venerdì 29 gennaio 2021

FRAKTIONS - Kalos (2021)


I FRAKTIONS nascono come quintetto prog metal con una predilezione per le sonorità djent attivo fin dal 2015 con alcuni singoli e l'EP Anguish pubblicato nel 2016. Succede però che i due chitarristi Sebastian Dymiter e Charlie Griffiths lasciano i FRAKTIONS all'inizio del 2017 e i rimanenti Joel Pinder (piano), William Kitchener (basso) e Ross Gordon (batteria) alla fine dello stesso anno pubblcano un ultimo singolo inedito che doveva essere compreso nel secondo EP.

In questi tre anni di silenzio Pinder, Kitchener e Gordon hanno meditato su come proseguire la propria avventura musicale e si sono reinventati come trio strumentale jazz prog guidato dal piano di Pinder. Il nuovo EP Kalos è la prima espressione del nuovo corso e ci presenta un gruppo totalmente cambiato, che cavalca l'onda della nu fusion alla Mouse on the Keys, Spirit Fingers e GoGo Penguin, anche se i FRAKTIONS non tradiscono le loro radici e affrontano la materia con una maggior attenzione al lato progressivo.

Le cinque tracce presenti su Kalos sono già sufficienti per capire con chiarezza le dinamiche musicali e la strada che intendono percorrere i FRAKTIONS. Il piano di Pinder è in grado di disgnare dei vibranti arpeggi melodici (Devotion) o grappoli di accordi (Equinox) che si intersecano con disinvoltura nelle complesse trame ritmiche. Queste ultime quasi guidano e dominano l'andamento math rock dei momenti più articolati di Deluge e Polynya, mentre il piano dà voce armonica alle pulsazioni temporali di basso e batteria. Insomma, Kalos è una prima opera che promuove a pieni voti il nuovo corso dei FRAKTIONS. A volte la scelta di proseguire cambiando pelle, piuttosto che sciogliersi, può portare a risultati ottimi.

giovedì 28 gennaio 2021

MEER - Playing House (2021)

Dopo l'esordio da indipendenti avvenuto cinque anni fa, i norvegesi MEER presentano il secondo album entrando nella scuderia della Karisma Records, un'etichetta ormai divenuta un punto di riferimento per il progressive rock proveniente dalla Scandinavia. I MEER però si presentano come una band singolare che non rientra prettamente nei parametri del prog sinfonico, né tantomeno nella sua veste più massicciamente metal. 

I MEER sono un ensemble di otto elementi che raffina e modella la materia art pop fino a farla divenire una sofisticata visione orchestrale e progressiva. Anche per come è organizzata la formazione dei MEER è ovvio che il gruppo punta su una prospettiva di musica d'insieme da camera e polifonica, senza rinunciare allo slancio propulsivo del rock. Accanto al classico nucleo formato dalla chitarra di Eivind Strømstad, al basso di Morten Strypet e alla batteria di Mats Lillehau, troviamo le due voci (femminile e maschile) di Johanne Kippersund e Knut Kippersund che si dividono equamente le parti ed infine quella che potremmo ricondurre alla sezione di impianto classico con Åsa Ree al violino, Ingvild Nordstoga Eide alla viola e Ole Gjøstøl al piano.

In questo secondo album i MEER dispiegano la loro competenza nel coniugare art pop e prog orchestrale. In pratica è ciò che si prefigge il brano di apertura Picking Up the Pieces, la cui linea di partenza si fonda su melodie ben inserite nella sfera pop, ma che vengono allargate e arricchite da una più ampia cornice che comprende al suo interno altri piccoli tasselli di ouverture prog e chamber rock. In particolare l'alleanza tra piano ed archi trasmette quel senso di musica ad ampio respiro che si alterna a momenti più prettamente electro-rock, come su Beehive Master e Lay It Down, e permette ai MEER di spaziare tra una duplice varietà di arrangiamenti. 

Ma il piccolo ensemble non serve solo per ricreare l'ariosità della musica classica, You Were a Drum richiama il folk prog tradizionale degli Iona, Honey Master invece riconduce a suggestioni di synth rock, mentre il singolo Across the Ocean si attiene più prettamente ad atmosfere da ballad adulta. I MEER naturalmente non sono i primi a tentare tale connubio per mettere al servizio del pop rock una strumentazione di impianto classico, ma la band norvegese crea un ibrido in cui il contrappunto delle armonie e le progressioni di accordi lavorano in funzione ed in sinergia tra loro quasi a creare delle piccole-grandi sinfonie pop.

