mercoledì 14 aprile 2021

Valleyheart - Scenery (2021)


La scoperta dei Valleyheart è stata un po' come un'epifania, ovvero come riscoprire l'essenza di quanto possa essere coinvolgente il midwest emo congiunto al post hardcore. I Valleyheart suonano un emo sonicamente strutturato in possenti stratificazioni chitarristiche che vanno a formare un sound saturo di suggestioni emotive e riverberi lontani, fondendo la malinconia romantica dei Copeland alle eteree armonie dei primi From Indian Lakes ed infine aggiungendo qualche asprezza graffiante dei Brand New. Contando poi che il cantante e leader Kevin Klein ha un timbro vocale che ricorda i toni bassi di Jeremy Enigk, il gioco è fatto...ecco i nuovi campioni dell'emocore. Kerrang! ha addirittura incluso i Valleyheart in un nuovo sottogenere chiamato gazecore, riassumendo la definizione in poche efficaci parole: methodically complex, and melodically ethereal.

In realtà prendere come soggetto il nuovo EP Scenery, pubblicato da pochi giorni, è stata soltanto una scusa per fare un excursus più ampio che comprenda anche i due magistrali lavori precedenti: l'EP Nowadays del 2017 e l'album Everyone I’ve Ever Loved uscito nel dicembre 2018, senza far comunque torto a Scenery, in quanto stile e poetica che permeano i lavori dei Valleyheart rimangono saldi e incontrastati in tutta la loro ancora scarna discografia. Diciamo che i Valleyheart sono principalmente la ceratura di Klein, i quali hanno preso le mosse da delle sue composizioni in origine acustiche a cui poi tutta la band ha portato il proprio contributo, modellandole come degli inni emocore, in particolare nel primo EP Nowadays. In aggiunta c'è un filo sottile che lega le liriche di ogni lavoro in quanto, nella loro profondità e sensibilità, riflettono il viaggio personale e spirituale di Klein che si è trovato ad interrogarsi, con relativa introspezione, sulla propria fede cattolica ed i suoi ideali. Ovvio che non parliamo di "rock cristiano", non c'è bisogno di essere credenti per apprezzare i Valleyheart, poiché Klein mette in parole il proprio travaglio interiore e le sue riflessioni e frustrazioni, tra amicizia e identità, con grande padronanza letteraria (un'altra affinità con Enigk che si dichiarò "cristiano rinato" quando si sciolsero per la prima volta i Sunny Day Real Estate).

Everyone I’ve Ever Loved è l'album nel quale il frontman ha riversato la sua esperienza, la potenza emotiva ed evocativa musicale dei brani non fa altro che rendere più universale e coinvolgente la narrazione. L'opera si espande talvolta verso i confini post rock, ad esempio nei tappeti elettrici di Friends in the Foyer e nei riverberi di Dissolve ed in questo applica una ricerca di melodia e utilizzo della sezione ritmica ancor più approfondita e attenta di Nowadays, nonostante quell'EP risultasse già eccellente. Maryland si culla in un'atmosfera onirica da ballad per poi esplodere, sempre in modo moderato, come fanno anche altri brani. Drowned in Living Waters è ancor più palese nei suoi incanti elettroacustici ad allargare il confine tra ballata emo e crescendo post rock. Intangible Dream e Communion fanno tesoro di tutto il bagaglio emozionale di Klein e, come la marea che cresce e si ritira, traducono in musica un altalenarsi di movimenti passionali tra la quiete struggente, il maestoso e il riflessivo. Paradisum è la perfetta chiusura, un piano incerto e una voce filtrata rotta dal gelo invernale (registrata veramente in un freddo spazio aperto per catturare meglio la genuinità) rimettono in gioco e in discussione tutto ciò che abbiamo ascoltato, riportando il tutto all'essenza concettuale dell'album: l'esposizione in musica di un viaggio interiore. Sicuramente un gruppo a cui dedicare molta attenzione.

martedì 13 aprile 2021

Cestra - Portal (2020)


Kat Marsh è un'autrice e interprete attiva nella scena musicale inglese da ormai più di dieci anni. Il suo nome è stato sempre nascosto scegliendo pseudonimi o progetti che lavorano talvolta dietro le quinte di album piuttosto conosciuti. Ad esempio, con i suoi Choir Noir, oltre a realizzare arrangiamenti a cappella di brani noti (più sotto potete ammirare la loro versione di Arcarsenal degli At the Drive-In), ha partecipato ad album di artisti metal come Bring Me The Horizon e Architects, anche reinterpretando canzoni del repertorio di queste band. 

Oltre a ciò, per quello che riguarda le proprie produzioni, la Marsh da molto tempo collabora con il produttore Pete Miles, responsabile tra l'altro di quel capolavoro che è Hush Mortal Core di Martin Grech, il quale, guarda caso, ha fatto parte della prima band della cantautrice chiamata Lionface e portata a termine nel 2017. Se risaliamo infatti alle session dell'EP Battle del 2015 e Hush Mortal Core, registrato più o meno nello stesso periodo, scopriamo che nel team di produttori e musicisti ricorrono molto spesso gli stessi nomi. E i legami non finiscono qui dato che gli ottimi remix inclusi nell'EP sono a firma Martin Grech, Acle Kahney (TesseracT) e GUNSHIP (ai quali ha prestato la voce anche Grech).

Se nei Lionface lo stile della Marsh oscillava tra techno-metal, industrial e ampi sprazzi pop, con il suo nuovo moniker Cestra e il relativo primo album Portal continua ad amalgamare sonorità tra l'elettronica eterea, il metal orchestrale e l'art pop. Sia chiaro che per "orchestrale" non si intende la solita pomposa commistione con la musica classica, ma gli arrangiamenti degli archi, ad opera della stessa Marsh, vanno a completare e inserirsi nella fitta trama elettronica. Anche se questo non è l'elemento essenziale dell'album. Portal dà spazio a strumentazioni che creano una precisa estetica sonora e la Marsh, da cantante e interprete molto preparata, utilizza le stratificazioni di voci e synth per edificare una visione estremamente moderna e futurista del pop.

Brani come AlpHa, Monument e Meridian tendono ad un aspetto spirituale della scrittura ed anche a livello di prestazione vocale, ognuno viene impegnato a sondare un lato differente di una rappresentazione musicale tecnocratica basata su sonorità algide e artificiali. Twin Heart Beat, Aurelian e Reunion sono quasi delle loro contrapposizioni rivestite da un arrangiamento da camera, ancora una volta concentrate nel trasmettere sensazioni da contemplazione e impalpabilità. Dall'altro lato abbiamo gli imponenti droni sonori di Aeon, tra violini e synth, che aprono uno squarcio da pop futuristico alla Björk. Poi Deep Space ritorna a suoni industriali che nel chorus si scontrano con un innesto inusuale di polifonie vocali. Infine ci sono le ampie armonie da rock sinfonico di Blood Rites e Elision, dove per la prima volta si ascolta anche qualche chitarra elettrica. Il compito della Marsh è quello di riportare il tutto ad un piano umano e terreno con la sua notevole voce.

sabato 10 aprile 2021

Altprogcore April discoveries: speciale swancore


I più attenti nell'apprezzare le varie evoluzioni del prog hardcore, avranno sicuramente notato negli ultimi anni la modesta ascesa di un sottogenere chiamato swancore. Anche all'interno del presente blog sono comparsi in passato alcuni gruppi che fanno parte di questa particolare bolla musicale. Ma che cosa è lo swancore? Come riporta Urban Dictionary la sua definizione si può molto semplicemente riassumere così:

"A sub-genre of post-hardcore music that incorporates elements of math-rock, progressive-rock, and post-rock and high-pitched and/or scream vocals. Bands that fall under this category are usually, but not always, signed to Blue Swan Records." Se vogliamo fare qualche nome dei gruppi più rappresentativi essi sono: Dance Gavin Dance, Hail the Sun, Stolas, Sianvar, Adventurer, Eidola, Icarus the Owl.

