mercoledì 5 agosto 2015

Tim Bowness - Stupid Things That Mean the World (2015)


In poco tempo Bowness ha prodotto un nuovo album che, pur rimanendo con l’anima nei confini dei No-Man, possiede qualcosa di diverso rispetto a quello cui ci aveva abituati finora. Un anno fa parlavo su OPEN di Abandoned Dancehall Dreams, secondo album solista di Tim Bowness e di come esso calzasse bene il vuoto lasciato dai No-Man, la sigla che Bowness era solito condividere con Steven Wilson. Stupid Things That Mean the World, oltre a continuare sulla stessa lunghezza d’onda del suo predecessore per fortuna fa anche dell’altro. Ad esempio mostra come le carriere soliste dell’ormai ex duo Wilson-Bowness siano complementari e adiacenti a una linea di cantautorato prog che, se nel primo assume dei contorni maggiormente finalizzati all’impatto emozionale, nel secondo si pone come ricerca delle sue sfumature più raffinate e ricercate, ma sempre con due facce affini, appartenenti alla stessa medaglia.

Anche lo stuolo di ospiti di rilievo che costella l’album contribuisce a rendere la realizzazione di questi pezzi più preziosa, come Where You've Always Been, scritta a quattro mani con Phil Manzanera, o i seducenti interventi degli archi arrangiati da Andrew Keeling. Poi c’è la ballad per piano Sing to Me che è in realtà un pezzo di archeologia dei No-Man, ripescata dai tanti demo che nel tempo Bowness e Wilson devono aver conservato nei loro cassetti riportata a nuova vita. Bowness risulta essere ancora legato a quel mondo in sospeso che proietta una luce obliqua nei suoi lavori, però a modo suo si è evoluto in un art rock che ingloba l’esoterismo pop dei The Blue Nile (All These Escapes, Know That You Were Loved) e il prog intellettuale di Peter Hammill (The Great Electric Teenage Dream), la cui presenza aleggia in modo molto discreto in tutto il disco, non solo fisicamente. Stupid Things That Mean the World è un lavoro che ci presenta per la prima volta un Bowness sicuro dei propri mezzi e che prova a sconfinare verso degli arrangiamenti quasi antitetici tra il minimale e l’orchestrale, diventando forse anche per questo la sua prova migliore.

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