martedì 21 dicembre 2021

ALTPROGCORE BEST OF 2021

 
 
Un altro anno all'insegna dell'incertezza e un anno che, rispetto agli altri, in prospettiva mi ha fatto ascoltare e scoprire musica molto interessante che mi ero perso in passato. Tirando le somme quindi, da parte mia ci sono stati naturalmente diversi ascolti legati al 2021, ma anche altrettanti che sono andati a riempire lacune risalenti a 2020, 2019 e 2018. In alcuni casi il materiale era così buono che mi sono dispiaciuto di non averlo potuto inserire a suo tempo nelle varie liste di fine anno, ma può succedere inevitabilmente che qualcosa possa sfuggire.
 
Non so se questo ritorno al passato è dipeso da una certa carenza di uscite degne di nota negli ultimi dodici mesi (ma ci sono state, tranquilli, altrimenti non saremo qui), fatto sta che ho dato la stessa priorità di ascolto ad album non appartenenti al 2021. Tra questi, se siete curiosi, la mia heavy rotation  è stata occupata da Collider, Jupiter Hollow, Grumble Bee, Dreamhouse, PreHistoric Animals e altri che hanno fatto pure in tempo a pubblicare ottimo materiale quest'anno, come Valleyheart, Origami Angel e Lakes, naturalmente tutti segnalati tra queste pagine e che se volete potete recuperare. Anche se al momento, penso, la seguente lista vi terrà un bel po' occupati (almeno lo spero).
 
Diciamo che queste scoperte hanno aiutato a mitigare alcune delusioni per certi album molto attesi nel 2021, da parte di artisti ormai consolidati e conosciuti, ad iniziare dal tanto atteso debutto degli Spiritbox, il lungamente rimandato terzo degli Eidola, per poi arrivare a Frost*, Twelve Foot Ninja, Sleep Token e Hiatus Kaiyote. Con ciò non voglio sminuire i lavori di questi artisti, solo che il risultato finale non ha rispecchiato l'alta aspettativa in base a quanto era lecito attendere rispetto a ciò che avevano prodotto in passato.
 
A parte questi nomi, che in un certo senso rimangono relegati agli "addetti ai lavori", il 2021 è stato fin dai primi mesi l'anno dell'hype, ingiustificato se chiedete a me, che ha portato alla ribalta nuovi nomi molto chiacchierati come Squid, Black Country, New Road, Dry Cleaning, oppure il nostro Iosonouncane (che a differenza degli altri tanto nuovo non è). Anche in questo caso tutto il rumore generato attorno a questi artisti mi è sembrato oltremodo eccessivo, si può trovare ben di meglio scavando nel mondo alternativo musicale. Detto questo, noto che da molti anni ormai quasi tutti i magazine musicali online suddividono le classiche per generi, che è una pratica interessante se sei una 'zine generica che abbraccia qualsiasi tipologia musicale. 
 
Ad ogni modo, nonostante tale abbondanza di classifche moltiplicate, il risulatato molto spesso è quello che si ripete ogni anno e cioè avere una ridondanza di stessi nomi citati, solo dislocati di postazione a seconda della rivista che consultiamo. Alla fine, molto lapidariamente, non è l'oggettiva qualità dell'opera il requisito principale per la sua scelta, ma quanto se ne è parlato durante l'anno e la conseguente popolarità che ha incassato tra gli addetti ai lavori.
 
Tornando invece nei nostri confini, per ovvie ragioni di natura settaria (ma anche umana visto che qui c'è una sola persona) altprogcore non può sposare tale approccio multitematico. In ogni caso, al di là di questo, le classifiche di fine anno di altprogcore (che io preferisco chiamare liste) per scelta non hanno limitazioni di genere e spaziano anche verso dischi non propriamente prog, approfittando così di dare spazio a menzioni meritevoli ad altre proposte che durante l'anno non vi trovano collocazione. Considerando ciò, penso che difficilmente troverete da queste parti nomi che compaiono in altre classifiche, ecco perché credo che da tredici anni a questa parte altprogcore rappresenti ancora oggi un'alternativa valida alla sempre più grande marea di siti musicali là fuori. In questo modo spero di offrire sempre spunti di ascolto interessanti per accompagnare un altro anno che si chiude. Per ora ho finito, ma voi...sarete qui anche nel 2022?
 
 

domenica 19 dicembre 2021

tricot - 上出来 (Jodeki) (2021)


Le tricot sono sicuramente responsabili di aver dato al math rock (o math pop) un impulso innovativo per renderlo cool e proprio per questo, insieme ai defunti Uchu Conbini, sono diventate il gruppo di punta giapponese di questa corrente, riuscendo in popolarità ad oltrepassare i confini orientali. Aggiungiamo pure che la loro produzione a getto continuo, che le ha portate a realizzare ben due album nel 2020, le ha aiutate a mantenere alta l'attenzione su di loro, anche se dopo l'album 3 personalmente avevo perso un po' di interesse nei loro confronti, in quanto la vena compositiva mi sembrava stesse prendendo una deriva più orientata verso un indie pop rock con meno inventiva.

Il nuovo album 上出来 (Jodeki), pubblicato quasi allo scadere dell'anno, si è rivelato invece una boccata d'aria fresca, risollevando le tricot ad alti livelli, se non propriamente all'altezza dei primi lavori, comunque indirizzato ad una verve rinnovata. In particolare le tre ragazze di Kyoto applicano all'irruenza punk pop, alla quale si erano rivolte ultimamente con maggiore incisività, molte sorprese stilistiche che contaminano in modo imprevedibile la direzione dei brani. La capacità delle tricot di scrivere pezzi orecchiabili e accattivanti, pure permettendosi il lusso di ritornelli sing-along, con il ricorso a puzzle vocali e progressioni funky e jazz, trova qui un impulso rinnovato che fa suonare ogni traccia come un piccolo esperimento sulle possibilità dell'art pop. 上出来 (Jodeki) ha anche un corrispettivo tutto strumentale ed è la prima volta che le tricot operano una decisione del genere. Realizzato prima dei pezzi vocali con tanto di testi in aggiunta, come a sfidare l'ascoltatore in un karaoke ad "orecchie bendate".

sabato 11 dicembre 2021

Civilia - Past Lives (2021)


Nella musica, pur non inventando nulla di nuovo, c'è sempre la possibilità di accostare le sonorità più disparate per tentare di diversificarsi. In tale pratica forse una delle modalità più stimolanti e suggestive è quella di unire polarità opposte tra loro, in modo da poter creare attraverso il loro corto circuito d'incontro un coerente suono dinamico. L'esempio più immediato a saltare alla mente è il djent di ultima generazione, il quale ha trovato un giusto equilibrio bilanciando metal e sonorità ambient.