La motivazione di questo piccolo speciale è nata quando ho scoperto gli ottimi Resilia, una band che si serve di guest vocalist provenienti da altre band, il che mi ha portato a sua volta ad una connessione che mi ha fatto scoprire un sottobosco di nuove band appartenenti al genere. Al che mi sono interrogato se si può già parlare di "seconda onda" (o addirittura "terza"...non saprei) dello swancore. Ad ogni modo qui di seguito c'è una breve selezione che può rendere l'idea.







martedì 6 aprile 2021

Collider - -><- (2019)


Nel loro album d'esordio, cripticamente intitolato -><-, il quartetto danese Collider si lancia senza inibizioni in modo spregiudicato, e anche un po' ambizioso, a rappresentare la nuova frontiera dello shoegaze. Però attenzione, diciamolo subito, i paragoni che possono essere fatti con i più autoritari esponenti del genere, vedi i My Bloody Valentine, costituiscono solo una minima percentuale di quanto questa band ha da offrire. -><- è infatti una folle esplosione di suoni provenienti dai più disparati ambienti sperimentali come il prog rock, il math rock, il noise e l'avant-garde combinati in un unico contenitore. Basta dare un'occhiata alla varietà di strumenti suonati dai quattro giovani musicisti per rendersi conto di trovarsi di fronte ad un album dal sound molto intricato e vertiginosamente stratificato.

E così Johan Polder (basso, synth, glockenspiel, xilofono), Marie Nyhus Janssen (voce, sax, flauto, synth), Mikkel Fink (batteria, chitarra, voce, percussioni, synthpad) e Troels Damgaard-Christensen (voce, chitarra elettrica e acustica, batteria, piano) assomigliano ad un piccolo ensemble di noise rock da camera, giocando sonicamente con il lo-fi pop e il prog rock più elaborato, che poi sono i due poli concettualmente tra loro più distanti tra i tanti toccati dai Collider.

Il prototipo della loro concezione di canzone pop è tanto stralunata quanto complessa e si presenta fin da subito attraverso Daisy e Just Start It, con voci e strumenti che si accavallano apparentemente senza criterio, formano un caos controllato. L'affastellarsi dei suoni però non è l'unico elemento a stordire l'ascoltatore, ma anche la quantità di trame presente in ogni brano, le quali vanno a svilupparsi e diramarsi in una ricognizione di altrettanti stilemi musicali. E' ciò che succede ad esempio su Inept, Oblivion e Bruno, gli unici tre brani del disco che si permettono di superare i sei minuti, ma al loro interno succedono tante di quelle cose e la materia strutturale è così volubile che sembrano avere il doppio della loro durata. E' vero che dentro ci sono i MBV, ma ci troviamo anche il gusto del pop retrò degli Stereolab, le chitarre miscelate e dissonanti dei Sonic Youth e soprattutto molto amore per l'alternative e indie degli anni '90. Insomma, da quanti spunti è composto -><-, ognuno può sentirci ciò che vuole. 

Glockster, per tornare di nuovo all'imprevedibile, è una sciarada formata da frammenti di post punk, jangle pop, dance e psichedelia, sempre in tensione e pronta a cambiare direzione improvvisamente e inaspettatamente. Anche Sniper punta sull'aggressività con un'attitudine punk e post hardcore, smorzata a tratti da intermezzi lisergici. Axis, dopo un'introduzione space rock, si trasforma in una canzoncina pop impazzita, breve ma anch'essa ricca di sorprese lungo il percorso mai prevedibile. DG ritorna al caos non solo strutturale ma anche sonoro, con voci filtrate, chitarre sbilenche, ritmiche che vanno dal tribale al math rock che ne fanno la traccia più sperimentale e ardita della collezione, per un insieme di vertiginosa cacofonia avant-prog. -><- è un album dentro cui perdersi per la sua quantità di spunti e sottostrati dei quali si compone, che affascina sia per la sua sofisticata interpretazione dello shogaze, sia per l'attitudine a destrutturarlo rivolgendosi a dettami progressive rock.

lunedì 5 aprile 2021

Five Eyes - Shirley Bassey Lungs (2021)

C'era una volta una band math rock/post prog chiamata Cyril Snear attiva fino al 2015 e il cui secondo e ultimo album del 2013, The Riot of Colour, ricordo non fosse male. Ad ogni modo, il frontamn Mike McKnight è adesso il fondatore dei Five Eyes, nuovo progetto nel quale ha convogliato le sue velleità electro prog sperimentali, associate questa volta ad una vena più accessibile. McKnight ha coinvolto nei Five Eyes musicisti di sua conoscenza tra cui un altro ex Cyril Snear, Nicholas Mark Roe alla batteria e il suo socio negli Sphelm, Tim Powell, alla chitarra. Shirley Bassey Lungs è l'EP d'esordio dei Five Eyes, prodotto da Ben Ward, e colleziona quattro tracce di synth rock elettronico con un'attitudine rivolta tanto all'accessibilità quanto alla sperimentazione.

giovedì 1 aprile 2021

Altprogcore April discoveries


Per chi si chiedesse che fine hanno fatto Carla Kihlstedt e Matthias Bossi degli Sleepytime Gorilla Museum, sono attivi da diversi anni con il progetto art rock Rabbit Rabbit Radio e Volume 4 - The Animal I Am è l'album che hanno pubblicato da poco. Atmosfere oscure e crepuscolari si affiancano ad un rock spigoloso e sperimentale che in questo lavoro trova una buona ispirazione.
 
 
 
Gli australiani Hemina suonano un potente prog metal con qualche riferimento alla synthwave, alla fusion e all'hair metal degli anni '80.
 
 
 
Magical Thinking, terzo album in dieci anni per la band finlandese Minutian, si distingue nella loro discografia per essere il più maturo e ben calibrato nel rendere un prog metal dark, ma con ampi spiragli melodici, tra rock alternativo ed evoluzioni chitarristiche dure alla maniera di Tool e Karnivool.   
 
 
 
I Framing Skeletons sono un trio di prog metal formato da Jeremy Burke (chitarra), Bryan Holub (batteria) e Ethan Berry (basso). Anche se sono nati nel 2019, Luminescence è già il loro terzo album e rappresenta un continuo al precedente Osmium (2020), come suggerito anche dalla simile cover speculare. Solo che questa volta il gruppo lascia da parte gli aspetti più aggressivi (anche vocali) del proprio sound e si dedica ad atmosfere elegiache e dark, toccando da lontano il djent e il post prog. 
 
 
 
 
Shapeless è l'EP di tre tracce che segna l'esordio del trio strumentale St. Barbe. Il gruppo londinese è formato da James Maltby, chitarrista e compositore dei brani, Edwin Ireland al basso e Floyer Sydenham alla batteria. I St. Barbe offrono una prog fusion meticolosa e cerebrale, non disdegnando improvvisazione e polirtimie che rendono i pezzi in continua trasformazione.
 
 
 
The Elephant in the Room è il progetto solista del chitarrista di Minneapolis Brian Bass e anche il titolo del suo album d'esordio. Il disco si attesta nella categoria prog fusion strumentale e se aggiungiamo che comprende molti ospiti, tra i quali gli Arch Echo al completo e il virtuoso chitarrista Wes Thrailkill, sarà più semplice capire di cosa si tratta.
 
