domenica 25 giugno 2023

Stoneside. - God of the Mountain (2023)


Dopo averli segnalati lo scorso anno è giunto il momento di dedicare un post agli Stoneside. dato che è appena uscito il loro album d'esordio God of the Mountain e, a quanto pare, sono in pochi ancora a conoscerli. Tagliando corto si potrebbe consigliare senza esitazioni questa band agli estimatori degli Sleep Token, ma anche più semplicemente a chi apprezza il prog metal di ultima generazione che ha fatto dell'abbattimento dei confini una sua prerogativa e quindi si possono citare i soliti Porcupine Tree, i Tool, ma anche Loathe e Tesseract. Più nel dettaglio invece è giusto riportare che i diretti interessati rigettano il paragone che li accomuna agli Sleep Token, il che non stupisce visto il diritto di rivendicare la propria indipendenza artistica della quale ognuno si sente portatore. Eppure il contorno che circonda gli Stoneside. appare molto simile a quello della misteriosa band inglese e non solo dal punto di vista musicalmente. 

Nato in una zona rurale del Texas nel 2020 durante la pandemia, il progetto è fondamentalmente opera del musicista, autore e cantante Crane affiancato dal batterista Wheeler, ed entrambi celano le loro identità dietro a delle maschere. Oltre all'anonimato, Crane afferma di aver fondato gli Stoneside. in seguito alla perdita di un membro della sua famiglia a causa della stessa malattia di Lou Gehrig (la SLA) e, sentendosi alla disperata ricerca delle parole e della guida del suo parente perduto, il cantante ha iniziato a "cercare antichi mezzi mistici per comunicare con il defunto. Questa ricerca è continuata per anni, dando vita a numerose storie intense e accattivanti che chiedevano di essere raccontate. È qui che entrano in gioco gli Stoneside. come veicolo in cui esprimere e commemorare queste storie. Ogni canzone creata da Stoneside. riflette il viaggio della vita e della morte di una persona in particolare: gli alti e bassi, i trionfi e i rimpianti."

I due hanno riversato la propria energia nella scrittura e nella creazione di musica, trasformando un vecchio capannone in uno studio di registrazione e hanno iniziato a registrare le tracce per il loro debutto. God of the Mountain è stato comunque preceduto da due EP pubblicati rispettivamente nel 2021 e nel 2022, in più ogni traccia che fa parte dell'album è stata realizzata come singolo per anticiparne l'uscita, anche se la title-track non è stata inclusa e realizzata separatamente, quindi anche come strategia commerciale ricorda molto quella di Vessel e compagni. Se comunque teniamo da parte tali paragoni God of the Mountain è un lavoro di tutto rispetto, che possiede dei momenti interessanti e altri un po' derivativi, cosa che nel contesto è perdonabile poiché al giorno d'oggi risulta impossibile essere del tutto originali.

Anche in questo la formula è rodata: l'alternative metal di partenza è un pretesto per un gioco di contrasti, tra accumulo di suoni elettronici e atmosferici che funzionano come preparazione del terreno e improvvise sferzate heavy che possono espandersi fino ad estremi djent e ad un cantato scream, per sfogare la parte repressa ed aggressiva del brano. La carica melodrammatica è amplificata dai breakdown di norma, dalla voce di Crane che nella sua interpretazione, in dei momenti delicata e in altri violenta, si avvicina alle dinamiche di Vessel ed infine dai testi, tutti ispirati a storie di persone dipartite in modo particolare. Ogni traccia viene sviluppata più o meno tramite queste coordinate e ovviamente l'espediente a volte riesce ad essere più incisivo ed altre meno, però God of the Mountain racchiude al suo interno episodi meritevoli, che possono far sparire il pregiudizio di chi li potrebbe liquidare solo come degli epigoni degli Sleep Token.

sabato 24 giugno 2023

Suns Of The Tundra - The Only Equation (2023)


The Only Equation, quinto album in studio dei Suns of the Tundra, arriva a ridosso del trentesimo anniversario della band, se si considera anche il primo periodo sotto il nome Peach, quando ancora tra le loro fila militava al basso Justin Chancellor, in seguito come sappiamo reclutato dai Tool. Il disco è il secondo che esce per l'etichetta Bad Elephant Music e segue a quattro anni di distanza Murmuration del 2019, album che segnava il ritorno a parametri più contenuti rispetto alla magnum opus Bones of Brave Ships (2014) che lo aveva preceduto. The Only Equation vuole invece riabbracciare quella epicità con dosi massicce di prog e alternative metal, ma anche aggiungendo divagazioni psichedeliche, applicando alle composizioni lo stesso approccio espressivo ed impressionista che aveva caratterizzato il concept di Bones of Brave Ships, narrazione in musica del documentario muto sulla spedizione antartica del 1914 di Ernest Shackleton.

