mercoledì 29 novembre 2023

Mingjia - star, star (2023)


Arrivare a produrre come debutto un album di chamber pop con velleità jazz e prog non deve essere certo un’impresa da poco. Figuriamoci intensificare al massimo le potenzialità dell’aspetto compositivo in modo da includere parti per orchestra, rinunciando quasi del tutto alla classica strumentazione rock di chitarra, basso, batteria, sviluppare i brani come lunghe suite attraverso una varietà timbrica che sfrutta le varie peculiarità di ogni strumento. Tutto ciò lo si trova in star, star, opera prima della compositrice Mingjia Chen (nata a Pechino ma residente a Toronto), un doppio album che definire ambizioso sarebbe riduttivo. 

Il talento multivalente di Mingjia si manifesta come cantante, strumentista, illustratrice, insegnante e infine autrice di tutto il materiale contenuto su star, star, che è il suo vero primo album, anche se è attiva in altri progetti musicali (tra cui un duo electropop con Ryan Galloway dei Crying) e ha già realizzato un paio di EP - che sembrano una prova generale per il mastodontico debutto -, uno dei quali con la partecipazione della Tortoise Orchestra, un ensemble neoclassico formato da tredici elementi da lei fondato e presente anche su star, star.

E quindi chamber pop si diceva, anche se l'incasellamento non rende giustizia all'imponente architettura dei brani. Mingjia si spinge oltre l’imbrigliamento della forma canzone, perché il suo impressionante livello compositivo allarga lo spettro alla classica moderna e al jazz della third stream in modo formalmente libero. C’è chi potrebbe confondere e catalogare la musica di star, star affine ai canoni del musical o delle colonne sonore (a tratti), ma il grado di sperimentazione l’allontana da tale paragone, poiché gli articolati contrappunti, le spericolate armonizzazioni e la propensione per l’artificio avant-garde ne legano la natura a certi ambiti prog e ai delicati equilibri melodici della scuola di Canterbury. 

Nella sua ricchezza di materiale raccolto in un'estesa durata di settantasette minuti, è incredibile notare come star, star non contenga un attimo di cedimento qualitativo. Ogni traccia ha qualcosa da offrire in termini di sorpresa e meraviglia, tanto che il minutaggio non risulta mai pesante, alimentando e giocando con la nostra curiosità nell'attesa dell'inaspettato. Nel momento in cui si progetta un'opera di tali proporzioni il rischio di schiantarsi contro la stucchevolezza, eccedere nello sfoggio di virtuosismo fine a sé stesso o annegare nella pretenziosità è altissimo. Mingjia non fa nulla di tutto ciò, dalla sua musica traspare sincerità e passione che annullano i pericoli di condurre gli arditi arrangiamenti fuori controllo e in territori di sterili barocchismi. 

Un ultimo appunto, dopo aver ascoltato tale magia creata con uno sforzo produttivo non indifferente, mi è venuto naturale chiedermi come una giovane artista praticamente ancora sconosciuta possa permettersi economicamente le risorse per realizzare un'opera così ad ampio raggio, che prevede il coinvolgimento di un grande dispiego di mezzi e strumentisti. La risposta la si trova nella stessa pagina Bandcamp dell'album ed è stato finanziato con il contributo dell'Ontario e Toronto Arts Council, due organizzazioni culturali pubbliche che erogano fondi per progetti artistici, come si usa nei paesi civilizzati. 

domenica 26 novembre 2023

Press To Enter - From Mirror To Road (2023)


Quando si ascoltano esordi come From Mirror To Road dei Press To Enter si ringrazia che ancora il progressive metal abbia da offrire qualcosa di non scontato. Il trucco è non adagiarsi sui soliti cliché che rendono immobili le caratteristiche di un genere, ma rivolgersi per forza di cose ad altri orizzonti stilistici e incorporarli nel proprio sound. I Press to Enter sono un trio proveniente dalla Danimarca formato dalla cantante Julie Jules Wiingreen, Simon Laulund (chitarra) e Lucas Szczyrbak (basso, drum programming). La prerogativa della band è quella di imporsi con massicci riff di derivazione djent e diluirli in grandi dosi di melodia, quasi sotto forma di accessibilità pop, poi tastiere anni '80 e groove che talvolta sconfinano in inflessioni funk.