 
 
Talentuosa band israeliana di fusion che vede alla batteria Yogev Gabay (Distorted Harmony, Anakdota, HAGO), reintepretano alcuni classici jazz in chiave prog rock.  
 
 
 
Gli Origami Angel sono i nuovi campioni di emo pop punk, capaci di raccogliere in un brano molteplici idee e apparire solari e malinconici allo stesso tempo. Somewhere City è stato il loro album d'esordio del 2019, ma sono già pronti con il seguito Gami Gang in uscita il 30 aprile che sarà addirittura un doppio.

    
 
 
Nel vero spirito del midwest emo Everything Just Happens, esordio dei texani No Place Like Home, coniuga malinconiche arie jazz e rock emo.  
 
 
 
All Good Man è il secondo EP del chitarrista che si presenta con il nome di Mollywhollop e si dedica a composizioni math rock inidirizzate ad atmosfere eteree che presentano cenni di elettronica, ambient e world music. Tra le parti di Jakub Żytecki e Six Gallery.
 
 
 
Altra variante math rock da parte dei Fighting Jazz con un omonimo EP d'esordio che, come accenna il nome della band, si destreggia tra midwest emo e jazz. 
 
 
 
 
Interessante proposta musicale questa del quartetto francese BRUIT ≤ i quali, con l'album The Machine is Burning and Now Everyone Knows It Could Happen Again, si fanno portavoce di un post rock da camera, a volte acustico a volte sonicamente devastante.
 
 
 
Nel loro quarto album in studio Sleeptalk i Dayseeker spingono il loro post hardcore su versanti più melodici, aiutandosi con sonorità elettroniche tra la synthwave e l'R&B. Diciamo che tale ibrido era presente anche nel loro metalcore del passato, ma in questo contesto la componenete si è alleggerita dando spazio anche a sprazzi più orecchiabili.

 

Gli Embracer si impongono con un suono altamente riverberato e sognante che fa uso di elementi shoegaze e post rock applicati all'emo pop.

 

L'album To See the Next Part of the Dream dei sudcoreani 파란노을 (Parannoul) è diventato quasi un'anomalia di Bandcamp. Per la sua natura indipendente e casalinga poteva rimanere relegato ad un culto riservato a pochi all'interno del mare magnum del sito di streaming. Invece il passaparola di apprezzamenti nella comunità shoegaze e un bell'8.0 su Pitchfork ne hanno generato un caso, diventando l'album del momento. Si parla sempre però nel contesto della sfera dream pop, shoegaze, post rock e emo, ovvero gli stili che questa band artigianale (o one-man-band, le informazioni non sono moltissime) va a toccare. Per ciò che mi riguarda è un lavoro rudimentale, a tratti inascoltabile, anche per via di una registrazione ed un mix ai limiti delle "loudness war", suono bombastico e fastidioso anche per un prodotto lo-fi. Comunque, a quanto pare, può esserci chi apprezzerà e ve lo lascio qui.

lunedì 29 marzo 2021

PreHistoric Animals - The Magical Mystery Machine (Chapter one) (2020)

Torniamo un attimo indietro nel tempo allo scorso settembre, quando ha fatto la sua comparsa The Magical Mystery Machine (Chapter one), secondo album del gruppo svedese PreHistoric Animals. Partiamo con il dire che questa è una questione di negligenza da parte mia in quanto, con il primo lavoro Consider It a Work of Art del 2018, i PreHistoric Animals erano già entrati nel mio radar e ne parlai fuggevolmente qui. Ma poiché quell'album, certamente ben prodotto e gradevole, non aveva smosso in me un interesse tale da seguirli assiduamente, ho soprasseduto nell'ascolto del secondo lavoro.

Ebbene, è ora di rimediare proclamando senza mezzi termini che The Magical Mystery Machine (Chapter one), non solo è un album da non perdere, ma anche uno dei migliori usciti nel 2020 che purtroppo, come può accadere, è rimasto colpevolmente fuori dalla mia lista di fine anno, ma che consiglio di recuperare assolutamente per chi ancora non lo avesse fatto. Ricapitolando, i PreHistoric Animals erano originariamente i soli Samuel Granath (batteria, tastiere) e Stefan Altzar (chitarra, basso, voce), ma in seguito si è costituita una vera e propria band che ora conta in formazione Noah Magnusson al basso e l'ex chitarrista dei Pain of Salvation Daniel Magdic.  

In pratica il primo album dei PreHistoric Animals, per quanto possa risultare un buon lavoro di prog rock bilanciato con melodie orecchiabili e accenni di metal, non avrebbe mai fatto supporre un balzo creativo del genere, visto che il nuovo lavoro supera qualsiasi aspettativa. Per chiarire quanto sia ottimo il risultato farò un esempio. Chi segue altprogcore sa che talvolta esterno la mia insofferenza verso le uscite dell'etichetta InsideOut che, pur tirando fuori produzioni di alto profilo, ma in buona percentuale quasi sempre standardizzate, sublimate in un prog rock sinfonico/metal che pare creato in serie, anche se non mancano delle eccezioni (come ad esempio i Frost*). Ecco, The Magical Mystery Machine (Chapter one) è quel tipo di album che rispecchia un perfetto modello di come vorrei che fossero le produzioni InsideOut.

The Magical Mystery Machine prende quanto di buono aveva Consider It a Work of Art e lo amplifica nel migliore dei modi possibili. Come ci suggerisce il titolo, dal quale si profila un secondo capitolo, è un concept album che racconta un'avventura fantascientifica. Molto sinteticamente la storia ci introduce le protagonista Cora, coadiuvata dal suo amico Jareth, alla quale viene dato l'incarico di raccogliere e conservare tutte le informazioni e sentimenti umani dentro una scatola magica al fine di trasportarle in un nuovo mondo poiché il nostro ha i giorni contati.

Tutti i brani dell'album rispettano determinate regole e direzione compositiva, chorus sontuosi contornati da trame prog tra il soft metal e il sinfonico psichedelico, facendo in modo che non ci sia una traccia fuori posto, mentre il suo dipanarsi fluisce in modo compatto, coerente e senza cedimenti qualitativi. E' un gioco di equilibrio dove il gusto per le grandi melodie non viene sacrificato sull'altare del tecnicismo fine a se stesso, ma all'interno dell'opera si trova abbastanza sostanza per accontentare i sostenitori di entrambi gli aspetti. Insomma, con The Magical Mystery Machine (Chapter one) i PreHistoric Animals hanno compiuto un salto qualitativo impressionante, frutto di un'ispirazione che speriamo prosegua su questa linea anche in futuro, grazie ad una autoproduzione ancor più curata e dettagliata che lascia libero spazio ad arrangiamenti ricchi di sonorità piacevoli anche nei momenti più aggressivi, piene di sfumature che è bello scoprire ascolto dopo ascolto. 

https://prehistoricanimalsmusic.com/

domenica 28 marzo 2021

Emily Steinwall - Welcome To The Garden (2021)


Emily Steinwall è una giovane sassofonista canadese, di Toronto per la precisione, della quale sono venuto a conoscenza grazie al fatto che il chitarrista Joey Martel dei Parliament Owls fa parte della sua band. La Steinwall è attiva da diverso tempo come solista e come membro* di altre band nella scena jazz della sua città natale, fino a che, dopo qualche singolo e un EP registrato dal vivo nel 2018 dove mostrava le proprie capacità, è arrivata adesso all'esordio su disco con Welcome To The Garden. Come lei stessa spiega, il titolo, la title-track e un po' tutto l'album, prendono ispirazione dall'essere interconnessi con ogni cosa che ci circonda sulla Terra e percepire l'amore per la nostra esitenza su questo universo.

