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venerdì 23 aprile 2021

Monobody - Comma (2021)

 
Dispiace che dei musicisti della caratura dei Monobody, arrivati oggi al terzo album in studio, siano ancora per lo più relegati come popolarità ad un seguito di culto. Certo non si pretende che il quintetto dalla insolita formazione, che consta dei due bassisti Al Costis e Steve Marek con Collin Clauson (tastiere), Conor Mackey (chitarra) e Nnamdi Ogbonnaya (batteria), raggiunga chissà quale vetta di successo, ma che almeno arrivi a conseguire un degno numero di sostenitori anche tra le fila degli addetti ai lavori. Sul nuovo lavoro Comma consolidano oltretutto quell'insolito connubio tra jazz, math rock e post rock che la band ha affinato con sempre più abilità da Monobody (2015) e Raytracing (2018), permettendo di offrire a chi non li conoscesse un'ottima introduzione.
 
Il titolo Comma si riferisce al concept dell'album ispirato al nome tassonomico della farfalla al cui spettro di colori prende spunto anche la cover. E proprio come l'amalgama del dipinto originale ed il volo scoordinato del lepidottero, così la musica dei Monobody assorbe una molteplice quantità di sfumature e si muove in dinamiche costantemente imprevedibili. 
 
In passato i Monobody si sono resi capaci di innovare il linguaggio prog jazz, assimilando stilemi di nuove forme al confine con questi generi, come appunto tra gli altri il math rock. Non dovendo dimostrare più nulla a nessuno, il gruppo adesso utilizza le proprie capacità per includere metodologie compositive e sonore che rimandano al passato e allo stesso tempo omaggiano altri artisti, rimanendo su binari post moderni. In particolare è un piacere poter ritornare con un balzo di memoria alle terre canterburiane con Sylphina, che sembra una complessa magia uscita dalle agili e frizzanti atmosfere National Health, grazie anche al piano elettrico di Clauson, mentre in Mimic il solismo ed il timbro della chitarra di Mackey è un crocevia tra Phil Miller e Allan Holdsworth. 
 
Con le medesime premesse il gruppo si compatta in un insieme strumentale flessibile e armonioso in Eighty Eight e Atala, dove ognuno dei membri quasi interagisce l'uno con l'altro nel completare uno schema sonico che vede da una parte lo spettro sonoro degli strumenti a corda e dall'altra i vari registri di synth e tastiere di Clauson. Cloudless Sulphur e Harvester invece tentano qualcosa di più articolato e sperimentale a livello di prog elettrico, tra impressionismo e post rock. Phaon Crescent, infine, per progressioni e ricchezza armonica sembra quasi un omaggio alla fusion celestiale e cristallina di Pat Metheny e Lyle Mays. Comunque tutto questo rimando ad altri artisti non tragga in inganno per ciò che riguarda l'originalità, i Monobody conoscono benissimo come rendersi sempre un passo avanti nel modo di concepire ed interpretare il genere. Per chi ama il jazz ed il math rock, anche separatamente, non c'è nulla di paragonabile alla competenza strumentale dei Monobody, dei veri fuoriclasse.

giovedì 1 novembre 2018

Monobody - Raytracing (2018)


Quando si ascolta i Monobody, per quanto uno possa conoscere jazz, fusion, math rock e progressive rock, non si può che rimanere affascinati per il modo in cui il quintetto di Chicago riesca così efficacemente ad unire in modo naturale le principali peculiarità che caratterizzano ognuno dei suddetti generi. Forte di una formazione costituita dai due bassisti Al Costis e Steve Marek, supportati nelle poliritmie dall'estro del batterista Nnamdi Ogbonnaya, dalla chitarra math rock di Conor Mackey e dalle tastiere prog di Collin Clauson, nel loro secondo lavoro iMonobody non si limitano a questo. Dalle cinque tracce (The Shortest Way è una breve transizione) contenute in Raytracing emerge una volontà, se non di rinnovarsi, di aggiungere altri colori alla formula che aveva reso così affascinante l'omonimo esordio datato 2015 e che poi avevano ulteriormente sviluppato in occasione dello split con i Pyramid Scheme.

L'album si apre con Ilha Verde ed è già sufficientemente esaustiva nel comprendere più soluzioni in cui la band, quando non è impegnata nei soliti passaggi funk e math rock, aggiunge nuove forme sperimentali con sintetizzatori aleatori quasi new age o contrasti granitici che sfiorano il djent senza toccarlo veramente. Un esperimento che continua nella sezione centrale di Echophrasia, incentrata su estese digressioni alla Vangelis che virano verso un synth prog più strutturato, passando momentaneamente anche per le vie del metal. La title-track rivisita la fusion dei Return to Forever in chiave moderna e Former Island, attraverso un uso abbondante di break, tiene alta la tensione esecutiva per tutta la sua durata. Opalescent Edges lavora su una base pianistica minimale per edificarci tutto intorno una maestosa ouverture che sembra arrivare direttamente dagli Yes, per poi farla sfociare in una prog opus nella parte finale. I Monobody si certificano così come una delle migliori realtà strumentali all'interno della fusion e anche oltre.





www.monobodymusic.com

mercoledì 15 febbraio 2017

Monobody / Pyramid Scheme - Monobody / Pyramid Scheme (2017)


Due gruppi di math rock/jazz fusion di Chicago si incontrano in questo split EP in uscita oggi. Il quintetto dei Monobody è una vecchia conoscenza di altprogcore, responsabili di un omonimo esordio pubblicato nel 2015 che fondeva per la prima volta in modo compiuto math rock e jazz e qui ci propongono due nuovi brani inediti sempre su quella scia. Per i Pyramid Scheme, invece, il presente EP rappresenta la prima esposizione al pubblico ed è un trio formato dal bassista Al Costis (già nei Monobody), da Rajiv Raju degli Half Milk alla chitarra e Seth Engel alla batteria. Per ciò che riguarda la parte dedicata a loro, essa è più attinente ad un math rock tradizionale impostato sulle prodezze chitarristiche di Raju. I Monobody hanno festeggiato l'uscita dell'EP esibendosi qualche ora fa negli studi Audiotree, il video della performance lo potete trovare di seguito.


mercoledì 29 aprile 2015

Monobody - Monobody (2015)


Un vero supergruppo nato a Chicago quello dei Monobody, che unisce membri provenienti da The Para-Medics, Loose Lips Sink Ships, Renaissance Sound, The Soft Greens e che in un certo senso continua il discorso di quelle band. Ad un primo approccio sembrerebbe che i Monobody suonino del complesso math rock come molti altri gruppi in giro, ma in realtà le loro progressioni armoniche assomigliano molto al jazz - si ascolti Gilgamesh (R-Texas) -, il cui substrato avvicina il tutto inevitabilmente al progressive rock. L'omonimo album d'esordio del quintetto è da poco disponibile su Bandcamp. Si parlava poco tempo fa su queste pagine della bravura degli Snarky Puppy, ecco un'altra band meritevole che contamina il jazz con altri generi.