domenica 20 ottobre 2019

South Harbour - A Withered World In Colour (2019)


Interessante esordio questo dei South Harbour, nato nel 2018 come progetto solista, esclusivamente di studio, del chitarrista danese Alexander Varslev-Pedersen, durante il processo di registrazione e produzione si è espanso ad un vero e proprio gruppo che include Kristian Hejlskov Larsen alla chitarra e Andreas Dahl-Blumenberg al basso, già nella formazione dei Feather Mountain dei quali compare come ospite anche il cantante Mikkel Lohmann. Pure la direzione dell'album ha subìto una mutazione in corso dato che inizialmente doveva essere interamente strumentale, ha cambiato poi aspetto e con l'aiuto di vari cantanti è diventato una raccolta eterogenea, non solo per questa motivazione, di progressive metal e blackgaze. Innegabile che la scelta di coinvolgere sei voci diverse per timbro, interpretazione e impostazione, abbia inevitabilmente trasmesso un'identità differente ad ogni pezzo di A Withered World In Colour.

Proprio questa sua natura eclettica, che si apre ad accogliere svariate sfumature di prog metal, fa ritornare alla mente il bilanciamento tra estremi dei leggendari maudlin of the Well. In particolare ci si riferisce al contrastante approccio di generi che caratterizza A Withered World In Colour, impostato su atmosfere agli antipodi combattute tra le spietate lacerazioni growl di A Dying Breed, Naysayer Begone e M Å N E B A R N che trovano il controcanto nelle lunghe tirate psichedeliche di Delusion, Exactly Where We're Supposed to Be e Svalbard. Naturalmente per relazionarsi alla varietà di cui sopra i South Harbour condiscono gli arrangiamenti spaziando tra djent, math rock, gothic metal e post rock, nel tentativo di creare un'opera epica comprensiva di molti linguaggi metal, non risparmiando sensazioni alla Tool su As I Gaze into an Uncertain Future e addirittura tentando un salto mortale per l'ibrido R&B-gaze su Flowers Need Water.

sabato 19 ottobre 2019

From Indian Lakes - Dimly Lit (2019)


E' bello vedere come si sono evoluti i From Indian Lakes dal 2009 ad oggi. Nei primi tre album avevano dato prova di un delicato ed introspettivo emo indie rock che si sposava con atmosfere eteree da dream pop. Dopodiché l'ultimo album uscito per la Triple Crown Records, Everything Feels Better Now (2016), provava a distanziarsi dallo stile iniziale attraverso un lavoro più composto e minimale dal punto di vista compositivo.  

Il nuovo Dimly Lit è una messa a fuoco di quella direzione, tanto che ne è venuta fuori una più convinta e convincente escursione nel dream pop. Con questo album è come se il principale responsabile della sigla Joey Vannucchi lanciasse un messaggio di indipendenza artistica, lasciandosi definitivamente alle spalle i vecchi From Indian Lakes: registra e produce in solitudine tutti i sedici pezzi nel suo appartamento di Harlem, li realizza senza il supporto di una casa discografica ed è in grado comunque di chiamare al suo cospetto un notevole numero di ospiti femminili alla voce. Le cantanti Soren Bryce (Tummyache), Nandi Rose Plunkett (Halfwaif), Miriam Devora (Queen of Jeans), Lynn Gunn (PVRIS) e Meagan Grandall (Lemolo) completano e aiutano il tono sognante della voce di Vannucchi che per Dimly Lit opta per dare ampio spazio a elettronica, tastiere e synth andando a relagare nelle retrovie la sua chitarra. In questo modo l'opera assume una connotazione ben specifica che rifugge anche il tanto abusato ritorno di oggi alla retrowave.

Probabilmente Vannucchi aveva anche molto da dire sull'argomento, dato che ha deciso di realizzare un album molto ampio e corposo che mette in fila un concetrato di ethereal wave e ambient pop pressoché perfetto, infuso delle stesse sonorità dei Cocteau Twins e della malinconia che Vannucchi ha trasportato come eredità dai From Indian Lakes del passato. La ricchezza di Dimly Lit può soddisfare anche chi cerca un pizzico di sperimentazione electro-rock, la quale si nasconde tra le pieghe degli arrangiamenti dentro l'essenza di suoni inaspettati che sembrano apparire fuori dal contesto della canzone, ma si sposano perfettamente con l'insieme. Operazione leggermente speculare a quanto fatto, in modo più estremo, da Justin Vernon con i Bon Iver, Vannucchi ha dato nuova linfa al suo progetto musicale con una sintesi esemplare di dream pop.






venerdì 18 ottobre 2019

Sentient Moss - Las Vegas Girth (2019)


Se conoscete i Thank You Scientist il nome Joe Fadem vi suonerà familiare in quanto è il loro batterista. Nel 2016 Fadem ha formato un suo gruppo parallelo chiamato Sentient Moss insieme a Connor McArthur (chitarra, voce), Matt Balkovic (chitarra) e Nigel Whitley (basso). La direzione stilistica della band, come già testimoniato dal primo lavoro Somebody, Somehow uscito nel 2017, si distacca considerevolmente dai Thank You Scientist e ora viene consolidata dal secondo EP Las Vegas Girth. La base di fondo avventurosa della musica rimane, in quanto i Sentient Moss si dedicano ad un alternative con evidenti risvolti math rock e pop punk attraversati da qualche inflessione europea mutuata dai Delta Sleep, come appare nel singolo Greener, ma anche calibrato con malinconici accordi di provenienza midwest emo su Crawl Space e Much Easier Said Than Done (dove alla tromba fa una comparsata l'altro Thank You Scientist Joe Gullace).



lunedì 14 ottobre 2019

Introducing: Another Sky


I londinesi Another Sky hanno esordito lo scorso anno con l'EP Forget Yourself facendosi notare nell'ambiente alternativo inglese e guadagnandosi un'ospitata allo show Later with Jools Holland con una intensa interpretazione del singolo Chillers. Ora che i Biffy Clyro li hanno scelti per aprire due concerti inglesi questa settimana, pare che gli Another Sky siano pronti per essere conosciuti anche al di fuori dai confini inglesi. Freschi di un secondo EP dal titolo Life Was Coming in Through the Blinds pubblicato a giugno, Catrin Vincent (voce, chitarra e piano), Naomi Le Dune (basso), Jack Gilbert (chitarra) e Max Doohan (batteria) si dichiarano apertamente influenzati dai tardi Talk Talk, tanto che il gruppo, a quanto dicono loro stessi, si sarebbe generato proprio dopo l'ascolto comune di Laughing Stock.

