lunedì 5 dicembre 2011

Considerazioni di fine anno

E così, come ogni anno, siamo arrivati a tirare le somme di fine stagione. Anche questo blog non si sottrarrà alla ormai consueta classifica dei migliori dischi del 2011 (che comparirà tra queste pagine in una data imprecisata del corrente mese), ma prima vorrei permettermi di scrivere un piccolo editoriale riassuntivo della situazione musicale.

Inizio con una citazione:

La musica è una prova ulteriore della devoluzione dell’umanità. È stupefacente quanto poco basti per sorprendere la gente. Mi piace guardare i Vines, gli Hives e gli Strokes però diciamocelo: è come se qualcuno nel campo della pubblicità dicesse «Facciamo uno spot che sia uguale a quella pubblicità della Dodge del 1967». È irreale che si possa essere una rockstar e fare questi rifacimenti così attenti nella loro reverenzialità. Se oggi qualcuno facesse della musica per l’oggi che avesse il potere trasformativo che gli Who o Hendrix avevano a loro tempo rispetto alla storia della musica, non suonerebbero come niente di quello che abbiamo sentito. Ci diremmo «E questo cosa cazzo è?». Forse la gente direbbe «Questa mica è musica», ma sarebbe potente e vagamente ipnotico. Ci vorrebbe un po’ anche solo per capirlo. La musica allora era così. Nessuno pensava che fosse quello che la gente voleva sentire. Se l’avessero fatta sentire in giro e avessero convocato un focus-group, nessuno avrebbe pensato che potesse funzionare. Ma una volta che sentivi quella musica, eri cambiato. Adesso è come se il rock fosse tutto muzak. È tutta musica di sottofondo.

Gerald Casale, Devo
Tratto da Totally Wired – Post-Punk. Dietro le quinte
(2010, ISBN edizioni), Simon Reynolds


Come dicevamo qualche mese fa, viviamo in un tempo che guarda continuamente al passato e questo 2011 non ha fatto eccezione. Così, invece di consegnarci qualcosa di inedito a livello musicale, l’inizio del secondo decennio del nuovo millennio si è rivelato l’ennesima occasione per ricordare il passato. In questo 2011 che sta per terminare sono uscite sicuramente delle buone produzioni, ma, come ormai accade da troppo tempo, manca quella che risalti tra le altre. Forse dipenderà dall’aspetto caotico e virtualmente illimitato che ha assunto il mondo del rock oggi.

Anche in questo 2011, quindi, non abbiamo avuto il piacere di conoscere chi possa indicarci il futuro della musica. Anzi, tanto per cambiare abbiamo commemorato ciò che è stato. Per la precisione si è celebrato praticamente il ventennale del grunge. O meglio due album usciti nello stesso anno, appartenenti a due gruppi complementari, ma dai destini differenti. Gli album in questione sono Nevermind dei Nirvana e Ten dei Pearl Jam. Nonostante i secondi, essendo ancora in attività, abbiano festeggiato l’evento con un documentario e varie riedizioni dei loro primi lavori ai quali devono la fama, l’attenzione si è inevitabilmente catalizzata su Nevermind. Ovvero quello che è rimasto l’album simbolo degli anni ’90.

A mio avviso sarà dura trovare un gruppo simbolo per il nuovo decennio, non tanto perché non ci siano gruppi validi, ma proprio perché, essendo aumentata a dismisura la scelta musicale, si fatica a individuare un gruppo alternativo che possa vendere come i Nirvana ed entrare quindi nel mainstream. Tutto ciò non fa che confermare la mia tesi secondo la quale la storia della musica la fa chi vende e non chi innova, perché, diciamocelo, Nevermind non è che sia stato un disco così rivoluzionario. Ha solo avuto un sacco di fortuna vendendo più copie di altri gruppi alternativi. Quella di Nevermind è stata più una destabilizzazione degli equilibri vigenti nel music business che non una vera e propria rivoluzione musicale. Destabilizzazione di MTV prima di tutto, dove mai si era visto in heavy rotation un video con musica così selvaggia, nichilista e dirompente. Ma anche destabilizzazione delle vendite, poiché un album alternativo con quelle caratteristiche non era mai riuscito a salire così in alto, sulla vetta della classifica.

Sono sempre più convinto che la storia del rock sia da sempre stata fatta da chi vende e non da chi è originale. Il fatto che stiamo vivendo in un momento in cui l’offerta musicale si è ampliata a dismisura credo mi dia ragione. In questa moltitudine di uscite è sempre più difficile trovare qualcosa che sia veramente dirompente, gli acquirenti si frazionano e così finisce per vendere milioni di copie l’ovvietà delle divette pop che in un mercato di dieci anni fa sarebbero state relegate a ruoli marginali. L’iPod e il formato Mp3, rendendo più superficiale l’ascolto, finiscono per privilegiare ed esaltare la musica più banale e inconsistente. D’altra parte come si fa ad ascoltare un album con il dovuto tempo - che serve per farlo “decantare” - quando ci troviamo immersi di download e novità a getto continuo?