Questa volta però non c'è una pellicola da commentare e la componente "cinematica" sta tutta racchiusa nell'immaginazione del gruppo, concedendosi lunghe digressioni sonore come nel susseguirsi di solenni riff hard rock della title-track o come nell'ipnotica convergenza tribale di The Rot, architettata in modalità di un trip acido sospeso tra le suggestioni del prog scandinavo e i ricami/elucubrazioni heavy dei Tool. Su Run Boy Run prosegue l'alternanza con passaggi massici e altri più quieti, questa volta però all'insegna delle atmosfere lisergiche indirizzate verso stoner e space rock. Il rinnovato spirito prog viene profuso poi nei circa 15 minuti di Reach for the Inbetween, suddivisa in tre parti, che è una vetrina di riff ancora più dilungati ed epici per dare sfogo alle trame strumentali. The Only Equation, in termini di wall of sound e quantità di distorsione, è forse l'album più potente e roccioso dei Suns of the Tundra, ma c'è sempre quella componente prog che fa in modo di renderli più interessanti rispetto a molti altri gruppi alt metal e li spinge verso orizzonti nei quali si può scorgere il retaggio di grunge, varie declinazioni di metal e psichedelia che convivono in un mix comunque personale.

domenica 4 giugno 2023

Notes from the Edge of the Week #7


  • Il secondo album dei Superlove follow:noise è un notevole salto in avanti rispetto al primo Colours, del quale focalizza e capitalizza le idee nell'assemblare l'essenza di elementi djent, electro pop e dance, tagliarne il superfluo e farli funzionare in un montaggio sorprendentemente conciso, coeso e brillante. Pur essendo solo un trio, la produzione risalta il suono bombastico e potente, valorizzando chorus da arena rock che ti si stampano in testa. Il modo in cui i Superlove oscillano nella dicotomia dei brani dà come una sensazione di personalità schizofrenica che si traduce in un "divertiamoci-a-fare-un-po'-i-cazzoni" durante la strofa e un "ok-ora-facciamo-sul-serio" durante il ritornello. Loro lo chiamano noise pop e anche hyper pop, ma è chiaro che la bilancia pende sulla seconda scelta. Dall'esperienza avuta con l'esplosione degli Sleep Token ho notato che non tutti sono inclini ad accettare accostamenti estremi di generi così diversificati quindi, se anche voi avete qualche dubbio o perplessità, prima di scartare a priori, provate subito il singolo Something Good oppure Change Your Mind e se non vi convincono allora lasciate perdere.


  • Non bazzicando assiduamente le parti dell'heavy metal conoscevo gli Avenged Sevenfold solo di nome. A convincermi ad ascoltare il loro nuovo album Life is But a Dream... è stato un commento nel gruppo dei The Dear Hunter che lo ha descritto come diverso da qualsiasi cosa fatta da loro, abbastanza strano e "proggy" e, continuando a leggerne in giro, si percepisce anche da parte dei fan di vecchia data la sorpresa e lo spaesamento causati da questa uscita, sia in senso positivo che in quello negativo. In effetti Life is But a Dream... non lascia certo indifferenti: gli Avenged Sevenfold si sono spinti al massimo delle proprie possibilità mettendo sul piatto un lavoro coraggioso e ardito, non tanto per la commistione tra generi ma per il fatto di sezionarli e decontestualizzarli in una cornice comune che all'apparenza li rigetterebbe. E gli Avenged Sevenfold lo fanno con le cose più improbabili, le rendono comunque credibili, passando dal caos del thrash metal a motivetti per canzoncine da anni '50 (Game Over), dal growl più infernale al musical colorato con una fantastica coda di piano fusion (Mattel). Ci sono frammenti robotici e industriali, altri estremamente melodici o talmente melensi da sfiorare la parodia. Messi nel contesto a parti invertite sembrano fuori posto o, se volete, una folle sintesi tra Voivod e Faith No More (Beautiful Morning è il riferimento più palese), eppure funziona e diverte, anche se talvolta il mood diventa un po' troppo cupo. Poi c'è la trilogia G, (O)rdinary e (D)eath che è un vero capolavoro di eterogeneità e dove gli Avenged Sevenfold abbandonano ogni freno fino ad arrivare dalle parti di Frank Zappa.  


  • Se vi ricordate del chitarrista Martin Gonzalez e dei suoi Atomic Guava c'è la possibilità che sappiate anche chi siano gli Ok Goodnight, la sua band parallela formata insieme alla cantante Casey Lee Williams, che adesso si presenta alla seconda prova con The Fox and the Bird. Essendo un concept album ambientato nel regno animale, quasi ogni traccia ne prende il titolo e l'ispirazione, settando il carattere del pezzo in base al peculiare temperamento dell'animale protagonista. Il disco parte in modo acustico per poi avviarsi ad atmosfere sempre più inclinate verso il prog metal e prog fusion, con una varietà di scrittura e atmosfere encomiabile. Un disco che di sicuro merita attenzione nella abbondante scelta di proposte nel genere.


