giovedì 8 settembre 2016

The Dear Hunter - Act V: Hymns with the Devil in Confessional (2016)

 

A solo un anno di distanza da Act IV, Casey Crescenzo ha stupito tutti con l'annuncio, lo scorso giugno, dell'arrivo del quinto capitolo della sua saga. La ragione di tale rapidità consequenziale è presto detta, è stato infatti rivelato che i due Act IV e Act V sono stati registrati in contemporanea il che stupisce ancora di più se si pensa alla mole di lavoro convogliata in trenta brani per una durata complessiva di circa 145 minuti. Un fiume in piena d’ispirazione quindi. Il fatto poi che Crescenzo abbia dichiarato laconicamente che Act V sarà l'ultimo album “rock” della serie fa presumere che da parte sua ci sia stato il bisogno di concludere al più presto il lungo percorso degli "Acts" e dedicarsi a qualcosa di musicalmente differente. In fondo, l'impegno che si è assunto Crescenzo fin dall'inizio va avanti ormai, con qualche pausa, da dieci anni esatti e l'epilogo di Act VI (a questo punto più simile ad una postilla) si preannuncia una conclusione in grande stile. Nessuno sa ancora di cosa si tratta, ma sicuramente il progetto non si limiterà alla sfera musicale. Forse sarà un film che narrerà tutta la storia? O più probabilmente una completa graphic novel, di cui il primo atto è stato appena realizzato e associato al “mega bundle” del preordine di Act V (per chi lo avesse perso niente paura, sarà in vendita separatamente molto presto).

A livello narrativo avevamo lasciato il Ragazzo (The Boy) di ritorno dalla I Guerra Mondiale e, presentandosi con la nuova identità del suo fratellastro morto in battaglia, viene eletto sindaco nella città dalla quale in passato era scappato e ora divenuto una pedina nelle mani della sua nemesi, il pappone/prete (The Pimp/The Priest) che è l'unico a conoscenza del suo segreto, costringendolo con il ricatto a diventare suo socio in loschi affari. La trama che si sviluppa nell’ultimo capitolo è a dir poco avvincente, ricca di colpi di scena, metafore sul tradimento, il riscatto e la redenzione, lasciando spazio a interpretazioni personali, ed è forse la più complessa messa in scena congegnata finora da Crescenzo (senza stare a svelare il finale, troverete nel booklet anche una specie di parabola legata al brano The Most Cursed of Hands). Rimane da capire che cosa aggiungerà al racconto la postilla di Act VI, dato che Act V si conclude con le parole “A new beginning’s waiting patiently...”. Chi credeva che Act V sarebbe stato, in termini di stile, un album gemello di Act IV in parte rimarrà stupito poiché, proprio come la storia, la musica prende una piega ancor più articolata, esoterica e piena di toni chiaroscuri. Come per Act IV abbiamo di nuovo l’ausilio della Awesöme Orchestra che accompagna molti dei brani, immediatamente utilizzata al meglio nell’introduttiva Regress (che per il protagonista è presagio di ciò che lo aspetta). In più, Crescenzo si fa largo tra altre nuove commistioni stilistiche di raro gusto e da vero intenditore.