Lo psicologo musicale Adrian North dell’Università di Leicester è stato a capo di una ricerca che aveva come soggetto gli effetti del downloading, concludendone che esso provoca apatia e indifferenza. “L’accessibilità fa sì che la musica venga data per scontata e non richieda più quel profondo impegno emotivo un tempo associato alla passione musicale”. * Figuriamoci che speranze possono avere generi di musica come il progressive rock o similari che chiedono attenzione all’ascoltatore. Se posso permettermi di dare un solo consiglio per il nuovo anno è: “rallentate”. La fretta e la frenesia moderna sono nemiche della musica di qualità.

A proposito di ciò, andando più nel particolare, credo che il progressive rock stia affrontando una nuova crisi. È innegabile che quest’anno siano uscite delle cose buone, ma sono pur sempre una minoranza. Dopo una nuova giovinezza ritrovata negli anni ’90, grazie a musicisti intraprendenti, album memorabili e festival nati sull’onda dell’entusiasmo di questa rinascita, è sempre più duro trovare oggi un valido lavoro progressive. L’uscita di album fotocopia, band senza personalità, la cancellazione del NEARfest di quest’anno per insufficienza di biglietti venduti (con la conseguente decisione di chiuderlo con un’ultima edizione nel 2012) sono segnali che indicano un lento declino. Parlando di passato, il progressive rock è il genere che ne ha più tratto linfa. La situazione è in una specie di stallo, con la maggior parte dei gruppi sinfonici che non riesce a slegarsi dai cliché degli anni ‘70. Non nego che io stesso mi sono stancato di queste formule, poiché ormai da un gruppo neo-prog appena nato sai già cosa aspettarti: se non copia i Genesis o gli Yes copia i Porcupine Tree. La sorpresa di ascolatre una musica veramente "progressiva" è svanita. Anche se, ad essere sinceri, questo fenomeno riguarda soprattutto le band progressive americane, mentre in Europa c'è ancora qualcosa di interessante.

Un altro segnale che dà la sensazione di essere arrivati ad un punto di svolta, o perlomeno alle soglie di un cambiamento, è l’instabilità della scena, che vede dei radicali mutamenti a livello di band che sono sulla breccia ormai da molto tempo. In un anno si sono accumulati molti eventi. Solo per citarne alcuni: lo scioglimento di band come Oceansize e Pure Reason Revolution; l’indefinito iato dei Thrice; l’abbandono dei Spock’s Beard da parte di Nick D’Virgilio (sostituito dall’ottimo vocalist degli Enchant Ted Leonard e Jimmy Keegan alla batteria) e quello dei Pain of Salvation da parte di addirittura due membri storici come il chitarrista Johan Hallgren e il tastierista Fredrik Hermansson; o i Fair to Midland che, a distanza di un mese esatto (tra ottobre e novembre), hanno perso per strada batterista e bassista.

Lo scorso anno partecipai ad una presentazione del libro Storia Leggendaria della Musica Rock di Riccardo Bertoncelli, il quale, per spiegare come la sensibilità comune nei confronti della musica di oggi differisca in modo netto da quella del passato, disse una cosa ovvia usando però una metafora che mi colpì. Paragonò gli anni ’60 e ’70 a un immaginario Far West dove ancora era tutto da scoprire e costruire, dove ogni novità era veramente tale e poteva donare emozioni mai provate. Ed in questo ci ricolleghiamo a nostro modo alla citazione di Gerald Casale riportata all’inizio di questo post. L’unica consolazione è che forse noi non avremo il piacere di vedere costruire delle città dal nulla, ma possiamo sempre accontentarci di visitarne di nuove, in posti dove non siamo mai stati.


* Tratto dal libro Retromania di Simon Reynolds

4 commenti:

red ha detto...

Condivido dalla prima all'ultima parola, ma quando si discute di questo argomento ho sempre un dubbio mai risolto.
Chi scrive queste cose (Gerard Casale, Riccardo Bertoncelli) non ha vent'anni oggi, ma ne aveva venti quando gli Who o Jimi Hendrix facevano la loro rivoluzione, e già facevano musica (o ne scrivevano)
Non sarà che in parte siamo noi che vediamo la realtà con occhiali distorti dall'età?
Dove sono i ventenni competenti e appassionati con i quali confrontarsi?

Abulafia ha detto...

