lunedì 28 febbraio 2022

SOM - The Shape of Everything (2022)

Avevamo lasciato i SOM poco meno di un anno fa con l'EP Awake, il quale con i suoi remix puntava a mostrare la malleabilità a cui può essere sottoposto il loro stile che fonde post rock, shoegaze e doom metal. Che sia una musica suggestiva da un punto di vista onirico/psichedelico, quanto abrasiva da quello metallico/elettrico lo rimarca il nuovo The Shape of Everything, secondo album del supergruppo (formato da membri di Junius, Caspian, Constants), in cui i confini stilistici appena menzionati si sgretolano del tutto.

Messo in apertura, Moment è la quintessenza del loro sound, nel senso che da lì in avanti tutto l'album si muoverà sulla falsariga delle coordinate impostate da questo pezzo. Il che non equivale a dire che il tutto è un susseguirsi di brani uno uguale all'altro, ma è il comparto sonoro ad imporsi come caratteristico, quasi rappresentato metaforicamente in modo visuale dalla cover. The Shape of Everything è un imponente impasto di umuri elettrici, nebulosi ai margini della spirale, come la flebile voce principale, mentre nel nucleo creano sfumature che si affastellano l'una sull'altra, ma potenti e vividi nella loro unione e totalità.

A volte delle cadenze da doom accentuano la sensazione di solennità (Center), altre nascondo sotto la superficie un'anima dream pop (Shape), ma è indubbio che il continuo e massiccio muro elettrico affiancato ad una voce lontana e malinconica, quasi una variazione del sussurro, formano insieme un impasto sonoro che si perpetua in una riconoscibile formula presente su tutto l'album. Gli ingredienti essenziali sono la potenza del post rock e la dolcezza del dreamgaze che creano questo scontro tra contrasti che permettono a The Shape of Everything di piazzarsi in un territorio stilisticamente trasversale e quindi apprezzabile anche da chi non è avvezzo a questi generi.  

domenica 27 febbraio 2022

LALU - Paint the Sky (2022)


I lunghi tempi di pubblicazione tra un album e l'altro hanno dato modo al tastierista Vivien Lalu di cambiare aspetto al suo progetto LALU sia dal punto di vista della formazione sia dal punto di vista musicale. Mettendo nella conta anche quest'ultimo Paint the Sky, in diciassette anni di attività Lalu ha pubblicato tre album. Partito nel 2005 come suo progetto, nel quale Lalu invita anche ospiti illustri, il debutto avviene con un ottimo esempio di prog metal - Oniric Metal -, album che si mostrava attento alle correnti più moderne e stimolanti del periodo, tipo Pain of Salvation, mentre nel secondo Atomic Ark del 2013 ne abbracciava invece una frangia più sinfonica e barocca, risultando in alcuni passi un po' eccessivo e stucchevole. 

Paint the Sky offre di contro una rinnovata visione del gruppo che riesce nel miracolo di equilibrare alcune influenze del passato remoto, come Yes, ELP, Kansas, Rush, e integrarle con il prog di stampo moderno in linea con l'estetica InsideOut. Insomma, detto esplicitamente, Lalu riesce a pescare e mettere insieme due tra i cliché più ad alto rischio nel prog contemporaneo, che potrebbero farlo apparire derivativo e dimenticabile, ma al contrario ne tira fuori un disco curato sotto ogni aspetto, dai suoni ai musicisti coinvolti (un altro esempio che mi viene in mente con la stessa modalità è quello dei PreHistoric Animals).

Intanto c'è da segnalare la nuova line-up ufficiale nella quale spicca la voce di Damian Wilson (Arena, Headspace, Threshold) e accanto a lui abbiamo Jelly Cardarelli alla batteria e Joop Wolters che si è occupato di chitarra e basso. In più, ad arricchire il tutto, ci sono gli ospiti di riguardo presenti in questo capitolo, tra i quali sfilano Marco Sfogli, Steve Walsh, Jordan Rudess, Simon Phillips e molti altri (vedi la tracklist). 