Il pensiero corre al Black EP di The Color Spectrum negli attacchi elettronici e sincopati di The Moon/Awake, un brano che si dipana in un vorticoso e imponente chorus orchestrale, un’idea di arrangiamento su grande scala che si approfondisce nello scorrere dell’album e nei segue (transizioni) che si frappongono tra un brano e l’altro, raggiungendo l’epitome sinfonica in Melpomene, come avveniva per Remebered contenuta su Act IV. Più volte ho rimarcato come la musica concepita da Crescenzo dovrebbe vivere anche di una dimensione visiva e sarebbe perfetta per un allestimento teatrale, trovando molti parallelismi con il mondo del cinema. Proseguendo, infatti, troviamo Cascade che si fregia di un soft jazz mutuato dalle colonne sonore di Riz Ortolani e dal chamber pop di Burt Bacharach, poi di seguito The Most Cursed of Hands/Who Am I, un hard country che sembra tirato fuori da un western moderno di Tarantino ed infine la più teatrale di tutte The Revival, un rockabilly da musical d’altri tempi. Alcune volte, in passato, Crescenzo ha utilizzato lo stratagemma di associare un tema ad un determinato personaggio e, ritrovandosi qui ad introdurne uno nuovo (il mellifluo Mr. Usher), ricorre parallelamente ad uno stile relativamente inedito per lui come lo swing jazz alla Tony Bennett su Mr.Usher (on His Own Way to Town). The Haves Have Naught ricorre addirittura, per la prima volta, ad un duetto per sottolineare il dialogo tra il Ragazzo (Crescenzo) e The Pimp/The Priest, interpretato per l'occasione dall’ospite Gavin Castleton. Mano a mano che il brano si dipana, il crescendo con l’alternarsi e il sovrapporsi delle parti vocali tra i due personaggi è semplicemente un capolavoro da lasciare senza fiato.

L’acustica Light, in coppia con la prima canzone ad essere resa nota, Gloria, rientrano in un canone più normalmente associato allo stile della band, ma infine si apre una discesa verso una spirale dark con il dittico The Flame (is Gone) e The Fire (Remains) che raccolgono l’eredita della multipartita Bitter Suite, rappresentandone quasi un rovescio speculare con tonalità minore e un forte senso di epica oppressione come nei momenti più bui di The Wall dei Pink Floyd. The March, come suggerisce il titolo, ha una ritmica spedita che musicalmente ricorda Smiling Swine (da Act II) il cui tema infatti riemerge brevemente tra le crepe orchestrali dopo un richiamo anche a The Old Haunt. Il clima elegiaco col quale si presenta Blood - organo da chiesa e ottoni - è strettamente collegato al melodrammatico finale con le riflessioni amare del protagonista destinato a raccogliere ciò che ha seminato. Il brano che chiude l’album in un sussurro ha il titolo emblematico e contrastante di A Beginning, un gemello meditabondo e più spirituale di Ouroboros, il pezzo che chiudeva Act IV. Entrambi fanno riferimento ad una negazione di una fine o di un inizio, proprio come il serpente che si morde la coda. Non c’è modo migliore per dichiarare che la storia è in sé conclusa, ma che sarà aperta ad un nuovo capitolo che la suggellerà per sempre. Sommando ogni tassello che compone questa pentalogia non riesco ad immaginare una band contemporanea che possa aver conseguito una tale vetta, neanche dopo anni di attività, e invece Casey Crescenzo ha scritto cinque capolavori di seguito appena all’inizio della sua carriera.

 Epilogo

I The Dear Hunter sono la prova vivente che il progressive rock non ha più senso di esistere se non nelle cerchie di retrogradi malinconici, o comunque è un termine che andrebbe abolito. Accanto ai Coheed and Cambria, si sono imbarcati nel concept più ambizioso del nuovo millennio nel corso del quale hanno sondato le possibilità più sfrenate di una musica ad ampio respiro che comprende al suo interno arrangiamenti sinfonici, orchestrali, jazz, baroque pop, musical e post hardcore. Una roba che a raccontarla farebbe andare in sollucchero il più duro e puro dei proggers, invece, nonostante ciò, i The Dear Hunter sono sempre stati ignorati, snobbati ed emarginati dalla comunità prog internazionale, attirando piuttosto l'attenzione della scena alternativa e indie americana. Dall’altra parte, se non scimmiotti gli anni '70 sei destinato all'oblio. Uno Steven Wilson da definire “genio" dà sempre più certezze che un Casey Crescenzo con le stesse, se non superiori, capacità. Una contraddizione che non lascia scampo all'appassionato medio di prog, relegandolo giustamente alla tanto demonizzata definizione di "dinosauro", al cui confronto i ragazzi che ascoltano alternative rock sono avanti anni luce.

19 commenti:

Forcy ha detto...