Questa sensazione di scontro tra le parti è venuta a galla ascoltando il debutto dei Civilia Past Lives. In questo caso il quartetto proveniente da Phoenix utilizza muri di riff metal dal grande impatto monolitico, ma la violenza che possono generare i bordoni metallici, viene stemperata da tappeti e riverberi eterei che si infiltrano nelle trame, creando un richiamo psichedelico verso post rock e shoegaze. Per essere più diretti, è come se l'oppressione dei Tool e la maestosità dei Karnivool si scontrassero tanto con la dolcezza dei Sigur Ros quanto con quella dei Raised by Swans.

Le tracce presenti su Past Lives sono capaci di tratteggiare paesaggi apocalittici e allo stesso tempo ipnotici, tutto grazie a scelte soniche ben precise a tratti vicine all'industrial dream metal degli Aereogramme. A colpire non sono infatti le strutture tematiche e i loro cambi, ma l'impianto sonoro, gli accorgimenti del sound design che si traducono nell'esaltazione di particolari melodici nascosti che vengono a galla, nelle dinamiche ritmiche, nella spazialità che apre una dimensione avvolgente. Insomma, si percepisce la cura con la quale i Civilia hanno dato vita a queste tracce e Past Lives ne trasmette perfettamente l'emotività.

venerdì 10 dicembre 2021

Karnivool - All It Takes (single, 2021)


La band alla quale i Karnivool vengono paragonati più spesso sono i Tool e, proprio come il gruppo di Adam Jones, sembrano averne adottato l'etica oltre che il piglio prog metal. L'ultima testimonianza in studio dei Karnivool risale al 2013 e nel frattempo l'attesa per un nuovo album è salita. Anche la band australiana non ha mai smesso di esibirsi dal vivo in questo lasso di tempo, presentando negli spettacoli anche materiale inedito. Oggi, per l'occasione della pubblicazione del Blu-Ray Decade of Sound Awake, che riporta il livestream dell'intero album Sound Awake, i Karnivool rendono disponibile anche il primo singolo inedito in otto anni All It Takes che, come si legge nel comunicato stampa, "is the first part of a larger project they continue to wrestle into existence". L'attesa quindi continua, ma la luce in fondo al tunnel sembra essere più vicina.

mercoledì 8 dicembre 2021

Altprogcore 2021 Best EPs


 

"It's that time of the year again". Ebbene sì, ci stiamo lasciando alle spalle un altro anno (il tredicesimo per altprogcore!) e ancora una volta siamo qui a tirare le somme. Da parte mia mi aguro che, come sempre, abbiate continuato a trovare tra queste pagine nuovi ascolti stimolanti e interessanti e, prima di passare al piatto forte, ecco al solito una breve ricapitolazione per ciò che riguarda gli EP. Anche se le scelte dei lavori presentati quest'anno ricadono all'interno di un'area ben nota ai lettori - la quale comprende prog, math rock, fusion, djent o, più generalmente, rock sperimentale - ma questi EP hanno il pregio di declinare questi percorsi in strade differenti dal punto di vista stilistico, il che penso potrà soddisfare almeno qualche aspetto dei vostri gusti. 





25.The Dear Hunter 
 The Indigo Child





   
 24.Frontside
Closer to Closure




   
 23.St. Barbe 
 Shapeless


 
 
 
 

22.The Arcadian Wild
Principium





   
 21.NOE 
 NOE 




   
20.SOM
Awake



 
19.Telomēre 
Where Are We Still 
 
 
 
  
18.Sullen 
Nodus Tollens – Act 1: Oblivion 
 

  
17.Fly in Formation 
Physical Architecture

 
  
16.FRAKTIONS 
Kalos 
 
 
  
15.unit.0 
comms.array 




 
14.Pilot Waves 
 Pilot Waves
 
 
 
  
13.Mad Lollypop 
But Am I A Dream?
 
 
 
  
12.Head with Wings
 Comfort in Illusion  


 
11.synchre 
correlation 
 
 
  
10.Five Eyes 
 Shirley Bassey Lungs 
 


  
 9.Ands
Trust




 
8.Valleyheart
Scenery



7.The Reign of Kindo
Wither


 
6.Blackwater Flood 
Eternal Flight
 
 
 
   
5.Michael Woodman 
Psithurism 
 
 
 
 
  
4.Thank You Scientist 
Plague Accommodations
 
 
 
 
   
 3.luminism 
east coast emo 
 
 
 
   
2.Pafero 
Perspectives 
 
 
 

   
1.prdr 
how did the desert bloom



mercoledì 1 dicembre 2021

Altprogcore December discoveries

 
Il quartetto di Guilford Giant Walker nasce dalle ceneri dell'alternative metal band Xero. Praticamente con la stessa line-up il gruppo si presenta evoluto con il singolo The Fact In Fiction, nel quale i Giant Walker si sono fanno notare immediatamente per un potente heavy prog che si ispira a Karnivool, Black Peaks, Soundgarden e Deftones. Guidati dalla voce limpida ed espressiva della cantante Steff, il quartetto ha registrato e mixato l'album d'esordio di prossima pubblicazione con Chris Coulter (Arcane Roots, Jamie Lenman), scritto nei primi mesi del 2020 in pieno lockdown. 

 
The Arcadian Wild, pur non essendo una band prog, trattiene nel suo approccio al folk un modello polifonico e di progressioni armoniche avventuroso e sfaccettato. Isaac Horn (chitarra) e Lincoln Mick (mandolino) sono i due principali membri intorno a cui negli anni hanno ruotato altri musicisti. Il loro secondo album Finch in the Pantry (2019), al quale è seguito quest'anno l'EP Principium, è veramente valido. Non propriamente prog, ma indie folk che sconfina nell'art pop, che probabilmente piacerà ai fan di Half Moon Run, Miracles of Modern Science e pure Dave Matthews Band.  


Il tastierista Johnny Manchild - al secolo Jonathan Garrett - and the Poor Bastard, sono un ensemble di alt rock con influssi jazz attivo dal 2017. Il proposito di Manchild/Garrett era dare al suo rock pianistico un maggior respiro da big band così, ad una line-up classica che include Ethan Neel (batteria), James Thompson (basso), Chris Lashley (chitarra), si sono aggiunti i fiati di Ben Wood (tromba) e Logan From (sax). Johnny Manchild and the Poor Bastard hanno quindi prodotto due album e un EP infusi di pop, swing e un tocco di cabaret teatrale che va a ricoprire il tutto come una glassa di tanti colori. L'ultimo album in studio da poco pubblicato, We Did Not Ask For This Room, aggiunge una sferzata emo prog al sound già collaudato, riprendendo certi accenti di molte band che hanno fatto, o fanno parte, dell'universo alt prog Nordamericano come The Dear Hunter, The Venetia Fair, Bend Sinister, i primi Envy on the Coast e perfino The Reign of Kindo negli aspetti più pop jazz. Diciamo che i richiami sono tanti, poiché in questo lavoro il gruppo ha dato sfogo a molti spunti tematici e melodici che vanno a dispiegarsi per 15 tracce.   
 

