venerdì 12 maggio 2017

Bubblemath - Edit Peptide (2017)


No, i Bubblemath, anche se forse molti di voi non li avranno mai sentiti nominare, non sono degli esordienti. Quindici anni or sono debuttarono con il sorprendente Such Fine Particles of the Universe, un'opera prima che non mancò di destare sorpresa nei sotterranei della comunità progressive rock per una verve camaleontica, anticonvenzionale e iconoclasta. Da quel momento i fan attesero invano una seconda prova che il gruppo aveva già confermato e annunciato ma che, con il passare degli anni, era diventata una vera e propria chimera. La questione non era SE sarebbe stata realizzata ma QUANDO, poiché i Bubblemath, nonostante aggiornamenti dosati con il contagocce, non hanno mai fatto intendere di voler gettare la spugna. Per giustificare un tale gap temporale, la band ha parlato di una serie di sfortunati eventi: inconvenienti tecnici, problemi familiari e logistici, persino ritrovarsi anche solo poche ore alla settimana per provare il materiale era diventato difficoltoso testimoniando, loro malgrado, quanto sia complicato realizzare un album se il fare musica non è il tuo income primario. In effetti, ascoltando il risultato contenuto su Edit Peptide (titolo palindromo nello spirito goliardico/scientifico tipico del gruppo), non solo registrare e assemblare ogni brano avrà sicuramente impegnato un considerevole lasso di tempo, ma mixare e editare una bestia del genere deve essere stato un incubo.

Non c'è niente nel panorama odierno che assomigli anche vagamente ai Bubblemath, il loro frenetico taglia e cuci potrebbe trovare forse un parallelismo nel Mike Keneally dei tempi andati, ma i suoni orditi da Blake Albinson (chitarra, tastiere, sax tenore, voce), Jay Burritt (basso, voce), Kai Esbensen (tastiere, voce), James Flagg (batteria, voce), Jonathan G. Smith (chitarra, voce, flauto, clarinetto, percussioni, gong, glockenspiel, xilofono, dulcimer, mandolino, banjo) sono assolutamente unici. I costanti e convulsi cambi di traiettoria seguono di pari passo le liriche ancora una volta intrise di ironia e giochi di parole, come a voler smentire chi sostiene che il progressive rock è una musica che si prende troppo sul serio. Se tali premesse vi suggeriscono di scomodare anche il fantasma di Frank Zappa non siete poi tanto lontani dall'immaginarvi il maelstrom musicale che sono capaci di produrre questi cinque folli di Minneapolis.

In definitiva, la lunga incubazione a cui è stato sottoposto Edit Peptide (in uscita il 26 maggio per la Cuneiform Records) non ne ha intaccato la freschezza e anzi, arriva in un momento in cui, paradossalmente, il math rock progressivo gode di una popolarità underground piuttosto consistente. Di fronte a tutta questa scena Edit Peptide si pone come un gigante in grado di spazzare via qualsiasi concorrente e i Bubblemath si piazzano a loro volta avanti anni luce a chiunque "ora e in questo momento", figuriamoci se l'album fosse stato realizzato, che so, dieci anni fa. Edit Peptide è l'album math rock definitivo, un avant prog rock synthetico che arriva direttamente dal futuro.

Forse il gruppo ha voluto infrangere il record di cambi di tempo in un solo album o provare ad impallare qualsiasi metronomo ma, se pensavate che Such Fine Particles of the Universe fosse già di suo un lavoro complesso, dovrete preparavi ad ascoltare Edit Peptide mentre raccogliete la vostra mascella dal pavimento. Senza alcuna pietà i Bubblemath ci catapultano immediatamente nei dodici minuti di evoluzioni da capogiro di Routine Maintenance, accostando contrappunti dissonanti e ardite involuzioni armoniche. All'interno vi si trovano acrobazie disorientanti di botta e risposta tra strumenti e fusion cubista incline all'accumulo di deviazioni. Qui e in ogni brano quando un tema fa la sua ricomparsa non è mai stilisticamente uguale all'esposizione precedente. Su Destiny Repeats Itself, ad esempio, i Bubblemath mettono un'idea sul piatto, introducendola con una ritmica latinoamericana, che poi si divertono a smontare e rimontare attraverso incursioni fusion ed electro-prog.

Avoid That Eye Candy, per i loro canoni, è quasi accostabile ad una canzone pop prog con i suoi allegri passaggi funky e jazz. Questo è il massimo che la band può offrire in quanto a immediatezza ed infatti Perpetual Notion ci riporta su sentieri così musicalmente ingegnosi da procurare vertigini nel suo svolgersi a spirale. L'alto livello nell'abilità compositiva viene mantenuto tanto nelle atmosfere più melodiose di A Void That I Can Depart To e Get a Lawn, quanto in quelle più aggressive di The Sensual Con, fino a sembrare l'equivalente musicale di un cubo di Rubik manipolato a perdifiato o, al limite, un rompicapo tipo tangram. Inoltre, l'uso di strumenti insoliti tipo banjo e xilofono in un pezzo come Making Light of Traffic - plasmato similmente al flash rock degli Utopia di Todd Rundgren e a una versione post moderna della scuola di Canterbury - è imprevedibile e creativo tanto nell'alimentare la tensione melodica quanto nel dettare la ritmica.

Saltando repentinamente da un umore all'altro è comunque completamente inutile assegnare un'atmosfera ben precisa ai brani, ma la cosa più incredibile ascoltando Edit Peptide è che nelle sue continue evoluzioni non dà l'idea di toccare generi ben precisi come metal, jazz, classica, folk, ma fluttua in un universo a sé stante. Questa è musica che, molto semplicemente (o meglio, complicatamente), si spinge ai limiti nella frenetica ricerca di qualcosa di nuovo, in due parole: "progressive rock" nella sua accezione più compiuta.


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