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lunedì 20 novembre 2023

Earthside - Let The Truth Speak (2023)


C'è il progressive rock, c'è il prog metal, c'è il post rock, c'è il djent, c'è il symphonic metal e poi ci sono gli Earthside, che stanno a tutte queste cose come un cinema IMAX sta ad una normalissima sala d'essai. Un'equivalenza fatta non per affermare la loro superiorità rispetto a tutti gli altri a livello qualitativo, ma per evidenziare l'effettivo approccio unico alla materia. Agli Earthside non interessa fare sfoggio di virtuosismi per dare spettacolo, non interessa utilizzare la multitematicità per dipanare lunghe suite nel modo più complesso possibile, non interessa fondare i pezzi su graduali crescendo emozionali e infine non interessa sfruttare i barocchismi neo classici applicati al metal come scorciatoia alla magniloquenza. Il proposito degli Earthside sembra essere creare dei mondi sonori tridimensionali dove la somma delle parti è più importante del singolo, o meglio, funzionale alla visione d'insieme.

Per fare un esempio, se prendete tutti i maggiori dischi di prog metal/djent usciti quest'anno, vi accorgerete di come gli Earthside facciano parte di un'altra categoria separata, la loro musica ha un'attitudine e uno scopo che puntano anch'essa alla grandiosità, ma passando per vie alternative. Ecco perché già il termine che li descrive - "cinematic" - usato da loro stessi, non è esagerato, ciò che producono è infatti un prog in formato panoramico e Let The Truth Speak è ancora più imponente in questo del già gigantesco A Dream In Static (2015). Se prendiamo uno dei pezzi cardine del disco, The Lesser Evil, nell'incipit soave nasconde degli echi soul che poi vanno ad esplodere nei breakdown funk dettati dai sax di Sam Gendel (KNOWER). Ma ciò che viene restituito è uno strano ibrido tra incalzante commento sonoro e versatile epic metal. 

Il principio sul quale si fondano le composizioni degli Earthside è simile a quello delle colonne sonore, senza comunque ricorrere all'ausilio costante di un'orchestra e senza risultare stucchevoli. Il quartetto di New Haven, avvalendosi di numerosi ospiti tra cantanti e strumentisti, vuole appagare i nostri sensi con una musica ad ampio respiro indirizzata idealmente anche a chi non ascolta metal, ma è comunque in grado di apprezzare complessità e profondità al di fuori della norma. E' proprio il caso di dire che ogni traccia di Let The Truth Speak è un'opera a sé stante che racchiude al proprio interno un microcosmo di strati emotivi, i quali vengono a galla solo se gli viene data la dovuta attenzione. Ciò che fanno gli Earthside in brani come Tyranny è pennellare un landscape musicale da supporto alla voce, alla stessa stregua di una soundtrack, ma con strumenti rock. 

Nel suo avvolgente impasto non è detto che tutto coinvolga, quando la melodrammaticità è sovraccaricata da espedienti non indispensabili. In dei momenti si rischia la prolissità, specialmente quando siamo quasi arrivati alla fine, su All We Knew And Ever Loved e nella title-track, dove il gruppo pare aver voglia di strafare quando si affida alle trovate del rumorista(?) Gennady Tkachenko-Papizh. Però è anche il punto in cui si comprende la vera natura degli Earthside, proiettati verso un massimalismo espressivo con il dispiegamento di ogni mezzo. Ricordano un po' la differenza che passava tra gli Emerson, Lake & Palmer e il resto dei gruppi prog negli anni '70, non nello stile ma nello spirito, gli Earthside devono allestire uno spettacolo che ci faccia meravigliare di continuo.