Concordo alla grande, sia con la recensione sia, sprattutto, con le considerazioni finali. E' incredibile come Crescenzo sia riuscito a comporre così tanta musica in 10 anni toccando tantissimi generi e stili differenti ma restando sempre se stesso e senza mai abbassare troppo il livello qualitativo (in the color spectrum e Migrant c'erano alcuni brani un po' sotto tono forse...).
Act V lo trovo meno "catchy" dei precedenti e richiede più ascolti per essere apprezzato a dovere ma proprio perchè molto più elaborato e vario.
Discorso a parte per il concept... potrei prendere gli album anche solo per la storia, avvincente, profonda, mai scontata e ricca di metafore. Non mi sono ancora soffermato su act V riguardo ai testi, ma sono troppo curioso di sapere come proseguirà la storia di the Boy specie dopo le vicende di act IV.

Ci sarà mai la possibilità di vederli in Italia dal vivo?

Lorenzo Barbagli ha detto...

Credo che Act V, proprio per la sua maggiore complessità, sarà ben presto considerato migliore di Act IV. Ad ogni ascolto si coglie qualcosa di nuovo.
In Italia sono passati un anno fa (il 19 agosto) da Milano come supporto ai Manchester Orchestra. Purtroppo l'esibizione non fu tanto lunga per lasciare spazio agli altri, infatti spero in un loro ritorno come headliner.

Anonimo ha detto...

Ho scoperto i Dear Hunter e Crescenzo in generale, grazie a te.
Questo lo devo ascoltare, ma sarà senz'altro molto interessante come tutti i suoi progetti. Anche se ho trovato Rebirth in Reprise un pò pesante, rispetto agli altri. Sopratutto gli arrangiamenti orchestrali.
Ascolterò senz'altro questo nuovo lavoro! :)

Permettimi una nota sulla tue prefazione, e conclusione dove citi Wilson ed in generale, l'apprezzamento dell'ascoltatore di Prog di oggi.
Ad ogni occasione lanci una frecciatina a Wilson, paragonandolo a Crescenzo.
Perdonami, ma trovo questi paragoni fuori luogo e abbastanza infantili. Parliamo di stili diversi, uno fa dischi dal 1983 e ha 20 anni in più. Ha fatto tour mondiali con i Porcupine Tree.
Wilson ha raggiunto il successo anche come produttore, fa remix di album storici.
Crescenzo è molto più giovane, ha un bellissimo gruppo sulle spalle, ma è sul mercato relativamente da poco.


Lasciamoli fare, non ti pare? Magari un giorno collaboreranno, e sarà molto interessante. :)

Lorenzo Barbagli ha detto...

In questo momento storico non credo che gli anni di carriera possano fare la differenza come punto di valore aggiunto. I tempi sono cambiati rispetto a quando Wilson è emerso e oggi, con tutta l'interazione virtuale che c'è, se qualcuno vale può emergere anche se è sul mercato da meno tempo.
Per quanto riguarda Crescenzo credo che abbia dimostrato ampiamente di aver bruciato le tappe per accreditarsi una buona stima e se lo paragono con Wilson è solo perché vedo in lui le medesime capacità declinate però in modo più originale, ma rimanendo ignorato. Non lo trovo fuori luogo come paragone, ma è solo perché molto spesso le persone seguono la stampa specializzata e si fermano alla superficie. Non credo che Crescenzo abbia nulla da invidiargli come produttore e penso che non avrebbe alcun problema con remix di album storici (ma questo, si che sarebbe fuori luogo dato che non è un campo sul quale Crescenzo mostra interesse).
Ribadisco poi che non ho nulla contro Wilson, io stesso sono un suo fan, anche se l'ultimo lavoro mi ha deluso, solo che questo dargli continuamente del "genio" incondizionatamente mi dà fastidio.

PS. Anche io ho trovato Act IV stucchevole in qualche punto, ma Act V, anche se parte dalle stesse premesse, per me è molto superiore e sta piacendo molto.

Dario B. ha detto...