La novità di Paint the Sky riguarda inoltre la componente prog metal, che è sempre presente e costante, ma qui molto diluita rispetto alle altre produzioni dei LALU, in funzione di tessiture che privilegiano molteplici cambi di registro, con digressioni che vanno dalla fusion all'ambient, fino alle più disparate tonalità tastieristiche utilizzate da Lalu, dal sinfonico al funk, dal jazz alla new age, tutti elementi che ad esempio si pongono insieme come un collage vertiginoso nella title-track. Sembra proprio infatti che questo sia il lavoro in cui l'estro e la capacità del tastierista vengono più valorizzati e mai come ora costituiscono l'anima e l'architettura del multiforme impianto strutturale. 

In breve Paint the Sky mostra non solo una felice vena di scrittura, ma un ancor più ispirato lavoro di arrangiamento che permette ai LALU di addentrarsi in quel territorio minato costituito da formule ben delineate che negli anni sono state impostate da molti gruppi InsideOut e ne esce come un esempio virtuoso di "light prog metal" moderno. 

 
 
01. Reset To Preset 
02. Won’t Rest Until The Heat Of The Earth Burns The Soles Of Our Feet Down To The Bone (ft. Jens Johansson) 
03. Emotionalised 
04. Paint The Sky (ft. Steve Walsh, Tony Franklin, Alessandro Del Vecchio, Jens Johansson, Gary Wehrkamp) 
05. Witness To The World (ft. Marco Sfogli) 
06. Lost In Conversation (ft. Jens Johansson) 
07. Standing At The Gates Of Hell 
08. The Chosen Ones (ft. Jordan Rudess, Simone Mularoni) 
09. Sweet Asylum 
10. We Are Strong 
11. All Of The Lights (ft. Vikram Shankar) 
12. Paint The Sky [Instrumental] (ft. Tony Franklin, Simon Phillips, Alex Argento)

sabato 26 febbraio 2022

Like Lovers - SYNTAX (2022)

Uno dei più stimolanti progetti art pop venuti fuori di recente è quello messo in piedi da Jan Kerscher che, con il moniker Like Lovers, tre anni fa ha realizzato un piccolo gioiello indipendente dal titolo Everything All The Time Forever. Adesso, per promuovere il suo secondo album SYNTAX, Kerscher adotterà una singolare strategia promozionale, ovvero il disco sarà da oggi disponibile da ascoltare per intero attraverso i canonici canali streaming, ma solo per un tempo limitato di dieci giorni. Una generosa e lunga anteprima dopo la quale verrà rimosso e durante il corso dell'anno usciranno video e singoli fino alla data di pubblicazione fisica vera e propria ancora da ufficializzare, ma comunque entro l'estate.

In concomitanza dell'occasione un primo singolo è appena uscito e si tratta della seconda traccia Shaping My Shadows, anche se lo scorso anno aveva già fatto la comparsa un altro brano che scopriamo ora essere incluso su SYNTAX e cioè si tratta dell'ottima Antifragility cantata in coppia con Elena Steri. Per il resto possiamo prematuramente notare come SYNTAX appaia un'opera più eterogenea e sfaccettata rispetto al primo album. L'intensità con la quale sono scritti e interpretati i pezzi rimane la stessa, ma questa volta le architetture sonore risultano più ricche, l'elettronica ha modo di sviscerare svolte e soluzioni sonore più ricercate e lo studio impeccabile del pop sembra inserirsi idealmente nel medesimo piano della sfera intellettuale e adulta di Peter Gabriel. SYNTAX non fa che confermare Kerscher come autore dotato di grande sensibilità melodica e un sapiente alchimista di ingredienti elettronici e acustici. 

venerdì 25 febbraio 2022

ÊTRE - I: Human (2022)


Il chitarrista danese Alexander Varslev aveva fatto capolino nel mondo del prog metal con l'ambizioso progetto South Harbour nel cui primo album, A Withered World In Colour, aveva riversato una moltitudine di sfaccettature metal, da quelle più sognanti e oniriche fino a quelle più pesanti e aggressive. Quel lavoro era anche l'espressione dell'eterogeneità di una band che in fondo non era tale, in quanto molti dei musicisti e cantanti coinvolti erano ospiti di quel progetto.

