lunedì 22 dicembre 2014

ALTPROGCORE - BEST OF 2014

A volte l'importanza di un anno musicale non si dovrebbe sempre basare sul volume di uscite, ma soprattutto sul livello qualitativo di queste. Il fatto è che, se vogliamo, il 2014 è stato ricco di pubblicazioni, ma il problema di fondo è rimasto la loro media generale di qualità, non molto memorabile a dire il vero. A parte le poche eccezioni incluse nella lista seguente, che si distinguono tra le altre per una effettiva eccellenza e che spero troverete stimolanti, non ci sono stati molti altri sussulti che mi abbiano creato stupore o curiosità. La cosa credo che risulti chiara anche dalla poca attività che c'è stata su questo blog nel corso dell'anno, il più magro a livello di post dalla nascita di altprogcore. Comunque, a dire il vero, una parte delle mie forze si è concentrata nel completamento di un nuovo libro che mi auspico di pubblicare nei primi mesi del nuovo anno e spero che il 2015 ci possa regalare nuove sorprese a partire dall'annunciato album dei Thank You Scientist.
Come sempre una lista più "allargata" del "best of 2014" la potete trovare sulla mia pagina RYM a questo indirizzo.



16.Antemasque
Antemasque

Un ritorno alle origini per Cedric Bixler e Omar Rodriguez-Lopez? Quasi sicuramente. Credo che nessuno si aspettava un album come questo dopo l'esperienza dei The Mars Volta e magari in molti saranno rimasti delusi. Eppure Antemasque è riuscito a stupirmi come non riuscivano più i Mars Volta. Questo è post punk secco e vibrante, senza trucchi o fronzoli, prendere o lasciare. Non è un album perfetto, ma molte canzoni sono veramente azzeccate.




 
15.Anathema
Distant Satellites

Ok, gli Anathema ci hanno stupito con un altro grande album...però. Però a conclusione di quella che sembra un'ipotetica trilogia di lavori nei quali il gruppo ha reinventato se stesso e il proprio stile, Distant Satellites è forse l'anello più debole. Sicuramente mi ha invitato meno all'ascolto per quel suo modo di ripetere certe formule ormai consolidate negli altri due lavori precedenti, mentre quando provano a cercare nuove soluzioni non sempre riescono a mantenere alto il livello qualitativo.





14.Animals As Leaders
The Joy of Motion

Non so, gli Animals As Leaders non mi hanno mai entusiasmato veramente. Si, bravissimi e i pezzi dei primi due album erano galvanizzanti nella giusta misura, però quella di Abasi e compagni mi sembrava una formula ad alto rischio esaurimento. Qui invece, sarà forse per il coinvolgimento dei due Periphery Misha Mansoor e Adam Getgood, la musica strumentale del trio prende vita come qualcosa di spaziale e alieno che ti trasporta in un'altra dimensione di fusion. Bello.






13.Destiny Potato
LUN

Mi rendo conto che LUN non è un album rivoluzionario, ma se esistesse una corrente pop rock all'interno del djent, probabilmente il progetto che vede uniti il chitarrista David Maxim Micic e la cantante Aleksandra Djelmas ne costituirebbe il fenomeno di punta. Il primo album dei Destiny Potato unisce infatti passaggi e riff metal con accattivanti soluzioni pop e chorus orecchiabili. In più la voce della Djelmas è un piacere da ascoltare, il che non guasta affatto.




12. The Mercury Tree
Countenance

Ecco un esempio di come si dovrebbe fare progressive rock moderno. Senza più finalmente guardare al passato ingombrante degli '70 e creare gli ennesimi cloni di Yes e Genesis. Basta con il neo prog, vi prego! The Mercury Tree provano a sperimentare con la fusion, il metal, il math rock e vi tirano fuori un album fresco e che finalmente si discosta dai soliti cliché prog. Basti dire che come spirito la loro musica assomiglia a echolyn, Bubblemath e Mike Keneally, dei riferimenti che garantiscono originalità.




11. Grand Beach
Grand Beach

Un album conciso ma dannatamente incisivo con centinaia di spunti melodici e armonici. Math rock, pop, midwest emo e progressive rock sono presenti in una forma fresca e originale. Grandissimi!




10.Rishloo
Living as Ghosts with Buildings as Teeth

Il ritorno sulle scene dei Rishloo dopo cinque anni di separazione mi ha stupito. Non ho mai dato al gruppo molta considerazione in verità, ma Living as Ghosts with Buildings as Teeth me li ha fatti apprezzare com non mai, risultando, per me, uno degli album più coraggiosi, onesti e integri dell'anno. Anche se coscienti del loro status di culto e di band quasi sconosciuta, i Rishloo non addolciscono la loro formula, ma, anzi, siglano l'opera più complessa della loro carriera con lunghe involuzioni di metal psichedelico e progressivo. Pezzi come Landmines e Dark Charade valgono da soli il prezzo del biglietto per questo affascinante viaggio.