La Steinwall quindi, con molta grazia, cerca di riprodurre una musica che dia voce ai suoi sentimenti più profondi, che scaturiscono immediatamente in apertura con una title-track a dir poco intensa. Il pezzo, attravesro un inizio e un finale dall'atmosfera mistico-gospel, ci introduce ad un tour de force di dieci minuti dove la Steinwall prende le sembianze da sacerdotessa di un lento rituale blues rock che fonda la sua essenza in un costante crescendo, dove l'arrangiamento aggiunge sfumature strumentali ad ogni ripetizione tematica, fino a raggiungere l'apoteosi climatica nell'assolo di sax dell'autrice. Basterebbe questo pezzo per assicurarsi un riconoscimento di stima incondizionata.

Ma Welcome To The Garden, continua, ha altro da offrire, e il brano che arriva dopo, Bloom, sopisce la tensione accumulata dalla title-track in ampi spazi crepuscolari e avvolgenti, grazie a ritmiche cullanti e fraseggi con progressioni di piano che volteggiano tra jazz e dream pop. Il breve bozzetto di jazz ballad Late Night Romantic è il preludio alla seconda parte dell'album che attraversa vari caratteri della tradizione popular statunitense: da diligente studiosa la Steinwall incorpora nel suo perimetro stilistico folk, soul, jazz, riletti con la duplice natura che la caratterizza, ora come cantautrice ora come performer. Ma soprattutto in Welcome To The Garden emerge la capacità dinamica, esecutiva e d'arrangiamento della Steinwall, ben supportata dal suo gruppo di musicisti, per una collezione di brani che, senza la stessa interpretazione, avrebbero rischiato di naufragare nell'anonimato di altre proposte prive di originalità.

(*mi scuso per l'utilizzo del sostantivo maschile per riferirmi ad una donna ma, in questi tempi di politicamente corretto esasperato, non si sa mai. E poi, anche volendo, "membra", oltre ad essere il suo corrispettivo plurale, assumerebbe tutt'altro significato. Buon ascolto a tutt*).

sabato 27 marzo 2021

Origami Button - No Parking (2021)

A distanza di due anni dall'EP di esordio Button Season (2019), la band di Chicago Origami Button pubblica il suo primo album No Parking che prosegue con una buona vena tutto ciò che aveva promesso l'EP. Forse il pregio di No Parking è accentuare ancora di più la commistione di stili presente sul lavoro precedente e che il math rock moderno ha inglobato. Come i pionieri Strawberry Girls hanno insegnato e poi il batterista/chitarrista Ben Rosett ha consolidato con ancor più radicalità, da solo e con gli Eternity Forever, il genere si tinge di una vena altamente accessibile e pop solare, mutuata da influssi R&B, soul, funk e qualche linea hip hop, che vanno a scontrarsi con sporadici accenni al post hardcore con l'uso di harsh vocals

Da questo mix emerge la stessa divergenza tra melodie suadenti black e improvvise aggressività swancore, però stemperate, come se i Dance Gavin Dance si fossero fusi con gli Amarionette. Proprio per questo accostamento improbabile tra stilemi si ha l'impressione di un lavoro fresco ed esotico. Chiamatelo smooth math o math pop, comunque sia No Parking degli Origami Button è un altro fondamentale tassello per capire come si stia delineando un altro sottogenere con connotati ben calibrati e definiti.

mercoledì 24 marzo 2021

Genghis Tron - Dream Weapon (2021)


Quando ormai, più di dieci anni fa, i Genghis Tron decisero di prendersi una pausa, lasciarono ai posteri come ultima testimonianza l'album Board Up the House (2008), una summa del loro metal estremo e sperimentale, unito a droni elettronici algidi e imponenti ibridati in un cyber-core industriale che lasciava un solco profondo in quel sottogenere catalogato come Nintendocore, definendone la prospettiva e le peculiarità come fosse un'istantanea di quella convergenza sonora. Nonostante il gran consenso della critica e dei colleghi riscosso dal lavoro, il gruppo decise nel 2010 di fare un break indefinito con la promessa di tornare sulle scene.

Senza nessuna prospettiva concreta su quanto sarebbe durato lo stop, i Genghis Tron sono risorti per caso quando i due membri del trio originale, Hamilton Jordan (chitarra) e Michael Sochynsky (tastiere), hanno incrociato di nuovo le loro strade nel 2018 e dall'incontro, anche se non era previsto, sono scaturite le prime nuove composizioni per il terzo album Dream Weapon. Ai due si sono poi aggiunti il nuovo cantante Tony Wolski, che ha rimpiazzato Mookie Singerman, e il batterista Nick Yacyshyn. Il destino ha poi voluto che il materiale assemblato per Dream Weapon fosse registrato nel 2020, durante una globale pandemia. La produzione è andata quindi avanti da remoto ma, a detta di Jordan e Sochynsky, questo inaspettato imprevisto ha fatto in modo di spendere più tempo per ridefinire e curare il sound, il mix e l'arrangiamento, coadiuvati dal loro produttore di fiducia Kurt Ballou (Converge) quando hanno iniziato a lavorare nel suo studio.

E' da queste premesse che si capisce perché la band abbia cambiato totalmente approccio, mettendo da parte il Nintendocore e le sonorità più aggressive, optando per un'aggregazione di architetture electro-psichedeliche che, nelle parole di Sochynsky, compongono una direzione più meditativa e ipnotica. Lo stesso modo in cui è stato composto il disco rispecchia una collaborazione tra le parti molto più tesa a sperimentare su loop, frammenti sonori che si espandono e minimalismo d'accumulazione, invece che puntare nuovamente su bombardamenti apocalittici e scream vocali. 
 
Per chi ha conosciuto i Genghis Tron e si aspetta anche una minima ripresa degli eccessi di Board Up the House è bene chiarire che qui non ne troverà traccia. Il gruppo è ora una bestia totalmente differente che pare una sua versione matura e composta, speculare al selvaggio passato, dove pure le raffiche techno-esplosive della title-track, scelta come singolo apripista quasi a far presagire qualche spiraglio devastante, hanno più cose in comune con il math rock che non con il metal, che è un po' come potrebbero suonare i Night Verses se avessero un cantante. Anche la strumentale Single Black Point e la conclusiva Great Mother sono maggiormente in sintonia con l'estetica IDM dei Three Trapped Tigers che non con quella grindcore dei The Dillinger Escape Plan. Si sarà capito quindi che con Dream Weapon i Genghis Tron hanno scelto di viaggiare su latitudini contrarie al passato. Ma forse non poteva essere altrimenti, visto il tanto tempo intercorso tra i due lavori e gli orizzonti, come gli interessi, mutano inevitabilmente anche il linguaggio musicale.
 