Quindi Varslev, dopo quell'unica prova, ha pensato di fondare una formazione stabile e infine ripartire con un nuovo nome. I South Harbor sono quindi andati a confluire negli ÊTRE, perseguendo la medesima strada prog metal e programmando di esplrarne di nuovo le declinazioni, stavolta nel corso di tre EP dei quali il primo I: Human viene pubblicato oggi. Accanto a Varslev ci sono la cantante Freja Ordell, il bassista Axel Ming e il secondo chitarrista Kristian Hejlskov. 

I: Human contiene cinque tracce che, ascoltate nella loro sequenza, danno come un senso di evoluzione in complessità e di avvicinamento al prog, fino a raggiungere l'apice nella conclusiva Sea of Spectrum. Le prime tre Perilune, Fractured e Into Light affrontano il prog metal dalla parte più melodica e ortodossa, ma racchiudendo un costante senso elegiaco tra il doom e il gotico. The Descent è il pezzo più propulsivo e crudo che si pone come spartiacque tra le due anime dell'EP in cerca di un equilibrio tra una melodrammaticità più strutturata ed una più accessibile.

giovedì 24 febbraio 2022

JYOCHO - しあわせになるから、なろうよ (Let's Promise to Be Happy) (2022)

Anche se con Let's Promise to Be Happy i JYOCHO sono arrivati solo adesso al secondo album, possono contare su una discografia abbastanza corposa, fatta di alcuni singoli e diversi EP. Ad ogni modo, anche se questa ultima pubblicazione viene considerata e promossa dal gruppo stesso come un album, la sua durata di appena venticinque minuti lo fa somigliare più ad un EP, se messo in prospettiva dei nostri standard. Però fin dai tempi degli Uchu Conbini il chitarrista Daijiro Nakagawa, mente del gruppo, ci aveva abituato ad un formato di mini album. E anche gli stessi pezzi che costituiscono Let's Promise to Be Happy sono idealmente racchiusi in due brevissime parentesi acustiche - New Reminiscenes e Never Forget - che aprono e chiudono il disco, come per accentuare una filosofia della brevità. "Less is more" verrebe da pensare.

Le parentesi acustiche sono un particolare che può far notare come ultimamente Nakagawa imbracci la chitarra acustica più spesso rispetto al passato, forse anche in relazione alla sua esperienza da solista con In My Opinion (2019), album che esplorava proprio le possibilità dello strumento in veste unplugged. Ed è così che si apre Let's Promise to Be Happy, con un Nakagawa che su All the Same applica le sue evoluzioni virtuosistiche math rock ad una scintillante ballad acustica. Alcuni brani vecchi e nuovi sono stati inoltre riletti in tale modalità all'interno delle performance tenute dal gruppo lo scorso anno, battezzate con il nome di "Machiya Session", termine giapponese che indica le tradizionali case in legno tipiche di Kyoto.

Lo spirito progressive pop dei classici JYOCHO ritorna in superficie con Gather the Lights e The End of Sorrow, le quali da differenti prospettive dinamiche, una più quieta e l'altra più avventurosa, certificano l'abilità della band nell'accostare complesse trame math rock a delicate e liriche melodie pop. Stay in the Circle aggiunge spazio al piano della cantante Nekota, cementando l'estetica elettroacustica che così bene si piega e si adatta alle composizioni del gruppo, proseguendo poi su Turn Into the Blue attraverso la medesima modalità. 