Il tutto viene realizzato con un livello tecnico strumentale molto alto e non solo dal punto di vista di basso e chitarra, ma un plauso se lo guadagna sicuramente anche il gran lavoro riversato nel drum programming, dato che nell'album non compare un vero batterista ma viene tutto delegato a ritmiche pre-impostate con gran perizia. Ovviamente, trattandosi di tracce che fanno largo uso di poliritmie, accelerazioni e decelerazioni, il compito Szczyrbak e Laulund deve aver occupato una buona parte di energie. La resa è incredibilmente fluida e accurata nell'insieme. Le tastiere spaziali che si aggiungono all'amalgama donano quel tocco sospeso tra fusion e vintage, contribuendo ad incrementare la personalità sonora del trio. Volendo fare paragoni e rimanendo in ambito scandinavo, si potrebbe tirare in ballo un ibrido con le competenze pop r&b dei Dirty Loops e quelle electro prog dei VOLA. Ma come non citare anche gli Arch Echo, visto che il chitarrista Adam Bentley ha mixato e masterizzato l'album, mentre il tastierista Joey Izzo fa una comparsa come ospite nell'assolo di Painkiller.

La morale alla fine è che i Press to Enter sono un altro tra i molti esempi contemporanei di come ormai i confini tra generi, meglio se distanti, si siano sgretolati e di come il termine prog sia una costante ed in prima linea quando si parla di accogliere le contaminazioni più lontane e stravaganti. Nel caso dei Press to Enter scomoderei la definizione di djent synthwave, poiché l'aspetto tecnico non soffoca la scorrevolezza accessibile che rende i brani piacevoli anche per coloro che non sono dei nerd progressive fissati con la complessità.

lunedì 20 novembre 2023

Earthside - Let The Truth Speak (2023)


C'è il progressive rock, c'è il prog metal, c'è il post rock, c'è il djent, c'è il symphonic metal e poi ci sono gli Earthside, che stanno a tutte queste cose come un cinema IMAX sta ad una normalissima sala d'essai. Un'equivalenza fatta non per affermare la loro superiorità rispetto a tutti gli altri a livello qualitativo, ma per evidenziare l'effettivo approccio unico alla materia. Agli Earthside non interessa fare sfoggio di virtuosismi per dare spettacolo, non interessa utilizzare la multitematicità per dipanare lunghe suite nel modo più complesso possibile, non interessa fondare i pezzi su graduali crescendo emozionali e infine non interessa sfruttare i barocchismi neo classici applicati al metal come scorciatoia alla magniloquenza. Il proposito degli Earthside sembra essere creare dei mondi sonori tridimensionali dove la somma delle parti è più importante del singolo, o meglio, funzionale alla visione d'insieme.

Per fare un esempio, se prendete tutti i maggiori dischi di prog metal/djent usciti quest'anno, vi accorgerete di come gli Earthside facciano parte di un'altra categoria separata, la loro musica ha un'attitudine e uno scopo che puntano anch'essa alla grandiosità, ma passando per vie alternative. Ecco perché già il termine che li descrive - "cinematic" - usato da loro stessi, non è esagerato, ciò che producono è infatti un prog in formato panoramico e Let The Truth Speak è ancora più imponente in questo del già gigantesco A Dream In Static (2015). Se prendiamo uno dei pezzi cardine del disco, The Lesser Evil, nell'incipit soave nasconde degli echi soul che poi vanno ad esplodere nei breakdown funk dettati dai sax di Sam Gendel (KNOWER). Ma ciò che viene restituito è uno strano ibrido tra incalzante commento sonoro e versatile epic metal. 

Il principio sul quale si fondano le composizioni degli Earthside è simile a quello delle colonne sonore, senza comunque ricorrere all'ausilio costante di un'orchestra e senza risultare stucchevoli. Il quartetto di New Haven, avvalendosi di numerosi ospiti tra cantanti e strumentisti, vuole appagare i nostri sensi con una musica ad ampio respiro indirizzata idealmente anche a chi non ascolta metal, ma è comunque in grado di apprezzare complessità e profondità al di fuori della norma. E' proprio il caso di dire che ogni traccia di Let The Truth Speak è un'opera a sé stante che racchiude al proprio interno un microcosmo di strati emotivi, i quali vengono a galla solo se gli viene data la dovuta attenzione. Ciò che fanno gli Earthside in brani come Tyranny è pennellare un landscape musicale da supporto alla voce, alla stessa stregua di una soundtrack, ma con strumenti rock. 

