sabato 23 ottobre 2010

THE TEA CLUB - Rabbit (2010)


I Tea Club tornano in pista - a distanza di due anni da General Winter's Secret Museum - con un secondo album che sancisce una chiara e netta maturazione delle idee espresse nell'esordio. Già in quest'ultimo si erano imposti grazie ad un alto livello qualitativo, ma Rabbit alza la posta verso inediti territori progressivi, involandosi in una concezione di strutture musicali oltremodo complesse.

Tutto è racchiuso tra le due incredibili tracce che simbolizzano una crescita notevole: Simon Magus e Astro. Per ascoltare la musica dei Tea Club si deve partire con il presupposto di immergervisi completamente, perché è atmosferica, perché è complessa, variegata e anche intellettuale. Le sensazioni che vengono toccate più spesso sono antitetiche, malinconia e impeto, portate avanti da un altro contrasto, quello che fonde il progressive rock con la durezza dell'alternative. Questo connubio avviene attraverso rocciosi suoni di chitarra abbinati a ritmiche complesse e involute dove Out of the Oceans e He is Like a Spider sono un trattato più eloquente di qualsiasi parola. Nuclear Density Gauge, tra un inizio sommesso e psichedelico e un finale tumultuoso, si gioca tutto alternando e amalgamando questi due ingredienti.

I fratelli Patrick e Dan McGowan non hanno paura di scardinare i luoghi comuni del prog sinfonico e porre invece l'accento sulle sferraglianti chitarre elettriche e sui potenti colpi di batteria di Kyle Minnick, per lasciare un ruolo di rifinitura (ma non secondario) alle gustose tastiere dell'ospite Tom Brislin, che ha suonato con gli Yes e inoltre ha una sua band chiamata Spiraling. L'atmosfera va a dipanarsi così in composizioni oscure e misteriose, ma di una densità di contenuti mai così efficace. In pratica dentro un brano dei Tea Club si dischiude un mondo eterogeneo ma compatto, che, nella sua ricchezza compositiva, può fare la felicità di ogni fan del progressive o dell'alternative: polifonie vocali, intermezzi tastieristici e intelligenti riff e arpeggi di chitarra.

Anche se qualche volta la direzione può risultare oppressiva e di non facile assimilazione, come nella quasi gotica Diamondized o in The Night I Killed Steve Shelley, la peculiarità dei Tea Club è quella di non rendere mai il contenuto banale e sviluppare i brani con continue sorprese e variazioni. Anche nel contesto più rilassato e meditativo delle ballad Royal Oil Can (davvero splendida!) e Tumbleweed non si perde quella sensazione che i Tea Club siano riusciti a coniare un linguaggio progressivo personale e che di sicuro fa di Rabbit una delle opere più riuscite di quest'anno.



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