Infine Measure the Dawn è un nuovo palcoscenico per la tecnica di Nakagawa, costantemente ispirato nel creare veloci intrecci con la sei corde. Ma in generale tutto l'album è una ricerca del perfetto equilibrio tra memorabilità e tecnica esecutiva dove ogni componente gioca la propria parte di grande strumentista. A tal proposito va data la notizia che purtroppo Let's Promise to Be Happy è anche l’ultimo album con il batterista Hatch che ha lasciato il gruppo lo scorso agosto riducendolo a quartetto, infatti per ora non è stato annunciato un sostituto ufficiale, ma i JYOCHO continueranno il loro percorso anche in questa veste.

mercoledì 23 febbraio 2022

Owel - The Salt Water Well (2022)

Rimanendo costantemente sotto i radar del mainstream gli Owel sono arrivati al quarto album ed è un peccato che ancora pochissime persone siano al corrente della loro esistenza, perché la musica prodotta dagli Owel è tutt'altro che difficile da digerire, una cosa che il nuovo The Salt Water Well conferma ancora una volta. Giusto due anni fa gli Owel ci avevano deliziato con Paris con il quale la band iniziava un processo di apertura verso il pop orchestrale, rimanendo fedele alla sfera del proprio art rock velatamente influenzato dalla malinconia emo.

The Salt Water Well rimane su quelle coordinate raffinate, ma si apre ancora di più a territori accessibili costituiti da melodie delicate il cui mood romantico avrebbe tutte le carte in regola per compiacere un pubblico più vasto. In quest'ottica Beneath the Static Haze, con tanto di chorus gioioso da arena pop ricoperto di violini, può essere letto come il loro maggior sforzo per mostrarsi accattivanti. Ma a parte questa concessione, gli Owel rimangono sempre nel confine del lirismo pacato di un chamber emo rock che si mostra sofisticato anche nelle parentesi solenni di Time Will Make Children of Us All.

End è ancora un ricco e sfarzoso connubio di elettronica e pop da camera nel quale non mancano arpe e archi, questi ultimi affidati di nuovo a Jane Park, rientrata da qualche tempo nel gruppo. La voce suadente di Jay Sakong si adatta come sempre all'indirizzo sentimentale che la musica ispira, anche negli episodi più ritmati come We All Get Lost. Invece So It Goes ricorda quanto siano bravi gli Owel a costruire un'atmosfera solenne in crescendo utilizzando i dettami del post rock e piegandoli al volere del pop. Contando la pandemia come un effetto che ha separato la maturità di Paris alla leggerezza che in un certo senso aleggia su The Salt Water Well, si direbbe che quest'ultimo risulta un album di passaggio pur contenendo tracce dall'indubbio valore. 

martedì 22 febbraio 2022

We Used to Cut the Grass - We Used to Cut the Grass #1 (2022)


Per chi gravita assiduamente nell'orbita dei Thank You Scientist i We Used to Cut the Grass non dovrebbero rappresentare una novità. Il gruppo infatti nasce come progetto del loro bassista Cody McCorry e, anche se arriva al primo album solo adesso, ha sulle spalle circa sette anni di attività, più che altro espressa in performance dal vivo. McCorry nel tempo ha coinvolto nella band praticamente tutta la line-up dei Thank You Scientist, che poi ritroviamo nell'album, tranne ovviamente il cantante Salvatore Marrano, essendo questo un progetto esclusivamente strumentale. Di differente fino a poco tempo fa c'era il batterista Kevin Grossman che però adesso è andato pure lui a confluire tra le fila dei TYS in sostituzione della dimissionaria batterista Faye Fadem, che ha lasciato il gruppo dopo qualche mese dalla dichiarazione di essere transgender e avviare una propria attività solista.