 

Bonus Track, la cover di Here I Go Again dei Whitesnake

lunedì 25 gennaio 2021

Dreamhouse - Reverberating Silence (2019)

Negli ultimi tempi è capitato di notare una certa prolificità di band capitanate da una frontwoman, le quali si rifanno a quel primo periodo pop punk/alternative rock dei Paramore, uno stilema per cui ancora oggi fungono da punto di riferimento. Tra queste si possono citare Stand Atlantic, Yours Truly, Blossom, fino ai veterani Tonight Alive che guardacaso provengono tutti dall'Australia e non hanno nulla a che vedere con gli Stati Uniti. Se però rientriamo tra i confini americani possiamo individuare quella che forse è la più consistente tra la selva di band che ripropongono questo stile. 

I Dreamhouse, originari di Milwaukee, sono un giovanissimo quartetto formato nel 2016 da Brianna Jackson (voce), Jared Block (basso), Derek Moffat (chitarra) e Michael Crisp (batteria) il cui debutto Reverberating Silence, che ha seguito l'EP Bloom (2016), risale a circa un anno e mezzo fa. Ciò che mi ha colpito dell'album è che ad un ascolto superficiale e distratto può dare l'impressione di confondersi tra le tante proposte pop punk appena citate. Invece, se si ha la pazienza di addentrarsi in modo più approfondito tra le tracce di Reverberating Silence, pur trattandosi di composizioni dall'impianto piuttosto ordinario, si scoprirà che reggono su melodie ben definite e distintive, oltre ad un utilizzo delle dinamiche strumentali che cerca di andare oltre l'abuso di riff e power chords.

I chorus di brani come Tie Me Down, The Outside o Trust Me, aiutati dalla voce sorprendentemente duttile e ad ampio raggio della Jackson, si imprimono con forza nella mente, magari non all'istante come potrebbe agire un motivo di facile presa, ma attraverso una maggior consapevolezza nell'aver preso confidenza con un sound più adulto. Ma non è solo questo. Gli arrangiamenti di alcuni episodi, come ad esempio In the Clouds, Closer to Comfort e Clarity, pongono l'accento su un attento interplay tra chitarra e sezione ritmica, caratteristico di certe soluzioni emo prog dei Circa Survive, che li rendono meno banali del solito aggiungendo spessore e consistenza nella costruzione delle trame. Proprio per questo Reverberating Silence è una delle proposte più fresche uscite ultimamente in ambito pop punk/emo rock.

sabato 23 gennaio 2021

Introducing Grumble Bee

Prima di entrare come frontman nell'attuale formazione dei Lonely the Brave, Jack Bennett, una volta lasciati i PaperPlane, ha assunto il moniker di Grumble Bee come veicolo per realizzare esclusivamente musica da lui scritta e prodotta. E la cosa soprendente di Grumble Bee è proprio questa: dietro al nome da band non si celano altri musicisti, ma il solo Bennett che suona ogni strumento. 

Sapere ciò è abbastanza impressionante dato che non stiamo parlando di semplice pop rock, ma di canzoni arrangaite con un gusto quasi prog, ritmiche elaborate come nel recente post hardcore e sonorità elettroacustiche che possono ricollegarsi all'emo e al post grunge. Come Grumble Bee in passato Bennett ha supportato dal vivo Arcane Roots, Normandie, Brutus, gli show acustici di Ryan Key degli Yellowcard e, appunto, i Lonely the Brave che proprio attraverso questi show lo hanno preso in considerazione per assumerlo.

Tali collegamenti dovrebbero dare una vaga idea dello stile perseguito nei due EP prodotti finora a nome Grumble Bee, Disconnect (2016) e Everything Between (2018). Per Disconnect Bennett ha realizzato le pre-produzione nella sua casa di Walsden in Inghilterra, per poi volare a Portland agli Interlace Audio per registrare tutte le parti con il produttore Kris Crummett (Dance Gavin Dance, Emarosa, Issues, Night Verses). L'intero processo è durato più di 10 giorni e poi Crummett ha mixato e masterizzato l'intero EP in seguito.