Anche se la musica degli Another Sky non ha l'ambizione di ricreare delle atmosfere così rarefatte e intellettuali, i quattro si sono ritagliati un personale art pop intriso di suggestioni progressive, post rock e dream pop, talvolta crepuscolare e altre volte violentemente melodrammatico, per sottolineare i testi con una spiccata impronta di stampo politico e sociale. Già forti di un solido tessuto sonoro, è nella voce della Vincent che gli Another Sky trovano una caratterizzazione, la quale personalmente in qualche inflessione mi ricorda il timbro passionale di Rose Kemp. La produzione completa della band per ora comprende i due EP e il singolo Chillers già menzionati con in più gli altri due singoli Avalanche e Capable of Love, in attesa di un annunciato debutto che forse vedrà la luce nel 2020.









venerdì 11 ottobre 2019

Thumpermonkey - Live At The Victoria (2019)


Ottobre 2017: esce l'EP Electricity. Ottobre 2018: esce l'album Make Me Young, etc. Ottobre 2019: è il momento per i Thumpermonkey di pubblicare il loro primo album dal vivo registrato quest'anno (a maggio) durante la promozione di queste ultime fatiche discografiche. Naturalmente Live At The Victoria contiene anche brani che risalgono a qualche anno fa, stranamente solo uno tratto da Sleep Furiously (Wheezyboy) e addirittura tre dal mini album We Bake Our Bread Beneath Her Holy Fire (Abyssopelagic, Whateley, Proktor Cylex). Inutile aggiungere che i Thumpermonkey sanno preservare e ricreare il complesso equilibrio dinamico che permea le composizioni, le quali suonano potenti e grandiose anche live.


mercoledì 9 ottobre 2019

JYOCHO - A Perfect Triangle, Rising Sun Human (2019)


Dopo A Parallel Universe i JYOCHO del chitarrista Daijiro Nakagawa pubblicano un altro EP di quattro tracce 綺麗な三角、朝日にんげん (A Perfect Triangle, Rising Sun Human). A parte l'introduttiva title-track che fa sfoggio di tecnicismi math rock e jazz, si contrappongono le rimanenti tre tracce, le quali danno totalmente spazio al lato più introspettivo e semi acustico del gruppo, ultimamente in parte sperimentato anche nel full length The Beautiful Cycle of Terminal. Questo indirizzo verso l'impianto a ballata può essere interpretato anche come un'estensione della recente prova solista di Nakagawa In My Opinion, pubblicata la scorsa primavera, che collezionava una serie di composizioni riflessive math rock per chitarra acustica.




lunedì 7 ottobre 2019

Like Lovers - Everything All The Time Forever (2019)


Il progetto Like Lovers esiste omai da diversi anni, tanto che il primo EP Former Selves risale al 2013. Solo ora comunque il polistrumentista Jan Kersche, titolare della sigla, è riuscito a dare alle stampe il suo primo lavoro full length con il titolo di Everything All The Time Forever. L'album scritto e prodotto in solitaria da Kersche prende le sembianze di un laboratorio personale proiettato nel mettere alla prova la propria creatività, affidandosi alla tecnologia moderna per scrivere perfette canzoni art pop. Nel suo studio individuale sulla materia Kersche utilizza tastiere, synth e chitarra contaminandole con atmosfere elettroniche nella stessa vena sperimentale di un Thom Yorke o nella visione di confine di pop prog postulata da Steven Wilson, ma senza far pesare ingerenze da intellettualismo ed egocentricità.

Al centro di Everything All The Time Forever c'è la canzone, non la firma di chi l'ha scritta, ed in questo Like Lovers trova un'affinità con un altro progetto a carattere individuale di nome Quiet Child. Kersche dimostra infatti un'ottima padronanza della versatilità necessaria a donare la giusta impronta ad ogni pezzo, in modo che il sound possa respirare in un limbo senza tempo e scollegato da impostazioni stilistiche eccessivamente rigide. Cioè, Kersche non si preoccupa di far suonare un pezzo troppo minimale, troppo elettronico o troppo artificiosamente avant-garde, senza il peso di dimostrare di essere il primo della classe è libero di mantenere una certa distanza dalla trappola del manierismo art pop. Everything All The Time Forever si colloca in una zona di confine di intenti: è quello a cui dovrebbero ambire molti gruppi indie rock disimpegnati per apparire più interessanti e allo stesso tempo una lezione per chi pensa che per produrre pop colto si debba per forza spingere al massimo la sperimentazione. 



https://wearelikelovers.com/

sabato 5 ottobre 2019

Issues - Beautiful Oblivion (2019)


Arrivati al terzo album con Beautiful Oblivion è arrivato il momento di parlare anche tra queste pagine degli Issues. Partiti nel 2014 con l'omonimo album come band metalcore con influssi R&B e nu metal, con il secondo Headspace hanno progredito (a seconda dei punti di vista) e si sono cimentati in un piacevole e divertente mix di post hardcore, hip hop, djent e pop, incrementando la tecnica e accentuando ancora di più le caratteristiche singole del mix di generi del primo lavoro, in una specie di versione in caps lock dei Dance Gavin Dance.

Con l'addio lo scorso anno del cantante Michael Bohn, che si occupava delle unclean vocals, gli Issues hanno operato un doppio cambiamento. Oltre alla decisione di non sostituire Bohn e quindi dedicarsi quasi completamente alle clean vocals, con Beautiful Oblivion gli Issues si impongono come consumati strumentisti con le idee chiare e che sanno quello che fanno, mettendo del criterio razionale nella loro formula eterogenea. Questo non vuole dire sacrificare il divertimento ma, se Headspace poteva apparire solo come un giro sulle montagne russe, adesso la band mette lo stile al servizio della tecnica e non viceversa, compilando una collezione di gran gusto.

Gli Issues sembrano chiarirlo fin da subito con l'apertura di Here's to You, il brano più solido e potenzialmente meno "contaminato" che abbiano mai scritto. In più i piccoli tecnicismi disseminati e nascosti nelle pieghe delle architetture sonore trasformano le tredici tracce in qualcosa di più che semplici surrogati di nu metal-core. Questo significa che il peso di ingombranti ingerenze di generi abbastanza disprezzati come hip hop e R&B viene molto mitigato da espedienti progressive rock e da agili arrangiamenti dal sapore soul funk. Beautiful Oblivion è anche fortunatamente un album che non si ripete dove ogni brano possiede un propria impronta sonora.

venerdì 4 ottobre 2019

Jakub Zytecki - Nothing Lasts, Nothing's Lost (2019)


Il chitarrista Jakub Zytecki continua a far proseguire la propria carriera solista sull'impronta di quello che è stato il suo gruppo di riferimento Disperse. Anche la progressione e lo sviluppo della sua visione musicale sembra procedere in modo contiguo tra le due incarnazioni artistiche che da djent progressivo è passato ad inglobare elementi ambient pop ed electro rock, dando al metal un tocco futurista ed etereo. Come nei due EP precedenti, nel suo secondo album Nothing Lasts, Nothing's Lost Zytecki ritorna ai propri virtuosismi fusion con un sound jazz metal molto rilassato che sposa atmosfere world music e new age, portando a casa l'ospitata eccellente di Fredrik Thordendal (Meshuggah) nel brano Creature Comfort. Il connubio tra sonorità moderne attuate con eleborazioni elettroniche, manipolazioni ritmiche, campionamenti e la tradizione di chitarra strumentale, fa confluire la produzione in una sorta di limbo spirituale/musicale alla Bon Iver. Diciamo che proprio per questa particolare direzione, Zytecki si conferma il più riconoscibile e originale tra i suoi colleghi della sette corde.



giovedì 3 ottobre 2019

The Niro featuring Gary Lucas - The Complete Jeff Buckley & Gary Lucas Songbook (2019)


Dopo 25 anni ecco la notizia che non ti aspetti riguardante l'universo di Jeff Buckley e forse l'unica meritevole di una segnalazione nella selva di raccolte postume e posticce che hanno costellato la discografia post mortem di Buckley. Infatti Gary Lucas, il chitarrista che diede l'avvio alla carriera di Buckley, nonché co-autore delle immortali Mojo Pin e Grace, si è deciso a registrare ufficialmente anche tutti i restanti brani inediti scritti insieme a Buckley. I due si conobbero durante il concerto tributo a Tim Buckley e Lucas, ammaliato dal ragazzo, lo convinse a lavorare insieme a lui presentandogli alcuni pezzi che stava elaborando.

