domenica 15 gennaio 2012

Il majestic junk folk dei Jack O' The Clock

Il gruppo Jack O' The Clock proviene dalla Bay Area californiana (dalle parti di Oakland per la precisione) e con soli due album si è distinto per aver portato alla luce una visione di avant-garde folk tutta personale. Il sestetto guidato dal polistrumentista Damon Waitkus si è in pratica perfezionato su quella frangia di folk rurale di matrice americana, estraendo da esso le parti più sensibilmente orchestrali - alla maniera di Sufjan Stevens, Joanna Newsom e anche Anathallo - e ci ha applicato sopra elementi sperimentali tratti dalle avanguardie del Rock In Opposition. Non a caso la loro preparazione in materia ha attirato le attenzioni e le benevolenze di un veterano come Fred Frith (le sue parole sono: "Jack o’the Clock are an unbelievably great band, Damon Waitkus is an extraordinarily courageous composer, and this is some of the freshest and most surprising music I’ve heard since, well, since their first record. Hallelujah!").



Questo connubio tra improvvisazione, armonie vocali e orchestrazioni inconsuete (banjo, guzheng, oboe, melodica, marimba, violino, viola e uno splendido hammered dulcimer) è stato battezzato dalla stessa band con l'appellativo di majestic junk folk. La pubblicazione più recente del combo californiano è How Are We Doing and Who Will Tell Us del 2011, dove i Jack O' The Clock spingono i limiti della ricerca su territori atonali, tribali ed esoterici (il mini-concerto per idiofoni Blue Tail Fly o la selva di percussioni di Schlitzie, Last Of The Aztecs, Lodges An Objection In The Order Of Things). La dissonanza è sempre dietro l'angolo ed è nelle tensioni create da essa che vanno rintracciate le schegge di R.I.O., mutuate senz'altro dagli Henry Cow. C'è spazio anche per tenui passaggi poetici con la delicata limpidità di Shrinking, il quasi bluegrass non troppo serio di Ultima Thule e Back to the Swamp, o il tropicalismo sommerso dal folk di Last of the Blue Bloods. Il capolavoro dell'album viene però racchiuso nei 10 minuti di First of the Year: una suite di folk alternativo decorata dai virtuosi arpeggi di Waitkus e rifinita da contrappunti di oboe e violino.




Molto meglio comunque hanno fatto con l'esordio del 2008 Rare Weather. Composto per lo più da lunghi pezzi che meglio approfondiscono la poetica esposta su How Are We Doing and Who Will Tell Us, l'album parte da New American Gothic che, con le sue strutture indefinite dettate dal dulcimer e dall'arpa, è speculare alla marimba di Blue Tail Fly. Ma prima di tutto quella di Rare Weather è una ricognizione di folk progressivo americano con ambizioni quasi etnomusicologiche. Dalla musica di questi affreschi, certo di non facile assimilazione, ne esce una visione avanguardista della tradizione popolare musicale del Nord America - che va dalle grandi praterie alle Montagne Rocciose - simile a quella teorizza a suo tempo dal compositore Aaron Copland. I Jack O' The Clock si trasformano in una mini orchestra acustica per riversare in brani come Aspen, Half Life e All Last Night le suggestioni dell'epopea americana. E' come se l'abortito progetto di Sufjan Stevens dedicato ai 50 Stati Uniti fosse qui riversato e riassunto nelle 7 tracce di Rare Weather. Bastasse solo la conclusiva Mountains per rendersene conto.

http://jackotheclock.com/

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