Beh, che dire? Credo che tra qualche altro ascolto questo disco detronizzerà Big Big Train e Messenger nella mia top list del 2016. E' come farsi un giro sulle montagne russe, con tutte le emozioni e sensazioni positive del caso.
Anch'io sono un grande ammiratore di Wilson, ma non mi sento di fare una classifica fra i due. Ritengo che operino e creino, entrambi ad altissimi livelli, su due piani paralleli: l'uno più eclettico e più ad ampio raggio, l'altro più "psichedelic-elettronico", se mi si passa il termine. Una cosa è certa: la genialità dell'uno non ha nulla da invidiare a quella dell'altro, ma del resto non è colpa di Wilson se a Crescenzo non è riconosciuta quanto meriterebbe. La storia del rock insegna che a fianco della bravura ci vuole anche un'abbondante dose di fortuna, e spero che Crescenzo la possa trovare: il tempo non gli manca.
Per quel poco che possa contare la mia voce, proverò a segnalarlo all'attenzione di chi organizza i Veruno Prog Days, chissà che il prossimo anno...

P.S. sbaglio a cogliere in Act V qualche reminiscenza dei Dredg? Per caso c'è qualche punto di contatto con The Dear Hunter?

Lorenzo Barbagli ha detto...

Ci tengo a chiarire una cosa: forse il mio epilogo è stato frainteso e associato troppo alla citazione di SW, ma in realtà voleva essere una critica generale ad un certo modo unilaterale di vedere il Prog. Magari è anche un mio errore che tendo a citare sempre Wilson, ma lo faccio solo perché è il personaggio di spicco della scena, ma potrei citarne altri che hanno molto più spazio nei media rispetto ai The Dear Hunter. (Ad esempio la carriera di The Pineapple Thief, Airbag e Gazpacho per me rimane un mistero.)

I Dredg e i Dear Hunter sono stati in tour insieme in passato, però, a parte questo, il vero punto di contatto è che provengono dalle stesse influenze post hardcore che all'inizio del nuovo secolo hanno partorito in USA gruppi come Mars Volta, Coheed and Cambria e Circa Survive.

Forcy ha detto...

Perdona il mio commento totalmente OT
Volevo chiederti se hai mai ascoltato "The Great bazar" dei Subterranean masquerade? Non ho trovato la recensione ma a parer mio rientra appiano nel tipo di album che recensisci qui!
Dacci un'ascolto credo che non ti dispiacerà.

P.S. gran blog, praticamente racchiude tutta la musica che ascolto negli ultimi anni, hai un fan!

Lorenzo Barbagli ha detto...

Si, conosco i Subterranean Masquerade ma non li trovo molto stimolanti e, come per gli Orphaned Land, alcuni richiami alla musica mediorientale non li amo molto. Parlando di band provenienti da Israele preferisco i Distorted Harmony
http://altprogcore.blogspot.it/2012/06/distorted-harmony-utopia-2012.html
o gli Anakdota e i Project RnL http://altprogcore.blogspot.it/2016/05/introducing-project-rnl.html

Forcy ha detto...

Grazie dei suggerimenti!

Anonimo ha detto...