A parte gli edifici di synth, fondamenta sulle quali si regge tutto l'impianto, gli altri protagonisti del nuovo sound dei Genghis Tron sono i beat ultra tecnici di Yacyshyn e la voce androide di Wolski, quasi spersonalizzata e sepolta sotto una selva di droni sintetici. Ma tale aspetto è coerente con la direzione dell'album. L'intento del gruppo praticamente sembra quello di portarci in una dimensione ultraterrena, che ciò avvenga attraverso la trance ipnotica di Pyrocene o quella estraniante di Alone in the Heart of the Light, il viaggio non si esaurisce solo con qualche brano ma pervade tutto il percorso. Il mastodonte Ritual Circle, con uno sguardo al passato e uno al presente, apre uno spiraglio temporale su cosa oggi avrebbero potuto realizzare i NEU! utilizzando le jam concentriche psych-rock che erano già prerogativa dei Secret Machines. Anche gli accostamenti stilistici sono quasi paradossali: tra le pieghe dei cluster tastieristici di Sochynsky, abbinati alla chitarra robotica di Jordan, pare di sentire gli Alan Parsons Project degli anni '80 reinterpretati dalle irregolarità tonali dei Battles. In effetti il modo giusto per affrontare l'ascolto di Dream Weapon è quello di immergersi totalmente tra le sue onde di synthrock futurista, non tanto per la complessità della musica che necessita di attenzione, ma piuttosto affinché l'ascolto divenga un'esperienza lisergica dove poter sprofondare.
 

martedì 23 marzo 2021

Dust Moth - Rising // Sailing (2021)


La band Dust Moth è la creatura del chitarrista Ryan Frederiksen, ex membro dei These Arms Are Snakes, fondata con la cantante Irene Barber e inizialmente ha visto la partecipazione alle tastiere dell'ex Minus the Bear Matt Bayles, che troviamo da questo album solo nelle vesti di produttore. Rising // Sailing è il secondo lavoro del gruppo e, dopo l'EP Dragon Mouth (2014) e il full length Scale (2016), prosegue con più consapevolezza e maturità la fascinazione per una combinazione di elementi di confine tra lo shoegaze e lo space rock.

L'atmosfera, cupa e impalpabile al tempo stesso, creata all'interno di Rising // Sailing riporta ad un rock gotico imbevuto di suggestioni dreamgaze, ma anche ad un costante tappeto heavy, ingredienti ben concentrati nella conclusiva I'm Not Anyone. Ad esempio, con Annular Eclipse, tra il suo basso fuzz e le tastiere che producono note da film horror, pare di essere catapultati dalle parti dei The Gathering, mentre su Motor l'asprezza della chitarra fa da contraltare alla voce calma e soave della Barber. Melted Monuments ne risalta invece quasi l'aspetto paradisiaco, con le sue cascate di synth racchiuse nel chorus e l'incedere sicuro e cadenzato. 

I beat irregolari di Everything Anew, che si sposano con un riff altrettanto obliquo, sa tanto di post punk, ma accanto alla chitarra, anche le tastiere hanno un ruolo rilevante nell'insieme, molto spesso avvolgendo nel loro percorso tutto ciò che si trovano davanti, come sulle rallentatissime spire di How to Sleep e Other Worlds. Rising // Sailing è così: anche se mostra un'esecuzione viscerale, possiede molti sottostrati sonori da cui prende spunto. Ma questa ricerca nel creare una bolla sonora e atmosferica nella quale crogiolarsi, qualche volta va a scapito della dinamicità, in quanto può capitare di perdersi in dei passaggi fin troppo uniformi. Quantomeno, ad ogni modo, i Dust Moth plasmano un paesaggio sonoro così tentacolare che non lascia indifferenti.

venerdì 12 marzo 2021

Blackwater Flood & Sunset Mission - Eternal Flight (2021)


Eternal Flight è una collaborazione tra i Blackwater Flood e i Sunset Mission, quest'ultima è il gruppo di cui parlai giusto un anno fa e autori del un pregevolissimo esordio Journey to Lunar Castellum. I Blackwater Flood sono uniti ai Sunset Mission da due membri in comune, i polistrumentisti Dana Goodwin e Jan Schwartz, che fanno parte di entrambi i gruppi, anche se gli altri tre componenti dei Blackwater Flood hanno partecipato come ospiti all'album dei Sunset Mission. Ora l'unione tra i due gruppi si è consolidata per produrre la presente suite di sedici minuti, la quale nel suo percorso attraversa vari umori stilistici, passando da delicate arie acustiche e bucoliche a sezioni più propriamente prog, sospese tra il metal, la fusion e la musica da camera. Un interessante sodalizio.

martedì 9 marzo 2021

A Lonely Crowd: ricercati, ufficialmente morti


Benvenuti al secondo appuntamento di quella che non era intesa come una rubrica ma, dato che stiamo parlando di un gruppo australiano anch'esso come i The Grand Silent System durato troppo poco, ho pensato di inserirlo nello stesso perimetro. Ma le similitudini non finiscono qui, dato che gli A Lonely Crowd, proprio come i loro conterranei, sono stati fautori di un tipo di prog del tutto personale e fuori dagli schemi rispetto a quello che siamo abituati ad ascoltare nel pur ricco mix di generi che oggi ricadono sotto quella definizione.

Formati a Melbourne dai fratelli Luke e Scott Ancell, rispettivamente chitarra e batteria, il quartetto si completa con il basso di David Morkunas e la voce, oltre che il flauto, della talentuosa Xen Havales, cantante con studi classici alle spalle. Il debutto avviene nel 2011 con User Hostile, album che si presenta nella sua peculiarità grazie ad un importante risalto dato al contenuto strumentale, forgiato da chitarre aggressive, ritmiche complesse, divagazioni etniche e vocalità molto elaborate. Gli arrangiamenti comunque appaiono essenziali e affilati al massimo, puntando quasi su un'attitudine punk e hard rock. L'ospitata al clarinetto della fiatista Karen Heath dei The Grand Silent System, sul brano Mustard Brush Tango, cementa ancora di più la parentela artistica e musicale tra i due gruppi. 

Naturalmente gli A Lonely Crowd non tardano ad inserirsi nella scena prog australiana, accompagnando i concerti di altre band tra cui Closure in Moscow, Cog, Dead Letter Circus, Twelve Foot Ninja, sleepmakeswaves, facendosi notare con performance convincenti (come testimoniano i video riportati qui sotto) ed entrando a far parte dell'etichetta indipendente Bird's Robe Records per il secondo album Transients, pubblicato nel 2014. Questo lavoro si dimostra ancora più creativo e articolato di User Hostile, dove gli A Lonely Crowd aumentano esponezialmente la propria visione musicale unica mano a mano che il disco si dipana e lo fanno attraverso pezzi spigolosi, con una durata media non tanto estesa, ma molto densi riguardo ad idee e strutture tematiche. La potente performance della Havales pone il gruppo tra l'art pop melodico e l'avant-garde strumentale che spazia dal jazz rock al RIO, dai King Crimson ai District 97. Sperimentazione e armonia sembrano essere il connubio che gli A Lonely Crowd hanno stabilito come loro parametri guida. 

La carriera del gruppo si conclude nel 2016 con l'EP Devil in the Detail, opera che volge talvolta in direzione di sonorità elettroacustiche e pone in risalto qualche polifonia vocale. In pratica una nuova esplorazione delle possibilità degli A Lonely Crowd che si evolvono verso arrangiamenti più stratificati e prog, lasciando da parte l'essenzialità dei due album precedenti, anche se è doveroso sottolineare come il quartetto compensava benissimo tale basicità strumentale grazie alla meticolosa abilità esecutiva. Fortunatamente, al contrario dei The Grand Silent System, tutta la discografia degli A Lonely Crowd è disponibile su Bandcamp.

