domenica 17 gennaio 2016

MEER - MEER (2016)


Non è detto che dalla Scandinavia arrivi sempre ed esclusivamente musica malinconica. Quella dei norvegesi MEER, ad esempio, lascia ampi spazi a raggi di sole che filtrano attraverso i toni chiaroscuri di una musica per lo più acustica ed elegante, grazie alla sinergia di addirittura otto elementi che portano in dote inevitabilmente arrangiamenti fastosi. Credo che il modo migliore per presentare i MEER sia lasciare la parola a loro stessi quando si descrivono come un'orchestra alternative pop con influenze che vanno dalla musica classica al progressive rock con polifonie vocali e grandiosi arrangiamenti per archi.

Johanne Margrethe Kippersund Nesdal (voce), Knut Kippersund Nesdal (voce), Eivind Strømstad (chitarra), Åsa Ree (violino), Ingvild Nordstoga Eide (viola), Ole Gjøstøl (piano), Morten Strypet (basso) e Mats Lillehaug (batteria) erano fino all'anno scorso conosciuti con il nome di Ted Glen Extended con alle spalle un EP di cinque tracce pubblicato nel 2012, ottenendo ottimi consensi dalla stampa locale.

La prima canzone realizzata a nome MEER nel settembre del 2015, Night By Day, è stata anche quella che apre l'album pubblicato da pochi giorni. In questo brano si possono trovare le caratteristiche migliori del gruppo, a partire dalla perizia degli arrangiamenti e della gestione magistrale delle dinamiche: tappeti di violini che accompagnano chitarra e piano acustici, con voci maschili e femminili che si rincorrono, si sovrastano e si accarezzano, mentre la canzone cresce e si trasforma da ballata da camera a sinfonia orchestrale.

E' proprio in questi due ultimi caratteri stilistici che si sviluppa il resto dell'album. Per quanto possano partire con impostazioni da chamber pop acustico, pezzi come Solveig, I Surrender, Ghost, oppure soul pop come Shortcut to a Masterpiece, durante il loro sviluppo si dipanano assumendo contorni e prospettive da suite in grande scala, a prescindere dalla durata, usufruendo di trucchi strumentali mutuati dal progressive rock. Valentina in the Sky, specialmente nelle sue fantasie strumentali pilotate come fossero un pezzo classico, saprà affascinare anche chi non si è mai allontanato troppo da parametri neo prog. Dover Beach invece rappresenta il culmine di quel distacco tra malinconia e gioiosità di cui si parlava all'inizio, arrivando nel finale ad esplodere anche in un canto corale liberatorio. Personalmente ritengo il miglior pezzo dell'album Grains of Sand, inquadrato tra tradizione folk e modernità con un pulsare di basso elettronico fusion contrapposto ad un crescendo sincopato che esplode in tutta la sua potenza polifonica e sinfonica. Un capolavoro di arrangiamento, il che, se tutto l'album avesse seguito questa linea, sarebbe risultato di qualità sopraffina.

http://meerband.com  

 

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