lunedì 19 marzo 2012

IT BITES - Map of the Past (2012)


Map of the Past arriva a ben quattro anni di distanza da The Tall Ships, album che segnò il ritorno degli It Bites dopo il loro scioglimento diciotto anni prima. Ma la riformazione degli It Bites non andrebbe vista come una semplice reunion nostalgica (e non solo perché Francis Dunnery non vi ha preso parte); gli It Bites del presente sono effettivamente una band diversa con un percorso musicale totalmente rinnovato. E ci mancherebbe, visto che il loro pop prog sarebbe stato alquanto anacronistico di questi tempi. Il rinnovamento è passato attraverso i Kino che poi si sono evoluti in questa nuova incarnazione degli It Bites.

Il merito di questa ritrovata armonia compositiva penso vada attribuita all'attuale front man John Mitchell (chitarrista, cantante, autore e produttore), responsabile di aver portato nuova linfa musicale ai membri storici Lee Pomeroy, John Beck e Bob Dalton. Da tempo sostengo che la figura di Mitchell è una delle più importanti e rilevanti nell'odierno panorama progressivo inglese. A parte i suoi trascorsi negli Arena e nella alternative rock band The Urbane, il contributo di Mitchell ai progetti a cui ha preso parte è sempre stato di alto profilo, sia quando deve sottostare alla direzione di altri (nei Frost* di Jem Godfrey), sia quando è un membro attivo (Kino e It Bites).

Map of the Past è un concept album che prende le mosse da alcune vecchie foto di famiglia ritrovate dal protagonista che divengono a loro volta il pretesto per raccontare un pezzo di storia della Gran Bretagna. Messo in questi termini ci si aspetta qualcosa di grandioso e pomposo, ma gli It Bites riescono a rimanere umili con dei brani più riflessivi e meno avventurosi rispetto a quelli di The Tall Ships, ma non per questo meno emozionanti.

Man in the Photograph, con il suono di organo quasi cerimoniale, funge da introduzione e lascia ben presto lo spazio al rock diretto di Wallflower. Di seguito arriva il primo pezzo da novanta che è la title-track che riporta quel gustoso progressive pop che aveva segnato le migliori pagine di The Tall Ships. Altrettanto fanno Clocks, Flag e The Big Machine. La chitarra di Mitchell è appassionata come non mai, tanto nei dolci arpeggi quanto nei solismi. Cartoon Graveyard, Meadow and the Stream e Send No Flowers sono un buon compromesso tra la teatralità dei Genesis degli anni '70 e quelli art rock degli anni '80, con Beck impegnato in passaggi di organo che ricordano proprio il lavoro di Tony Banks. L'album non potrebbe avere chiusura migliore con The Last Goodbye, che fin da ora si candida ad essere una delle migliori canzoni dell'anno, una rock ballad altamente coinvolgente nella sua liricità armoniosa, interpretata con gran classe dalla calda voce di Mitchell che si porta a casa l'ennesimo assolo da favola. Verrebbe da dire che bastano questo pezzo e la title-track per apprezzare Map of the Past, ma il lavoro nel suo complesso offre dei buoni spunti melodici.

www.itbites.com

1 commento:

red ha detto...

A dire il vero "The Tall Ships" non mi era piaciuto tanto. Almeno metà dei brani mi erano sembrati insipidi e un po' troppo di maniera, anche se un recente ri-ascolto mi aveva convinto un po' di più.
Però anche a me la voce e il modo di suonare la chitarra di Mitchell mi piacciono non poco e quindi mi fiderò della tua recensione.
p.s.
grazie per il consiglio sui Discipline: non smetto di ascoltare To Shatter All Accord

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