 

P.S. I fratelli Ancell hanno da poco fondato una nuova band dal nome Beautiful Bedlam, il cui omonimo album d'esordio è previsto per maggio.

domenica 7 marzo 2021

Sullen - Nodus Tollens – Act 1: Oblivion (2021)


Secondo sforzo discografico per i Sullen, quintetto portoghese dedito a prog metal che sconfina nel djent. Ci sono voluti quasi sei anni per dare seguito a Post Human (2015) e i Sullen si ripresentano con quella che ha tutta l'aria, a giudicare dal titolo Nodus Tollens – Act 1: Oblivion, di un'opera in due o più parti. A maggior ragione si dovrebbe pensare ad una seconda parte compensativa, in quanto la durata di Oblivion, che supera di poco la mezz'ora, si avvicina più ai parametri di un EP che a quelli di un album. Ma veniamo al contenuto.

Ovviamente l'evoluzione del gruppo c'è stata e Oblivion non fa che ribadire lo spessore dei cinque musicisti che, aggiungendo all'impianto una pronuncia inglese impeccabile, li si può accostare tranquillamente all'orizzonte internazionale del genere. Ciò che si palesa fin dall'inizio con la traccia The Prodigal Son (e che prosegue in Memento) è che i Sullen sanno interpolare una consistente matassa di trame armoniche con complesse costruzioni metriche e qualche passaggio growl che si inserisce nel contesto come se spezzasse l'equilibrio melodico. Il che, dal mio punto di vista, è davvero un peccato, poiché tanta veemenza vocale va ad intaccare tutta la proporzione dell'architettura sapientemente impostata.

Skylines vede la partecipazione dell'ex Extol Ole Børud come ospite alla chitarra e la sensazione di trovarsi di fronte ad un inedito dei Tesseract aumenta il piacere di scoprire quanto possano essere competenti i Sullen nel proporre djent di qualità. Nei riff cadaverici di Acheronta Movebo troviamo addirittura il grunge dei Soundgarden, mentre Human, che da lenta atmosferica edifica un crescendo su solide basi metal, fa sfoggio di quella capacità melodica stratificata di cui si accennava prima. La natura complessa di Oblivion però è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza, dato che la musica contenuta apre un mondo che meritava di essere esplorato ancora con l'aggiunta di qualche traccia. Alla fine della multiforme Fail-Safe, che conclude ribadendo il concetto di avere potenzialmente altre frecce al proprio arco, si viene colti da una sensazione di incompiuto. Pazientiamo quindi e vediamo cosa avrà da offrire il secondo atto.

venerdì 5 marzo 2021

Signals of Bedlam - Liar's Intuition (2021)

A giudicare dal nuovo album Liar's Intuition, si può escludere che ai Signals of Bedlam interessi diventare un gruppo molto conosciuto, persino tra le fila del post hardcore. Parlando ormai quasi cinque anni fa della loro seconda prova Escaping Velocity, li paragonavo ai primi Tool e ai Rishloo, ma Liar's Intuition va ben oltre tali parametri. Il quartetto di New York non fa nulla per apparire accattivante, anzi il loro prog hardcore punk spinge sulla sperimentazione e l'imprevedibilità tematica con audacia e senza compromessi. Il bombardamento incessante di temi complessi e articolati solo raramente si dischiude a passaggi che si sforzano per rimanere impressi nella mente.

Il resto è una coraggiosa disamina delle possibilità dell'experimental post hardcore, con qualche lontano richiamo al prog metal dei Karnivool, grazie all'interpretazione del cantante Cero Cartera. L'impianto strumentale viene a più riprese a patti con il lascito sonico e idiosincratico dei The Mars Volta, mentre tutto è coperto da una incombente nube oscura. Non c'è dubbio comunque che i Signals of Bedlam stiano cercando di ritagliarsi una propria personalità, producendo un album che anche dopo ripetuti ascolti appare complesso, teso e claustrofobico. Liar's Intuition è accompagnato da una "versione visuale" con dei video dedicati ad ogni traccia, realizzati dal bassista Chika Obiora, al fine di aumentare l'immersione nell'esperienza di ascolto.

martedì 2 marzo 2021

SOM - Awake (2021)

Senza starci troppo a girare intorno potremmo classificare i SOM come un supergruppo, in quanto i suoi componenti provengono da band veterane e molto rispettate in ambito post rock, shoegaze e progressive rock. Naturalmente anche i SOM ricadono in tale ambito musicale e, con il debutto The Fall risalente al 2018, si sono presentati con un potente e suggestivo metal etereo, che loro stessi hanno ribattezzato "heavy dream pop". I signori di cui stiamo parlando sono Justin Forrest dei Caspian, Duncan Rich dei Constants, Will Benoit che ha militato anch'egli nei Constants e fa parte inoltre dei Junius insieme ad altri due membri dei SOM, ovvero Joel Reynolds e Mike Repasch-Nieves. 

The Fall metteva la distorsione in primo piano e la sparava con uno slancio al rallentatore negli spazi siderali, mentre la flebile voce di Benoit era sommersa da onde di muri elettrici di chitarre, il fuzz del basso e ritmiche pesanti come macigni. L'aggiunta dei synth, utilizzati discretamente come da tappeto futuristico, ne aumentava il livello industriale, anche se tutto l'arsenale sonoro che punta alla saturazione, grazie ad accorte scelte melodiche che fanno da controparte, sembrava quasi dissiparne la pesantezza in favore di atmosfere impalpabili e psichedeliche.

Nel 2020 il gruppo aveva deciso di iniziare i lavori per il secondo album, ma l'improvvisa pandemia e il conseguente lockdown non lo hanno permesso. I SOM si sono quindi dovuti fermare senza però rinunciare mantenersi attivi. Cambiando modalità, si sono organizzati in altro modo per realizzare nuovo materiale in modalità remota. Il risultato è l'EP Awake in uscita il 5 marzo, che contiene i due inediti Awake // Sedate e Youth // Decay accompagnati da quattro remix. Sostanzialmente i due brani non fanno che rafforzare il carattere nebuloso e oscuro del post metal prodotto dai SOM ed è già possibile ascoltarli tramite i due video ufficiali.

 







lunedì 1 marzo 2021

Altprogcore March discoveries


Gli Infinity Shred sono un trio di New York che coniuga nel suo sound synthwave e post rock, praticamente una versione più atmosferica dei Three Trapped Tigers. Sono appena usciti con un nuovo EP, ma si raccomanda anche l'ascolto del precedente album del 2019 Forever, A Fast Life.

 
 
The Planet You con l'esordio Techxture si offrono in veste di power trio di math post punk come una sorta di Faraquet più incendiari ed abrasivi. 
 
 
 
Ok, il trio francese dei Lizzard non è esattamente una nuova scoperta, dato che sono in giro da quasi 10 anni, ma il loro quarto album Eroded non è niente male e era giusto segnalarlo.

 
 
 
Un disco eclettico e non convenzionale quello dei Project Mishram. Essendo un settetto indiano all'interno di Meso troviamo naturalmente anche elementi di musica mediorientale, ma la varietà con cui vengono accostati djent, fusion, prog, musica carnatica e sudamericana, hip hop e world music, trasmette una suggestione molto esotica.
 

 

I norvegesi Shaman Elephant nel secondo album Wide Awake But Still Asleep mettono in atto un mix di psichedelia, hard rock, prog e folk di stampo americano ispirato dagli anni '70, ma con un piglio e attitudine abbastanza moderni.
 
 
 
Gruppo di prog metal che ricade in binari piuttosto classici e collaudati, gli Exist Immortal si erano presentati con l'EP Act One - Rebirth al quale seguirà presto il secondo atto anticipato dal singolo Come Alive.
 
 
 
Interessante gruppo di dream pop, gli australiani half/cut pubblicheranno il secondo album Salt an Atlas ad aprile, nel quale, a giudicare dalle prime tracce, dimostrano di essere maturati un bel po' a livello sonoro e compositivo.
 