1.But What If We're Wrong (feat. Sandbox Percussion) 
2.We Who Lament (feat. Keturah) 
3.Tyranny (feat. Pritam Adhikary of Aarlon) 
4.Pattern Of Rebirth (feat. AJ Channer of Fire From The Gods) 
5.Watching The Earth Sink 
6.The Lesser Evil (feat. Larry Braggs & Sam Gendel) 
7.Denial's Aria (feat. Keturah, VikKe & Duo Scorpio) 
8.Vespers (feat. Gennady Tkachenko-Papizh & VikKe) 
9.Let The Truth Speak (feat. Daniel Tompkins of TesseracT & Gennady Tkachenko-Papizh) 
10.All We Knew And Ever Loved (feat. Baard Kolstad of Leprous) 


mercoledì 18 agosto 2021

Earthside - All We Knew And Ever Loved (single, 2021)


Nel 2015 gli Earthside avevano convinto un po' tutti con l'album d'esordio A Dream In Static, un disco prog metal che cercava di abbracciare una visione più ampia del genere, spingendosi su territori cinematici e barocchi, mentre faceva ampio sfoggio di arrangiamenti e composizioni pensate come un crocevia tra soundtrack e djent. Insomma, un biglietto da visita di tutto rispetto, solo che da quel momento la band si è praticamente eclissata, l'attesa per un nuovo album non è mai stata alimentata da notizie o anticipazioni sui progressi dei lavori e un lungo silenzio è caduto sul quartetto americano.

Solo adesso, dopo sei anni di apparente inattività, gli Earthside tornano a far parlare di loro con un singolo che viene descritto come il primo spiraglio verso il prossimo capitolo del gruppo che però, va sottolineato, non è chiaro ancora quando arriverà.

Quello che per ora ci offrono gli Earthside è All We Knew And Ever Loved, un imponente brano strumentale di oltre nove minuti, accompagnato da un video animato altrettanto sontuoso, che continua e, se vogliamo, accentua quella componente "cinematica" del gruppo, assomigliando più ad un commento sonoro per un'opera visiva melodrammatica o ad un movimento sinfonico, piuttosto che ad una vera e propria cavalcata epic metal. 

Il tastierista Frank Sacramone ha iniziato a scrivere All We Knew And Ever Loved nel 2017 e ciò può essere un indizio di quanta meticolosità gli Earthside riversino nel proprio lavoro. L'elegia trasmessa dal pezzo è intensificata, oltre che da una sezione di fiati, dalla presenza dell'organo a canne più grande del mondo registrato presso la First Congregational Church di Los Angeles e il tutto è stato mixato da Randy Staub, già autore del mix dell'album sinfonico dei Metallica S&M. In più All We Knew And Ever Loved vede come ospite alla batteria Baard Kolstad dei Leprous che va ad affiancare il batterista degli Earthside Ben Shanbrom.

domenica 18 ottobre 2015

Earthside - A Dream in Static (2015)


Per i quattro principali componenti degli Earthside, Jamie van Dyck (chitarra), Frank Sacramone (tastiere), Ben Shanbrom (batteria) e Ryan Griffin (basso), A Dream in Static rappresenta solo parzialmente un esordio, in quanto i quattro musicisti (tutti con importanti studi alle spalle) erano già attivi a partire dal 2006 con il nome di Bushwhack, producendo un album omonimo e un EP. Cambiando sigla in Earthside, Sacramone e compagni hanno reimpostato quindi anche il proprio livello di ambizione. Se prima lo stile era affidato ad un progressive metal strumentale abbastanza collaudato, con questa nuova partenza gli Earthside alzano il tiro, ampliando i loro orizzonti al post rock, al prog metal sinfonico e invitando anche alcuni tra i migliori cantanti della scena metal ad occuparsi delle parti vocali. Oltre a questo, l’album è stato registrato in Svezia con l’ausilio del produttore David Castillo (Opeth, Katatonia, Bloodbath), mentre Jens Bogren (Opeth, Soilwork, The Ocean, Devin Townsend) si è occupato del mix addizionale e del mastering.

Provenienti dal New England, gli Earthside hanno adottato la definizione "cinematic rock" per presentare la propria musica, termine alquanto ambizioso che però rende benissimo l’idea della magniloquenza di cui è intriso A Dream in Static. In effetti ogni brano - otto in tutto, divisi equamente in quattro strumentali e quattro vocali - rappresenta un capitolo a parte, ognuno a modo suo architettato per rendere al meglio l’idea di prog rock in formato panoramico. La produzione aiuta molto in questo: i suoni sono chiari e distinti anche nelle parti più sature, ogni strumento emerge con purezza cristallina e l’equilibrio sonoro delle dinamiche è impressionante.