 

Nel suo esordio risalente a due anni fa, il giovane tastierista e batterista David Hale sembra che abbia mangiato pane e Genesis (e infatti se andate a controllare il suo canale YouTube straripa di 'drum playthrough' del gruppo). Ascoltando Hale Damage (che ho preferito postare al posto dell'ultimo uscito quest'anno, dove il ragazzo cambia prospettiva musicale e vira verso l'electro pop) tutto, dalla produzione ai suoni, sembra ricalcare il periodo intermedio dei Genesis, ovvero quando il testimone di frontman passò nelle mani di Phil Collins. Se siete amanti di quell'estetica, non potete esimervi dall'ascoltarlo. 
 

 

Kosmodome è il progetto musicale dei fratelli Sturle Sandvik (chitarra e voce) Severin Sandvik (batteria) che fanno il loro ingresso nell'etichetta norvegese Karisma Records e nel mondo del prog con questo primo omonimo album. Kosmodome è un piacevole viaggio musicale tra passato e presente, psichedelia con influssi hard e stoner alla maniera dei Motorpsycho e dei recenti Monstereo. 

 
 
Il chitarrista dei Vulkan Christian Fredriksson fa il suo esordio da solista sotto il nome di Solum con l'album Encountering Murk. Il contenuto strumentale somiglia molto a ciò che è il prodotto della tradizione prog scandinava moderna. Mood malinconico e leggermente elegiaco alla maniera di White Willow, Wobbler, Jordsjø e Gösta Berlings Saga.

 

Grazie al chitarrista Ossi Maristo (del quale ho parlato nelle scoperte di novembre) ospite dell'album Proceed, sono venuto a conoscenza del duo finlandese Grand Discovery, dei fratelli Panu-Pekka Rauhala (tastiere) e Tuomas Rauhala (batteria), presenta un prog jazz a forti tinte fusion e qualche deviazione nel metal. Ovviamente l'indirizzo è tastieristico, ma non mancano virtuosismi da parte di tutti i numerosi competenti ospiti che vanno a completare la ricca line-up.

martedì 23 novembre 2021

Kevin Gilbert - Covers (2021)

A pochi giorni dal suo cinquantacinquesimo compleanno (sarebbe stato il 20 novembre), la Estate di Kevin Gilbert ha pubblicato una raccolta delle cover che il musicista realizzò durante la sua carriera. Alcune, come Taxi Ride o Carpet Man, sono già note in quanto comparse in compilation realizzate in passato, altre in raccolte prog sotto forma di tributo come quelle della Magna Carta sui Genesis e sugli Yes. Per la prima Gilbert reintepretò Back in NYC, in una resa che forse supera l'originale, mentre per la seconda la scelta cadde su Siberian Khatru, la quale fu suonata fedelmente, nota per nota (tranne l'intermezzo aggiunto di The Sahara of Snow dei Bruford) per la deliberata scelta degli interpreti Stanley Snail, band fittizia che, oltre a Gilbert, includeva Mike Keneally, Bryan Beller e Nick D'Virgilio. 

Un'altra cover di spicco è la famigerata Kashmir, che Gilbert registrò al fine di proporla alla Atlantic Records per essere contenuta nelle compilation Encomium: A Tribute to Led Zeppelin, ma rifiutata dai grandi capi dei piani alti dell'etichetta con la motivazione che Gilbert "non era abbastanza famoso". La sua cover fu poi trasmessa da una radio locale di Los Angeles, causando un discerto passaparola, tanto che chi la ascoltava si presentava al negozio di CD per comprare Encomium, ma nel momento in cui scopriva che quella cover era assente rinunciava all'acquisto del medesimo. 

Tra gli inediti invece ci sono Solsbury Hill, El Paso, The Joker, il traditional natalizio O Come, O Come Emmanuel, una versione disco di Strong Enough di Sheryl Crow che Gilbert (co-autore del pezzo) registrò in modo goliardico sotto il nome Keta Men. 

https://kevingilbert.com/

domenica 21 novembre 2021

Von Citizen - Outlier (2021)

 
Dopo il sorprendente esordio con Sentience nel 2018, il quintetto cinese dei Von Citizen non accenna a diminuire la qualità della propria proposta. La seconda prova Outlier è uno scintillante raggio di luce lanciato nella sfera del prog metal strumentale, che riesce a sommare tutto il meglio della corrente djent fusion moderna. Se ad esempio siete dei fan degli innesti electro jazz operati dagli Arch Echo o del chitarrismo elegante di Joshua De Le Victoria, qui troverete pane per i vostri denti a partire dalla traccia di apertura Bliss, che riporta persino richiami soul r'n'b.
 
La solarità di Plini viene a galla su Petrichor, mentre Pitchblack e Turritopsis si confrontano con un flusso oscuro di riff djent in modalità Animals As Leaders. Ma al di là dei paragoni che può suscitare, Outlier risulta un lavoro lontano dai pericoli stagnanti del già sentito, grazie al giusto dosaggio che è stato impresso a melodia, virtuosismo e granitica tensione. Per questo rimane un'opera solida, di grande raffinatezza, che i Von Citizen riescono a infondere con un'esecuzione inventiva, trascinante e coinvolgente.

sabato 20 novembre 2021

Gnarbot - Origin (2021)

Il quartetto dei Gnarbot, formato da Zach LoPresti (chitarra), Rodrigo Pichardo (basso), Chris Paprota (batteria) e Zack Smith (chitarra, voce), anche se comprende musicisti provenienti da altri progetti, è relativamente giovane come formazione, avendo preso avvio nel 2017. Fino ad ora infatti gli Gnarbot hanno avuto il tempo di realizzare due EP, l'ultimo dei quali registrato dal vivo in una sessione in studio con materiale originale. Origin è quindi da considerarsi il loro esordio vero e proprio. L'album spazia da ciò che la band aveva prodotto sinora, cioè fusion strumentale ad alto tasso di virtuosismo da parte di tutti i membri, e alcuni brani cantati che proseguono sulla scia del jazz rock progressivo.

Origin naturalmente ingloba tutto ciò di cui attualmente si nutrono le jam band di questo tipo, il che include prog, metal, math rock e funk. Nei riff sincopati di Blammo e Candyland Invasion ad esempio, siamo dalle parti degli Animals As Leaders, ma molto meno djent metal e molto più fusion prog. Gli Gnarbot in questo sono molto vicini al jazz elettrico chitarristico di ultima generazione, con qualche debito ad Allan Holdsworth su FistCake e sul versante più sperimentale di ArmDeath verso i poco noti Lye By Mistake. L'aggiunta del cantato si consolida nel gusto per la combinazione di stili alla Thank You Scientist, in particolare con lo space rock connesso all'elettronica in Cheebot o nel lento crescendo soul metal fusion in Steadily Reshaping. Origin risulta così un album godibilmente vario che sa farsi riconoscere in un settore stilistico ormai saturo di proposte come la fusion prog.

venerdì 19 novembre 2021

Dredg - The making of Leitmotif


Nel 2019 i Dredg erano tornati insieme dopo anni di silenzio per lavorare e portare a termine un nuovo album il quale, nelle intenzioni, sarebbe dovuto uscire entro la fine 2020. Poi è successo quello che tutti sappiamo, il progetto è saltato e i lavori si sono bruscamente interrotti senza sapere se un giorno la cosa avrebbe avuto un seguito. Qualche giorno fa, comunque, il cantante Gavin Hayes, durante un'intervista in un podcast, ha confermato che nei mesi scorsi il gruppo ha continuato a vedersi, riuscendo a mettere da parte un consistente numero di idee musicali capaci, se sviluppate, di riempire due album. 