Nacque così la band Gods And Monsters durata lo spazio di pochissimo tempo e con un repertorio di dodici canzoni mai incise in modo professionale e suonate solo dal vivo, divenendo una delle più grandi occasioni mancate della storia del rock. Qualcosa di questo periodo trapelò sotto forma di demo casalingo in quel raschiamento del fondo di barile che fu Songs to No One 1991–1992, ma l'album The Complete Jeff Buckley & Gary Lucas Songbook raccoglie finalmente tutti questi brani, aggiungendo i già noti Mojo Pin e Grace, in una veste definitiva a quell'esperienza purtroppo incompiuta. L'album è stato presentato in anteprima mondiale il 21 luglio dal vivo a Roma.

Per portare a termine il gravoso compito vocale Lucas ha scelto il cantautore italiano Davide Combusti in arte The Niro e nel primo singolo che apre anche l'album No One Must Find You Here la resa è degna di uno dei brani più potenti e suggestivi tra quelli rimasti purtroppo sino ad oggi nel cassetto e registrato in studio per la prima volta con altri titoli come Story Without Words, In the Cantina, Distorsion e Bluebird Blues. Da parte mia speravo in una versione definitiva in studio di No One Must Find You Here, soprattutto dopo averla ascoltata anche nell'interpretazione di Ninet Tayeb (visibile più sotto) quando ancora era una cantante conosciuta solo in Israele e lontano dalla visibilità ricevuta grazie alla collaborazione con Steven Wilson. Per la versione di Buckley e Lucas, invece, ci dovremo accontentare solo di quella bootleg per l'eternità.


martedì 1 ottobre 2019

Altprogcore October discoveries


Chasing a Phantom è il primo album dei Changing Scene, pubblicato nel 2016 ma che attualmente è in fase di remixaggio per una prossima riedizione. Come debutto promette molto bene dato che il quartetto si dimostra agile nel cambiare spesso prospettiva stilistica con un approccio eterogeneo che va dal post hardcore progressivo al roots rock, dalla rock opera al cantautorato americano. Un eclettismo che richiama in alcuni momenti i The Dear Hunter.



Chi lo avrebbe mai detto che l'emo americano avrebbe fatto proseliti in Svizzera. I Cold Reading sono infatti un quintetto di Lucerna attivo dal 2014. Dal maggio scorso hanno inaugurato con Part 1: Past Perfect una trilogia di EP la cui seconda parte Present Tense è uscita da poco e la terza è prevista per i primi mesi del 2020.




La nuova scoperta lanciata dall'etichetta Kscope sono i francesi Klone, attivi in realtà da un bel po' di anni e che riscossero già un certo consenso con l'album del 2015 Here Comes the Sun. Il nuovo Le Grand Voyage prosegue su quella strada presentando un post prog tanto metal quanto atmosferico sulla stessa lunghezza d'onda di Anathema, Katatonia, Riverside e A Liquid Landscape.



L'EP Binary Farm dei Shwesmo è il prodotto del sodalizio del chitarrista Yoel Genin e del batterista Yogev Gabay entrambi nella band prog fusion HAGO. Ad ogni modo Shwesmo è lo pseudonimo dietro il quale opera principalmente il solo Genin, ma l'indirizzo del progetto è il medesimo: spingere la fusion metal verso territori futuristici con l'ausilio di abbondante elettronica nella stessa moderna visione prog dei Frost*.



Dopo aver riascoltato questo album datato 2012, prima e unica opera dei russi Follow The White Rabbit, mi sono accorto di non averlo mai segnalato tra queste pagine. Forse perché ci ho messo molto per farmi piacere Endorphinia, un lavoro assolutamente unico che penso non accetti mezze misure, lo si ama o lo si odia, e che comunque ha bisogno di molto tempo per essere digerito. Questo è progressive-core al massimo delle sue potenzialità: sperimentale, caotico e avant-garde, come una versione fuori di testa degli Agent Fresco. Ancora oggi è un bel calcio sullo stomaco e proiettato molto più avanti di tanta roba che è in circolazione in questo momento. Del gruppo non si è avuto più traccia e nel tempo Endorphinia non ha raggiunto lo status di culto che meriterebbe, forse a causa della sua natura troppo estrema e complessa. I Follow The White Rabbit continuano ad essere un'oscura parentesi conosciuta da pochissimi fedeli.



Rise Twain è il progetto musicale nato dall'unione di Brett Kull degli Echolyn e J.D. Beck, autore attivo a teatro e con gli The Scenic Route per i quali Kull ha prodotto un album. Il primo album del duo edito dalla InsideOut è una specie di cantautorato prog con venature sonore molto americane che attingono da alternative, blues, folk e roots rock.



Parte djent, parte fusion, i Chronologist suonano un prog strumentale che ha caratteristiche ben collaudate se non fosse che i due chitarristi, Julian Gargiulo e Nick Broomhall, qualche volta fanno ricorso alle acustiche per dare un tocco più solare ed esotico alla musica. Formato nel 2013 al Berklee College of Music di Boston insieme al batterista Zach Sacco e ora residente ad Austin, il trio ha pubblicato Cartographer nel 2016. Al momento si stanno dedicando al progetto in fase di completamento Solstice & Equinox, inizialmente inteso come un album intero, è stato poi deciso di suddividerlo in quattro EP pubblicati in occasione dei cambi di stagione del 2019, come il titolo lascia intendere. In questo terzo EP autunnale, Equinox II, sono presenti come ospiti Davesh Dayal (Skyharbor) e Robby Baca (The Contortionist).



Era solo una questione di tempo che quei pazzi dei giapponesi dopo aver inventato le idol metal passassero all'idol progressive rock. Il collettivo al femminile delle xoxo EXTREME fa proprio questo: vestite come icone pop giapponesi cantano e ballano prog rock scritto per loro e senza timore di coverizzare Magma o Anekdoten, due band molto popolari in Giappone.

domenica 29 settembre 2019

Parliament Owls - A Span Is All That We Can Boast (2019)


Era da qualche tempo che all'interno del cosiddetto experimental post hardcore non veniva pubblicato un album con la giusta potenza e personalità da poter lasciare il segno accanto a band che di solito si citano in questi casi tipo Eidola, Dance Gavin Dance, The Fall of Troy e The Mars Volta. Il quintetto canadese Parliament Owls c'è riuscito con il sorprendente A Span Is All That We Can Boast, battendo i territori dello swancore sotto-sottogenere pretestuoso che si è venuto a creare negli ultimi anni. Nati come quartetto strumentale di math rock con l'EP omonimo edito nel 2017, Hayden Crocker (basso), Joey Martel (chitarra, synths,piano), Jesse Schafer (chitarra) e Marcus Sisk (batteria) hanno aggiunto alla formazione la voce del dotatissimo Devlin Flynn con il quale si sono trovati a produrre dieci nuove portentose tracce raccolte e messe in fila in questo loro esordio come fosse un "best of".

Se i nomi dei gruppi sopra citati, associati alle possibilità sonore che possono offrire i Parliament Owls, accendono in voi una certa eccitazione, aspettate...perché non è finita. Infatti il gruppo ha così tante frecce in dotazione al proprio arco che è un piacere scoprire tutte le sorprese riservate da A Span Is All That We Can Boast. Arrivati con l'ascolto al singolo Matterhorn si pensa di aver già capito cosa la band ha in riserbo per noi, invece a partire da Cloudseeder e procedendo oltre l'album si libra in decollo ancora più in alto verso vette complessamente prog, in atmosfere già frequentate da Agent Fresco, Good Tiger e Leprous. In fondo quello a cui la formula dei Parliament Owls pare ambire è quella di inglobare una moltitudine di identità per raggiungerne una propria.