9.Flights
History Be Kind

Tra minimalismo e post progressive, la musica dei Flights si dipana in crescendo fatti di droni reiterati, shoegaze e post rock nel segno di certe caratteristiche tipiche degli Oceansize. L'abitudine di cantare quasi costantemente con due o più voci sovrapposte aggiunge epicità a dei pezzi pensati come dei solenni cerimoniali rock. Vedrei bene i Flights all'interno della grande famiglia dell'etichetta Kscope, accanto ai North Atlantic Oscillation e Anathema, per quel loro modo di affrontare il progressive rock basato su cellule tematiche che si accumulano e crescono in modo concentrico. 





8.Braid
No Coast

No Coast ha segnato il ritorno, dopo molti anni e un EP, al formato full length dei Braid. L'emo del gruppo ha perso quella carica aggressiva che aveva negli anni '90, ma ha guadagnato in carica melodica e semplicità pop punk. Un pugno di canzoni contagiose che a me, in alcuni casi, hanno ricordato i Motorpsycho di Blissard, anche se mi rendo conto non c'entrano nulla con i Braid. Forse è per questo che No Coast mi è piaciuto così tanto.




7.Gates
Bloom & Breathe

Bloom & Breathe è un fiume in piena di pura elettricità e emozioni. Tra post rock, post hardcore e shoegaze, i Gates creano un trip di sensazioni psichedeliche sature di distorsioni e armonie celestiali. Un contrasto che rende la musica contenuta in questo disco dolce come una carezza data con maglio d'acciaio. A volte si ha la sensazione di affogare in certi pezzi come Persist in Delusion e At Last the Loneliest of Them. Se vi piacciono Moving Mountains e Thrice non potete perdervi i Gates.




6.Closure in Moscow
Pink Lemonade

A distanza di cinque anni dal loro esordio, varie vicissitudini e un leggero cambio di line-up, i Closure in Moscow tornano con un album che sorprende: meno derivativo e più personale, pieno di miraggi blues e psichedelici tutto riproposto nel linguaggio moderno del progressive rock di The Mars Volta e la visione da hard rock barocco dei Queen.




5.Seven Impale
City of the Sun

Dopo essersi fatti notare con un notevole EP lo scorso anno, i Seven Impale esordiscono con un notevole e coraggioso album di sole 5 tracce, elaborate e complesse. Il loro progressive rock si tinge di jazz  e metal, trovando una via tra i vortici oscuri dei Van der Graaf Generator e le cerebrali trame dei King Crimson.




4.From Indian Lakes
Absent Sounds

Absent Sounds è il secondo album dei From Indian Lakes ad uscire per l'etichetta Triple Crown, ma in realtà è il terzo se contiamo The Man with Wooden Legs, reperibile solo in forma digitale (per ora). Joey Vannucchi ha dichiarato che le liriche di Absent Sounds esplorano la concezione astratta di amore, vita e morte e sicuramente queste sensazioni sono le possiamo trovare nella musica. Il disco sfronda molti dei risvolti più spigolosi di Able Bodies e confeziona delle canzoni molto dirette imbevute di cristallino dream pop, o, per dirla in modo poetico, "della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni". I primi singoli resi noti - Ghost, Sleeping Limbs e Breathe, Desperately - fanno subito presa, per gli altri ci vuole un po', ma se vi colpiscono immediatamente le arie in stile Mew dell'inaugurale Come In This Light, allora probabilmente non sarete delusi.






3.Piano
Salvage Architecture

Dalla sua uscita mi sono ritrovato ad ascoltare questo CD a ripetizione. Mi ha sorpreso poiché, magari non sarà nulla di innovativo, ma le sue melodie e atmosfere mi hanno contagiato. Ho apprezzato l'ibrido stilistico che i Piano operano su Salvage Architecture, quasi post hardcore con appena un'ombra di djent. Come per gli Skyharbor quello dei Piano non è propriamente prog metal, chiamatelo atmospheric metal, post metal oppure ambient metal, ma il gruppo si va ad incasellare in un'area effimera come gli impalpabili paesaggi sonori che sanno creare. Non aspettatevi grandi virtuosismi, i Piano puntano su un sound compatto che predilige l'instaurazione di atmosfere melodrammatiche, spaziose ed evocative. Forse solo un po' penalizzato da una produzione che relega l'insieme del sound in un amalgama leggermente offuscato.