In ogni caso l'obiettivo adesso è pubblicare il nuovo album nel 2022, anno che vedrà anche l'anniversario per il ventennale di El Cielo, il loro album più celebrato. Nel frattempo i Dredg sono rimasti attivi nei social network (soprattutto Instagram) e hanno riesumato molti vecchi filmati tratti dalle registrazioni del primo album Leitmotif, montati assieme e pubblicati oggi su YouTube. L'occasione questa volta sono i venti anni di Leitmotif, del quale è pre-ordinabile una nuova versione in vinile che sarà pronta per essere spedita nel luglio 2022 (!) (per questi ritardi di stampa in vinile, che proseguiranno in futuro, possiamo ringraziare le maxi-star Adele e Ed Sheeran).

Nell’estate del 1998 i Dredg si rinchiusero per dieci giorni nei Brilliant Studios di San Francisco per registrare Leitmotif, album che aveva come tema una storia unitaria riguardante il viaggio come metafora della ricerca interiore. Il viaggio era narrato sotto forma di diario all’interno del booklet (privo delle liriche) e il concept narrava l’incontro dell’uomo con uno spirito che gli consigliava di intraprendere un cammino per liberarsi dalla sua malattia morale e ritrovare la purezza. In pratica Leitmotif si lega alla più classica delle allegorie sulla condizione dell’uomo moderno corrotto dalla società, che per ritrovare un barlume di integrità morale deve necessariamente allontanarsi e distaccarsi da essa. 

Già dal primo album, quindi, i Dredg fecero ampio uso di simbolismi e significati nascosti. La prima traccia di Leitmotif, ad esempio, aveva per titolo il simbolo che il gruppo adotterà come logo per tutta la propria carriera, ovvero una rielaborazione grafica del carattere cinese 易 che significa “cambiamento”. La canzone fu ribattezzata Symbol Song e fu il bassista Drew Roulette a dipingere e ideare quel simbolo sulla base dell’ideogramma originale. La prima stampa di Leitmotif uscì in realtà il 30 maggio 1999 realizzato in maniera indipendente, senza l’apporto di nessuna casa discografica. Il disco scolpiva un granitico post rock dai toni plumbei e opachi in dieci tracce che si susseguivano senza soluzione di continuità come fosse un’unica suite di quarantacinque minuti.

Il sound primordiale e crudo era ancora legato alla ruvidezza dell’hardcore dei primi EP e si coagulava in forma ancora acerba, impegnato a dare libero sfogo alla potenza degli strumenti piuttosto che puntando su una visione d’insieme per aggiungere più spessore agli arrangiamenti. Ma, d’altro canto, per paradosso, la crudezza di Leitmotif poteva essere considerata come un valore aggiunto al quale concorrevano la chitarra elettrica eruttiva di Mark Engles, i colpi primitivi di Dino Campanella e il basso densamente prominente di Roulette. Le reazioni positive suscitate da Leitmotif fecero in modo di far interessare alcune case discografiche al gruppo. La scelta dei Dredg ricadde sulla Interscope Records, grazie ad un contratto che lasciava piena libertà artistica al gruppo e che portò a ristampare Leitmotif, uscito nell’infausta data dell’11 settembre 2001 con una distribuzione appropriata.

giovedì 18 novembre 2021

Thank You Scientist - Plague Accommodations (2021)


Fino ad ora i Thank You Scientist ci avevano abituati ad album imponenti, dei quali l'ultimo Terraformer, risalente a due anni fa, era addirittura doppio. Forse per attenuare quella sbornia esplosiva da tanto materiale, denso e assimilabile con il tempo, il setttetto del New Jersey si rifà vivo con un EP di quattro tracce di appena venti minuti dal titolo Plague Accommodation

Anche se l'opener Gigglebutton è una specie di ouverture funk dalla durata di meno di due minuti, nella sua esecuzione non mancano il divertimento e le variazioni come se fosse una vera jam da big band. Creature Comfort si spinge in territori pop metal con annesso un ingegnoso ritornello con progressioni r'n'b, che getta nuove possibilità di contaminazioni per il sound dei Thank You Scientist, ovvero quello mutuato dal soul pop della black music e da Michael Jackson. Un vezzo ed interesse che il gruppo aveva già mostrato nella realizzazione della cover di Rick James Party All the Time.

Soul Diver è la prima "epic track" dell'EP, la quale non sfigurerebbe nell'universo Coheed and Cambria, con quell'anelito da dark metal e frammenti thrash, illuminati dagli interventi di violino e sassofono. La title-track offre invece uno sguardo ai Thank You Scientist più avventurosi, diramandosi in molte idee tematiche che sorvolano tra i soliti ambiti metal, fusion e funk, ma con una maggiore propensione verso i cambi inaspettati. Quindi Plague Accommodations non tralascia nulla del classico sound che abbiamo imparato a conoscere dei Thank You Scientist e aggiunge anche qualche elemento in più, ma sempre nella prospettiva dei limiti che può conservare un EP.

lunedì 15 novembre 2021

Gold Necklace - Gold Necklace (2021)

Gold Necklace è l'ennesima emanazione musicale che nasce dall'irrequietezza artistica del cantante Kurt Travis e per questo, visto anche lo stile toccato dall'omonimo album d'esordio, è necessaria una doverosa premessa. Il signor Travis ha passato gli ultimi anni a girovagare tra vari progetti dalla natura stilistica più disparata. Partendo come vocalist di band prog hardcore radicali come Dance Gavin Dance e A Lot Like Birds, si è dedicato in seguito ad una miriade di progetti, anche da solista, dei quali i più rilevanti sono stati i defunti Eternity Forever, durati lo spazio di un solo EP, e i Royal Coda, tutt'ora in attività e fautori di un experimental post hardcore indirizzato su linee meno intransigenti e abbastanza orecchiabili.

Gli Eternity Forever sono stati a loro modo importanti e seminali per determinare una nuova tendenza del math rock, sposandolo con sonorità funky e r'n'b, in un connubio che a me piace chiamare "smooth math", un sottogenere che negli ultimi tempi ha fatto molti proseliti. Questi sono stati un po' il preambolo dei Gold Necklace, che possono essere considerati la versione 2.0 di quel progetto. Solo che questa volta Travis a fatto le cose più in grande. Oltre a rinnovare il sodalizio con il chitarrista Brandon Ewing, i due non si sono lasciati tentare dai beat elettronici, ma hanno chiamato con loro un batterista gigantesco come Joseph Arrington (A Lot Like Birds, Royal Coda) a suonare e comporre delle parti ritmiche pazzesche, si sono affidati all'etichetta Kill Iconic di Donovan Melero (Hail the Sun) e hanno confezionato un disco dalla raffinatezza e produzione sopraffina.