Io di anni ne ho 29, e non sono estremamente competente. Però sono un po' stufo dei "tromboni" (absit iniuria verbis) che vanno sostenendo che la *loro* musica fosse insuperabile, imbattibile ed imperturbabile a tutto quello che è venuto in seguito.
Dico "loro" musica perché alla fin fine la maggior parte di questi è composta da 40-50-60enni.
E una parte sensibile di questi (non tutti, non la maggioranza) sono anche decisamente degli "ignoranti" musicali, nel senso che vanno cercando il nuovo in generi dopotutto vecchi.
E' veramente difficile aspettarsi un maestro della psichedelia, un maestro dell'hard rock o un maestro del country nel 2011. Siamo seri, è anche stupido cercarli.
L'opera di Barbagli in questo è meritoria, e il titolo del blog (altprogcore) spiega bene alcuni posti dove il rock può ancora dire la sua.
Il rock alternativo, il progressive inteso come attitudine e non come genere (fermo agli anni '70), il -core che probabilmente non ha ancora raggiunto piena maturazione nonostante una 30ina d'anni di decantazione sulle spalle.
Mi permetto di aggiungere una certa trascuratezza generale (ma non di questo blog) per gli sviluppi del metal.
Genere che nonostante la ripetizione stantia di canoni acquisiti presenta spesso e volentieri derivazioni nuove, o anche solo estremizzazioni di qualcosa che altri gruppi più smaccatamente rock non sono riusciti a far uscire dal limbo dell'"ascoltabile", dell'ordinario.
Quando a mio padre, o a mio zio, o a qualsiasi altro appassionato con più di 40 anni, faccio ascoltare i Pure Reason Revolution, si ritrovano in territori conosciuti.
Magari non sopportano l'elettronica (altra novità sottovalutata, anche perché, a mio modesto avviso, malissimo sfruttata dagli stessi musicisti), ma per il resto non hanno nulla che li sconvolga.
Messi davanti ad un gruppo metalcore, invece, vacillano instantaneamente.

Abulafia ha detto...

E più è estremo il suono, più la frase "ma che è sta roba" si avvicina alle loro labbra.
Più che l'ipod, l'mp3 o il consumo sfrenato di musica, il problema principale sta nell'enorme mole di produzioni, nella difficoltà dei musicisti di concentrarsi su un discorso sì di ricerca, ma anche di piena realizzazione.
Di idee ce ne sono tante, di idee compiute no.
Ci sono gruppi che non vedono l'ora di incidere, e appena possono lo fanno, senza magari avere ancora la giusta maturazione. E magari sprecano le idee migliori nei primi album, e poi quando finalmente sarebbero pronti al capolavoro... semplicemente hanno esaurito la vena.
Si sbaglia a dire che l'impatto di Hendrix e Who fosse devastante artisticamente e basta. Era devastante anche a livello di realizzazione commerciale. Le cose più famose di gruppi e artisti blasonati sono e rimarranno sempre un misto di ricerca, perizia e capacità di vendersi.
Le cose realmente "inascoltabili" non sono capolavori: sono roba interessante e nulla più. Le epoche sono state segnate da musicisti che hanno saputo coniugare interesse, capacità e novità, non da quelli che si sono disinteressati di qualcuno di questi aspetti.
E qui discordo anche con il giudizio sui Nirvana (che, imho, non ho mai veramente apprezzato e che non mi piacciono ancora oggi).
I Nirvana non sono solo un fenomeno MTV o commerciale. I Nirvana come i Pearl Jam, a differenza di tanti altri gruppi grunge, sono il giusto mezzo fra qualcosa di nuovo (ed è innegabile che il loro non sia né hard rock, né punk, né hardcore) e qualcosa di vendibile (la melodia, spesso ingiustamente vituperata, ma parte della musica importante come tutte le altre).
Purtroppo però ora qualcosa del genere sembra estremamente difficile da ritrovare e realizzare proprio per ciò che dicevo prima: troppa roba, troppa fretta.
E non è certamente colpa degli ascoltatori, giovani o vecchi che siano.

Abulafia ha detto...

E' responsabilità di musicisti e case discografiche, due realtà che ormai fanno a botte fra loro: i primi preferiscono fare a meno delle seconde, perdendo molto in quanto a cura, perizia e competenza di produzione e diffusione; le seconde sono assolutamente incapaci di fare attività seria di scouting, di rispettare anche la minima volontà del musicista, ma soprattutto (cosa inconcepibile) sono del tutto inabili a comprendere il mercato.
E quest'ultima dovrebbe essere loro prerogativa principale.
L'unica salvezza non è accusare ipod ed mp3, ma sperare che il digitale si faccia presto strada sia fra i musicisti che fra i produttori non solo come mezzo, ma come forma mentis.

Scusate la prolissità :)

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