  • Il talento del tastierista Lars Fredrik Frøislie è tutt'altro che da mettere in dubbio, essendo già un'istituzione del prog scandinavo, grazie alla sua collaborazione con gruppi ormai leggendari come Tusmørke, White Willow Wobbler. Ebbene, Frøislie ha esordito con Fire fortellinger, un album solista che è un monumento alla sua arte, contenente solo quattro pezzi che sono quanto di meglio possa produrre oggi il prog sinfonico. Nostalgici solo nei suoni, ma con una carica e un'inventiva multitematica da imprimere il giusto bilanciamento tra modernità e tradizione. Anche se non è giusto fare paragoni, lasciatevelo dire, Frøislie riesce da solo a volare anche più in alto dei suoi Wobbler.


  • Il nuovo KNOWER del duo Genevieve Artadi e Louis Cole, anche se è uscito venerdì, sarà disponibile per l'ascolto intero in tutte le piattaforme solo tra 4 o 6 mesi per il comprensibile motivo di capitalizzare il prodotto e al il momento potete averlo solo se acquistato su Bandcamp. Da parte mia posso anticiparvi che, se siete fan dei KNOWER e del loro scanzonato stile funk jazz con tocchi di pop e prog, questo album non vi deluderà. I pezzi sono come al solito trascinanti e le parti soliste sono assolutamente stellari, molto più avanzate ed evolute del precedente LIFE. Diciamo che KNOWER FOREVER sta a LIFE come la versione originale di Overtime tratta da quest'ultimo sta a quella "live-in-da-house" del video divenuto virale.

venerdì 2 giugno 2023

Adjy - June Songs Vol. 1 (2023)


Con The Idyll Opus I-VI gli Adjy hanno creato qualcosa che va oltre il formato "album musicale", una volta iniziato l'ascolto si è catapultati in un mondo parallelo, una mitologia, una narrazione che sta in equilibrio tra l'epica classica e quella della frontiera americana, raccontata sotto forma di una moderna storia d'amore che si consuma in un'estate infinita sotto lo sfondo dei festival alternativi e la campagna rurale assolata. In un'ottica più ampia la morale di The Idyll Opus riconduce ad una metafora sullo scorrere del tempo e sulla caducità della vita, sui momenti preziosi che ci lasciamo alle spalle e sulla spensieratezza regalata dalla gioventù. Tutte queste atmosfere, attraversate da colti simbolismi e da una elaborata numerologia, si sono impresse come un sigillo alla musica della quale il frontman Christpher Noyes è esclusivo autore ed è incredibile il modo in cui gli Adjy riescano a preservare la sensazione di trovarsi all'interno di uno specifico scenario che riaffiora con continuità nel nuovo EP June Songs Vol. 1.

Il ciclo di canzoni qui contenute non proseguono esattamente la storia principale di The Idyll Opus, ma funzionano come una specie di "spin off" rispetto al racconto, essendo ambientate nello stesso mondo. Per chi non conoscesse gli eventi narrati nel precedente album, June è il nome del protagonista, il quale fa parte di una band fittizia che si sta preparando a partecipare ad un festival estivo. Noyes si è inventato quindi cinque canzoni che, all'interno della fiction, appartengono al repertorio della band di June. In tal senso l'espediente ha dato modo al gruppo di lavorare da una differente prospettiva: seppur lo stile rimane riconoscibilmente Adjy al cento per cento, la metodologia di scrittura è indirizzata ad una forma più diretta, asciutta e accessibile. Non che quest'ultimo aspetto non fosse presente su The Idyll Opus, ma la grandiosità di certi arrangiamenti e la macchinosa meticolosità del loro sviluppo in quell'album qui viene scambiata con un'inclinazione verso una forma primaria ed essenziale di emo, pop punk e folk rock.