Gold Necklace, nella sua durata molto breve che sfiora la mezz'ora, è capace di contenere brani che si orientano maggiormente sul versante math pop con forti accenti funk, come Vibe With Me, I Feel It Too e Tootsie Roll, i quali non a caso per la loro immediatezza sono stati scelti come singoli apripista. Già questi pezzi basterebbero per descrivere l'alto livello di scrittura, che vedono un Ewing in stato di grazia impegnato a confezionare dei groove di chitarra fighissimi a getto continuo. Ma addentrandosi oltre si trovano delle vere e inaspettate lezioni di math jazz come Coast to Coast, Just the Right Away e You and Me in Oceanside. Con un altro gioiello come Call Me Back i Gold Necklace riescono a legare in modo sorprendente e non banale tecnica e pop funk.


 

sabato 13 novembre 2021

Delta Sleep - Spring Island (2021)

Reduci da un album ispirato come Ghost City (2018), seguito da un EP altrettanto valido come Younger Years (2019), i Delta Sleep si presentano alla terza prova di Spring Island, un disco scritto durante l'estate 2020 che inevitabilmente risente del periodo pandemico dal quale siamo passati e ancora subiamo i contraccolpi. Il bassista Dave Jackson è stato molto chiaro affermando: "Questo album rappresenta certamente alcune delle difficoltà che abbiamo incontrato tutti negli ultimi 15 mesi e l'effetto che l'isolamento può avere su di noi come creature viventi che hanno bisogno di interazione". Ma Spring Island, al di là delle tematiche, musicalmente si presenta come un perfetto seguito di Ghost City, mantenendone quell'aura sognante eppure gentilmente math punk.

The Detail colpisce ancora nel cuore della miglior tradizione compositiva del quartetto, sommando orecchiabilità, ritmica incalzante, sezioni math prog e psichedeliche che proseguono su quello che sembra cadenzato come un inno, Old Soul. I Delta Sleep infatti appartengono a quella frangia math rock meno radicale e molto propensa agli equilibri tra quiet/loud, solennità e melodia pop. Spring Island comunque accontenta ogni fascia amante del genere, mettendo sul piatto gli intricati riff di View to a Fill ed un uso molto pronunciato di aspri crescendo per sottolineare il climax, sia che le canzoni siano sognanti e popedeliche come Spun, Hotel 24 e The Softest Touch, sia che prendano una forma trasversalmente math pop come Planet Fantastic e Contender. Per questo i brani hanno il potere di trasportarti dai più accoglienti e cullanti giacigli melodici, fino a pestare sull'acceleratore della distorsione sottolineata da battiti irregolari. 

sabato 6 novembre 2021

Bent Knee - Frosting (2021)


Durante la loro carriera i Bent Knee ci hanno abituati a non farci sapere cosa aspettarsi prima di ogni nuova uscita, inoltre, a partire da Say So e con l'ingresso nell'etichetta InsideOut, la loro popolarità all'interno della sfera progressive rock ha fatto un grande balzo, fino a farli diventare i beniamini di pubblico e critica. Per questo il nuovo Frosting, dopo tutto quello che la band è riuscita a seminare e raccogliere in passato, risulta un lavoro coraggioso e senza compromessi nel suo cambio radicale di direzione, più di qualsiasi album precedente pubblicato dal gruppo.

Anche se infatti i Bent Knee non sono mai stati immobili o imbrigliati in un determinato schema, nella loro formula può essere riconosciuta una certa propensione alla teatralità e alla ricerca di soluzioni da rock intellettuale. Frosting invece smazza le carte, se ne sbatte delle aspettative e delle regole e prende una direzione totalmente nuova ed inedita per la band. C'è da sottolineare che, nel contesto, la pandemia ha giocato un ruolo non di secondo piano, visto che Frosting è stato concepito durante il lockdown e quindi è il frutto di una scrittura a distanza, ma ciò non toglie che la scelta di pubblicare del materiale così differente è una dichiarazione di intenti per proclamare una totale libertà espressiva, senza la preoccupazione di compiacere o deludere il proprio pubblico.

Piccola parentesi: il dibattito sul cambiamento radicale di un artista che proviene dal prog rock è piuttosto attuale data la recente sterzata verso il pop di Steven Wilson, giusto per fare un nome a caso. Ma tutto sta nel modo in cui si affronta tale cambiamento. Lo si può fare con una mossa ruffiana, camuffandola da colto art pop rivestito più di stile che di contenuti, per andare incontro alla moda del momento al fine di parlare il linguaggio della massa, oppure mettersi veramente in gioco e trascinare di peso il pop in territori inesplorati ed estremi, come hanno fatto i Bent Knee.

Personalmente sono contento che non abbiano perseguito la strada di Land Animal e You Know What They Mean, perché il loro stile iniziava a ripiegarsi su sé stesso con il rischio di diventare una fredda replica di parametri collaudati. Invece l'impatto iniziale con Frosting è talmente sconvolgente e respingente da stimolare la curiosità di addentrarsi in una materia così strana e sperimentale. Già dal singolo Queer Gods si capiva che il nuovo album avrebbe avuto un approccio diverso - il pezzo punta su elettronica algida, manipolazioni vocali, fiati disco funk - ma tutto il resto è ancora più spiazzante. Nel momento in cui ci apprestiamo ad ascoltare la traccia di apertura Invest in Breakfast e l'osannata voce marchio-di-fabbrica di Courtney Swain viene sfregiata in un'orgia di auto-tune (condivisa con quella di Jessica Kion a onor del vero), si capisce che Frosting non farà sconti.

Tale espediente viene replicato e applicato anche ad altre bizzarrie sonore assortite che si incontrano nella contraddittoria estetica del massimalismo spinto dell'hyperpop e nel minimalismo glitch pop e bedroom pop, tanto da ipotizzare che la direzione compositiva del Ben Levin solista, o in coppia con la bassista Kion nei Justice Cow, abbia preso il sopravvento. Dopo Baby in the Bush abbiamo la sicurezza che suoni industriali e beat elettronici saranno all'ordine e quindi l'unico modo di giudicare Frosting non è nell'ottica di quanto fatto dal gruppo finora, ma considerarlo nella prospettiva all'interno di questo genere. Il pop da cartone animato in modalità Kero Kero Bonito di Casper e Have It All ad esempio, è quanto di più lontano ci si possa aspettare da un album dei Bent Knee, eppure è adorabile. 

