domenica 24 giugno 2012

ECHOLYN - Untitled (2012)


Questo blog ha ormai quasi cinque anni di vita, eppure, in tutto questo tempo, non è mai capitato di parlare in modo approfondito della mia band preferita di sempre. Questo è successo perché dal 2005 non è più uscito nulla dai laboratori echolyn, ma oggi è finalmente arrivato quel momento tanto atteso. Un momento che, ad essere sinceri, confidavo sarebbe stato più solenne ed entusiasta e che invece, scontrandosi con la dura realtà, va a registrare una mezza delusione.

Per recensire il nuovo album degli echolyn si dovrebbe prima capire chi sono oggi gli echolyn. Innanzitutto perché è passata la bellezza di sette anni dall’ultimo The End is Beautiful (2005), il miglior album del “nuovo corso”, che aveva saputo integrare in modo ottimale le novità stilistiche con le passate magie progressive. E poi perché ci sono voluti ben cinque anni di lavorazione per portare a termine questo doppio senza titolo. Di tempo ne è passato così tanto poiché gli echolyn, come molti altri loro colleghi, conducono cinque vite differenti dove la musica non rappresenta più il principale impegno, ma ognuno di loro ha un “vero” lavoro (il tastierista Chris Buzby, ad esempio, è insegnante di musica). Il disco, proprio per questo, ha avuto una lunga gestazione, i brani sono stati sottoposti a pesanti rimaneggiamenti, andando forse a incrementare la confusione, e la data di uscita è cambiata più di una volta. Il fatto di condurre delle vite impegnate, oltre ad allungare i tempi, di sicuro non ha giovato a livello compositivo.

Questo perchè credo che, dal punto di vista compositivo, la peculiarità principale degli echolyn sia stata da sempre lavorare come una forza unica, nella quale ognuno portava il proprio contributo. Le vere forze di propulsione, o scintille che danno l’avvio al lavoro, erano però le idee abbozzate dal chitarrista Brett Kull e Chris Buzby. I due non potrebbero avere punti di vista musicali più differenti. (Ed è proprio qui che stava il bello.) Il primo più concentrato sull’estetica racchiusa nei vari generi tradizionali che confluiscono nel calderone dell’Americana, il secondo più indirizzato verso dinamiche progressive di matrice fusion. Questi due stilemi, almeno nella prima fase della band, si sono sempre amalgamati in maniera egregia ed equilibrata, andando a forgiare quell’originale girandola di idee che ebbe il suo culmine su As The World (1995). Le diverse metodologie di Kull e Buzby furono ancora più palesi nella frattura degli echolyn (avvenuta nel 1996) dalla quale vennero generate due band diversissime tra loro: gli alternative rock Still / Always Almost di Kull, Weston e Ramsey e i Finneus Gauge di Buzby dediti a una complessa fusion. Da quando gli echolyn sono tornati insieme con Cowboy Poems Free (2000) è come se a dominare l’indirizzo artistico fosse Kull, l’unico che riesce a dedicare alla musica più tempo degli altri, andando a creare una specie di "roots prog" che somiglia ad una continuazione degli Always Almost.


Dato che per la prima volta gli echolyn pubblicano un album in vinile, vorrei dividere la recensione in corrispondenza delle quattro facciate.

SIDE A:
L’album si apre alla grande con i sedici-minuti-sedici di Island: un lungo intro strumentale da brivido, con un Paul Ramsey come sempre spettacolare dietro i tamburi, il grande Tom Hyatt che guida in solitaria le strofe con il suo basso, le solite impeccabili polifonie vocali. La seconda parte è ben interpretata dal canto di Ray Weston e con un arrangiamento che punta su contrasti tra un’ottica onirica e una più propriamente sinfonica. Un ottimo biglietto da visita. Headright è un breve e solare interludio dalla perfezione quasi pop. Con melodie luminose e la sua spensieratezza contagiosa, rappresenta quasi un’eccezione in questa collezione di lunghi e pacati brani progressivi. Molto, molto carino.

SIDE B:
A partire da questo lato inizia a calare il mordente. Locust to Bethlehem è un lento soul arricchito qua e là con archi e sax baritono che sarebbe potuto stare meglio in un album solista di Brett Kull. Some Memorial si apre bene, con arpeggi di chitarra acustica pseudo-genesisiani e le tastiere di Buzby a fare da rifinitura. Bellissima atmosfera. Appena interviene il primo cambio tematico, però, ecco che arriva una serie di riff abbastanza scontati che sembra una successione di residui di vecchie idee scartate in passato.

SIDE C:
Past Gravity è un’altra palese composizione uscita dalla penna di Brett Kull. Verrebbe da dire quasi un soul blues pastorale, notturno e malinconico, che affonda le proprie radici nella musica nera e lo riporta alla luce con connotazioni da rhythm and blues bianco. Anche qui a farla da padrone sono le ritmiche pigre che segnano un po’ tutto l’andamento indolente del pezzo. Si stenta qui a rintracciare lo spirito dei vecchi echolyn. Su When Sunday Spills la band si diverte a cercare armonie vocali sixties attraverso un chorus dai connotati country. Nella bella coda finale il piano di Buzby interviene con una sequenza solenne di accordi sulla quale vengono intonate le ultime strofe.