La cura che ha avuto Noyes nel preservare uno stretto legame con la storia principale sta anche nel ricorso a frammenti o temi musicali già presenti su The Idyll Opus e nel mantenere comunque un alto livello di solennità, tutti elementi che vanno a preservare quella particolare percezione di trovarsi di nuovo nel mondo di June e July come lo avevamo lasciato due anni fa. Con Stepping in the Same River Twice ritroviamo il clima ritmico e festoso che apriva l'EP Prelude (.3333), un concerto di tamburi affiancato ad arpeggi malinconici che echeggiano A Boy Called June, Pt. 2 a fare da supporto ad un cantato trascinante a più voci. June Song riporta in primo piano la vena country/americana del gruppo, ma riletta in chiave epico-corale, sempre contornata da ritmiche sostenute e gang vocals a fare da contrappunto. Here Here ha un andamento da ballad mid tempo e riflette il classico accostamento tra chitarra e banjo presente su The Cicada's Song Pt. I, mentre Idioglossia acquieta ulteriormente l'atmosfera nelle vesti di una delicata ninnananna guidata da un arpeggio minimale incrociato di nuovo tra chitarra e banjo. In chiusura One 4th of July torna all'iniziale irruento spirito emo con tocchi di chamber rock e tribalismi ancora mutuati dal lato ritmico. 

Come per la musica anche le tematiche testuali si riallacciano idealmente a molti degli argomenti e riflessioni presenti su The Idyll Opus, come la ciclicità temporale, l'uso di finezze grammaticali nelle quali si nascondono citazioni storiche, geografiche e astronomiche ovviamente messe su un piano esoterico, mistico e mitico per essere poi decifrate e analizzate. Detto ciò, ancora una volta Noyes e compagni riescono a creare qualcosa di personale, fuori dal tempo e dalle mode, solo in apparenza meno complesso di The Idyll Opus visto che nei testi e nelle emozioni permane quella profondità multi-stratificata nella quale è bello perdersi e vale la pena addentrarsi come in un'opera letteraria per scoprirne ogni significato nascosto.

giovedì 1 giugno 2023

Altprogcore June discoveries



Il trio giapponese cero appartiene a quel tipo di gruppi che si è sempre evoluto album dopo album, partendo da quell'alone esotico ed elaborato che gli artisti provenienti dal Sol Levante sono soliti apportare nei propri lavori. In questo quinto capitolo della loro carriera dal semplice titolo e o i cero operano il salto artistico più ardito della loro carriera. Fatte le dovute proporzioni e tenendo presente il perimetro stilistico in cui si trova il gruppo, tra il precedente Poly Life Multi Soul e e o c'è la stessa distanza che i Talk Talk posero tra The Colour of Spring e Spirit of Eden. Qui la materia indie pop che ha guidato sinora i cero si fa progressiva e futurista, con direzioni formali talmente liquide che chiamare imprevedibili è limitativo. Sembra quasi che nel dipanarsi dei pezzi facciano di tutto per scegliere la soluzione armonica più spiazzante possibile. Gli arrangiamenti non sono da meno, affastellati di suoni elettronici sofisticati che possono arrivare direttamente dagli anni '80 così come dall'avanguardia RIO.


Una situazione analoga quella degli Hippo Campus che con il loro terzo album, intitolato semplicemente LP3, si sono prodigati nel maturare il proprio stile indie rock e dare alle canzoni (e alla forma canzone) arrangiamenti fantasiosi e stratificati, così da rendere il tutto imprevedibile nella prevedibilità della struttura.
 
 

Gruppo inglese di math prog punk di formazione abbastanza recente, considerando che i SENECA hanno prodotto sinora solo tre singoli interessanti.


Un EP che è l'unica testimonianza della defunta band Death Party, risalente al 2017. Alla voce abbiamo Amy Hoffman che adesso milita nei Future Teens e vale la pena soffermarsi su Skate Away anche solo per la descrizione che ne dà il gruppo stesso: "emo-adjacent but with vibraphone instead of a guitar".
 
 

I Cat Company tra quest'ultimo singolo e l'omonimo EP del 2018 suonano un mix di math rock, pop punk e post hardcore vicino alle cose di Dance Gavin Dance, Hail the Sun e Origami Button. Quindi possiamo dire swancore? Diciamolo.
 


Se siete degli estimatori del jazz in stile Jaga Jazzist, contaminato da influenze moderne tipo post rock, minimalismo, ambient e prog, allora il primo album della band finlandese Ultralum potrebbe interessarvi. 


Altra band vicina al jazz quella della chitarrista tedesca Monika Roscher che definisce il suo progetto "una prog big band tra math-jazz, avant-pop e elettronica". Formata nel 2011, la big band è, come si può intuire, un ensemble formato da diversi musicisti con strumenti a fiato aggiunti ai classici chitarra, basso, piano e Witchy Activities And The Maple Death è la loro terza prova.   


Il quintetto jazz/post rock maceratese dei Klidas esordisce con No Harmony sotto l'etichetta australiana Bird's Robe Records che tanti artisti prog di confine ci ha fatto conoscere negli ultimi 15 anni. I Klidas sono una perfetta sintesi del sound promosso dalla BRR, sospeso tra suggestiva psichedelia e astrazioni che lambiscono talvolta il metal, il prog e lo sperimentale.