Dentro poi ci sono esperimenti più estremi come l'oppressiva Rib Woman e l'omaggio industrial rock ai Nine Inch Nails con The Upward Spiral, che puntano su una prospettiva abrasiva e avant-garde, o cambi di tono come le quasi ambientali The Floor is Lava e Set It Off, le quali riportano il disco su un piano meno eccentrico. E verrebbe da dire quasi purtroppo, perché una volta assaporata la nuova veste "eccessiva" del gruppo ce ne separiamo a fatica. L'inevitabile controversia e delusione che causerà nei fan più intransigenti non esclude che il disco contenga tra le cose migliori partorite nel tempo dai Bent Knee, come le perle Cake Party, Figthing All My Life e Not This Time. Considerando questo, è chiaro che Frosting difficilmente riuscirà a mettere tutti d'accordo, ma magari ogni cambiamento fosse così coraggioso e con qualcosa da dire.

 

martedì 2 novembre 2021

Altprogcore November discoveries


 
I Catherine Baseball sono quattro ragazzi francesi attivi dal 2015. Time Bends è il loro secondo album e perfeziona ancora di più quella formula di math pop di cui la band si dimostra ormai abile fautrice da qualche pubblicazione a questa parte. 

 
 
 
Ho da poco conosciuto i Ku'on grazie a Gavin Castleton (ex tastierista dei The Dear Hunter) il quale compare all'organo e al piano come ospite nel brano Color the Infinite. Il gruppo è un quintetto prog che ha pubblicato finora tre brani i quali andranno a far parte del primo album New Game Plus di prossima uscita.
 
 
 
Dopo aver scoperto i Sun Colored Chair, Wyxz e Wippy Bonstack, tre progetti in cui milita il polistrumentista Ben Coniguliaro, ho appreso che anche gli altri due membri dei SCC hanno progetti individuali. Il fratello di Coniguliaro, Quinn, è attivo con lo pseudonimo di Eyeless Owl, mentre il chitarrista Alex Verbickas con Amnoliac Teastone ed entrambi sono un prolungamento del prog psych-fusion già sperimentato con i SCC. Ma non è finita qui, poiché i tre sono attivissimi in molteplici progetti che si possono trovare su Bandcamp e raccolti sotto l'etichetta Mogul Intermissions.
 

 

Casey Sabol è l'ex cantante dei Periphery che lo scorso anno ha debuttato come solista con l'EP Getting Dark, ma era comunque comparso nelle vesti di ospite nei lavori di JIA e Being. Piuttosto interessante e curata la svolta che ha preso la sua carriera, ribadita con l'ultimo singolo Still Innocent, con un mix di arena rock anni '80, hard patinato in stile Whitesnake e qualche sussulto prog.
 
 
 
I Navian sono tre musicisti norvegesi che nel loro EP di esordio Reset si ispirano a band djent, prog, fusion che hanno la chitarra come punto d'attrazione, nella medesima scia virtuisistica di Animals As Leaders, Plini, Intervals e Polyphia.

 

Altro trio strumentale norvegese è quello degli Addiktio formato da Håkon Sagen (chitarra), Ruben Fredheim Oma (basso) e Thomas Gallatin (batteria) che suonano un tipo di progressive contaminato da elettronica e fusion.

 

Ossi Maristo è un talentuoso chitarrista finlandese che fa il suo esordio con Arc. A tratti ricorda la funambolica visione prog fusion di Lyle Workman calata nel contesto jazz di Pat Metheny.

lunedì 1 novembre 2021

Porcupine Tree - Harridan (single, 2021)


I criptici messaggi lanciati qualche giorno fa nella pagina ufficiale dei Porcupine Tree hanno oggi trovato conferma nell'annuncio di una reunion del gruppo, ma solo con Gavin Harrison, Richard Barbieri e Wilson (senza Colin Edwin al basso, sostituito da Nick Beggs) e un nuovo album dal titolo Closure/Continuation in uscita il 24 giugno 2022, anticipato dal singolo Harridan.

“’Harridan’ and a few of the other new songs have been in play since shortly after the release of The Incident. They initially lived on a hard drive in a slowly growing computer file marked PT2012, later renamed PT2015, PT2018, and so on. There were times when we even forgot they were there, and times when they nagged us to finish them to see where they would take us. Listening to the finished pieces, it was clear that this wasn’t like any of our work outside of the band – the combined DNA of the people behind the music meant these tracks were forming what was undeniably, unmistakably, obviously a Porcupine Tree record. You’ll hear all of that DNA flowing right through ‘Harridan’.” 

Closure/Continuation is a seven-track album (the track listing hasn’t been revealed) and will be available on CD, 2LP black vinyl, 2LP blue vinyl, cassette and as two limited edition box sets (3LP or 2CD+blu-ray). The limited edition 3LP box is a 45RPM pressing on audiophile approved crystal clear vinyl and includes two bonus tracks. The 2CD+blu-ray deluxe set includes three bonus tracks, instrumental versions, 5.1 and Dolby Atmos versions plus hi-res 96/24 stereo. This comes in a large format art book presentation. 

 https://porcupinetree.tmstor.es/

sabato 30 ottobre 2021

In-Dreamview - Triptych (2021)


E' da qualche anno che seguo il polistrumentista Matt Stober ed il suo progetto In-Dreamview, con il quale ha intrapreso un approccio strumentale verso il post rock davvero unico e peculiare. In particolare i due album antecedenti a questo Triptych (l'omonimo e Reverie) hanno perfezionato e consolidato un sound che fonde new age, jazz, psichedelia, minimalismo e math rock in un mix suggestivo e molto atmosferico. La strumentazione di cui si serve Stober è ampia - chitarre, piano, percussioni, glockenspiel, kalimba, flauto, vibrafono, sitar, violoncello, ecc - e utilizzata in modo da produrre un umore rilassato, ma con espedienti tecnici che comunque necessitano della giusta attenzione per essere apprezzati al meglio.

Di recente Stober, oltre ad aprire una parentesi musicale a proprio nome nella quale amplifica certi aspetti degli In-Dreamview, si è cimentato anche in differenti progetti in collaborazione con altri musicisti, come Pilot Waves e Made of Water, altrettanto validi e degni di nota. Se finora nei lavori degli In-Dreamview si era impegnato a fare tutto da solo a livello esecutivo, con Triptych ha costituito intorno alla sua figura una vera e propria band, chiamando in formazione i Sun Colored Chair al completo: Ben Coniguliaro (batteria), Quinn Coniguliaro (basso) e Alex Verbickas (chitarra). Il titolo del nuovo album Triptych si riferisce alla sua struttura che comprende tre brani ognuno costituito a sua volta da tre parti strettamente collegate ai pannelli raffigurati nella cover.

venerdì 22 ottobre 2021

The Dear Hunter - The Indigo Child (2021)


Da quel poco che ho letto in giro, anche tra i più appassionati sostenitori dei The Dear Hunter, regna una gran confusione di notizie riguardo al nuovo progetto appena iniziato da Casey Crescenzo e soci. Va comunque detto che una parte di ciò va imputata alla band, decidendo di mantenere un discreto riserbo sul progetto, prima della sua realizzazione. Quindi, prima di tutto, vediamo di mettere ordine al caos che da oggi, forse, con l'uscita di questo EP verrà chiarificato. The Indigo Child è l'introduzione al nuovo universo creato dalla mente di Crescenzo, un racconto fantascientifico che proseguirà per molti album a venire, sulla scia di quanto fatto dai Coheed and Cambria con la saga The Amory Wars e dagli stessi The Dear Hunter con gli Acts.