Nel suo avvolgente impasto non è detto che tutto coinvolga, quando la melodrammaticità è sovraccaricata da espedienti non indispensabili. In dei momenti si rischia la prolissità, specialmente quando siamo quasi arrivati alla fine, su All We Knew And Ever Loved e nella title-track, dove il gruppo pare aver voglia di strafare quando si affida alle trovate del rumorista(?) Gennady Tkachenko-Papizh. Però è anche il punto in cui si comprende la vera natura degli Earthside, proiettati verso un massimalismo espressivo con il dispiegamento di ogni mezzo. Ricordano un po' la differenza che passava tra gli Emerson, Lake & Palmer e il resto dei gruppi prog negli anni '70, non nello stile ma nello spirito, gli Earthside devono allestire uno spettacolo che ci faccia meravigliare di continuo.


1.But What If We're Wrong (feat. Sandbox Percussion) 
2.We Who Lament (feat. Keturah) 
3.Tyranny (feat. Pritam Adhikary of Aarlon) 
4.Pattern Of Rebirth (feat. AJ Channer of Fire From The Gods) 
5.Watching The Earth Sink 
6.The Lesser Evil (feat. Larry Braggs & Sam Gendel) 
7.Denial's Aria (feat. Keturah, VikKe & Duo Scorpio) 
8.Vespers (feat. Gennady Tkachenko-Papizh & VikKe) 
9.Let The Truth Speak (feat. Daniel Tompkins of TesseracT & Gennady Tkachenko-Papizh) 
10.All We Knew And Ever Loved (feat. Baard Kolstad of Leprous) 


sabato 11 novembre 2023

Notes from the Edge of the Week #9


  • I The Ephemeral sono un quintetto dell'Arizona che suona un progressive post hardcore molto articolato e multitematico, utilizzando sia momenti vocali melodici sia usufruendo di tutto l'arco comprensivo tra scream, harsh e growl. Nonostante quest'ultimo particolare ho trovato il loro album d'esordio Your Burden is Safe With Me una gradevole collezione di idee strumentali, sarà per il fatto che si ispirano ai The Contortionist.


  • Il duo australiano Wayside, formato da Thomas Davenport (voce) e Josh Ehmer (chitarra), con il secondo album What Does Your Soul Look Like ha molto affinato il proprio songwriting rispetto all'esordio Shine Onto Me del 2021. In questo caso parliamo di una band che si  inserisce nell'ultima ondata grungegaze, che da un po' di tempo ha preso campo nei vari revival stilistici. Nulla di nuovo quindi, ma i due sanno scrivere delle canzoni potenti ed emotive come pochi altri attualmente dentro questo genere.


  • Per chi invece fosse in astinenza da swancore, il primo album dei Space Weather, Jaded and Dreaming, sarà sicuramente un ottimo antidoto, specialmente se vi piacciono Dance Gavin Dance e Amarionette. 

  •  Anche se non c'entra nulla con il prog, il nuovo album dei Lonely The Brave, What We Do To Feel (il secondo in cui compare il cantante Jack Bennett), l'ho trovato molto emozionale e sincero. Anche se non è un capolavoro, ho apprezzato l'atmosfera generale, essenziale e con poche variazioni, che va dritta al punto e riesce a rafforzare ogni pezzo grazie alla forza che fa reggere l'uno sull'altro. E' il classico album che forse funziona meglio nella sua totalità che nella scelta di singole tracce.  

  • Il nuovo acquisto dell'etichetta Big Scary Monsters sono i SUDS, che con il loro esordio The Great Overgrowth si vanno a collocare insieme ai Lakes tra le band più interessanti della new wave midwest emo e math rock inglese, forse con un'inclinazione più alternative pop. 


  • Se infine vi piace il math rock i due album da non perdere in questo momento sono Get Good dei Good Game e l'omonimo dei Moondling.