I Parliament Owls, oltre ad essere provvisti di una tecnica strumentale sopra alla media, possiedono un talento per la scrittura a più livelli non solo formale, ma anche stilistica. Il vagare tra math rock, post hardcore e progressive rock crea talvolta improvvise deviazioni estreme in direzione deathcore, per ritornare in modo repentino alle più epiche delle melodie metal. A Span Is All That We Can Boast
è arrangiato con un gusto talmente competente per ogni sfumatura toccata da creare una distanza di umore e atmosfera che sembra di ascoltare un assemblaggio di tante band messe insieme. Ascolto dopo ascolto il disco ha una crescita continua tanto da pensare che un nuovo classico sia appena nato.



venerdì 27 settembre 2019

Car Bomb - Mordial (2019)


Per i Car Bomb l'ultimo album in studio Meta aveva segnato un profondissimo solco nell'eccellenza del mathcore. Oltre che riscuotere consensi pressoché unanimi è diventato istantaneamente un classico moderno del genere. Nella costante crescita artistica del quartetto di Long Island Meta si era piazzato molti livelli sopra ai suoi predecessori, stabilendo un punto standard difficile da superare. Con Mordial i Car Bomb ci dicono invece che tutto quello che avevamo ascoltato era solo un preambolo, un corposo e gustosissimo antipasto per una portata ancor più devastante e cervellotica. Ora, anche se è ingiusto fare paragoni tra due opere talmente eccelse, ammetto che il mio gusto personale continua (per ora) a preferire Meta, ma è innegabile da un punto di vista oggettivamente critico quanto sia superiore la portata di Mordial che, facendosi strada con un'irruenza di uno schiacciasassi, espande in ogni direzione concepibile gli elementi e le possibilità presentate nel lavoro precedente.

Mordial è un'esplosione di mathcore cerebrale ed imprevedibile, talmente imprevedibile che rimette in discussione anche l'aspetto formale inteso come tale. Nei Car Bomb infatti non sono più presenti quelli che noi individuiamo come cambi tematici, ma vengono sostituiti da continui ed estenuanti tour de force ritmici che si frantumano in molteplici riff, creano frammenti episodici all'interno dello stesso brano, annullando il concetto stesso di struttura, anche in base ad improvvise frenate o accelerazioni. La similitudine più calzante con l'aspetto matematico del loro stile verrebbe da individuarla nelle espressioni: qui non ci sono i classici A+B+C+A+D+E che si rincorrono scambiandosi i posti, ma i Car Bomb scavano più a fondo, si mettono ad aprire parentesi tonde, quadre e graffe e dentro ci infilano le loro operazioni strumentali, dissezionate e moltiplicate su più fronti e livelli, e il cui risulatato finale va a confluire nel brano completo.

Se poi vogliamo si può parlare di come l'apparato sonoro venga portato a livelli estremi non solo dal punto di vista di impatto uditivo, ma anche da quello del contrasto stilistico tra le parti, grazie ad innesti che lo vanno ad arricchire sotto vari aspetti. Per dire, questa volta sono distinguibili nel caos apocalittico sporadiche parti di piano e chitarre acustiche e addirittura fanno capolino dei vocalizzi di voce femminile in Xoxoy che non è altri che quella di Courtney Swain dei Bent Knee. Tutti elementi che su Mordial hanno subito un'intensificazione rispetto a Meta: la potenza è più potente, la melodia è più melodica. Eppure, nonostante queste collisioni, suona tutto talmente così compatto e monolitico che l'unione dei contrasti acquista un senso compiuto. Perciò non si pensi a nichilismo e distruzione, la precisione chirurgica con la quale i Car Bomb si distinguono nel dare identità propria ad ogni singola traccia sarà una goduria per la parte razionale e intellettuale del vostro cervello.



domenica 22 settembre 2019

Body Hound - No Moon (2019)


Era dal 2014 che i Body Hound non si facevano sentire, da quando si presentarono con l'EP Rhombus Now. Dopo cinque anni di lavoro sono riusciti a mettere insieme l'album d'esordio No Moon, registrato e prodotto da Tom Peters degli Alpha Male Tea Party. Tornando ai tempi dell'EP ricordo che i Body Hound, formati dagli ex Rolo Tomassi Joe Nicholson (chitarra) e Joseph Thorpe (basso), con l'aggiunta di Calvin Rhodes (chitarra) degli Antares e Ryan Bright (batteria), si introducevano con la curiosa definizione come "gli Yes suonati dai Meshuggah", anche se è doveroso aggiungere senza la voce di Jon Anderson (nel senso che suonano musica strumentale) e senza essere estremi come i secondi.

Ad ogni modo, al di là dell'attraente descrizione, a caratterizzare ciò che suonano i Body Hound rimangono le geometrie rompicapo di un math rock metal ad alto tasso tecnico, che per potenza dinamica e carica esplosiva si rapporta in modo adiacente a quello dei danesi Town Portal. No Moon bilancia brani di media durata ad altri più estesi che sono dei veri e propri tour de force dove, accanto a quelle che sembrano delinearsi come suite progressive rock con tutte le loro suggestive deviazioni tematiche (Black Palace e On Time and Water), si accostano cervellotici e abrasivi impulsi di puro math rock (Spectrum, Second Bend), oppure sublimazioni di entrambe le sponde (Calm Surges, The Ceaseless Round). Proprio in virtù di queste diramazioni che si incontrano e si dividono, ascoltare No Moon significa iniziare un'esperienza di totale immersione in ciò che è l'essenza del math rock progressivo di oggi, ovvero quella deviazione che trova punti di contatto in due generi all'apparenza distinti per farli fondere l'uno nell'altro.


giovedì 19 settembre 2019

The Beft live at ArcTanGent 2019


Quest'anno al festival ArcTanGent si è tenuto un momento storico, almeno per ciò che riguarda la storia del math rock. In ricordo del chitarrista Dan Wild-Beesley dei Cleft, scomparso prematuramente il 10 ottobre ottobre 2018, il batterista John Simm ha organizzato un mini concerto aiutato dagli Alpha Male Tea Party e Mike Vennart che poi si è concluso con la partecipazione di molti altri ospiti. Il tutto è stato ripreso per i posteri e con nostro gran piacere per chi, come molti di noi, non ha potuto essere presente all'evento. Ecco quanto dichiarato da Mike Vennart:

Cleft were a fucking force of nature. An absolute maelstrom of ideas centered around one cosmic goal the RIFF. Dan had riffs for days, and performing as part of The Beft only served to underline his talent for composing medical grade riffs. 

“I was delighted to be invited to perform with Alpha Male Tea Party and John Simm for this special tribute to Dan. We started at the end we agreed that a moment of silence wasn’t Dan’s style, and what we should do instead is a moment of noise. A solid, glorious wall of D major, performed by as many of Dan’s friends as could fit on the stage. Working backwards from that, I composed a piece with the AMTP lads, especially for the occasion, which I’m very proud of. 

“We also played Cleft’s Trap Door and a ten-minute medley of Dan’s riffs. This was one of the most challenging things I’ve ever had to do, but so, so rewarding and an absolute dream to perform. The climax of the show, the Golden D, had the entire audience in bits, which in turn made us play louder and with even more love. It felt like a bomb going off. But a very lovely one. 