Le ambizioni di Casey Crescenzo, dopo l'accantonamento del progetto per Act VI, hanno trovato una via multimediale al fine di introdurci nella storia in modo multimediale, attraverso il cortometraggio The Indigo Child: Prologue: Cycle 8 e la sua relativa colonna sonora. Proprio così, il presente EP rappresenta solo un "prologo" a ciò che dovrà arrivare (il primo album della serie dal titolo Antimai è previsto per la prossima primavera) ed è infatti costituito per lo più da tracce strumentali che fanno da commento sonoro al cortometraggio e sono presenti solo due canzoni nel classico senso del termine (una delle quali cantata addirittura dalla compagna di Crescenzo).

Come già accennato in passato The Indigo Child rappresenta anche una nuova veste musicale per il gruppo, che sarà indirizzato su funk, RnB e sonorità anni '80 ed in questa piccola finestra che si è aperta ne appare solo un aspetto ancora in embrione. Gli strumentali sono pesantemente virati verso un sound design futuristico con ampio uso di synth e devono essere considerati in stretta relazione al materiale visivo che vanno a commentare, piuttosto che come strumentali la cui estetica si lega in modo imprescindibile al repertorio dei The Dear Hunter. Anche se rimangono un esperimento interessante, naturalmente l'attenzione è rivolta alle due title-track, anch'esse ammantate da suoni sintetici e che, per questo ed altro, riprendono la visione prog rock dei The Dear Hunter da un nuovo punto di vista. 

Dato che The Indigo Child è stato presentato come un progetto musicale al quale collaborano tutti i membri attivamente (la storia comunque rimane del solo Crescenzo), è legittimo pensare che la prima delle due tracce sia influenzata dallo stile electro-funk-prog di Gavin Castleton, che inoltre è anche l'ultimo/unico brano che lo vede coinvolto in quanto il tastierista purtroppo ha lasciato il gruppo lo scorso giugno. La seconda è in sostanza una lenta ballad che richiama le vecchie canzoni swing anni '60 in bilico tra pop hollywoodiano e sonorità armoniche West Coast. Quindi in pratica chi si aspettava un intero album di nuove canzoni rimarrà deluso...oppure no. Per avere un giudizio vero e proprio sull'aspetto stilistico che vestiranno i The Dear Hunter dovremo aspettare ancora qualche mese e intanto goderci il primo assaggio.

domenica 17 ottobre 2021

Wyxz - Odyx (2020)


Continuando a scavare nell'infinita cornucopia di progetti messi in piedi dal polistrumentista Ben Coniguliaro (che ha appena pubblicato il sorprendente Wippy Bonstack's Dataland, oltre che essere attivo con i Sun Colored Chair) sono arrivato a quello che si può definire la declinazione più estrema del suo approccio estetico al progressive rock. Se nel recente album a nome Wippy Bonstack questo ragazzo di soli 21 anni ha suonato in completa solitudine una moltitudine di strumenti, realizzando un lavoro di elevata complessità, in quest'ultima opera a nome Wyxz viene aiutato dal fratello Quinn (basso) e da Alex Verbickas (chitarra), ovvero gli altri due Sun Colored Chair, oltre che da Matt Hollenberg (Cleric, Simulacrum, Shardik, iNFiNiEN) e ha nientemeno John Zorn come produttore esecutivo. 

Odyx infatti è stato pubblicato dalla Tzadik Records, etichetta dello stesso Zorn, ed è addirittura il quinto sforzo discografico dei Wyxz. Il progetto nasce come una variante "brutal prog" sperimentale ed estrema del math rock portato avanti dai Sun Colored Chair, sfociando anche nel noise e nella dissonanza. Questo almeno fino al procedente YiY, non che Odyx faccia a meno di tali premesse ma ne attenua, per quanto possibile, la componente più astratta e primordiale al fine di privilegiare un caos frenetico e ragionato, utilizzando una maturità eclettica ed esecutiva che negli altri lavori sembrava più dettata dall'anarchia strumentale come valvola di sfogo.

Con Odyx viene smussata la spigolosità di certi passasggi e il gruppo si concentra nel proporre un'innumerevole collezione di spunti tematici schizofrenici a getto di variazioni continue. Per questo l'album impressiona nella sua corsa a sperimentare le ritmiche più strane e i passaggi armonici più assurdi e funambolici. L'incredibile assalto sonico offerto dalle varie tracce non offusca la spaventosa perizia tecnica riversata in ogni passaggio, per dire che qui siamo al cospetto del math rock nella sua forma o essenza più evoluta e complessa data la straordinaria inventiva strumentale e l'incessante susseguirsi di imprevedibili mutamenti dinamici, sonori e stilistici che il gruppo attraversa. Senza alcun dubbio Coniguliaro è un precoce talento che va valorizzato e ciò che sta facendo deve essere conosciuto da ogni amante del prog che si rispetti.

 https://wyxz.bandcamp.com/album/odyx

giovedì 14 ottobre 2021

Like Lovers - Everything All The Time Forever B​-​Sides (2021)


Due anni fa il polistrumentista Jan Kersche aveva dato alle stampe il suo album d'esordio Everything All The Time Forever con il nome di Like Lovers. Il suo oculato mix di electro pop, art rock e post rock che riusciva ad imprimere un carattere originale ad ogni brano, lo fece entrare di diritto nei primi dieci album preferiti da altprogcore del 2019. Di recente Kersche ha recuperato un pugno di canzoni che, per un motivo o per un altro, sono rimaste fuori da Everything All The Time Forever e le ha raccolte in un altrettanto meritevole EP. La direzione musicale infatti rimane la stessa e, come se non bastasse, ha da poco lanciato il nuovo affascinante singolo dal titolo Antifragility in collaborazione con la cantautrice Elena Steri.

mercoledì 13 ottobre 2021

The Dear Hunter: l'arrivo di The Indigo Child


Abituati alla cadenza quasi annuale di pubblicazioni a nome The Dear Hunter è strano pensare che ormai sono passati quattro anni dall'ultimo sussulto dicografico della band di Casey Crescenzo. Ma oggi, alla luce del trailer che presenta il nuovo progetto del gruppo, possiamo intuire perché sia passato così tanto tempo. 