SIDE D:
L'ultimo lato ci regala, per fortuna, due eccellenti colpi di coda. L'emozionante Speaking in Lampblack si apre come una ballata pianistica dall'atmosfera sopesa e distante grazie all'intervento di archi e riverberi. Il brano prosegue su lidi alt folk con delle melodie bucoliche così delicate e raffinate che sembrano un perfezionamento dei gioielli acustici di ...And Every BlossomThe Cardinal and I chiude degnamente l’album ed è la prova che, pur non allontanandosi dalle coordinate stiliste dettate dall’album, gli echolyn sono capaci di scrivere grandi brani. Energia e malinconia convivono a varie riprese al suo interno aperti dagli squarci tastieristici di Buzby e innalzato dal canto rassegnato di Weston.

Se prima gli echolyn erano maestri di incastri tematici e logorroici funamboli della partitura, oggi si posano su un’automoderazione che si accontenta di trovare quei due o tre incisi che possono far colpo. La produzione è comunque impeccabile, così come la preparazione musicale che da sempre è parte integrante della cifra stilistica del gruppo. Insomma, nulla da eccepire dal punto di vista della realizzazione e sia chiaro che l'integrità intellettuale e artistica rimangono invariate, così come la mia stima per il gruppo che rimane un gigante nel panorama progressivo. Ma il risultato, detto per inciso, mi sembra lo stesso ottenuto con Mei (2002), album innalzato a capolavoro da molti fan e dallo stesso gruppo, ma che a me, sinceramente, ha lasciato sempre perplesso. Sarà forse l’età non più giovane che porta la band verso tranquille ballate introspettive con ritmiche pacate anche nei pezzi più dilatati. Insomma, come dire che il fuoco propulsivo di un tempo, che ha animato le pagine più memorabili della storia degli echolyn, se non è estinto si sta lentamente affievolendo.



http://www.echolyn.com/

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Lorenzo, ho letto la tua recensione sull'ultimo Echolyn, e, amandolo moltissimo, sono rimasto un pò perplesso da i tuoi punti di vista.
Sono d'accordissimo sulla premessa e la "chiosa" del tuo pezzo, ovvero che, dopo la ricostituzione, l'equilibrio compositivo Kull/Buzby si sia spostato a favore del primo, e che, con gli anni, il suono echolyn si stia facendo sempre più introspettivo, ma il secondo aspetto non mi pare necessariamente un male. I tempi di ATW sono ovviamente lontani,
ma quello che mi ha sempre fatto amare egli anni gli Echolyn è la qualità compositiva e l'originalià degli arrangiamenti, che qui a mio parere rimane intatta:l'arrangiamento di When Sunday spills ad esempio, ad un ascolto approfondito, rivela dettagli incredibili, che avrebbero potuto concepire solo loro.

A differenza degli altri gruppi "neoprogressive" tanto, (forse troppo) lodati non c'è mai stata la ricerca del tempo dispari ad effetto o dell'assolo sincopato fine a se stesso, ma un lavoro certosino su melodie e armonie il più possibile originali e coinvolgenti. Che qui ritrovo in abbondanza ( vabbè, meno in Past Gravity come dici tu:-))

Una coerenza e costanza che ritrovi anche negli album più leggeri, come nelle "canzoni" di CPF, e che dopo più vent'anni di onorata carriera, me li fa apprezzare sempre di più.

Sarà che sono un romanticone senza speranza, ma trovo questo lavoro ad altissimo tasso emozionale e mi ha convinto molto di più, ad esempio, delle asperità di TEIB, che mi apparivano, quelle sì, un tantino forzate.
I nostri eroi staranno forse invecchiando, ma molto bene imho

con stima, Mario Bianchi

Lorenzo Barbagli ha detto...

Mario,
il tuo punto di vista è rispettabilissimo e sono contento che ti sia piaciuto e non voglio assolutamente farti cambiare idea.

Preciso solo alcune cose. Non vorrei che dalla recensione si fraintendesse che vorrei una ripetizione continua di ATW. La mia non vuol essere una critica tanto al "nuovo corso", quanto più che altro al privilegiare certi aspetti dello stile echolyn. Non vorrei neanche che questa passasse per una stroncatura perchè nel disco ci sono cose validissime.

Ad esempio, rispetto a te, io mi ritrovo più nell'imprevedibilità di TEIB che non nei languidi brani dell'ultimo lavoro. Voglio dire, gli echolyn possono abbracciare benissimo e far convivere i romanticismi più dolci e le asperità più cervellotiche. Ed è proprio ciò che mi galvanizza della musica degli echolyn.

Poi, tranquillo, potranno far uscire anche un album che non mi convince, ma gli echolyn per me rimangono sempre una, due, mille spanne sopra gli altri.

Ciao!

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