Everything Between è stato invece prodotto dallo stesso Bennett al Lapwing Studio di sua proprietà e contiene nella prima metà quattro tracce interpretate come "full band", mentre nella seconda si trovano delle reinterpretazioni in chiave acustica di quattro brani già editi. A quanto pare il recente impegno con i Lonely the Brave non impedirà a Bennett di continuare il suo progetto solista, dichiarando che altro materiale è attualmente in lavorazione.

giovedì 21 gennaio 2021

Lonely the Brave - The Hope List (2021)

Il terzo album dei Lonely the Brave che porta la parola "speranza" nel titolo è nato in circostanze che chiamare turbolente sarebbe un eufemismo. Fiaccati nel 2018 dall'abbandono dello storico cantante David Jakes per motivi di salute mentale che non gli permettevano di continuare la vita stressante del musicista a tempo pieno, i Lonely the Brave hanno dovuto ricomporre i cocci di un colpo che avrebbe potuto portare alla prematura conclusione della loro carriera. Il non facile compito di rimpiazzare Jakes, la cui voce rappresentava quasi un marchio di fabbrica per i Lonely the Brave, è gravato sulle spalle di Jack Bennett, precedentemente impegnato nel proprio progetto solista Grumble Bee.

Forse, per reazione alle vicissitudini passate, ne è nato un album ottimista e brillante, che utilizza i tappeti anthemici post rock tipici del gruppo più per erigere chorus solenni che evocano grandi spazi, piuttosto che malinconici e crepuscolari inni alternative rock. Che i Lonely the Brave si fossero ben ripresi dal trauma è stato documentato e trasmesso con la forza impressa ai primi singoli Bound, Open Door e Bright Eyes che hanno anticipato l'uscita dell'album. Se la title-track e Your Heavy Heart sono pezzi più riflessivi che forse avrebbero giovato dell'intensa interpretazione della voce melodrammatica di Jakes, Chasing Knives e The Harrow, le quali riportano il fascio elettrico di chitarre in primo piano, sono sufficienti per trasmettere l'emotività sempre tesa alla ricerca di grandi spazi, come avveniva in passato.

Tutto sommato Bennett veste i panni di nuovo frontman con grande impegno e dignità e nel complesso The Hope List non abbassa l'asticella qualitativa conseguita dal gruppo, riuscendo ad operare positivamente in continuità dei precedenti Things Will Matter (2016) e The Day's War (2014), anche se con una flessione leggermente in tono minore riguardo la profondità emotiva impressa al primo e l'entusiasmo maestoso che permea il secondo.

sabato 2 gennaio 2021

Nick Prol & The Proletarians - An Erstwisle Alphabestiary: Book One (2020)


Nick Prol è come una scheggia impazzita nel panorama del progressive rock. Testata la sua lucida follia sull'esordio Loon Attic, adesso ci riprova con la seconda opera An Erstwisle Alphabestiary: Book One, il quale dal titolo, oltre che aprire ad un seguito, fa pensare anche ad un concept album, ma non è esattamente come sembra. La peculiare natura lirica e narrativa di An Erstwisle Alphabestiary assomiglia più ad una "guida" o un'appendice posta all'interno di un ipotetico concept album. Infatti Prol si immagina la fantastica isola di Erstwisle, ci costruisce sopra una mitologia e, come uno scienziato, si mette a descrivere e a catalogare flora e fauna di cui è popolata l'isola. Un libro-bestiario appunto.

Come ben ammette Prol la sua musica è ammantata di Rock In Opposition, ma pur essendo un avant-prog dalle trame lunatiche, complesse e ironicamente cervellotiche, il tutto ricade dentro una dimensione non priva di accenni ed elementi orecchiabili derivati dall'art pop. Ad aiutare Prol come membri effettivi della band ritroviamo i validissimi contributi di Ben Spees (qui nelle vesti di bassista) e Connor Reilly (batteria) provenienti dagli altrettanto cervellotici The Mercury Tree. Come per l'album precedente Prol non si è fatto mancare ospiti eccellenti che gravitano attorno all'universo avant-prog e i piccoli cameo alla narrazione sono stati affidati a Kavus Torabi (Knifeworld, Gong, Utopia Strong), Thymme Jones (Cheer-Accident) e Bob Drake (ex Thinking Plague e 5uu's). 

Comunque, se il primo album Loon Attic era forse un po' soffocato da quell'impronta di musica "tutta matta" alla Cardiacs, An Erstwisle Alphabestiary assume una conformazione maggiormente consapevole della personalità progressiva dei The Proletarians, andandosi ad avvicinare all'unicità avanguardista dei The Mercury Tree. Tra le pieghe del math rock da camera di Foreword By the Author e Hidges, le visioni space rock di New Life e Intristics, gli squarci pronk di Birth Gourd e Cludges, ci si ritrova in un mondo di mezzo musicale, diviso tra l'accademico e l'irriverente, tra il sound prog americano e quello inglese, dove le figure di riferimento potrebbero essere Mike Keneally e i Knifeworld. In pratica, per utilizzare un luogo comune riferito ad altri argomenti, per sintetizzare la musica contenuta nell'album, si potrebbe adattare la massima "fa divertire ma fa anche riflettere".