Per chi segue in modo attento i progressi dei lavori di Crescenzo e soci, il titolo The Indigo Child è ormai un elemento noto. In pratica si tratta del nuovo ciclo di concept album che si aprirà nella narrazione a grande respiro a cui ci ha abituato il musicista. Quindi si è chiuso il capitolo degli Acts con un punto interrogativo sulla possibile realizzazione della sesta parte, accantonata per il momento a causa di mancanza di fondi (Crescenzo non ha mai svelato precisamente il progetto multimediale a cui ambisce), e ora si apre una nuova epopea che cambia completamente scenario e contesto di racconto. La storia infatti si svolge in un'ambientazione fantascientifica e ovviamente proseguirà su più album, come è stato per gli Acts e avvicinandosi così facendo ai territori sci-fi dei Coheed and Cambria.

Innanzitutto Crescenzo sembra aver riversato le sue ambizioni, messe da parte per Act VI, su questa nuova opera, che sarà anticipata dal cortometraggio The Indigo Child: Prologue: Cycle 8, il quale verrà trasmesso in streaming il 22 ottobre sulla piattaforma DUST. Già dal trailer si può rimanere stupiti per la cura nei dettagli che è stata investita in tale progetto, ma si dovrà attendere il 22 per sapere se, oltre a questo, verrà svelato il primo singolo o qualche dettaglio in più riguardo all'album. Dal punto di vista musicale l'unica cosa data per certa è il cambio di direzione stilistica che, a quanto pare, virerà verso un pop funk psichedelico o, come qualcuno ha già detto, "space funk".

domenica 10 ottobre 2021

Wippy Bonstack - Wippy Bonstack's Dataland (2021)


Probabilmente Wippy Bonstack's Dataland è l'album più complesso e ambizioso realizzato da un singolo musicista pubblicato quest'anno. Dietro al nome Wippy Bonstack in realtà infatti si cela il solo polistrumentista Ben Coniguliaro, originariamente chitarrista e batterista dei Sun Colored Chair, qui al suo esordio come solista e suonando ogni singolo strumento in prima persona, senza alcun musicista aggiunto. Giusto per dare un'idea, oltre a quelli già citati, Coniguliaro si cimenta con tastiere, glockenspiel, melodica, marimba, vibrafono, basso, piano, synth e percussioni. Il che diventa tutto molto più impressionante una volta ascoltato ciò che Coniguliaro è riuscito a comporre e suonare per conto proprio. Al di là dei gusti soggettivi infatti è innegabile la natura di alto livello ed estremanete complessa e brillante di cui si fa carico Wippy Bonstack's Dataland.

Come fa notare lo stesso Coniguliaro l'album si muove su un progressive rock elaborato, orchestrale, pop e math rock, citando come esempi di ispirazione Mike Keneally, Gentle Giant, Frank Zappa, Cheer-Accident e Cardiacs. Proprio come questi asrtisti le tredici tracce incluse nei quasi settanta minuti dell'album sono eclettiche, varie, omnicomprensive di innumerevoli cambi tematici e acrobazie strumentali, formando un calderone che si estende dal prog rock più tradizionale a quello più sperimentale, senza tralasciare ampi spiragli pop e passaggi melodici. Per un musicsta così giovane è un risultato notevolissimo, che lascia ammirati per il talento profuso e messo in gioco, non risparmiando nulla. Ascoltare per credere.

sabato 9 ottobre 2021

The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die - Illusory Walls (2021)

I The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die (abbreviato per comodità in TWIABP) sono una tra quelle band che, a partire dal primo album Whenever, If Ever (2013), nella prima metà degli anni '10 hanno contribuito in modo considerevole al consolidamento ed espansione del cosiddetto "emo revival", movimento culminato nel 2014. Adesso che tutta quell'ondata è stata metabolizzata, oltre che maturata e progredita ulteriormente, sembra arrivato il momento per il genere di fare un salto ulteriore ed interrogarsi sulle proprie possibilità e sviluppi.

Illusory Walls, quarto album in studio del gruppo di Philadelphia, è un nuovo tassello per comprendere come all'emo non bastino più gli schemi ai quali è abitualmente confinato, ed è interessante notare come la riduzione della line-up dei TWIABP - dai nove membri originari passata adesso a cinque - sia inversamente proporzionale alle ambizioni messe sul piatto da queste undici tracce. Restando nei confini limitrofi del sottogenere, proprio come di recente hanno provato a spingersi oltre anche gli Adjy, i TWIABP evidentemente si sono sentiti investire dallo stesso bisogno di espandere i propri limiti, scrivendo in maniera più elaborata, flirtando con il prog, il post rock e decidendo di mettere in coda all'album due lunghissime ponderazioni sonore che da sole vanno ad occupare la metà del disco.

Per l'altra metà Illusory Walls si divide idealmente tra tradizione e sperimentazione, dando la possibilità ai TWIABP di operare liberamente su entrambi i livelli. Se su Queen Sophie for President il gruppo mantiene la spigliata leggerezza dell'art pop, in seguito diventa inesorabile alfiere di math metal nel sound saturo e oppressivo di Invading the World of the Guilty as a Spirit of Vengeance. Prendiamo l'apertura di Afraid to Die ad esempio, la quale sintetizza metaforicamente questa transizione dal passato al presente utilizzando una netta spaccatura che prende le mosse da una placida ninnananna indie rock e deflagra improvvisamente in un'imponente ed epica ouverture prog. 

La natura multipartita di Died in the Prison of the Holy Office, frenetica cavalcata post rock e finale in sontuoso crescendo orchestrale, fa sembrare la successiva (e collegata) Your Brain is a Rubbermaid quasi un suo prolungamento speculare e apocalittico, una parentesi costituita di suoni astratti e "cinematici", fino a che non irrompe in un poema post metal. Quello che sembrerebbe già un lavoro compiuto con l'arrivo di Trouble, che è un ritorno alle origini della loro ispirazione, pagando tributo tanto all'emocore dei Sunny Day Real Estate quanto allo space hardcore degli Hum, come anticipato nella seconda parte si permette un lungo finale dilatato e di grande ambizione grazie alle ultime due tracce.

I quindici minuti di Infinite Josh e i quasi venti di Fewer Afraid si assomigliano nella forma, ma non nella sostanza. La forma cioè, invece che giocare su sezioni che cambiano e si accavallano come ci si potrebbe aspettare da brani così estesi, preferisce concentrarsi sul costruire reiterazioni tematiche che edificano tensioni e crescendo come nel post rock. Quest'ultimo aspetto è particolarmente sottolineato su Fewer Afraid che utilizza archi e tapping chitarristici per aumentare il pathos. Infinite Josh invece è maggiormente epica ed efficace nel creare, oltre che un solido crescendo, anche una reale atmosfera onirica e sognante da principio, per poi proseguire in un trip electro-orchestral-emo suggestivo e corale. Entrambe forse eccedono in autoindulgenza, però nel contesto generale appaiono come un'appendice verbosa, ma necessaria e non fuori luogo, che serve nel completare l'essenza finale dell'album, non nascondendo così la sua brama di grandiosità.