Caro Lorenzo,
Seguo il tuo blog da qualche mese e l'ho trovato da subito molto interessante vista la varietà e la qualità degli artisti citati; mi trovo spesso in linea coi tuoi gusti e sulle tue preferenze e ti esorto ad andare avanti vista la tua ampia cultura musicale.
Ad ogni modo c'è ancora una cosa che non mi torna. Non è la prima volta che in una recensione/articolo metti a paragone Steven Wilson con l'operato di gruppi più piccoli e molto più particolari, e ogni volta che lo fai alludi quasi sempre a una sorta di "stupore" nel constatare come il primo goda di successo indiscusso e sia amato da tutti mentre gli altri siano ingiustamente alla stregua dello sconosciuto.
Permettimi un'osservazione: prova a passare in rassegna i gruppi di cui hai decantato le lodi negli anni.
Non noti qualcosa?
Io sì.
È tutta musica per addetti ai lavori; o per critici.
Insomma, è musica rivolta alla musica, ed è statisticamente normale che siano in pochissimi a filarsi certi nomi, proprio perché non siamo tutti musicisti (per fortuna).
E secondo me è sempre stato così con tutti quegli artisti che hanno avuto influenza sui musicisti a loro posteri (e che magari hanno poi contribuito a farli riscoprire anni dopo). Quella di cui scrivi e che ti piace diffondere non è assolutamente musica adatta all'ascolto trasversale, ma all'ascolto particolare. È minoritaria.
Quando tu dici "scrivo di musica sconosciuta sul web", beh, è già chiarissimo nella premessa che non ti stai rivolgendo al pubblico ma a una elite d'ascoltatori molto, molto ristretta! Per quanto la musica dei Dear Hunter sia splendida e ci sembra che soltanto un cretino non possa cogliere la genialità di certe soluzioni, resta un concetto di xenos per tutti gli altri per tanti aspetti, che sia il concept, la pomposità, la modulazione costante eccetera eccetera.
Invece Steven Wilson piace, ma c'è un motivo: copre quel divario tra prog colto di inizio 90 con l'adult-pop che, soprattutto agli italiani, piace da matti e ha dato fama e successo a Zucchero e altri di quel tipo. Poi nulla toglie che lo faccia benissimo, ma la spiegazione del suo successo è quella. Ancora ricordo le tue parole "Wilson avrebbe dovuto godere del titolo di re-mida del prog per i meriti di inizio carriera". APPUNTO! Ma non gliel'avrebbero mai riconosciuto!
Quindi davvero non capisco tutto il tuo stupore e quel sottile senso di rabbia. Anzi, no, capisco la rabbia perché sembra davvero che basti così poco per apprezzare Mike Vennart e Kevin Gilbert, ma ti assicuro che fuori da altprogcore questa è alla stregua della musica concreta. È un peccato, lo so, ma è la verità.
Ti dico solo che quando qualcuno è in macchina con me mi costringe a spegnere lo stereo.

Lorenzo Barbagli ha detto...

A parte che credo di aver paragonato l'operato di Wilson solo a quello di Casey Crescenzo, senza stare a ripetermi, mi pare che li mia linea l'abbia già espressa. Non credo che quella dei The Dear Hunter sua musica più particolare, trasversale o minoritaria di altro progressive, tant'è che, come dico alla fine della recensione, i giovani americani la apprezzano senza fatica.
Credo sia più una mentalità del pubblico italiano ancora attaccato alle vecchie glorie e stilemi del progressive. Wilson è stato solo più furbo di altri nel fiutare i gusti del pubblico adattando la sua musica.
Non mi sembra poi che molti dei gruppi di cui parlo rimangano nell'ombra: guarda i Bent Knee che al terzo album si stanno facendo conoscere e apprezzare anche da noi, perché probabilmente chi è nel giro prog li ha ascoltati e ha deciso che sono bravi. In questo, qualche volta vedo che c'è anche una certa pigrizia nell'ascoltatore prog che va a scoprire solo artisti che gli vengono consigliati da una certa cerchia della quale si può fidare. Guarda ad esempio cosa succede nella maggior parte dei miei post: se un gruppo non è conosciuto neanche un commento per discutere se è valido o meno, se recensisco o tocco in qualche modo Wilson, ecco che i commenti arrivano (non fraintendere però, a me fa piacere, ma mi piacerebbe più partecipazione in generale).

Anonimo ha detto...