An Erstwisle Alphabestiary: Book One segna per Nick Prol & The Proletarians una crescita ed un'emancipazione artistica notevole che, se ben coltivata, ci regalerà sicuramente anche un degno seguito con Book Two.

venerdì 1 gennaio 2021

Altprogcore January discoveries


Originari di Brooklyn, l'ensemble The NYChillharmonic è praticamente una progressive jazz rock orchestra di 18 elementi guidati dalla cantante e compositrice Sara McDonald. Il loro primo album 1 risale al 2019, ma nel 2020 i NYChillharmonic hanno realizzato il singolo MEAN, registrato durante il lockdown e dove ogni membro ha contribuito alla propria parte separatamente.

 

Ecco due nuovi gruppi che sono legati da fatti comuni. Il cantante dei Parliament Owls, Devlin Flynn, è stato attivo con un'altra band prog metal di Toronto di nome Bastila con la quale nel 2018 ha realizzato l'EP Mother Terrain, che la band ha da poco pubblicato di nuovo in versione rimasterizzata. Sempre nel 2018 i Bastila hanno realizzato il secondo EP Genera, questa volta interamente strumentale vista la defezione di Flynn. Nel frattempo i Bastila hanno perso anche il batterista Brodie Clark (sostituito da Evan Reinhart) che è andato a formare il gruppo math rock/prog metal Telomēre insieme a Flynn e che per ora ha realizzato solo il singolo Kindred Will.

 

Bryan Scary è un cantautore di art pop eccentrico che nell'album Birds mette a frutto tutta la sua sapienza nello scrivere piccoli brani pop prog che si rifanno a XTC, Todd Rundgren, Queen e Field Music. Ma la natura estremamente schizofrenica di Birds permette di trovare anche altre, molteplici influenze, tutte dosate senza farlo sembrare troppo derivativo.

 

Una band che ha debuttato due anni fa, gli AnimalJam con The Process of Dissension firmano il loro secondo EP. Con addirittura sei elementi in organico gli AnimalJam compongono un elaborato prog hardcore con elementi di pop punk e math rock, debitore dei Dance Gavin Dance, Sianvar e di tutto quel sottogenere che va classificato come swancore.  

 

Quartetto post hardcore di Chicago, gli Slow Mass hanno esordito nel 2017 con l'album On Watch e quest'anno si sono inventati una serie di singoli sotto il nome di Music for Ears culminati in un pezzone ambient di un'ora dal titolo Music for Rest. In realtà, attraverso queste varie uscite, l'attribuzione di post hardcore va piuttosto stretto agli Slow Mass, inglobando elementi di emocore, indie rock, post rock e math rock. 

 

Facade del 2016 è stato un buon debutto per i bostoniani I Was Awake che hanno continuato a pubblicare singoli fino ad oggi. Il gruppo si proclama progressive rock, anche se il loro sound è un misto di post grunge associato ad un leggero tocco di experimental post hardcore. 

 

Considerando l'alto tasso di brutalità delle altre loro pubblicazioni, l'EP Dichromacy dei Of Modern Architecture è da segnalare nella loro discografia come uno spiraglio di prog metal cupo ma melodico, che per una volta torna alle voci clean.

 

Se invece siete in cerca di una band prog fusion con ingenti dosi di funk e R&B che possa ricordare le jam degli Snarky Puppy i The Funky Knuckles faranno per voi.  

 

Gli Oiapok non sono altro che il gruppo francese Camembert che ha cambiato nome. La scelta è stata dettata dal progressivo slittamento di indirizzo musicale, parzialmente presente anche nell'ultimo album Negative Toe (2017), e che ora qui si presenta con un jazz prog acustico con una cantante in pianta stabile, mentre prima si presentavano come ensemble strumentale di RIO e jazz rock. 

 

Le origini degli Accidents risalgono al 2018, quindi piuttosto recenti. Il gruppo di Manchester ha esordito con l'EP Vemödalen che strumentalmente riprende le atmosfere rarefatte e in crescendo del post rock, però con l'aggiunta del cantato, e un pizzico di prog metal alla Tool.