“I’ll forever be grateful for the opportunity to pay tribute to Dan, and just for the fact that our paths even crossed. He was an inspiring and inspired player and only now am I realising how good we could’ve worked together. The Beft show was one of my all-time favourite shows at a very special festival. Hail Dan, and hail ATG for making it happen.”


domenica 15 settembre 2019

Perché "Clairvoyant" è l'album più rilevante del decennio


Eleggere un album a simbolo di un decennio significa implicitamente fare un bilancio di tale periodo. Gli anni dieci, per ciò che riguarda la parte più interessante e originale dell’evoluzione del progressive rock, sono stati da un lato la continuazione di quanto tramandato al prog hardcore dai The Mars Volta e Coheed and Cambria, i fondatori di questa corrente agli inizi del nuovo secolo, dall’altro una fonte straripante di art rock e avant-garde che ha generato esperimenti ibridi musicali piuttosto notevoli. Su entrambi i fronti sono stati pubblicati album di alto livello, ma il problema che scatta nell’individuare un’opera che abbia i requisiti per primeggiare sopra altre, comunque validissime, proposte è attribuirgli quel grado di eccellenza in più, giustificandolo. Ecco perché non si dovrebbe parlare solo di qualità, ma anche di quanto un artista o una band abbia saputo spingersi oltre e allo stesso tempo aver creato o conseguito una nuova prospettiva.

Sotto questo aspetto, tornando ai generi prima menzionati, possiamo nominare delle band come Thank You Scientist, The Knells o Bent Knee e addirittura Astronoid, che si sono distinti per aver plasmato un sound riconoscibile generato dall’ibridazione di generi tra loro distanti, la dissoluzione dei confini tra stili è un po' la cifra di questo decennio. Ognuno nei rispettivi ambiti ha conseguito qualcosa di eccellente in termini di qualità, ma se vogliamo scavare più a fondo al loro percorso, ad esso non può essere attribuita una forza tale da aver anche traghettato il genere in un nuovo territorio. Prova ne è che lo stilema adottato è rimasto circoscritto alla band in sé. La singolarità va premiata indubbiamente, ma nella visione più ampia, quando in molti imboccano la medesima estetica sonora e solo uno riesce a cogliere l’essenza di quel linguaggio, si staglia la reale singola eccezione di merito.

Se c’è quindi un termine simbolo per il decennio in via di conclusione questo è: ibrido. Gli anni ’10 sono stati all’insegna dell’ibridazione che ad oggi, non inventando più nulla di nuovo in musica, pare l’unica soluzione per aggiungere freschezza a proposte altrimenti già sentite. Chi ancora si rivolge al purismo non ha interesse nel cercare nuovi stimoli nella musica, ma preferisce cullarsi nei sicuri confini del prevedibile e dell'ordinario. Piccola puntualizzazione: non vorrei confondere "contaminazione" e "ibrido", tra cui vedo una certa differenza. La prima è più abusata e viene utilizzata saltuariamente quando lo richiede il contesto, l'ibrido, come sua conseguenza, è un aspetto costante e primario che si è installato in modo permanente nel sound di una band. Prima si è partiti con l’unire la progenie del punk – il post hardcore – con il progressive rock, e nel presente si è arrivati a capire che nessuna contaminazione è più un tabù: il math rock ha trovato un suo completamento molto naturale nel jazz e la fusion strumentale ha inglobato elementi di djent metal. Ma se tutte queste “sottocontaminazioni” si sono un po’ incartate in loro stesse, l'evoluzione più rilevante l'ha compiuta il djent fatto e finito.

Tra i pionieri di questo filone si segnalano gli statunitensi Periphery e gli inglesi TesseracT, che nel tempo sono divenuti i nomi più conosciuti e rappresentativi, anche se sono stati i secondi a impegnarsi in una seria rivisitazione del genere prog metal, facendolo evolvere verso una nuova concezione insieme a Skyharbor e Disperse. La prerogativa del djent così inteso sembra essere quella di spingere il progressive metal a latitudini sempre pesanti, ma attenuate però da un costante sottostrato new age. Il trucco consiste nel giustapporre estetiche musicali all’apparenza contrastanti, come la calma meditativa dell’ambient e la tecnica aggressiva e virtuosa del metal. Nei tre capitoli chiave utili per capirne l’essenza – Living Mirrors dei Disperse (2013), Guiding Light degli Skyharbor (2014) e Polaris dei TesseracT (2015) – si assiste a una versione psichedelica e ascetica del prog metal, non esente da intermezzi fusion, molteplici cambi formali, poliritmie al limite del macchinoso e ogni sorta di virtuosismo.

Ed è a questo punto che si staglia l'opera che mette la freccia e supera tutti a destra, puntando a distaccarsi nella distanza con la scelta di esaltare in modalità overdrive, ma alla rovescia, i canoni appena descritti. I The Contortionist si erano già accostati ai dettami del nuovo volto del djent con Language (2014), facendo storcere il naso (eufemismo) ai fan più ortodossi per il suo cambio repentino rispetto ai primi due lavori, impostati su un deathcore molto tecnico, sottolineato dall’arrivo del nuovo cantante Michael Lessard. Sul fronte opposto c'è stato però chi ha riconosciuto ai The Contortionist il coraggio di cambiare, incassando plausi per la visione senza compromessi di un progressive metal che fin dalle sue tematiche, liriche e musicali, si presentava come uno strumento spirituale per allontanarsi dall’immaginario metal che mette in primo piano l’aggressività.

Per questo Clairvoyant è apparso come un’ulteriore svolta contraria, un'inversione opposta a quell’estetica brutale e proprio per tale ragione ha creato così tanti giudizi contrastanti e divisivi. La questione non riguarda solo l’avversità dei fan che rimpiangono i The Contortionist prima maniera, ma anche il contenuto di Clairvoyant che possiede una fascinazione così peculiare e soggettiva ugualmente ostica per chi non è a loro avvezzo. In questo contesto è anche un album difficile da inquadrare poiché non segue in pieno i dettami degli stili a cui dovrebbe far riferimento anzi, li smonta uno ad uno: non fa sfoggio di virtuosismi progressive rock e fusion, non si serve della potenza motrice del metal, né propriamente della dinamica elegiaca del post rock. Se proprio vogliamo imporre un'etichetta, la più adatta a descriverlo sarebbe quella di "atmospheric metal" dato che rende l'idea dell'ossimoro stilistico a cui la band ambisce. Un prog metal drenato da ogni elemento principale, fino a risultare il suo perfetto contrario.

Il percorso estetico è risaltato dalla direzione musicale intrapresa: c'è da parte dei The Contortionist la scelta audace di non ostentare l'abilità dei solisti, in favore della costruzione sistematica di atmosfere  ultraterrene e nebulose plasmate della somma delle parti. In tale contesto le tastiere, di cui in genere fanno a meno i gruppi djent, assumono una presenza discreta ma rilevante per completare un sound impregnato di suggestioni oniriche. Tornando al concetto di "ibrido", per fare un esempio, siamo in grado di sezionare e riconoscere nei pezzi dei Thank You Scientist cosa è funk, cosa è fusion o cosa è etnico. In Clayrvoiant gli stili si muovono in una simbiosi che camuffa qualsiasi velleità di ricondurli ad un chiaro genere di appartenenza. Tutto l'album vive in una zona di penombra monocromatica (parafrasando il titolo della prima e ultima traccia) che fluttua in un universo sonoro a sé stante, in piena sintonia con la composizione fotografica color cenere della cover. Ed è per questo che non è facile apprezzare Clairvoyant, ma se si riesce a penetrare la spessa coltre di tenebra, la visione che ci accoglie è totalmente appagante.