Mi sembra che la tua risposta confermi il fulcro del messaggio precedente: il tuo target di proposta non si rivolge al Pubblico con la P maiuscola, ma la cerchia. Andiamo con ordine:
La pagina fb dei dear hunter conta meno di 100.000 likes che, per un gruppo sulla scena da dieci anni, è veramente poco, soprattutto se applicato a uno stato così denso come l'America (dato che come giustamente hai osservato è un gruppo per ora fortemente confinato nel suo continente, salvo brevi incursioni in lidi europei).
Dire che gli italiani sono tendenzialmente più pigri può essere vero, ma non sono sicuro che si tratti semplicemente di questo. Le modalità d'inserzione pubblicitaria (anche via internet) in Italia agiscono in maniera molto diversa rispetto a quelle di altri paesi che facilitano per questioni amministrative la viralità e quel tipo di fenomeni su cui in molti cercando di far leva; motivo per cui una semplice diffusione della buona musica attraverso blog e post di amici e dei loro amici non basta per aumentare la popolarità di un certo artista. Si preferisce dare adito ad altro e, al di fuori del mondo virtuale, la pubblicità fisica (tipo quelle fuori dai mediastore) chiude in sé meccanismi quasi massonici su cosa mostrare e cosa no. E su questo sì, possiamo dire che "è l'Italia".
Ero al concerto a Milano dei Bent Knee e, anche se c'è stata partecipazione, dubito che il loro ambiente si estenda molto al di fuori da grossi salotti con dentro meno di cento persone. Certo, sicuramente altrove vanno meglio, ma è comunque un ambiente limitato il loro.
Rispondo con una metafora all'ultimo pezzettino: se Marco Travaglio fa una conferenza al Teatro degli Arcimboldi farà sicuramente il pienone tra folle di spasimanti e acidi contestatori, se lo fa Amira Hass, l'Arcimboldi non solo non lo riempie, ma non glielo affittano neanche.
Comunque al di là di tutto questo, credo che il tuo blog sia una giusta arma di contrasto all'approssimazione musicale contro cui tu combatti e sono il primo a sostenerti. Se però ti rammarichi nel vedere quasi ignorate le tue scoperte underground ricordati "che è sempre più facile dibattere su cose conosciute, specie se le si conoscono poco".

Lorenzo Barbagli ha detto...

Mah, se conti che i Bent Knee al terzo album sono già riusciti ad arrivare in Italia, per me è già un gran risultato quello che hanno ottenuto a La Casa di Alex. Magari l'anno prossimo tornano e riusciranno a fare anche più date, chissà. L'anno scorso a vedere i TDH sempre a Milano (in Italia per la prima volta in 10 anni) eravamo quattro gatti. Eppure mi sembra che l'ultimo album dei Bent Knee sia molto più difficile da assimilare che non l'ultimo dei TDH se parliamo di musica di nicchia.
Ribadisco, a me sembra di percepire da quello che posso vedere da Facebook che, se i consigli di ascolto arrivano da certe persone, vengono presi in considerazione, da altri invece vengono ignorati. Poi posso sbagliarmi sia chiaro. Potrei farti un esempio personale, ma non vorrei che dopo fosse visto come infantile.
Per il resto, al di là dei paragoni, la mia proposta (o volontà piuttosto) nelle intenzioni sarebbe quella non di rivolgermi ad una cerchia, ma di estendere la musica che propongo almeno alla nicchia che ascolta il prog, che anche quella bene o male è una cerchia. Altrimenti non avrei aperto questo blog. Per i commenti non mi rammarico più, vedo che comunque con quei pochi che arrivano la gente apprezza certe proposte, in fondo per commentare se un gruppo o un album a te prima sconosciuti ti piaccia o meno non c'è bisogno che tu conosca profondamente quell'artista.

Forcy ha detto...

Scusate se mi intrometto...

Io nell'articolo non ho visto una vera e propria critica a Wilson... e soprattutto non condivido il pensiero di "anonimo" sul fatto che qui si parli solo di musica "per addetti ai lavori" e i Dear Hunter ne sono l'esempio!

Crescenzo è si un creativo, uno sperimentatore, un musicista "tutto tondo" ma anche per questo motivo molti suoi brani sono orecchiabilissimi, efficaci, diretti e non sfigurerebbero nemmeno in TV.
Wilson merita la fama che ha ottenuto perchè a sua volta è un grandissimo compositore ed ha praticamente definito "il genere" (se di genere si può parlare), ma non tutto ciò che tocca diventa oro e comunque molti dei suoi lavori (fra tutti penso a Storm Corrosion) non sono impeccabili e sono sicuramente più apprezzabili dagli addetti ai lavori (musica per musicisti...)