Il primo pezzo è la strumentale The Closest I've Come che apre con un basso alla Tool e dove l’atmosfera sincopata non diverge molto dal metal meditabondo della band di Adam Jones, anche se qui si si possono cogliere elementi di post rock in stile God is an Astronaut e shoegaze.
Mob Mentality - che ospita alla voce Lajon Witherspoon dei Sevendust e l’accompagnamento orchestrale della Moscow Studio Symphony Orchestra – è una mini suite che nasce quasi come prototipo e dichiarazione di intenti degli Earthside. In dieci minuti di durata viene dispiegato un gioco di rimandi tra metal sinfonico e musica classica, nei quali il gruppo riesce ad evitare accuratamente le trappole della stucchevolezza. Il continuo affastellarsi di melodie e crescendo emotivi viene rispettato dall’orchestra, alla quale è dato molto spazio soprattutto negli intermezzi di “piano”, guidando lei stessa il gruppo e non viceversa.

La title-track ha come ospite alla voce Daniel Tompkins, che ormai credo non abbia bisogno di presentazioni, e, signori miei, cosa non è questo pezzo. Dentro c’è proprio tutto: la grandiosità che si addice ad un djent barocco, in perenne altalenarsi tra sbalzi prog metal, innesti ambient e un chorus di una bellezza devastante. Gli Earthside spingono per la prima volta le corde vocali di Tompkins verso vette inarrivabili, mettendogli tra le mani una delle migliori prove della sua carriera e consacrandolo come uno dei migliori interpreti di questo genere. Senza dubbio il miglior brano del 2015.

Su Entering The Light ritroviamo di nuovo la Moscow Studio Symphony Orchestra e il virtuoso di hammered dulcimer Max ZT. Dai tratti marziali e dal retrogusto di soundtrack da film desertico, forse questo è il brano meno coinvolgente del lotto, dato che lascia un senso di incompiutezza, come se la bozza principale non fosse stata sviluppata in pieno.
Skyline è un altro suggestivo strumentale che gioca con atmosfere riverberate ed eteree applicandole alla pesantezza del metal, il crescendo estatico degli interventi di piano e chitarra viene supportato dalla sicurezza della sezione ritmica. Anche qui si toccano quasi i dieci minuti, ma il fatto che A Dream in Static sia un album godibilissimo è provato anche dalla sua scorrevolezza, dove la lunga durata dei brani non viene assolutamente percepita come tale.



I parametri imposti da Crater – con Björn Strid dei Soilwork alla voce – sono simili a quelli della title-track, solo con toni ancora più melodrammatici, ben sottolineati dalla voce di Strid,  mentre The Ungrounding ha un incedere frenetico da prog metal funambolico che mette in risalto le doti tecniche del gruppo. Con i dodici minuti di Contemplation of the Beautiful il disco si chiude con cupezza come fosse un’elegia dolorosa, la voce di Eric Zirlinger dei Face the King è disturbante quanto basta quando dal sommesso cantato delle linee principali passa all’urlo disperato del chorus. Qualche volta gli Earthside mi portano a pensare che è così che si sarebbero dovuti evolvere i Pain of Salvation, dato che sottotraccia scorre in loro la stessa ambizione di ricerca per una musica metal che sappia regalare grandi emozioni.
In sintesi A Dream in Static è un album assolutamente da non perdere, prodotto magnificamente, scritto con passione e interpretato con il cuore e che credo potrà piacere anche a chi non è un fan del genere.




Tracklist and Featured Guests:

Earthside -- A Dream In Static (2015)
I. The Closest I've Come

II. Mob Mentality
 Featured Guest Vocalist: Lajon Witherspoon (Sevendust)
 Featured Ensemble: The Moscow Studio Symphony Orchestra (MSSO)

III. A Dream In Static
 Featured Guest Vocalist: Daniel Tompkins (TesseracT, ex Skyharbor)

IV. Entering The Light
 Featured Guest Performer: Max ZT -- Hammered Dulcimer
 Featured Ensemble: The Moscow Studio Symphony Orchestra (MSSO)

V. Skyline

VI. Crater
 Featured Guest Vocalist: Björn Strid (Soilwork)

VII. The Ungrounding

VIII. Contemplation Of The Beautiful
 Featured Guest Vocalist: Eric Zirlinger (Face The King)

http://earthsideband.com/