Per approfondire qui trovate anche la mia recensione.


venerdì 13 settembre 2019

Frost* - i primi due singoli tratti dall'EP "Others"


Questa estate i Frost* hanno annunciato l'uscita di nuovo materiale dai tempi di Falling Satellites (2016), che sarà contenuto in un EP dal titolo Others. Se ancora una data di uscita non è stata ufficializzata, il gruppo di Jem Godfrey ha appena reso disponibile i primi due nuovi brani tratti da Others, Fathom e Exhibit A, quest'ultima soprattutto è un interessante esperimento che spinge in modo spregiudicato lo stile prog bombastico dei Frost* a latitudini simil techno con uso abbondatissimo di elettronica e una ritmica martellante. Sembra quasi un proseguimento di Towerblock, della quale potete ammirare una spettacolare resa dal vivo nel video qui sotto. A tale proposito ricordo che il batterista Craig Blundell ha di recente dato l'addio alla band a causa di altri impegni e il suo sostituto non è ancora stato ufficializzato.





sabato 7 settembre 2019

Altprogcore September discoveries


Si inizia con una scoperta che non è una scoperta, il primo album da solista di Richard Henshall, chitarra degli Haken, è molto meglio di ciò che hanno fatto ultimamente lui e i suoi compagni. Henshall si dà al djent con la declinazione fusion che ha già testato con i Nova Collective, il che rende The Cocoon un ascolto interessante per chi pretende qualcosa di più dal solito prog metal. Tra gli ospiti Jessica Kion, Chris Baum, Ben Levin dei Bent Knee, Jordan Rudess, Ross Jennings e David Maxim Micic. Disponibile anche in versione solo strumentale.



Ho scoperto questo unico album dei Dimphonic datato 2016 grazie al video di uno dei suoi membri nel quale coverizza Stinkfist dei Tool risuonando tutte le parti in modo fedelissimo. Nur5e riporta naturalmente qualche influsso Tool, ma è un bel concentrato di new grunge e di ottimi groove heavy rock in bilico tra i RATM e i Deftones.



Clément Belio è la versione francese di un Plini che incontra un Jacob Collier, nel senso che il ragazzo è un prodigio che dal 2013 suona e produce la sua musica tutto da solo e il suo stile è un amalgama di prog, fusion, musica etnica e djent. Patience è il secondo album realizzato da Belio, che esce a cinque anni di distanza dal suo debutto, affinandone l'eclettismo e la maturità compositiva.



I Future Machines suonano un convulso e aggressivo math rock nell'omonimo EP di debutto con un tocco di psichedelia e noise. Per i fan degli Alpha Male Tea Party, ma ancora più schizzati.



La proposta dei The Case Of Us è un art rock che cerca in ogni modo di essere originale e più personale possibile, portato avanti con la stessa caparbietà dei Bent Knee per cercare di distinguersi. Lo sforzo è da apprezzare, ma ancora c'è la sensazione che manchi una spinta, quel qualcosa in più che renda il tutto maturo.

venerdì 6 settembre 2019

Charlie Cawood - Blurring Into Motion (2019)


Il ritorno da solista Charlie Cawood dopo l'esordio The Divine Abstract non può che far piacere. Polistrumentista inglese che milita in band progressive rock tra lo sperimentale e l'art rock come Knifeworld, Mediaeval Baebes e ultimamente nei Lost Crown, quando si dedica alla propria visione musicale Cawood abbandona la sfera del rock e compone i propri pezzi come fosse un autore classico. L'album Blurring Into Motion è di nuovo uno sguardo su quel mondo fatto di strumenti da camera e contornato da un ensemble di esecutori suddivisi tra sezione di fiati e sezione di archi. La seconda opera di Cawood è ancora più orchestrale, bucolica e solare del precedente lavoro il quale, dalla sua pregevolissima prospettiva, possedeva anche un misticismo esoterico, valore aggiunto a tutto il suo percorso d'ascolto.

Blurring Into Motion tenta una prospettiva differente e si avvicina più all'estetica della classica moderna e al minimalismo, piuttosto che alla world music sperimentale, questa volta con la novità di aggiungere la voce soave di Marjana Semkina degli iamthemorning nelle due tracce Falling Into Blue e Flicker Out Of Being di cui lei è anche co-autrice. Per questo Blurring Into Motion risulta maggiormente accessibile rispetto al suo predecessore, aprendosi a melodie e armonie acustiche e orchestrazioni corali ad ampio respiro, pur facendo a meno dell'ausilio di un gran numero di strumentisti. I pezzi si sviluppano principalmente da temi folk tracciati dagli arpeggi della chitarra acustica per proseguire sui contrappunti di matrice classica, come fossero una versione orchestrale di temi tradizionali e antichi. Un ascolto rilassante per riaccendere positività e immaginazione.


giovedì 5 settembre 2019

Sky Window - .Space (2019)


Era dal 2017 che attendevo di ascoltare l'album d'esordio degli Sky Window, cioè da quando segnalai tra queste pagine i Terra Collective e indagando su uno dei loro membri, Jordan Gheen, appresi che era attivo in altri progetti musicali tra cui gli Sky Window appunto e i The Night Above Us. Ed ecco che ora, finalmente, nel giro di un mese gli Sky Window hanno realizzato l'album .Space e un EP più minimale che vede il gruppo ristretto a tre elementi, .Liftoff. Oltre a Gheen alle tastiere e alla tromba, il gruppo comprende Mike Luzecky al basso, Matt Young alla batteria, Brad Kang e Horace Bray alle chitarre, Spenser Liszt al sassofono, flauto e clarinetto.

Dalla formazione si capirà forse in quale territorio musicale operano gli Sky Window che è quello della musica strumentale che fonde il progressive rock con il jazz, ma Gheen e compagni immergono tutte le composizioni in un'aura psichedelica dai contorni new age e ambient. Pare quasi di essere tornati alla prima metà degli anni '90 accanto ai Porcupine Tree ansiosi di sperimentare nuove soluzioni con l'allora popolare trip hop, o con gli Ozric Tentacles che si libravano nella world music sulle ali dello space rock. Molti dei brani, già riportati in modo eccellente nei video su YouTube Live at Miami House, giocano quindi su un ampio spettro di stili che formano una nebulosa lisergica di muzak futurista.

Il bello di .Space è che, pur diviso in 14 tracce, potrebbe essere interpretato come un'unica lunga suite fluida nella quale perdersi in un suggestivo viaggio psichedelico. La musica degli Sky Windows è infatti pensata per stimolare non solo l'udito, ma anche il senso visuale in una specie di sinestesia che prende forma compiuta negli spettacoli dal vivo inclusivi di proiezioni, pratica con la quale il gruppo è attivo da diversi anni e completa il loro concetto di arte musicale. Alla fine .Space non è altro che un mezzo per arrivare alle atmosfere sognanti che gli Sky Window vogliono trasmettere: un suggestivo affresco di fusion psichedelica, un'originale e avventurosa esplorazione che riesce a toccare vari linguaggi della musica strumentale anche molto distanti tra loro, dall'avanguardia al funk jazz progressivo, uniti con grande naturalità, intuito formale e bilanciamento. Sicuramente da annoverare tra le uscite più interessanti del 2019.



venerdì 30 agosto 2019

Tool - Fear Inoculum (2019)


Una band sull’orlo di una crisi di nervi. È questo il quadro che emerge leggendo tra le righe delle ultime dichiarazioni dei Tool. Justin Chancellor che parla di brani finiti e buttati via come se nulla fosse, Danny Carey che minaccia di andarsene se gli altri non sono in grado di portare a termine il lavoro, MJ Keenan frustrato per dover stracciare melodie e testi già pronti. Nella metafora del titolo Fear Inoculum si possono trovare molti significati, ma forse il più azzeccato è la paura nei confronti dell’aspettativa di un album così mitizzato, così atteso. A quanto pare colui che ha sofferto meno la pressione è stato Adam Jones, molto soddisfatto del risultato. Ma se queste sette tracce (dieci nella versione digitale inclusiva di tre brevi segue) sono state le prime scelte, la giusta domanda da porsi non è se sia valsa la pena aspettare tredici anni, ma piuttosto se si sentiva la mancanza di un album del genere. E la risposta del tutto brutale è: francamente no. Dopo si può parlare di quanto sia necessaria l'aura artistica di una band che dopo tredici anni di silenzio riesce a catalizzare l'attenzione sul progressive rock come nessun altro, producendo un album comunque coraggioso e senza compromessi, ma dall'altro lato se i Tool fossero finiti con 10.000 Days nessuno si sarebbe disperato, a parte gli irriducibili che venerano questa band come un oracolo. Quindi spogliamoci di ogni pregiudizio da “capolavoro a prescindere” e cerchiamo di giudicare Fear Inoculum oggettivamente.