Per descrivere la musica dei We Used to Cut the Grass si potrebbe partire già dal nome, scelta non casuale che paga omaggio a Frank Zappa, se si considera poi che anche Ike Willis ha preso parte come ospite ad alcuni concerti della band, il gioco è fatto. McCorry e soci si destreggiano tra jam fusion jazz, groove funk e avant-garde, naturalmente interpretato tutto sotto la lente della sperimentazione prog. Come le due parti di Visitors Pomp ben introducono, ci troviamo di fronte a passaggi da big band con largo spazio dedicato ai fiati (tromba, sassofono tenore, alto e baritono, clarinetto) che possono variare negli assoli rock della sempre gradita chitarra di Tom Monda. Proprio per questo delle volte non siamo lontani dalle coordinate dei Thank You Scientist dal volto meno metal e più prog fusion. 

Ma We Used to Cut the Grass #1 non guarda solo al modernismo e alle possibilità che può dare il virtuosismo jam rock. Qualche volta si respira aria retro, come su Shep's Lounge o come nel lento atmosferico Lay Down Scully, due viaggi lunghi circa otto minuti con pennellate swing, impasti tra fiati e organo da soundtrack anni '60 e archi che vanno a cementare i crescendo. Altre volte si sconfina quasi nel Canterbury sound e nel RIO (Shep's Nightcap, Shep's Enthusisasm) che si legano a territori di ricerca più smaliziati (Shep's Mishap, Shep's Fitness Assessment), dove il gruppo si sbizzarrisce ancora di più nell'assemblare ritagli musicali per ricomporli come un collage. Non c'è da negare quindi che per gli amanti di Zappa e dei Thank You Scientist è un ascolto molto consigliato.

domenica 20 febbraio 2022

Mad Fellaz - Road to Planet Cyrcus (2022)


I veneti Mad Fellaz sono arrivati con Road to Planet Cyrcus al quarto album in studio, attraversando in passato anche qualche importante cambio di line-up nella corposa formazione composta da Paolo Busatto (chitarra), Carlo Passuello (basso), Enrico Brunelli (tastiere), Rudy Zilio (flauto, clarinetto, synth), Luca Brighi (voce), Ruggero Burigo (chitarra) e Andrea Cecchetto (batteria). Sotto un certo punto di vista questo aspetto si aggiunge ai fattori che hanno permesso al gruppo di cambiare direzione ad ogni uscita, pur mantenendo un'identità prog devota al sound americano di generi come jazz, soul e blues, declinandoli ogni volta a loro piacere.

Road to Planet Cyrcus presenta di nuovo questi elementi, ma ancora una volta plasmati sotto un aspetto rinnovato e ciò sottolinea la versatilità compositiva e d'interpretazione della band. Se in passato ai Mad Fellaz piaceva dilungarsi in jam strumentali che mettevano in risalto le loro doti di strumentisti, Road to Planet Cyrcus guarda ad un'altra prospettiva, concentrandosi su brani dalla durata più breve che in questo caso permettono al gruppo di mostrare il valore anche come arrangiatori attenti ai dettagli e dispiegare le proprie abilità nell'insieme sonoro. Non che questo prima mancasse, ma adesso le idee sono più addensate nell'economia sonora.

Tale particolare si riflette nella volontà di far apparire ognuna delle undici tracce presente nell'album come una variegata panoramica di stili, quasi per mettere alla prova le competenze e la versatilità di ognuno. La scrittura è stimolante e la resa che i Mad Fellaz ne tirano fuori è coinvolgente. Già dall'apertura di The Animal Spell si percepisce un respiro internazionale, e non solo a causa del cantato in inglese che comunque arriva quasi a metà del pezzo, ma da diversi fattori: l'utilizzo che viene fatto della strumentazione elettronica, il tema minimale che viene arricchito da una tela sapiente di contrappunti, la ritmica che si inserisce in modo obliquo, ecc. 