 

Partiti con un dream pop un po' acerbo, lentamente i Boston Marriage stanno aggiungendo sostanza al loro sound e negli ultimi singoli hanno raggiunto un buon compromesso tra shogaze e pop. Se continuano a progredire in questo modo arriveranno pronti ad un interessante album d'esordio.

 
 
I We Used to Cut the Grass non sono altro che il progetto collaterale del bassista dei Thank You Scientist Cody McCorry, sembrano una versione strumentale dei TYS e infatti nella band ci sono tutti i TYS. Come descrizione penso possa bastare.

 

Dopo aver lasciato i Lonely the Brave per motivi legati alla sua salute mentale, i segnali che il cantante Dave Jakes volesse abbandonare il mondo della musica erano piuttosto concreti. Invece lo scorso dicembre ha pubblicato il suo primo EP da solista, formato da canzoni atmosferiche e malinconiche. La voce di Jakes non rende tutto il potenziale di cui di solito dispone, ma è comunque bello sapere che il suo impegno musicale continua.

venerdì 26 febbraio 2021

Karmanjakah - A Book About Itself (2021)

Dopo un'ottima presentazione con l'omonimo EP risalente a fine 2016, gli svedesi Karmanjakah ci hanno fatto attendere quasi cinque anni per arrivare all'album d'esordio. Il motivo del lungo tempo trascorso è adesso tutto racchiuso nel risultato ottenuto con A Book About Itself. Se volessimo fare una presentazione molto lapidaria potremmo dire che i Karmanjakah affondano le proprie radici nel djent, ma è chiaro che la loro musica oltrepassa le facili e prevedibili impostazioni del tradizionale prog metal. I Karmanjakah, in sintesi, fanno tesoro di ciò che in passato hanno lasciato per strada altre imprescindibili band scandinave come VOLA, Agent Fresco e 22, ognuna a proprio modo all'avanguardia nell'intendere la progressione del djent verso un elaborato ma accessibile connubio tra pesantezza e melodia.

Le bordate di chitarra con le quali viene aperta Nautilus sono quasi immediatamente mitigate da tappeti di suoni eterei che si insinuano nel sottostrato sonoro, mentre Vårdkasar e Paper Boats sono ancora più esplicite nel combinare orecchiabilità e aggressività, caratteristiche sublimate nell'elettricità sedimentata della chitarra di Viggo Örsan e la voce accattivate di Jonas Lundquist, capace di destreggiarsi senza timore tra pop rock e vocalizzi thrash. Wild Horse è poi una vera e propria giostra di umori contrastanti, partendo come un assalto grindcore fino a raggiungere momenti di contrasto distensivi che strizzano l'occhio addirittura all'R&B. Di Unseen cattura subito l'attenzione il suono e l'arpeggio di chitarra in apertura che rimanda vagamente a Dance on a Volcano dei Genesis, ma è solo un flash poiché la canzone prosegue verso tutt'altri lidi, partendo molto eterea per poi svilupparsi come una ballad in crescendo, comprensiva di una sontuosa coda djent.

First Sun, che ha avuto il compito di essere scelto come primo singolo, è forse il brano più indicato per tratteggiare la transizione dall'EP al full length, inclusivo degli elementi caratteristici di entrambi, tra sottili spore di elettronica, improvvisi squarci mathcore e celestiali passaggi atmosferici compressi in abissi di metal ascetico. Julia e Naustá rappresentano infine le "epic tracks" dell'album, che sublimano il modo di intendere il prog djent da parte dei Karmanjakah: esprimere complessità senza eccedere, mantenendo sempre un filo contiguo con la melodia portante. In conclusione è valsa la pena attendere che il quartetto svedese mettesse a punto i dettagli di A Book About Itself, dato che siamo di fronte ad un esordio più che riuscito.

mercoledì 24 febbraio 2021

Glass Lungs - Impermanence (2018)


Ci sono gruppi che nel proprio sound sintetizzano più delle parole le caratteristiche di determinati tratti distintivi nei quali si è consolidata l'evoluzione di un genere. Uno di questi è senza dubbio il sestetto di Brooklyn Glass Lungs che, con il loro album d'esordio Impermanence risalente ormai al 2018, hanno racchiuso molto efficacemente gli stilemi di quello che potremmo identificare come post prog. Denominazione come sempre vaga, ma ormai, anche se usassimo la più specifica classificazione "experimental post hardcore", si rischierebbe di essere fraintesi per come suona Impermanence. Tutto questo preambolo su un argomento che a molti non piace (l'incasellamento) è comunque necessario e importante per far comprendere come ormai il genere in questione, tra le cui fila si possono citare Circa Survive, Hail the Sun, Artifex Pereo, Eidola ed Emarosa prima maniera, abbia raggiunto una tale maturità ed emancipazione in termini di peculiarità formali, che si è potuto declinare in differenti prospettive.

I Glass Lungs, con l'apporto di tre chitarre che lavorano in sinergia, creano un tessuto sonoro elaborato, denso ed atmosferico che li avvicina alle soluzioni di math e post rock. Il sound di Impermanence, a tratti lisergico e malinconico, a tratti epicamente solenne, raccoglie molteplici influenze di ciò che è l'ala più soffice dell'emo prog hardcore, dato che si possono individuare paragoni con Tides of Man, HRVRD e Six Gallery. Non si può fare a meno di notare come gli strati strumentali nelle dinamiche dei Glass Lungs richiamino i parametri atmosferici del post rock, sopra i quali interviene la voce di Chad Henson. Alla fine Impermanence è un bel contenitore di soundscapes immaginifici con il bonus del canto e un ottimo esempio delle qualità espressive più sognanti scaturite e conseguite dall'experimantal post hardcore e, perchè no, anche dallo swan-core.

domenica 21 febbraio 2021

Cameron Graves - Seven (2021)

Ascoltando Seven, seconda opera del pianista jazz Cameron Graves, senza avere cognizione di chi sia il suo autore, si può rimanere stupiti e sorpresi per aver scoperto un nuovo prodigio nella sfera prog jazz. Ma se andiamo a controllare ci accorgiamo che il curriculum di Graves non è proprio da nuovo arrivato, anzi. Infatti egli non è altri che il pianista della band di Kamasi Washington, che oltretutto compare qui come ospite al sassofono in due brani, e che come il suo più illustre collega ha costruito una band di tutto rispetto - che comprende Max Gerl al basso, Mike Mitchell alla batteria (già negli Spirit Fingers di Greg Spero) e Colin Cook alla chitarra - per avventurarsi in un progetto solista guidato dalla sua passione per l'astrologia e dagli insegnamenti filosofico-religiosi del Libro di Urantia.

Il disco precedente che ha segnato l'esordio di Graves, il concept Planetary Prince (nel quale compariva anche Thundercat al basso) del 2017, era un'ambiziosa jazz opera sulla scia della visione orchestrale e universale di cui Washington aveva dato una magistrale interpretazione con The Epic. Seven affronta invece il jazz da un punto di vista che si potrebbe avvicinare alla veemenza del metal e se Planetary Prince si basava su lunghe suite che ne facevano un mistico viaggio di 78 minuti, di contro Seven contiene brani dalla durata molto contenuta e il minutaggio totale non supera i 33 minuti. Ovviamente la scelta si riflette sulla concezione delle composizioni, le quali circoscrivono in un perimetro limitato le classiche improvvisazioni jazz e le divagazioni soliste, per dar spazio alla furia e allo svolgimento tematico dei "riff" pianistici di Graves.