La title-track è quanto di meno convenzionale ci possa essere per aprire un album: dieci minuti plasmati da groove a spirali che però non hanno molto da offrire in termini di emotività. Un pezzo alquanto statico nelle sue lente trasformazioni. Privo di tutto: un climax o un crescendo degno di questo nome, uno sviluppo compatto che preservi l’interesse nel suo dipanarsi. Eppure questi dieci minuti di concerto mediorientale per percussioni e chitarra non sono eccessivi, ci vogliono tutti. Per non dire un bel nulla. Le premesse di Pneuma sono esattamente le stesse, se non ché ci si aggiunge pure quel senso di deja vu per una progressione di basso che richiama in modo spaventoso Schism e dove il lavoro di costruzione tensiva vorrebbe essere simile a The Patient, ma naturalmente privo di quella carica e quel pathos, anche perché il suo ripetersi senza deviazioni rilevanti ne evidenzia la debolezza. A Pneuma ci vogliono quasi dodici minuti per non arrivare da nessuna parte. 

Piccolo momento di riflessione con Litanie contre la Peur: Fear Inoculum non si apre nel migliore dei modi, dopo due tracce sono passati 22 minuti e la fatica farraginosa e svogliata con cui procedono non è certo un fattore che invita a nuovi ascolti. Poi è la volta di Invincible e Descending, i pezzi presentati dalla band in anteprima dal vivo nell’ultimo tour e si capisce anche il perché la scelta sia ricaduta proprio su questi due. Tolto il fatto che non raggiungono le vette dei migliori Tool, rappresentano comunque quanto di meglio abbia da offrire Fear Inoculum. Di novità c’è qualche intervento elettronico di synth, un Jones più sbizzarrito del solito nelle sue parti soliste e una cornice ingigantita e attentamente prudente nelle sue dilatazioni. Invincible da questo punto di vista è il brano più incisivo, costruito con mano sicura e che racchiude in sé il momento più lucido di ciò che vogliono trasmettere musicalmente questi Tool redivivi. Descending, sinistro e oscuro, è praticamente la colonna sonora di un rituale esoterico che si insinua in sottostrati elettrici sempre più profondi i quali vanno a convergere in una lunga coda strumentale tra The Grudge e Lateralus, ma è la prova vocale di Keenan presente nella prima parte, così versatile nell'imprimere emotività, a salvare buona parte del pezzo. Durante l'intromissione di Legion Inoculant c'è un altro momento per riflettere: Fear Inoculum è un album che pretende. Pretende da noi non solo la proverbiale attenzione, ma anche il giusto stato mentale/emotivo per affrontarlo. Non è un lavoro che si può ascoltare in qualsiasi momento, sarebbe sempre meglio prepararsi prima e domandarsi se si è pronti ad immergersi in questo viaggio di un'ora e venti minuti. 

A chiarire tale concetto arriva la conclusiva 7empest e pare di essere tornati alla visceralità di Opiate, spogliato di tutti gli orpelli prog il suo incedere è quello di un heavy blues che non concede molto a variazioni nei suoi sedici minuti, ma lascia molto spazio al solismo lacerante e lamentoso della chitarra di Jones che qui si erge a protagonista assoluto. Nonostante ciò Fear Inoculum è più che mai l’album di Danny Carey, non tanto perché gli è stato concesso spazio per uno spericolato strumentale tutto suo, Chocolate Chip Trip, ma si dimostra ampiamente il più aperto a sperimentare nuove soluzioni, nuovi suoni, insolite poliritmie, grazie ad un arsenale di percussioni con le quali si impegna a produrre svariate sfumature sonore per lo più ispirate alle tradizioni orientali, senza mai abbandonare il proprio trademark da tamburo tribale tentacolare.

Il più cambiato sembra essere invece Keenan. Il lungo lasso di tempo che gli ha permesso di esprimersi ed evolversi ampiamente in altri progetti come Puscifier e A Perfect Circle, ha restituito un cantante diverso da quello che conoscevamo con i Tool, autore di linee vocali melodicamente meno memorabili, meno incline alla furia di un tempo, ma più assorto nella sua costante espressività e profondità. Questa sua vocazione è particolarmente messa in esposizione su Culling Voices, una specie di litania o canto spirituale che per buona parte fa a meno della batteria, accompagnato solo da un requiem di arpeggi per chitarra. La seconda parte rimane deludente, riassumibile in una collezione random tratta dal catalogo riff di Adam Jones. E sono proprio il chitarrista e Chancellor ad essere rimasti i più aderenti alla formula Tool. Il loro modo di confezionare, non solo riff, ma anche break e riprese, cadenze e chiusure, interplay e sonorità non si è smosso di una virgola e talvolta i due finiscono per imbrigliare anche Carey dentro tale schema di scrittura col pilota automatico. 

Ma in fin dei conti sarebbe troppo facile e prevedibile criticare un album dei Tool perché suona come un album dei Tool, oppure affermare che i Tool suonano come una cover band dei Tool. Fear Inoculum è una collezione troppo maestosa e ponderata per essere liquidata così superficialmente. Il fatto è che un’opera di questa portata fa patire tutto il peso dei suoi anni di gestazione, tutte le sue indecisioni e revisioni, risultando un artefatto calcolato al millimetro e che quindi il più delle volte fatica a trasmettere reali emozioni. Alla fine il giudizio paradossale è che forse non se ne sarebbe sentita la mancanza, però è un bene che un album come questo esista.



venerdì 23 agosto 2019

Suns of the Tundra - Bones of Brave Ships (2015)


Quando nel 1995 il bassista Paul D’Amour lasciò i Tool, a prendere il suo posto fu chiamato l'inglese Justin Chancellor che allora militava nei Peach, band che aveva fatto da spalla al quartetto americano in alcuni concerti nei primi anni '90. I Peach finirono la loro carriera di lì a poco, ma i due ex membri Simon Oakes e Rob Havis si riunirono nel 2000 dando vita ai Suns of the Tundra. Dopo un omonimo album nel 2004 e il secondo Tunguska nel 2006, il gruppo si mise al lavoro per produrre la terza opera che già dalle premesse si presentava ambiziosa. Praticamente Oakes rimase affascinato dal documentario del 1919 South che testimonia in immagini girate dal fotografo Frank Hurley la spedizione imperiale trans-antartica Endurance compiuta da Ernest Shackleton tra il 1914 e il 1917. L'idea di Oakes fu quella di dare una colonna sonora alle immagini della pellicola senza sonoro con le musiche originali composte dai Suns of the Tundra.

