenticare di essere all'interno di un musical ipertrofico. Ma a ricordarcelo arriva con tutta la sua potenza implosiva l'ultima traccia Astonishing: un distillato di soundtrack da scena finale trionfale, cori ecclesiastici e fanfare militaresche. Purtroppo non ci sono termini più appropriati di "progressive rock" o "opera rock" che si adattino a The Astonoshing, ma nel senso più retrogrado e stereotipato che ci possa essere. Nel migliore dei casi avrete una melliflua e ciclopica opera rock, nel peggiore una parodia suonata da dio del "training montage" di Rocky IV.

2 commenti:

Marco Malagoli ha detto...

Terrificante, dopo qualche ascolto, mi assale un torpore derivato da una noia mortale, il tutto mischiato ad un senso di imbarazzo generale che non mi fa prendere sonno. In conclusione penso che mi potevo evitare di andare ad assaporare delle sensazioni così poco gratificanti, la vita è troppo breve per perdere tempo con cose di questo tipo.
Un caro saluto.

Lorenzo Barbagli ha detto...

Esattamente