A tal proposito è interessante notare la differenza che i due album tracciano nel modo di accostarsi al jazz moderno. Da una parte Planetary Prince è segnato da una fusion prog immaginifica, debitrice senz'altro degli insegnamenti dell'appena scomparso Chick Corea, dall'altra Seven è un assalto jazz-core che risente sicuramente degli influssi contemporanei math rock, djent e post prog di The Mars Volta, Animals As Leaders e Agent Fresco. Lo stesso Graves definisce la musica del disco "thrash jazz", citando tra le sue fonti di ispirazione Pantera, Slipknot e Meshuggah. Naturalmente Seven non raggiunge tali livelli di devastazione sonora, ma senza dubbio l'approccio al materiale rimane aggressivo e deflagrante.

venerdì 19 febbraio 2021

Lyle Workman - Uncommon Measures (2021)


Se magari molti conoscono il nome di Lyle Workman come session man e turnista di lusso che può vantare in carriera centinaia di apparizioni prestigiose tra cui Sting, Todd Rundgren, Beck, Jellyfish, Kevin Gilbert oppure come prolifico autore di colonne sonore, il suo aspetto prettamente solista risulta forse meno illuminato dalle luci della ribalta.

Tralasciando le partecipazioni ai lavori altrui o quelli su commissione, Workman pubblica oggi il suo quarto album in proprio, che arriva a ben dodici anni di distanza dal precedente Harmonic Crusader (2009). Uncommon Measures è come un naturale sviluppo e progressione del cammino di Workman come autore e arrangiatore. I primi due album, Purple Passages (1996) e Tabula Rasa (2001), sondavano infatti le possibilità del suo versatile stile chitarristico ed erano ancora prodotti nell'ottica del rock fusion strumentale che si incontra con l'hard rock. Harmonic Crusader espandeva questo linguaggio verso strutture più aperte e quasi prog. Nel presente nuovo sforzo discografico, Workman si è servito di un'orchestra di 63 elementi registrata negli studi di Abbey Road con lo scopo di arricchire le proprie composizioni.

L'aggiunta dell'orchestra sembra quindi un passo quasi obbligato per un chitarrista che si cimenta da anni nell'ambito strumentale sia da solista che nelle colonne sonore. Il frutto più elaborato di tale connubio Workman ce lo propone immediatamente in apertura con North Star, una vera e propria elaborata suite sinfonica multipartita per rock band e orchestra. Se North Star appare avventurosa, All the Colors of the World lo è altrettanto, ma con il pregio di affrontare altre sfumature sonore, guardando più all'aspetto prog rock e nascondendo al suo interno qualche virtuosismo zappiano, così come accade in Noble Savage. Anche la lunga Arc of Life si dipana in ariosi passaggi sinfonici, molto narrativi e impressionisti. Ma nell'album coesistono dei brani in cui l'orchestra non è la principale attrattiva. Ad esempio Imaginary World dà ampio spazio ai fiati e si respira un'atmosfera fusion in stile Snarky Puppy, mentre Unsung Hero è trainato e guidato da un contagioso groove funk. Uncommon Measures vede Workman esporsi come compositore a tutto campo, esprimendo al massimo le proprie doti di performer e perfetto architetto di armonie.

 

domenica 7 febbraio 2021

prdr - How Did the Desert Bloom (2021)


L'Australia non finisce di dare alla luce nuove, interessantissime proposte di prog moderno. L'ultima ad arrivare è quella della band prdr, sigla dietro la quale si cela il compositore e chitarrista Peter Meere, coadiuvato da Rob Brens alla batteria (I Built The Sky, Mirrors), Matt Sky alla voce e Liam Horgan al basso. Il gruppo ha il primo EP in uscita il 23 febbraio e il tutto è stato mixato e masterizzato dal talentuoso bassista Simon Groove (Plini, Intervals, Protest The Hero). 
 
La qualità della prog fusion mostrata su How Did the Desert Bloom è a dir poco sorprendente e i prdr partono da uno standard compositivo e di produzione veramente alto. Purtroppo una volta terminato l'EP ci si rammarica che comprenda solo tre tracce, poiché l'intuito ci suggerisce che se fosse stato un full length ci saremmo trovati di fronte ad un vero lavoro di prima classe. Ma questo non vuol minimizzare la preziosa proposta che i prdr hanno condiviso, seppur breve. In compenso c'è da rilevare quanto siano dense di contenuti le composizioni. Vanguard, ad esempio, somiglia ad una piccola suite nei suoi fluenti e impercettibili cambi di prospettiva, mentre The Letting Go unisce umori diversi di metal e atmosferici passaggi di ambient pop alla Disperse. Speriamo sia un grande preludio a numerosi nuovi lavori stimolanti.
 
  

venerdì 5 febbraio 2021

Frontside - Closer to Closure (2021)

I Frontside sono una vecchia conoscenza di altprogcore, fin da quando nel 2013 esordirono con il nome di FS firmando l'EP del 2013 Cheers and Fears from the Past Year. Dopo l'album Essentially, Eventually (2018) il trio della North Carolina ha deciso di fare un passo indietro e riprendere cinque vecchie tracce risalenti all'era precedente al primo EP, ovvero le prime composizioni ad uscire dalla loro penna. Le hanno quindi rivisitate e dato nuova vita per raccoglierle in questo EP Closer to Closure che sarebbe dovuto uscire l'estate scorsa, ma che è stato rimandato e che ora vede finalmente la luce.

Alcuni attribuiscono ai Frontside un sound simile a Fall Out Boy, Coheed And Cambria e anche un po' di The Fall Of Troy, forse con qualche accorgimento pop in più. Fatto sta che le trame rimangono intricate come succede nel buon math rock quando si incontra con prog e post hardcore e Closer to Closure non fa che ribadire il talento istintivo del trio per i frenetici fraseggi chitarristici emocore e le melodie pop punk taglienti e affilate. 

 

mercoledì 3 febbraio 2021

Introducing Azure.


Relativamente giovane il quartetto degli Azure. composto da Christopher Sampson (voce e chitarra), Galen Stapley (chitarra), Alex Miles (basso) e Andrew Scott (batteria), ha esordito addirittura nel 2015 con l'EP (Dreaming of) Azure.

Con il primo album Wish for Spring del 2017 il gruppo si destreggia in un singolarissimo mix tra il prog metal moderno e il neo prog anni '80, una resa dovuta sia ad un'autoproduzione che mette in primo piano batterie programmate e synth vintage, sia agli episodi di durata più contenuta che puntano su chorus di pop elaborato. Anche se si deve rilevare che il gruppo non rinuncia a composizioni dalla vena più epica, come la molto fluente Azure (otto minuti), la romantica Larks That Were Never Really There // Dawn Chorus (dieci minuti) e l'ambiziosa suite conclusiva di quasi 19 minuti Fairy's Tale

A proposito di ciò, un'altra lunga composizione avrebbe dovuto essere scelta per chiudere l'ipotetico secondo album, ma il gruppo ha poi deciso diversamente. A quasi un anno e mezzo di distanza da Wish for Spring infatti gli Azure. hanno deciso di realizzare Redtail come stand-alone track, anche se la sua durata considerevole di venti minuti la equipara ad un EP.

Dopo tre anni di pausa il secondo album degli Azure. sembra essere più vicino alla realizzazione, dato che è appena stato pubblicato il nuovo singolo Mistress, che vede il quartetto di Brighton progredire verso un prog metal con venature fusion, mantenendo sempre alto il gusto per orecchiabilità e melodia.