martedì 30 agosto 2016

Plini - Handmade Cities (2016)


Handmade Cities è il primo vero e proprio full length che Plini pubblica nei suoi tre anni di carriera, anche se per dirla tutta la durata dell'album non sfora i 34 minuti e, dopo aver avuto nei precedenti EP una miriade di ospiti più o meno noti dell'ambiente progressive e fusion, la band si è stabilizzata a trio con l'apporto di Simon Grove degli Helix Nebula al basso e Troy Wright alla batteria.

Della nuova generazione di guitar heroes 2.0, meglio descritti come "from my cameretta and beyond", l'australiano Plini è colui di cui non ho mai parlato in modo approfondito su altprogcore. Non perché il suo effettivo e precoce talento mi fosse sfuggito ma in realtà, tra la schiera di giovani virtuosi della sei (e sette) corde, è quello che mi sembra idealmente il più pulitino e perfettino, le sue musiche proseguono diritte su binari confortevoli e sicuri, senza mai prendersi un rischio reale deviando su tracciati di ricerca. Eppure, la manciata di EP prodotta da lui sinora rimane saldamente tra i best seller di Bandcamp nel reparto jazz e fusion. Partito come un progetto solista, Plini è esponenzialmente cresciuto, costruendosi una reputazione che quest'anno gli ha permesso di affiancarsi ad un tour stellare (che ha fatto tappa anche in Italia) insieme a Intervals e Animals As Leaders. Prova ulteriore che io ho torto e gli altri hanno ragione.

Prendete quest'ultimo Handmade Cities: era da tempo che non mi capitava di ascoltare un album chitarristico/strumentale così accattivante, così scorrevole e pacifico da sfiorare la muzak. Il modo di intendere il djent di Plini è infatti maggiormente affine più ad un orientamento mainstream, come può essere quello dei Polyphia, che non alle ingerenze ambient sviluppate dai TesseracT e DispersE o alle mitragliate metalliche esplose dai Periphery. Un pezzo tipo Inhale si presta molto bene come prototipo ipotetico, dove le parti aggressive sono subordinate a passaggi eterei e funk densi di tastiere e chitarre che ricreano tappeti new age. Il metodo di scrittura talvolta utilizza espedienti basilari con risultati altalenanti: mentre gli assoli della title-track si cullano in uno sviluppo monotematico impostato sul dittico quiet/loud che lascia un senso di irrisolto, l'ottima Pastures, dopo un'introduzione prog di due minuti, si concentra su un reiterato giro arpeggiato sul quale il trio prima edifica un crescendo e, una volta raggiunto l'apice, il tutto viene attenuato. 

La cosa comunque interessante di Handmade Cities, non del tutto sviscerata negli EP, va ricondotta al fatto di come Plini pieghi l'elettronica in una prospettiva retrò che guarda al sound di fine anni '80/inizio anni '90, accostandolo così a quei virtuosi come Steve Vai e Joe Satriani. Un retaggio che mi pare totalmente assente rispetto ai colleghi all'interno del djent, i quali si presentano in perfetta sintonia con il metal contemporaneo. Così, nelle pieghe prog fusion di Electric Sunrise e Every Piece Matters, convivono frammenti di Pat Metheny e Cynic e quelle di Cascade rispecchiano un avvicinamento al progressive metal dei Dream Theater grazie a passaggi epici e sinfonici mutuati dall'aggiunta di tastiere.



www.plini.co

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