Nasce così Bones of Brave Ships, doppio album scritto tra il 2006 e il 2008, ma che ha visto la luce solo nel 2015, concepito per essere sincronizzato agli 81 minuti del suddetto documentario nella versione restaurata dal British Film Institute. L'ascolto di questa magnum opus tende ad essere avventuroso come l'odissea affrontata da Shackleton e dalla sua nave Endurance. Fondamentalmente i Suns of the Tundra abbracciano una gamma di stili che ben si adattano al commento sonoro, tra cui si alternano post rock, psichedelia e progressive rock, calibrandoli in uno scambio delle parti lento ed inesorabile come il moto ondoso, accumulando fragorosi scontri e tappeti lisergici.

Come i Van der Graaf Generator di H to He le musiche dei Suns of the Tundra si prestano a metafora di un parallelismo che accosta le insidie e le incognite degli abissi marini alle insondabili profondità spaziali. L'epopea di Bones of Brave Ships per affinità concettuale va ad arricchire quella mitologia equoreo-musicale che negli anni ha incluso i canti marinareschi degli High Tide, le navi fantasma dei The Fall of Troy e i naufraghi balenieri dei Motorpsycho. Naturalmente si incontrano accenni ai riff circolari dei Tool e anche sax hard rock di stampo vandergraafiano che arricchiscono la tensione, ma i Suns of the Tundraa, grazie al minutaggio abbondante, riescono a catalogare tutto lo scibile del post rock psichedelico contemporaneo addensato in un'opera corposa, imponente e ambiziosa come l'impresa di Shackleton.

giovedì 22 agosto 2019

Nova Charisma - Exposition I (2019)


Donovan Melero, batteria e voce degli Hail the Sun, e Sergio Medina, chitarra degli Stolas e di recente entrato negli Eidola, hanno unito le forze dopo lo scioglimento del supergruppo Sianvar e si sono impegnati in questo nuovo progetto chiamato Nova Charisma. Il primo assaggio offerto dal duo sono le tre tracce contenute in Exposition I, prodotto dal veterano Brian McTernan (Circa Survive, Thrice), che viene pubblicato ufficialmente oggi dalla Equal Vision Records. Per l'occasione Melero ha lasciato l'incombenza delle percussioni a Carlos Marquez degli Stolas, mentre lui si è occupato del basso.

Il materiale dei Nova Charisma, composto da Melero e Medina durante un soggiorno londinese di due settimane, benché non abbandoni del tutto il legame con il prog hardcore presente nel background di entrambi i musicisti californiani, affronta la materia in modo molto più diretto e accessibile, espressione forse della volontà di allontanarsi dalle complesse trame dei Sianvar e affrontare percorsi più distesi.

martedì 20 agosto 2019

Somos - Prison On A Hill (2019)


Nel 2014, all'apice dell'emo revival, insieme al ritorno sulla scena di alcuni gruppi storici di questo movimento (vedi American Football, Braid, ecc.) ne saltarono fuori altri di giovani e debuttanti come i bostoniani Somos che esordirono con il carino Temple of Plenty, attirando buone reazioni dalla critica. Due anni nel dopo nel 2016 ci riprovano con il meno ispirato First Day Back, senza però riuscire a portare il loro nome ad un interesse maggiore nell'ambiente underground. Dopo una pausa per smaltire lo stress da tour eccoci al 2019, l'anno che per i Somos avrebbe potuto regalare tante soddisfazioni se non fosse stato per un tragico ed inaspettato evento. Prison On A Hill è pronto ad uscire il 27 settembre, ma il 12 agosto arriva la terribile notizia della prematura scomparsa del chitarrista Phil Haggerty a soli 28 anni. Quindi i due Somos superstiti Michael Fiorentino e Justin Hahn decidono di rendere l'album disponibile all'acquisto prima della data ufficiale di pubblicazione, per una sola settimana, al fine di raccogliere un fondo da donare alla famiglia Haggerty in modo da coprire le spese del funerale, riuscendoci in un solo giorno.

Nel dramma che ha portato a questa decisione si fa strada un flebile raggio di sole, perché Prison On A Hill, al quale Haggerty ha lavorato con tanta dedizione, ripaga lo sforzo del trio non solo per rappresentare di diritto la loro prova migliore, ma anche per essere uno degli album più riusciti dell'anno. E dispiace che alla luce di un'opera così fondamentale per i Somos, Haggerty non potrà eseere qui a vederne i frutti. La sua chitarra è effettivamente l'anima di Prison On A Hill, accostandosi con versatilità al salto stilistico compiuto dal gruppo. Infatti il disco abbraccia l'ormai imperante ritorno al sound anni 80, ma lo fa con un'inedita intuizione senza abbandonare le proprie radici. I Somos innamorati del midwest emo sono ancora qui e per far evolvere il proprio sound del tutto americano non si sono rivolti prevedibilmente ad un generica synthwave, ma più precisamente alla new wave di matrice inglese, più consona a far risaltare la componente pop punk della band.

Ed è proprio lo scontro tra chitarra e synth che contrassegna quasi tutte le canzoni dell'album che da una parte mantengono la malinconia ottimista dell'emo, mentre dall'altra sfoggiano una scintillante veste pop la quale dona uno slancio orecchiabile e solenne, mostrato in tutto il suo potenziale su The Granite Face e Iron Heel. La chitarra di Haggerty dirige le due fazioni tra arpeggi e progressioni che ti entrano sottopelle come quelli di Young Believers, uno dei pezzi più brillanti di questo 2019, o con le sferzate abrasive da power emo di Mediterranean, sfiorando la coralità dell'arena rock su Ammunition. La new wave prende il sopravvento nelle ballabili Farewell to Exile e Absent and Lost con giochi di sintetizzatori e ritmiche elettroniche. In questo suo ibrido Prison On A Hill riesce a cavarsela su entrambi i fronti: la freschezza infusa dall'inedito sodalizio con l'estetica pop degli anni 80 riveste l'emo dei Somos con una luminosità tale che le circostanze hanno reso il miglior modo per ricordare Phil Haggerty.


venerdì 16 agosto 2019

Bent Knee - il nuovo album "You Know What They Mean"


Il quinto album in studio dei Bent Knee sarà pubblicato l'11 ottobre sempre sotto l'etichetta InsideOut con il titolo di You Know What They Mean. Il nuovo singolo tratto dall'album Hold Me In, che segue Catch Light uscito a giugno, mostra ancora una volta la versatilità della band aggiungendo altri elementi al loro sound. La tracklist è la seguente:

1 Lansing 1:22
2 Bone Rage 4:13
3 Give Us the Gold 3:51
4 Hold Me In 4:50
5 Egg Replacer 3:10
6 Cradle of Rocks 3:59
7 Lovell 1:26
8 Lovemenot 5:09
9 Bird Song 2:55
10 Catch Light 4:38
11 Garbage Shark 5:38
12 Golden Hour 5:50
13 It Happens 5:05

martedì 13 agosto 2019

Thank You Scientist - Live at Backroom Studios EP (2019)


Ricordando che nel prossimo numero di PROG Italia, in edicola dal prossimo 20 settembre, ci sarà una mia intervista al chitarrista Tom Monda, i Thank You Scientist sono tornati in azione, alla vigila del loro tour inglese in supporto ai Coheed & Cambria che li porterà ad esibirsi anche all'ArcTanGent Festival, pubblicando l'EP Live at Backroom Studios nel quale si trovano due tracce registrate dal vivo tratte dall'ultimo Terraformer.