2.Skyharbor
Guiding Lights

E' incredibile come Dan Tompkins abbia monopolizzato in modo positivo questo 2014. Il secondo album degli Skyharbor è un altro colpo da maestro in cui il cantante è stato coinvolto. Non credo sia giusto chiamare quello degli Skyharbor prog metal, non so più neanche se classificarlo come djent. Fatto sta che Guiding Lights è composto da tracce con riff pesanti, ma che allo stesso modo sono alleggerite da suggestivi suoni eterei e ambient. In pratica è come se fosse un esperimento per far piacere le aggressività prog metal anche a chi di solito non digerisce questo tipo di musica. Un album che ho ascoltato e riascoltato senza mai annoiarmi.





1.Bent Knee
Shiny Eyed Babies

Scoperti per caso da un link che rimandava ad un altro link, i Bent Knee mi hanno subito conquistato, per quel loro modo di non fare un art rock convenzionale, ma contaminarlo con avanguardia, elettronica e jazz. Si trova tutto impastato in un album che comunque coinvolge immediatamente l'ascoltatore. Sarà per l'incantevole voce di Courtney Swain, sarà per la bravura con la quale sono costruiti i pezzi, oppure per gli originali arrangiamenti, ma si può dire che i Bent Knee abbiano creato un mondo musicale personale e riconoscibile.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Che gruppo i Bent Knee! Perché artisti simili non trovano più spazio nel contesto internazionale? Se non fosse stato per questo blog, non avrei mai conosciuto (né ascoltato) molti artisti terribilmente sottovalutati. Ma ormai è inutile porsi delle domande. Il problema non è dei gruppi che ci sono adesso (anche i "big" fanno cose belle), ma delle più autorevoli webzine che esaltanole band più inutili del pianeta. Mi viene da pensare solo ai The War On Drugs. Derivativi, noiosi, sanno di già sentito. Eppure per tutto dicembre nelle classifiche non si è parlato d'altro. Grazie ancora per tutto il lavoro che fai per tenere in piedi una delle poche alternative VERE dell'informazione musicale qui in Italia :)

Lorenzo Barbagli ha detto...

I The War on Drugs sono come gli Arcade Fire, quando li citano si sentono a posto con la loro coscienza di alternativi e credono di aver raggiunto il massimo della figaggine. In realtà sono sempre gruppi proposti e pompati da certa stampa che puntualmente ignora una marea di altri artisti di ben più valore.
Con questo non voglio dire che i gruppi che propongo io siano meglio di altri, ma almeno penso siano più originali e più preparati musicalmente di certi personaggi che troppo presto vengono catalogati come "geni".

Anonimo ha detto...

I portabandiera dell'informazione musicale italiana sono piuttosto deludenti. Cito ad esempio Ondarock (che seguo, per carità). A parte la forma in cui sono scritti i suoi articoli (farciti di barocchismi per esprimere il nulla), anche le loro proposte fanno sorridere: ecco la nuova rivelazione del decennio ("Funeral" degli Arcade Fire); ecco le opere somme degli artisti del momento (qualunque lavoro dei Radiohead). Basta! Pitchfork è già da qualche tempo che è scaduta nel trash (cioè da quando ha cominciato a mettere dei 9 ai rapper), ma ora tutti gli altri la stanno seguendo. Che senso ha fondare una rivista se scrivi le stesse cose di tutte le altre? I gruppi che citi godono di un hype molto ristretto ( diciamo che, a parte te, sono conosciuti entro i confini delle città in cui si formano). Su Spotify, inoltre, non li trovi sempre (alle etichette che li lanciano, sempre che non siano autoprodotti, non conviene). Restano solo Soundcloud e Bandcamp (siano benedetti). Mi chiedo solo se la stampa pompata, di cui hai parlato prima, abbia mai aperto gli occhi o si sia mai guardata attorno.

Ho esaurito lo sfogo. Sono curioso di leggere il tuo nuovo libro. A presto!

Lorenzo Barbagli ha detto...

Nel tuo discorso hai centrato una verità e cioè che talvolta la fama dei gruppi da me citati si ferma ai confini delle loro città. Ne sono una prova molto spesso anche i commenti nelle loro pagine Facebook. Il che per me è incredibile e incomprensibile al giorno d'oggi, quando si parla di globalizzazione e una Rete a disposizione che può mettere virtualmente in contatto tutto il mondo. In teoria chiunque può conoscere le band che propongo, ma la Rete non può ovviare alla pigrizia mentale delle persone.
Da parte mia non leggo quasi più i siti musicali più in voga per i tuoi stessi motivi (non parliamo poi del capitolo rapper!) e in un certo senso sai già quali artisti incenseranno che, il più delle volte, sono di una pochezza disarmante.

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