Quindi nessuna critica a Wilson ma piuttosto la costatazione che ci siano altri artisti, altrettanto bravi, che avrebbero tutte le carte per emergere dalla massa e reclamare maggior attenzione di pubblico e media, ma che per vari motivi (non ultima una mentalità un po' "tradizionalista" di certi fruitori del prog) resteranno sempre nelle retrovie.
Crescenzo è fra gli esempi più significativi, ma come lui molti altri...

Franco Palese ha detto...

Che ci siano gruppi che non riescono ad avere la giusta visibilità è purtroppo una triste verità, vale sia per il progressive che per qualunque altro genere, ma anche in altri campi.
SW nel corso degli anni si è conquistato (a mio parere meritatamente) una certa fama, ma ha avuto anche la capacità di “posizionarsi”...e mi fermo qui...
Non ho contatti reali o virtuali con “l'ascoltatore medio del prog”, né m'interessa “valutarlo” come sento fare spesso e volentieri...
Ho avuto invece (ahimè) contatti virtuali con quelli che potremmo definire ascoltatori alternative... e debbo dire Dio ce ne scampi e liberi...non se ne viene fuori...
Gente che è convinta di essere portatrice della Verità Assoluta...per carità...soprattutto quando straparlano del prog di cui hanno poche idee ma confuse...
Gente che è in grado di votare Pawn Hearts dei VDGG 0,5/10 per vendetta o 4/10 l'ultimo dei Bent Knee (senza averlo mai ascoltato) perchè in odore di prog.
Evidentemente perché non possono ammettere che il prog è “ancora vivo e vegeto”, che ci sono gruppi che sono in grado di essere ancora autenticamente prog...altrimenti non potrebbero continuare imperterriti a menarla...

Lorenzo Barbagli ha detto...

Fortunatamente non mi sono mai imbattuto in questa tipologia di "intenditori". :-)))
Però posso dirti che nel prog non è diverso, frequentando alcuni forum ti accorgi dell'arroganza con la quale impongono le proprie idee e se ti azzardi a contraddire o proporre una novità fuori dai canoni non è detto che non ci scappi l'insulto gratuito. Infatti mi sono tenuto sempre ben lontano da certi dibattiti. Dico solo che si dovrebbe imparare ad avere orizzonti meno limitati.

Franco Palese ha detto...

Altrove (non faccio nomi) la prassi consueta è stata: riproposizione di critiche vecchie e stantie (queste sicuramente si...), facilmente opinabili e ribaltabili; allorché scattava la consueta sequenza di insulti.
Quel che dico io è: essere amante di new wave o punk o grunge o chennesò è sinonimo di una maggiore "apertura mentale"???!!!...
Se si hanno atteggiamenti pre-giudizievoli è una cosa, ma se si prova ad ascoltare della musica che non piace (o piace meno) vuol dire chiusura mentale?!
Personalmente ho le mie idiosincrasie verso determinati generi dovute a tentativi non riusciti, ma rispetto le opinioni altrui, almeno finché vengono rispettate le mie...
In che modo chi ascolta solo new wave (es.) o solo prog può influire/intaccare le mie preferenze???!!!...
Se permetti, vorrei segnalarti i Sonar :-) ciao e buone scoperte ;-)

Lorenzo Barbagli ha detto...

Il mio discorso non è tanto rivolto verso chi ha pregiudizi tra i generi, ma nei confronti della vecchia polemica sul punto di vista con cui uno giudica il "progressive": se come uno stile ben consolidato con i suoi parametri dai quali, se esci, non sei più "prog", oppure come un'attitudine nell'esplorare nuovi percorsi.

Franco Palese ha detto...

Certo, il progressive, per essere tale (croce che si porta anche per l'etichetta che gli è stata affibbiata) dovrebbe continuamente esplorare nuovi percorsi; poi, personalmente, posso apprezzare o meno il risultato. ;-)

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