Molto avvezzi alle suite e a lasciarsi ampi spazi strumentali nei primi tre album, la cosa non ha impedito ai Mad Fellaz di divertirsi altrettanto con il "formato canzone", disseminando i brani di digressioni che gli hanno permesso di inserire frammenti di una varietà di stili, oltre a quelli già citati, che vanno dalla musica sudamericana all'afro-beat, dall'a-cappella alla fusion, dal Canterbury sound alla world music. Questo per dire che il taglio o la direzione che vengono impostati in un pezzo non sempre corrispondono alla linea generale con cui esso proseguirà. Al suo interno possono accadere molte cose, ma il fatto è che il cambiamento non avviene in modo repentino, ma in maniera piuttosto fluida, piegando timbri e sfumature in base alla strada da seguire. In tal senso l'archivio sonoro utilizzato dal gruppo è talmente ricco che si arriva ad ascoltare parametri sonori degli anni '70 (tipo chitarre e mellotron crimsoniani) in contesti stilistici assolutamente diversi da quelli a cui siamo stati abituati ad associarli. In definitiva un album da ascoltare e riascoltare senza annoiarsi, forse il migliore e più personale lavoro del gruppo e di sicuro già da inserire tra le uscite italiane più importanti di questo 2022. 

sabato 19 febbraio 2022

Shiny Wolf - Mirthmaker (2018)


Penso che nonostante siano passati quattro anni dalla sua pubblicazione questo debutto degli Shiny Wolf, all'epoca come ora, sia passato del tutto inosservato. Purtroppo dal 2018 non ci sono state ulteriori produzioni della band con le quali avrebbero potuto in qualche modo far crescere il nome della band, quindi è davvero un peccato che Mirthmaker rimanga a tutt'oggi un oscuro ed isolato gioiello all'interno del prog metal.

Gli Shiny Wolf sono la creatura del chitarrista Erik Thoresen e nascono intorno al 2016. Inizialmente la band si esibisce dal vivo con una vocalist femminile, ma in seguito Thoresen assumerà anche quel ruolo. In verità pare di capire che, arrivato a registrare Mirthmaker, Thoresen sia rimasto l'unico e solo componente durante le sessioni di registrazione poiché nei credits è riportato solo il suo nome, a parte le due ospitate del chitarrista Gustavo Assis-Brasil (l'assolo su Second Nature) e Casey Sabol (ex Periphery) che canta nella prima traccia Finite Fauna.

Il modo di comporre di Thorsen è ricco di sorprese armoniche e melodiche, con variazioni e progressioni inusuali e inaspettate, che rendono ogni svolta una nuova scoperta ed un incentivo all'ascolto. Come lui stesso afferma: "In questo disco ho cercato di rendere ogni canzone unica e dare colore armonicamente in un modo tutto suo, senza sacrificare la struttura relativamente semplice. Ho sempre voluto ascoltare album che scorressero bene e con mancanza di temi vocali e chitarristici involontariamente ripetitivi tra le canzoni."

Ogni brano di Mirthmaker è un'esplorazione delle possibilità armoniche negli ambiti di confine che uniscono prog metal e fusion, creando architetture sonore costantemente instabili dal punto di vista melodico, dove il cambiamento è sempre dietro l'angolo. Un album eccellente che avrebbe meritato più fortuna e visibilità.

lunedì 7 febbraio 2022

The Velvet Teen - The Great Beast February / Immortality - 20th Anniversary (2022)


Nel 2001, quando ancora erano ai loro esordi, i The Velvet Teen pubblicarono i due EP autoprodotti The Great Beast February e Immortality, i quali seguivano di poco l'EP d'esordio Comasynthesis pubblicato l'anno prima. In occasione del loro ventesimo anniversario i due EP sono stati raccolti per la prima volta in unico vinile. Un'occasione per riscoprire soprattutto Immortality, in origine pubblicato come vinile 7 pollici, che finora non era mai stato ristampato e l'unico modo per procurarsi le tracce in esso contenute era tramite la rara compilation giapponese Secrets Safe, A Buried Box del 2004. Per The Great Beast February invece è la sua prima volta in vinile e, a differenza di Immortality, nel tempo è stato più semplice da trovare, in quanto era stato inserito insieme a Comasynthesis nella raccolta Plus Minus Equals sempre del 2001.